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martedì 29 giugno 2021

Il Bach a 432 di Matilda Colliard

Ciao a tutti!

Rieccomi presto qui, come anticipato. Le Salon Musical ha recentemente pubblicato l'intervista che ho avuto il piacere di fare a Matilda Colliard, in occasione del suo nuovo disco delle 6 Suites per violoncello solo di Bach, edito da Da Vinci Classics.

Trovate l'articolo a questo link. Oppure qui di seguito:

Il Bach a 432 di Matilda Colliard

“La mia vita è costellata di scelte prese ascoltando perlopiù l’istinto. Ho una voce interiore che spesso e volentieri mi parla con forza, e sinceramente mi fido di lei. Un caro amico, che mi conosce da quando ero ancora studente in conservatorio, mi ha suggerito di cimentarmi con l’impresa della registrazione delle Suites di Bach. Sul momento mi sembrava una follia. Qualche giorno dopo quella voce interiore si è fatta sentire forte e chiara, e mi ha detto: fallo!”

Così mi risponde Matilda Colliard quando le chiedo qualche curiosità su come sia nato il suo recente disco, inciso con Da Vinci Classics.

Le 6 Suites per violoncello solo, i primi sei dei dodici “astri” del firmamento violoncellistico bachiano ai quali riferiva anche Mario Brunello (unendo alle Suites anche le 3 Partite e le 3 Sonate), sono entrati a fare parte della vita di Matilda Colliard molto presto:

"Bach mi accompagna da sempre. Uno dei primi brani importanti che ho affrontato quando ero bambina fu proprio il Preludio della Prima Suite, che durante i concerti eseguivo anche insieme ai miei compagni di classe di violoncello del corso Suzuki. Ricordo che quando studiavo la sua musica spesso avevo la sensazione di vederlo seduto sulla poltrona di fronte a me, e ascoltandomi mi diceva: “bene così!”. Quando non lo “vedevo”, sapevo allora di aver bisogno di studiare ancora meglio affinché si “materializzasse” nuovamente. Durante gli anni del conservatorio ho avuto la fortuna di studiare tutte e 6 le Suites grazie al mio maestro A. Drufuca, che ci teneva particolarmente.”

La vera sfida (occasione?) per Matilda l’avrebbe però attesa solo verso la fine del 2019: durante una presentazione dell’integrale beethoveniano per violoncello e pianoforte, allora fresco di registrazione (in duo con il pianista Stefano Ligoratti), quella voce amica la istigò ad affrontare il celebre repertorio bachiano. Se di primo acchito sembrò un’affettuosa provocazione, da lì a poco si rivelò un’importante occasione – Matilda è infatti la prima donna italiana ad aver inciso l’integrale delle Suites.

Dopo il nulla osta ricevuto dalla casa discografica, che concordò per la registrazione su strumenti moderni anziché d’epoca, seguì un profondo momento meditazione, ricerca e analisi dei manoscritti disponibili (principalmente quelli di Anna Magdalena Bach, di Kellner, e le edizioni anonime del ‘700).


C
orrelatamente, il contesto pandemico a causa del Coronavirus, e il lockdown che ne seguì subito dopo, incisero molto sia sullo studio/preparazione che, di riflesso, sulle scelte interpretative. Inaspettatamente, questo status così destabilizzante ebbe per Matilda un risvolto profondo:

“Dall’oggi al domani mi sono ritrovata, come tutti, a fare i conti con la quarantena. Temevo che la solitudine e quella sorta di “assenza di vita” avrebbero inibito il mio lavoro; o il processo creativo, che doveva animare (e animarsi di) un progetto tanto importante. Il senso fisico e psicologico di prigionia temevo si riversasse negativamente sulle interpretazioni e sulle scelte musicali. E invece, inaspettatamente, mi sono accorta di quanto i momenti di costrizione e di isolamento forzato possano spesso darci la chance di connetterci con il nostro io più vero e profondo, scoprendo una libertà che va ben aldilà di quella fisica”.

