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lunedì 9 luglio 2018

Sull'inaugurazione della nuova sede di Cerabino Pianoforti (Lecco, 16 Giugno 2018)

Con un certo ritardo mantengo la promessa data al caro amico Robi, ovvero Roberto Cerabino, proprietario del negozio di vendita, restauro, accordature per pianoforti "Cerabino".
Dopo un periodo di lavori, la nuova sede del negozio è aperta al pubblico. Esattamente il pomeriggio di Sabato 16 Giugno 2018. Il luogo è meraviglioso, molto più grande del precedente. Ha un look più caratteristico, che sa far incontrare le caratteristiche intrinseche alla nascita dello stabile con il tocco di Roberto e i suoi pianoforti verticali e a coda (nonché un modello di fortepiano in esposizione, gentilmente concesso da una cliente). Sulle pareti non mancano echi della sede precedente, come le belle stampe in bianco e nero dei grandi musicisti classici e jazz del passato e di oggi.

Il clima è bello, c'è molta gente. Anche non musicisti, anche non pianisti. Anche "semplici" amici desiderosi di esserci e sostenere il nostro Cerabin's nella felice baraonda della giornata di inaugurazione. 
Il suono dei pianoforti, sperimentati dalle mani di adulti e piccini, si mischia al chiacchiericcio e alle risate dei presenti. Ritrovo con grande piacere vecchie conoscenze che non vedevo da tantissimo tempo, come il mio storico insegnante di armonia e composizione, "San" Paolo Sabadini, coi suoi pargoletti ora cresciutelli, la flautista Emanuela Milani ed il mio precedente accordatore, il caro Beppe Colombo.
Vedo Robi molto felice ed emozionato, e trovo la moglie Maria Antonietta anch'essa entusiasta e sorpresa di vedere tante persone.

Per l'occasione Robi Cerabino ci propone la figura di un bravo pianista jazz, a nome Antonio Zambrini, il quale tiene un'ora di concerto composta da brillanti improvvisazioni su canzoni famose dei decenni scorsi e da composizioni sue. Zambrini non manca di coinvolgere ed avvicinare i presenti, introducendo i vari brani con qualche parola e qualche battuta divertente.
Ed è lui che, a chiusa della sua esibizione, prima di regalarci il bis annuncia il prossimo rinfresco, gentilmente offerto da Cerabino Pianoforti.




Una cosa da sottolineare, è che Roberto ha accennato ad un possibile futuro concertistico della sede. L'acustica è molto buona, il luogo incita sia l'ascolto che l'organizzazione di eventi musicali come quello dell'inaugurazione. Speriamo davvero possa accadere!!

Un'ultima cenno, prima di concludere, ad un altro importante aspetto: Cerabino Pianoforti ha instaurato di recente una collaborazione con una nota liuteria milanese, la quale si occuperà anche della clientela lecchese. Purtroppo la città non ha (più?) un liutaio in zona, ed il servizio era necessario per tutti coloro che suonano strumenti ad arco o a corde, come le chitarre, i liuti e quant'altro.
Segno di come la cooperazione possa offrire all'intera clientela lo stesso grado di professionalità, disponibilità ma soprattutto possibilità.


Complimenti a Robi, e un caloroso augurio perché la nuova sede abbia il massimo successo!
Lascio qualche fotografia.






A presto, magari alla recensione del prossimo concerto! ;)
Andrew

domenica 8 luglio 2018

"Schubert o della sincerità della musica"

Come promesso, eccomi a condividere qui su Metathymos il primo articolo, un editoriale sulla figura di Franz Schubert, che Le Salon Musical ha pubblicato con la mia firma. QUI potete leggere l'articolo direttamente sul sito internet della rivista.
Viceversa, copio-incollo qui di seguito il testo integrale dell'editoriale:

Schubert, o della sincerità della musica

Stavo guardando, ascoltando un breve video in cui Luca Ciammarughi era intervistato a Piano City Milano, quando mi è scattato questo bisogno di scrivere. Luca ha, così, in tutta serenità e semplicità, dall’alto della sua disparata, a tratti impressionante conoscenza musicale – schubertiana in particolare – espresso alcuni concetti e visioni che hanno incontrato le stesse mie impressioni. Impressioni e ipotesi che mi sono fatto a suo tempo, quando il mio percorso di studi musicali mi ha portato ad avvicinarmi “seriamente” alla figura di Franz Schubert, affrontando la sua Sonata in La minore D784.

Non conosco molto della vita di Schubert, e, senza vergogna, ammetto anche di ricordare forse molto poco. Ciò che sapevo, è quanto si può trovare scritto in giro sui più comuni libri di storia della musica, o nel web. Ciò che ricordo, invece, sono lampi di luce, concetti brevi e sparsi ma che, probabilmente, per me devono aver significato qualcosa, e hanno stilato una fisionomia, seppur in modo tratteggiato. “Maestrino”, ricordo: un vezzeggiativo che tanti anni fa mi citò un mio insegnante di pianoforte. Così, a quanto pare, veniva sbeffeggiato Schubert da alcuni suoi contemporanei, in un epoca in cui il fantasma beethoveniano impregnava e inquietava ancora il mondo musicale. Ricordo di aver letto della “gavetta” di voce bianca di Schubert, della sua voce apprezzatissima e del suo amore per la vocalità stessa, che, guarda caso, ha generato un numero a quattro cifre di lieder. Ricordo che morì giovane, ahimè, ma come Mozart, lasciando a noi “poveri posteri” una marea di musica di grandissima importanza.

Fino a una decina di anni fa, di Schubert conoscevo prevalentemente – escludendo le composizioni pianistiche arcinote come i due cicli di Impromptus (di cui studiai il dolcissimo, ma per la mia sensibilità anche estremamente “sinistro” o quasi rinunciatario Op.142 n.2), i Moments musicaux, la Wanderer, la Sonata D960 e i brani a 4 mani come le Marce militari, la celeberrima Fantasia in Fa minore e il Divertimento all’Ungherese – la musica di genere cameristico. I quartetti d’archi primi su tutti, fra i quali i più noti La morte e la fanciulla e Rosamunda non sono che due ovvi esempi. Ma anche l’ultimo, pazzesco e meraviglioso, Quartetto in Sol maggiore D887 che – non mi si chieda perché – mi riporta di colpo alle sfumature del Sestetto Op.36 di Brahms (altro compositore di cui amo forse più il lascito cameristico che quello pianistico o sinfonico), specialmente nei momenti in cui il tono “folk” emerge più spiccatamente. Conoscevo i due trii con pianoforte, opere monumentali, dense e ricche di aspetti interessanti; l’incredibile Quintetto in Do maggiore, sempre per archi, composizione che assaporo ogni volta di più, ed il ciclo liederistico Winterreise, un vero e proprio viaggio (appunto) non solo nel freddo dell’inverno, ma fuori dal tempo e dal corpo.
Ignoravo quasi tutti le sonate. Ignoravo le sinfonie (non che ora le abbia masticate tutte, anzi), e ancor di più la musica sacra. Ignoravo perché riconoscevo una mia personale fatica ad entrare in contatto sincero e aperto con l’autore. Sono fatto così: se riesco a creare una sorta di intesa/intimità con un compositore, allora snodo una titubanza, scavalco una sorta di muro e lo abbraccio, o almeno non nego lo sguardo per imbarazzo.