Questo nuovo senso di libertà interiore ha avuto non pochi riflessi positivi sul lavoro di Matilda, in particolare per ciò che riguarda l’aspetto di improvvisazione e ornamentazione estemporanea della musica di Bach:

“Le forme chiuse e strofiche delle danze, con la loro fedeltà a un medesimo centro tonale e la riproposizione identica – galanterie a parte – ad ogni suite, creano questo senso architettonico saldo e costante; al contrario, il Preludio che le anticipa assume il carattere dell’evasione, dell’improvvisazione aperta, prima della nascita di una forma. Grazie anche allo studio sui manoscritti, gli abbellimenti e le ornamentazioni hanno preso, per me, il carattere dell’imprevedibilità, della spontaneità esecutiva, a tratti quasi popolare, dandomi agio di inserirne estemporaneamente nei ritornelli delle danze e dei preludi.”

Un’altra caratteristica interessante di questo disco è la scelta di una accordatura a 432 hz. Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare del possibile influsso dato da questo diapason (perlopiù utilizzato nel settecento), e gli studi effettuati in merito ne hanno confermato gli effetti positivi a livello psicofisico.

Per Matilda questa scelta è dettata da un personale interesse per l’argomento:

“Sono sempre stata affascinata da questo argomento e dalle ricerche che sono state realizzate a riguardo. Anche un ingegnere del suono mi ha confermato la validità di questi studi. Posso dire che, abbassando il diapason, già in fase di studio mi percepivo molto più in armonia con quello che stavo facendo, e anche esteriormente la mia concentrazione era totale, priva di tensioni.”

Fa da sfondo il desiderio di Matilda di voler portare, con questo suo lavoro, non solo un sogno a compimento, ma anche e soprattutto qualcosa di “bello” fuori da sé, e che, chissà, magari abbia la capacità di fare stare bene qualcuno.

Che, forse, è anche il senso più profondo della musica (?).


Sperando di tornare qui quanto prima per altre novità...
Andrew

domenica 1 dicembre 2019

Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Ciao a tutti!

Sarò velocissimo perché ho pochissimo tempo: condivido come sempre la mia più recente recensione di un concerto. Sono tornato da Cerabino Pianoforti per l'esibizione del Trio AnciAntica. Un programma monografico o quasi su Bach, con una sterzata verso Platti.

Come sempre l'articolo è stato scritto per Le Salon Musical, e potete leggerlo QUI.
Il testo integrale qui di seguito:

"Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Cerabino Pianoforti a Lecco prosegue i suoi appuntamenti dedicati alla musica classica e jazz a seguito di un anno veramente fitto di occasioni interessanti. Roberto Cerabino, creatore di tali iniziative nonché proprietario del negozio, propone ciò in virtù del suo profondo amore per la musica, a prescindere dagli stili, dai periodi storici o dalle culture di provenienza. I concerti, con ingresso a libera offerta, si tengono solitamente a cadenza mensile – talvolta due al mese – e Sabato scorso, 23 Novembre, è stata la volta di un trio dalla formazione inusuale: clarinetto-violoncello-organo, denominato “AnciAntica”.
Tale formazione, composta rispettivamente da Francesco Chimienti, Maria Antonietta Puggioni – che aveva già fatto capolino in Marzo con il trio d'archi tutto al femminile “Artemisia” – e dal Maestro Mario Valsecchi (conosciuto anche in ruolo di Direttore della Cappella Musicale del Duomo di Bergamo) ha proposto un programma semi-monografico sulla figura di Johann Sebastian Bach con una piccola incursione nel repertorio violoncellistico di Giovanni Benedetto Platti.
Non è certo consuetudine ascoltare con un ensemble di questo tipo il repertorio bachiano dei Trii-Sonate, delle arie o di alcuni corali estratti dalle cantate. Sappiamo anche che il compositore tedesco non nutriva un grande amore per il timbro clarinettistico, ciononostante è cosa risaputa che nel periodo Barocco si era soliti eseguire musica piegando talune composizioni originali per gli strumenti disponibili all'occasione, adattandole di conseguenza.
Lo stesso Maestro Valsecchi ci racconta, a tal proposito, in una sorta di intervento all'interno del concerto: alcuni dei brani proposti dal Trio AnciAntica sono arrangiamenti di originali organistici; altri, come accennato precedentemente, parti corali proprie di alcune cantate – ne è esempio il mesto e celebre canto ornato in soprano Nun komm', der Heiden Heiland BWV659, primo dei quattro casi in programma – “rimaneggiate” per organo e quindi per trio, affidando magari la melodia principale al clarinetto che la cede poi all'organo o al violoncello in imitazione, nella sua interezza o in parte. L'intenzione, pertanto, non è certo quella di stravolgere le intenzioni di Bach, quanto di mettere in atto una prassi per nulla rara all'epoca, allo scopo di renderne comunque un prodotto musicalmente valido ed equilibrato.