Come dicevo, è stato l’incontro/scontro con la Sonata in La minore D784 a dipanare alcune nebbie e ad avvicinarmi alla figura di Schubert. Ciò non lo ha reso uno dei compositori ai quali mi sento più vicino per temperamento, né tanto meno mi ha portato ad amare tutto ciò che ignoravo di lui. Ma, indubbiamente, ha creato uno spazio in più, una conoscenza nuova che a suo modo mi ha dato molto.
D’impatto, mi viene da dire che Schubert è, molto più di altri e per i quali sarebbe più prevedibile dirlo, un compositore molto “inquietante”: proprio nel senso che, anche quando enuncia una melodia dolce e pacifica o un tema delicato e tranquillo, mi trasmette al contempo qualcosa di ombroso e sfuggente. Non mi riferisco solamente alla sonata di poco sopra, ma più in generale alla sua musica. Un po’ come quando Schumann disse di Chopin “cannoni sotto i fiori”, di Schubert direi “il buio dietro il sole”. Come una smorfia di tensione, che cerca di rannicchiarsi dietro un sorriso bonario; o una sorta di alito freddo dietro l’orecchio nel pieno di un momento di pace.
Mi torna alla mente una frase della cantante, Björk, “la musica non è questione di stile, ma di sincerità”. La musica schubertiana è molto ambivalente: estremamente schietta ed eloquente da un lato, quanto metaforica, diciamo, dall’altro. La rassegnazione che percepisco quando ascolto l’apertura della Sonata D960 è qualcosa che non riesco a togliermi di dosso, dalle orecchie. Questo tema così morbido, semplice e pulito, mi riporta al contempo un sapore di accettazione “passiva”, arresa, umile di un destino già tracciato a chiare linee.
Schubert è capace, con lo stesso motivo, di evocare luoghi molto reali e terreni, quanto piani molto più elevati e lontani. La prima volta che ascoltai in disco la Sonata in La minore, interpretata dal sommo Radu Lupu, ad esempio, rimasi sconvolto dalla ripresa del secondo tema, nel primo movimento: quell’aura di semplicità popolare dello stesso tema, nell’esposizione, si trasforma in qualcosa di ultraterreno, sognante ed elevato, al suo richiamo in La maggiore, nella ripresa. Questo canto pare uscire timidissimo, quasi un po’ controvoglia, obbligato dalla forma sonata, e dal punto più intimo dell’io. E’ quasi una preghiera, detta a proprie parole, innocente e con un velo di vergogna. Una sorta di risveglio lento da un sogno che non si vorrebbe lasciare.
E di nuovo, nella D784 io stesso ho percepito un aspetto della musica pianistica di Schubert che Luca stesso ha sottolineato: il suo “camerismo”, se così si può dire, la sua vicinanza con la scrittura dei quartetti o dei lieder, a volte addirittura ai limiti della trascrizione. Questo aspetto pone non di rado notevoli punti interrogativi con la tastiera, poiché non sempre è realmente possibile evocare certe sonorità con il pianoforte (e questo aumenta a sua volta lo strazio/struggimento nei confronti delle composizioni stesse). Diversi passi di questa Sonata hanno richiamato a me sonorità d’arco (il motivo iniziale, così essenziale e legato, espresso con le mani all’ottava, ne è chiaro esempio) o anche di fiati e di voci. Soltanto il finale può essere considerato un po’ più pianistico seppure non manchino tessiture adatte a un possibile trio o a una linea di canto con accompagnamento.

Un’altra cosa di cui mi sono accorto, è che la musica pianistica di Schubert non cerca facili virtuosismi, non ama gli effetti fini a loro stessi, non è, lo dico alla Ciammarughi, “biedermeier”. In un contesto musicale come il primo romanticismo, dove i grandi dominatori della tastiera solcano gli orizzonti (e i palchi dei teatri, o i tappeti dei salotti più in voga), Schubert percorre e traccia una strada tutta sua, coraggiosamente. Non ama le parafrasi, gli studi da concerto, le cascate di note e le scritture “di bravura”. Trova il suo nutrimento in un terreno in cui l’eloquio narrativo è il fattore predominante. Schubert si fa cantastorie, narratore di frivole situazioni salottiere quanto di ritiri al limite dell’ascetico. E’ qui che sento quella sua profonda radice del canto, quella sua voce bianca. E’ qui che mi accorgo dell’agilità melodica e della disinvoltura costruttiva e discorsiva. Cose che un po’ più avanti adotterà il già citato Brahms, il quale odierà a morte i funambolismi dei lisztiani e cercherà nel riappropriarsi di forme più classiche e convenzionali o in un riesumato rigore contrappuntistico (seppur d’ispirazione tardoromantica) i punti di forza della sua poetica musicale.
Così pare essere anche Schubert, che fra terra e cielo, inquietudine e riposo, rarefattezza ed intensità rinuncia a tutto ciò che sembra non essergli necessario, curandosi invece di portare avanti l’essenza, l’anima indispensabile della musica.

Come se ciò fosse poco!


Alla prossima!
Andrew

Collaborazione con Le Salon Musical

Recentemente ho avuto il piacere di instaurare una collaborazione con due interessanti riviste di musica classica ed operistica: Le Salon Musical e L'Ape Musicale.
Sono veramente contento di questa novità perché mi consentirà di scrivere anche al di fuori da questo mio blog personale (anche se condividerò sempre gli articoli anche qui).

Ringrazio Alessandro Cammarano e Matteo Pozzato di Le Salon Musical, e ringrazio anche Roberta Pedrotti, direttrice de L'Ape Musicale, per avermi accolto fra i collaboratori delle loro riviste. 
Sono certo che sarà una bella esperienza!

Lascio i link delle pagine facebook e dei siti internet di entrambe le riviste:

Non mi dilungo oltre. Nel prossimo post condividerò l'articolo che ha inaugurato la mia collaborazione con Le Salon Musical, a proposito di....

A presto!
Andrew

mercoledì 27 giugno 2018

"Bach: Concerto alla maniera italiana" (Per antiche contrade - XIV edizione - 23 Giugno 2018)

Sabato scorso, 23 Giugno, sono tornato in un posto che a me piace molto, ovvero la Chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore, uno dei luoghi a mio avviso più affascinanti del territorio insieme a quella di San Giorgio. Avevo visto sui social la pubblicità di un concerto molto interessante, che vedeva protagonista Luca Oberti. Praticamente, un concerto per clavicembalo solo.
Siccome non avevo ancora avuto modo di vivere un'esperienza del genere, le sono corso incontro (infatti ero in seconda fila, a due passi dall'esecutore).


Il programma era interamente dedicato a Johann Sebastian Bach, con particolare attenzione alle opere dal carattere "italianeggiante", dichiarato o meno che sia. Lo stesso Luca Oberti, preoccupandosi di introdurre sia l'intero concerto che i singoli brani, ha accennato alle esperienze italiane di Bach, le quali montano esattamente a ZERO, e di come, attraverso lo studio di partiture di allora noti compositori dello stivale (Frescobaldi, Marcello, Vivaldi...) egli si sia in qualche modo impossessato dell'arte italiana, all'epoca caratterizzata principalmente dalla variazione tematica, ma soprattutto da una polifonia spesso meno densa e complessa di quella tedesca, e volta maggiormente a evidenze melodiche (Italia patria del belcanto...) che a rigiri contrappuntistici alla maniera fiamminga.
Ecco quindi sbocciare il programma del concerto: si inizia con la Fantasia e Fuga in La minore BWV904, composizione a me un po' meno nota del compositore tedesco ma che mi ha colpito in particolar modo per il carattere musicale espressivo e un po' "patetico" della Fantasia introduttiva. Quindi, a seguire, il Concerto in Re minore BWV974, adattamento (spesso rielaborazione libera) del celebre Concerto per oboe di Alessandro Marcello. Degno di nota il Presto conclusivo, eseguito in maniera impeccabile e con un flusso continuamente stupefacente e brillante.
La seconda parte (senza soluzione di continuità dalla prima) ha visto l'esecuzione di un brano a me tanto caro quanto lungo il suo nome, il Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo BWV992. Questo brano è forse unico nella produzione bachiana per il fatto che è composto da brevi brani molto caratterizzati dal punto di vista "emotivo". Scritto da un Johann Sebastian nemmeno maggiorenne, narra di un episodio importante della sua vita, ovvero la partenza per la Svezia del fratello maggiore, anch'egli musicista, ed assunto appunto in nord Europa. Bach non rivedrà mai più il fratello per tutta la vita, e la commozione del distacco è palpabile già dal primo brano, dolcissimo e quasi sempre per intervalli di seste, quasi un canto bivocale (che Luca Oberti ha interpretato con grande semplicità e molto trasporto). Notevoli anche l'Adagiosissimo, lievemente fiorito qui e là dall'esecutore, e la conclusiva Fuga all'imitazione di Posta.
Conclude il concerto il celeberrimo Concerto nach Italienischem Gusto BWV971, composizione che non ha bisogno di presentazioni, ma che Luca esegue in maniera direi strabiliante. E, ancora una volta, il finale in Presto si rivela travolgente, con momenti di pura esaltazione.