Ad aprire questa serie di trascrizioni sono il Trio in Sol maggiore, di carattere spigliato, e l'Aria in Fa maggiore, dai toni più morbidi e dalle frequenti imitazioni. Dopo il canto ornato sopracitato, ecco quello in tenore, Wachet auf, ruft uns die Stimme BWV645, in cui è possibile notare un ruolo organistico di maggiore rilievo grazie a una scrittura che non si risparmia in quanto a ornamentazioni, senza però perdere l'atmosfera iniziale di dolce solennità.

Diversa, invece, è la Sonata per violoncello solo in Sol minore (con sostegno organistico) che si inserisce nel momento centrale del concerto: aldilà del fatto che si tratta di una composizione originale, essa funge anche e soprattutto da “punto di rottura”, portando gli ascoltatori a contatto con il linguaggio di un altro compositore – probabilmente meno noto ai più – per una manciata di minuti. La scrittura di Platti è meno fitta ed elaborata di quella di Bach. La Sonata, infatti, si apre con un Adagio di stampo lirico e patetico, in cui le imitazioni hanno più funzione retorica che strutturale; ad esso segue un Non presto, tempo di sonata in nuce dal piglio vivace, ricco di botte e risposte fra i due strumenti. Quindi un Largo in tonalità maggiore, nuovamente di impronta cantabile ed espressiva, ed un Allegro di chiusura in tempo ternario – quasi una gigue – che va dritta al punto, senza esitazioni.

E senza esitazioni si torna di nuovo a Bach, con la Trio Sonata in Do maggiore BWV529. Il felice Allegro di apertura ha quella scrittura schiettamente bachiana per la quale un elemento ritmico-melodico – in questo caso un breve episodio passeggiato, introdotto dall'organo – funge da colonna tematica portante di un intero movimento. Nel Largo successivo in tonalità relativa minore l'espressione si fa più intima e introversa, quasi elegiaca tramite l'affidamento del doloroso tema principale al clarinetto. Chiude un Allegro in stile fugato che vede “rimbalzare” il soggetto da uno strumento all'altro, per poi frammentarsi e ricomparire quasi “intermittente” tra divertimenti e stretti di libera invenzione.
Dopo il trio sopra Herr Jesu Christ, dich zu uns wend' BWV655, e il corale in trio Allein Gott in der Hoh' sei Ehr BWV664, chiude il concerto il Trio in Do minore BWV585, dai toni più misteriosi e dimessi del precedente trio, mantenendo sempre quella scrittura a libera imitazione/canone, sia per la prima parte, un mesto Adagio, che per il successivo Allegro."

Lascio sempre qualche foto di rito, e un saluto!




A presto!
Andrew

venerdì 1 novembre 2019

Mario Brunello in Sala Greppi: Bach, due violoncelli e “quattro soli”

Ciao a tutti!

Scrivo un po' di fretta oggi, purtroppo. Ma non voglio mancare di condividere con voi la mia recensione del concerto che il grandissimo Mario Brunello ha tenuto a Bergamo lo scorso 24 Ottobre. Un concerto davvero pazzesco, interamente dedicato a Bach.
L'articolo è possibile leggerlo QUI sul sito ufficiale de Le Salon Musical, ma lo condivido per intero come sempre di seguito:


"Mario Brunello in Sala Greppi: Bach, due violoncelli e “quattro soli”

Programma monografico quello eseguito dal violoncellista Mario Brunello lo scorso 24 Ottobre presso la Sala Greppi di Bergamo. La figura paterna del grande Johann Sebastian Bach è protagonista assoluta tramite la selezione di quattro composizioni fra le Suites, le Sonate e le Partite per violoncello solo.

Si tratta di “quattro soli su dodici”, dice lo stesso Brunello nella sua piacevole introduzione al concerto. Ma non di soli perché trattasi di opere scritte per lo stesso unico strumento: le dodici composizioni per violoncello del genio di Eisenach costituiscono una sorta di splendido e compiuto universo, una micro-macro galassia di una dozzina di pianeti unici, una costellazione equilibrata nella quale l'assoluta equità di valore e importanza fra un astro e l'altro ne fanno colonna indiscussa del repertorio violoncellistico e del lascito della storia della musica. I loro nomi non distinguono che le caratteristiche formali: le Suites o le Partite quali successioni di danze antecedute da un brano introduttivo di natura differente, sovente in stile più toccatistico o improvvisativo; le Sonate, diversamente, volgono lo guardo alla omonima forma musicale che stava gradualmente imponendosi nel mondo musicale dell'epoca, e che sarebbe divenuta protagonista assoluta del successivo classicismo.