Ho davvero goduto di un repertorio eseguito su uno strumento vicino a quello originale, un repertorio a tratti poco proposto e a tratti super conosciuto in ambito di musica classica. Sono veramente grato a Per antiche contrade, che ha creato questa splendida occasione di ascolto e "degustazione".
Lascio qualche scatto rubato durante il concerto.

 






Alla prossima!
Andrew

venerdì 22 giugno 2018

Recensione di "Notturni rossi" da parte di Gian Luigi Bonardi (su ilmiolibro.it)

Dopo neanche due giorni dalla mia recente pubblicazione, sul sito ilmiolibro.it un iscritto di nome Gian Luigi Bonardi ha scelto di leggere la mia raccolta di poesie e di stenderne una libera recensione, che ho molto apprezzata, soprattutto perché non me la sarei proprio aspettata così alla svelta!

Non mi dilungo -come al solito ho poco tempo, uffa!- ma vi lascio QUI il link dove è possibile leggerla.
Vi comunico anche che, qualora vi piaccia l'idea, una recensione potete farla anche voi. Se non ho capito male, su ilmiolibro.it si ha la possibilità di leggere una copia digitale gratuita del mio libro (essendo fra le nuove proposte) con la clausola di scrivere poi una libera recensione.

A presto!
Andrew

mercoledì 20 giugno 2018

Nuova pubblicazione: "Notturni rossi"

Oggi parlo di qualcosa che mi riguarda in prima persona. Dopo ben 8 anni dalla pubblicazione di Mùrmure, la mia prima raccolta di poesie (potete trovare QUI delle informazioni utili, se volete), ho deciso di ripetere questa esperienza e di pubblicarne un'altra. 

Si chiama Notturni rossi. E' una passeggiata più o meno lunga e più o meno tracciata; un'opera che ho creato in poco tempo e senza troppo pensarci su. In ordine cronologico sarebbe la mia quinta raccolta di poesie: un paio restano private, ed un'altra, antecedente a Notturni rossi, sul punto di pubblicarla l'ho percepita incompleta e un po' irrisolta, ed ho quindi preso del tempo per lasciarla maturare e rivederla a tempo debito.

Ho voluto espressamente, in Notturni rossi, togliere qualunque possibile istinto di rendere prestabilito, progettato o poco spontaneo il tutto. Le poesie contenute sono prevalentemente degli ultimi 18-20 mesi, ma altre vengono anche da molto lontano. Ascoltando l'estro e "la pancia", sono andato a ripescare cose "vecchie" ma ancora attuali, che ho inserito o rivisitato.
Non voglio dilungarmi con le mie parole. Preferisco lasciarvi un estratto della prefazione, scritta da Marco Greppi, e lasciarvi un link dove poter guardare meglio l'opera e, perché no, acquistarla:

"[...] Il percorso di lettura che ci propone l’autore non è causale, piuttosto sincronico, quasi alchemico, laddove, partendo dal movimento di passeggiate si arriva alla multiformità entropica dei brandelli consunti e macerati dal fumo e nell’alcol utilizzato come catalizzatore nella soluzione alchemica di questa Rubedo. Ed è “quest’ultima” fase che conferisce colore e aggettivo ai Notturni; in cerca di una finale energia e, contemporaneamente, esplodendo di passione e di sangue; notturni inevitabilmente rossi forse per cercare il rosso della rivoluzione, della ribellione verso attimi persi. Notturni rossi, perché rosso è, tra tutti, il colore intermedio tra il bianco e il nero, tra la presenza e l’assenza."