Una luce parca e mielata avvolge Mario Brunello sul palco. Tutto è essenziale, quasi povero, o senza contorni definiti, eppure non si percepiscono mancanze.
L'intero concerto è un susseguirsi di luci ed ombre, di luminosità “positive”, brillanti, come per la Suite n.3 BWV1009 in Do maggiore, in cui la semplice scala della tonalità di impianto da enfatico gesto d'apertura si fa fondamentale cardine costruttivo; a luci più distanti, calori più scuri, contatti con regioni ripiegate, eccitazioni e tensioni più taglienti – oltre che a una scordatura dello strumento – come nella Suite n.5 BWV1011 in Do minore, detta peraltro discordable.
Caso vuole che quest'ultima si aggrappi, invece, per lo più ad un elemento scalare ascendente, dando agio all'immagine di un sorta di “punto zero” tra le due suites, un ideale piano cartesiano in cui entrambe si riflettono, si toccano, si esaltano e si compensano: la gioiosità più aperta con l'inquietudine più meditabonda, la tenerezza con la serietà, l'eloquenza con il mistero.
La libertà espressiva di Brunello è in sintonia perfetta con le partiture, si intreccia armoniosamente, non le disturba. Emerge davvero molto dell'umanità di questo straordinario esecutore, senza trasfigurare nulla, aggiungendo anzi una vibrazione toccante alla musica.

Per la seconda parte è il violoncello piccolo a fare da portavoce. In programma ci sono la Sonata n.2 BWV1003 in La minore e la Partita n.3 BWV1006 in Mi maggiore, descritte nei loro tratti salienti ancora una volta dalla voce calma e pacificante del nostro interprete, prima dell'esecuzione.
La Sonata BWV1003 costituisce un sole abbastanza distante, per concezione, dalle precedenti suites, e non manca di elementi davvero curiosi. Il Grave che apre la composizione, in stile tipicamente francese, riccamente ornamentato, è seguito da una lunga e massiccia Fuga, dal tema quasi danzato e con ricchi sviluppi cromatici. L'esecuzione di Mario Brunello qui non lascia spazio ad attese, tenendo vive l'attenzione e la febbrile tensione emotiva fino alla chiusa. Quindi ecco l'Andante, pagina dolcissima di grande interesse per la tecnica strumentale, che consente di realizzare un cantabile e una sorta di auto-accompagnamento contemporaneamente. Tale sezione è racchiusa come il cuore di un fiore – o forse sarebbe meglio dire il centro di un “sotto-sole, di un satellite – fra due altre assai simili (ABA) interamente da suonarsi in pizzicato, alludendo probabilmente alle fragili sonorità liutistiche.
Chiude la composizione un Allegro serrato di non semplice esecuzione, ma che Brunello supera senza alcun ostacolo e con un'intensità notevole.
La Partita BWV1006 differisce molto dalla precedente Sonata (anche se potrebbe essere ad essa assimilata, in quanto la sua tonalità di impianto costituisce la dominante di quest'ultima), aprendosi con un lungo Prélude in stile toccatistico, brillante e bravuristico a cui succede un altro elemento insolito, una Loure, una danza di origini francesi ispirata dal suono di un omonimo strumento musicale (simile a una musette de cour) dolce e in tempo ternario, in stile imitativo e di andamento quasi lento – nonostante la sua impopolarità, se ne può trovare un'altra dello stesso autore nella Suite Francese in Sol maggiore BWV816 per strumento a tastiera. Quindi una Gavotte en Rondeau, curiosa e sagace coniugazione di due forme musicali; due minuetti dai caratteri contrastanti, una Bourrée dalle marcate contrapposizioni dinamiche e la tipica Gigue, che chiude il concerto con la stessa lieta luminosità che lo aveva fatto cominciare.

Lunghi e sentiti gli applausi che richiamano Brunello più volte sul palco insieme ai suoi due “pargoli”, salutando il pubblico con una ripetizione dell'Andante della Sonata in La minore, ancora più calda e vibrante della prima volta."



A presto, spero con importanti novità!
Andrew