QUI potete trovare la pagina del sito ilmiolibro.it dove eventualmente visionare ed acquistare la raccolta.
Vi lascio anche l'immagine estremamente essenziale che ho scelto come copertina:

A presto, e fatemi sapere se vi piace!
Andrew

martedì 12 giugno 2018

Concerto dei doppio coro "Open Space" (2 Giugno - Circuito Organistico Internazionale in Lombardia - AGiMus Lombardia e Associazione Le 7 note)


Ahimé è già trascorsa più di una settimana dall'evento di cui parlerò in questo post. Purtroppo gli impegni della mia quotidianità non mi hanno concesso di occuparmene prima e di stendere una breve recensione.
Sabato 2 Giugno sono stato alla Chiesa di S. Giorgio di Almenno S. Salvatore (BG) per ascoltare un concerto di voci a capella, il doppio coro "Open Space". Per la precisione, i due cori concomitanti erano il "Legictimae Suspicionis", e il "Vokal Total". Quest'ultimo, un coro formato da giovani ragazzi e ragazze provenienti dal Liceo "Secco Suardo" di Bergamo.
Il programma prevedeva musiche di varie epoche e di differenti ambiti, sacri e profani, popolari e “colte”. Gli autori, i più disparati, dai noti Orlando di Lasso e Pierluigi da Palestrina, o Dowland, ad autori meno proposti come Lechner, Enrico VIII Tudor o addirittura canti popolari e di anonimi del XV e XVII secolo.
La Chiesa di S. Giorgio è un luogo poco utilizzato, ma a mio parere molto suggestivo quanto adatto a questo genere di iniziative. L'acustica è buona, lo scenario luminoso e l'aspetto estetico si presta a molteplici utilizzi. Speriamo sia possibile, con il tempo, vederla sempre di più aperta che chiusa.



Sono arrivato al concerto, a dire il vero, un po' col punto di domanda sopra la testa. Un po' perché, di tutto il programma, conoscevo pochissimi brani; un po' perché non conoscevo nemmeno le due formazioni corali. Ma devo proprio ammettere che sono rimasto sorpreso sia nell'uno che nell'altro caso. La preparazione vocale era notevole, la direzione, alla mano di Donato Giupponi, era chiarissima e molto efficace, la compattezza sonora e l'unità ritmica, anche nei tratti polifonici, pienamente riuscita. E ciò mi ha molto rallegrato e confortato, anche appunto per la presenza di un coro formato da giovani liceali, a testimonianza di come ancora oggi la buona musica unisca, possa unire e possa appassionare anche i ragazzi, che non si finisce mai di criticare per i comportamenti diciamo più “clichés”.

Ma torniamo al concerto. La cosa che ho più apprezzato è stata l'aver concepito l'intero evento come un percorso musicale in interazione con gli ascoltatori. Inaugurato da una sorta di motto di apertura declamato da uno dei cantori, ha come rievocato quella usanza teatrale di certe commedie del 500-600, con la quale si enunciava la morale delle vicende inscenate, o si invitava semplicemente il pubblico a dare la propria attenzione. Ho visto, inoltre, alternarsi varie formazioni e varie “masse corali”, disposte in modo direi quasi coreografico, con persone più avanti ed altre più indietro, sul piano dell'altare o giù dai gradini. O fino a creare un cerchio attorno ai banchi della chiesa, cerchio nel quale racchiudere l'intero corpo di spettatori ed immergerli totalmente nel riverbero armonico dei canti, spesso accompagnati dal suono di bicchieri di cristallo sfregati con i polpastrelli bagnati.

Veramente suggestivo, e direi anche un po' fuori dal tempo. Ecco qualche fotografia, in modo che possiate averne una idea.









Alla prossima!
Andrew

sabato 2 giugno 2018

"Laudate Eum in sono tubae" (Arte e Musica Antica - 37ma edizione - 30 Maggio 2018)

Un problema di "omonimia" di qualche tempo fa mi ha portato a conoscenza dei concerti proposti alla chiesa di S. Bernardino di Lallio dalla rassegna Arte e Musica Antica. Purtroppo ho avuto modo di presenziare solamente a... uno e mezzo, direi.
La chiesetta in questione è splendida, completamente affrescata, densa di un'atmosfera di raccoglimento e di un vissuto lontano (infatti è cinquecentesca)... ma è molto piccola, e pertanto offre non moltissimi posti a sedere. La prima volta ho assistito a metà di un concerto stando seduto sul gradino del sagrato; ero arrivato il prima possibile, ma a quanto pare già troppo tardi per trovare un posto all'interno.






Questa volta ho avuto occasione di arrivare molto prima e di addirittura scegliere il posto più congeniale per l'ascolto e lo scatto di qualche fotografia. In programma c'erano l'UtFaSol Ensemble (in collaborazione con gli allievi della scuola civica Artemia di Osio Sopra) e l'Ensemble G. Carissimi di Lecco. 
La particolarità, per me, di questa occasione, è stata di aver sentito suonare per la prima volta strumenti antichi diversi dagli archi o dal cembalo: in particolare il cornetto (di cui ha fatto un excursus Pietro Modesti nell'introduzione al concerto) o la bombarda, o anche i tromboni più vicini a quelli dell'epoca che ai nostri attuali moderni.

Il concerto ha alternato l'esecuzione di brani dall'organico differente ed alternato: con entrambi gli ensembles sul "palco", come lo Stabat Mater di Scipione Stella (che mi è piaciuto moltissimo!) o Regina Coeli di Francesco Soriano, con il coro all'unisono per tutto l'inizio del brano; con alcuni strumenti accompagnati dall'organo, come il Ricercar del Duodecimo tuono o la Canzon Terza dei due Gabrieli o Anima mea liquefacta est di Orlando di Lasso (altro brano che ho gradito molto), o ancora Qui manducat meam carnem di Claudio Merulo, con l'uso dei 4 tromboni soli; ed infine altre formazioni con alcuni solisti del coro accompagnati dagli strumenti: ecco quindi ad esempio il caro Monteverdi, con il suo Deus tuorum Militum.
Il clima della chiesa di S. Bernardino ha esaltato l'aura quasi "ascetica" e a volte spirituale della musica eseguita. Notevole la preparazione di entrambe le formazioni. Bello il suono del cornetto, anche se devo ammettere di averci messo un pochino per scindere il suo timbro così particolare dagli altri, attendendo quegli sprazzi in cui il suo ruolo era preponderante, o i suoi brevi momenti diciamo solistici e le sue "fioriture" conclusive.

[Ogni volta che ascolto concerti di musica barocca ed antica mi torna la voglia di suonare il clavicembalo -che non ho, ahimé, ma col quale ho avuto un paio di anni di felice e curiosa esperienza nella mia formazione in conservatorio- e affrontare questo repertorio a suo modo così interessante e ricco. E mi rendo conto di come la scelta del pianoforte come mio strumento non mi abbia precluso l'amore per altri repertori, soprattutto quelli in cui ancora lui non era ancora nato.]

Ringrazio il "felice equivoco" che mi ha concesso la possibilità di entrare in contatto con un repertorio che ancora non avevo ascoltato dal vivo, e che mi è davvero piaciuto.
Lascio le consuete fotografie, e rimando alla prossima occasione!













A presto!
Andrew

martedì 8 maggio 2018

Sul concerto del Ensemble Baroque "Carlo Antonio Marino" (Albino Classica - 5 Maggio 2018)

Sabato sono tornato all'Auditorium "Modernissimo" di Nembro -posto dove ero già stato l'anno scorso ad ascoltare l'esecuzione del Settimino Op.20 di Beethoven (QUI potete rivedere l'articolo che avevo scritto a riguardo)- per un concerto del Ensemble baroque "Carlo Antonio Marino". Avevo già avuto occasione di incontrare questi musicisti -fra i quali anche un paio di docenti che ho conosciuto personalmente durante il mio percorso di laurea triennale- un anno fa, a Casnigo, ed ho già raccontato qualcosa di loro in questo articolo.
Il programma si prospettava interessante, e prevedeva, oltre ovviamente a composizioni dell'omonimo Carlo Antonio Marino (musicista bergamasco nato nel 1670) anche altre di Locatelli, Vivaldi, ed il famoso Concerto per cembalo e archi in Fa minore BWV1056 di Bach.

Arrivai in tempo per prendermi un posto perfetto sia per assistere al concerto che per scattare qualche foto. Quando abbassarono le luci, rimase un meraviglioso chiarore giallognolo sui leggii e sul cembalo di legno chiaro.

la sala, prima dello spegnimento delle luci (purtroppo)
Una volta applauditi i musicisti al loro ingresso sul palco, attaccarono con la Sonata a quattro Op.6 n.7 di Marino, opera abbastanza breve caratterizzata da due tempi bipartiti, ovvero costituiti entrambi da una sezione lenta ed una più rapida, generalmente nel tipico stile imitativo.
Quindi ecco il "principe" della serata, appunto il Concerto in Fa minore BWV1056 di Bach. Era per me il primo ascolto dal vivo con strumenti dell'epoca ma, soprattutto, con l'uso del cembalo e non del pianoforte. E' stato un momento davvero emozionante, sia per l'esecuzione notevole del cembalista Maurizio Manara (meravigliosi gli abbellimenti -forse alcuni anche improvvisati o variati- del celebre Adagio), sia per il timbro così diverso da come lo conoscevo, più intimo e raccolto, più particolare. Mi ha portato a rivedere non di poco l'idea di "solista" in questi brani, specie quando il suo timbro veniva un po' sorpassato o il suo ruolo dominante messo a tacere per i passi dei soli archi. Veramente notevole ed interessante.
La prima parte (almeno da opuscolo del programma, anche se non c'è stata alcuna soluzione di continuità) conclude con la figura di Locatelli ed il suo Concerto a quattro Op.7 n.1, personaggio che mi ha colpito per l'esaltazione dei silenzi e delle cadenze (una nota di merito -la riprenderò anche dopo- a Cesare Zanetti e al suo approccio violinistico passionale e coinvolgente è quasi d'obbligo), il continuo alternare episodi lenti ad episodi più mossi, l'effetto quasi di "cori battenti" fra alcune parti e gli scambi di voci come fossero passaggi di un testimone musicale.

Il direttore Natale Arnoldi, che non ha mancato di coinvolgere verbalmente il pubblico, apre la seconda parte con la figura di Vivaldi, spiegando quanto, pur non essendo egli bergamasco, fosse comunque affine allo stile degli altri due compositori e di Bach, anche perché bergamo si trovava ancora "sotto Venezia". Il brano scelto è il celeberrimo Inverno dalle Quattro stagioni. Trattasi effettivamente di un Concerto per violino, archi e basso continuo in Fa minore (stesso impianto tonale di quello di Bach) enormemente conosciuto per il suo primo tempo -ma anche il secondo, spesso noto come "la pioggia" per i suoi pizzicati che accompagnano il canto spiegato e appassionato del violino solista- e meno per il terzo ed ultimo che, per ciò che mi riguarda, resta forse il punto più alto dell'intera opera. Notevolissima -ed anche un po' provante, almeno per lui- l'esecuzione di Zanetti al violino solo, che non ha risparmiato alcuna risorsa per far emergere sia i passi di bravura che tutta l'energia drammatica, appassionata e a tratti anche "immobile/gelida" di questo concerto.
Torna quindi sulla scena Locatelli, con un altro Concerto a quattro, Op.7 n.3, brano che ho veramente apprezzato e che non conoscevo. Qui l'atmosfera è decisamente più "primaverile", il clima più sereno e disteso. La forma in quattro tempi è inaugurata da un brevissimo Largo che sfocia in un Allegro imitativo frizzante. Poi ecco di nuovo un Largo, in tono minore, in cui il compositore torna a cercare quelle suspances che arricchiscono di attesa e struggimento. Il finale, un Allegro in stile direi "folk" (forse alla zingarese/ungherese?) porta una ventata di allegria e baldanza, coi suoi frequenti cambi di umore e di sonorità, le alternanze fra soli e tutti, fra piano e forte. Non so perché, ma ci ho sentito come un precedente del Sestetto in Sol maggiore Op.36 di Brahms, coi suoi toni villaneschi e gli echi di canti popolari.
Chiude il concerto di nuovo Vivaldi, con il suo Concerto in Do minore RV120, composizione che anche nell'occasione precedente avevo ascoltato ed apprezzato per la sua frenesia ed inquietudine.

Ancora una volta, me ne torno contento di aver ascoltato un po' di repertorio barocco, eseguito con gli strumenti giusti e in un luogo che invogliava all'ascolto.