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mercoledì 17 ottobre 2018

Alcuni volti della Russia del '900: il duo pianistico Costa – Casanova (Sala del Trono c/o Palazzo Visconti di Brignano Gera d'Adda, “Il Castello Armonico”, 14 Ottobre)


Ciao a tutti!
Eccomi qui dopo qualche tempo con un nuovo articolo scritto per Le Salon Musical. Questa volta il concerto era dalle mani di due pianisti che conosco ormai da qualche anno, Sara Costa e Fabiano Casanova, che hanno regalato un'ora abbondante di musica davvero interessante e ben eseguita.
Qui potete trovare l'articolo editato dal sito. Condivido il testo anche qui, come sempre:

"Alcuni volti della Russia del '900: il duo pianistico Costa – Casanova

Un concerto dal programma corposo e ricercato, ma soprattutto interamente composto da musica russa quello del duo pianistico di Sara Costa e Fabiano Casanova: dalla Gogol Suite di Schnittke, passando per il Concertino di Šostakovič fino alla Seconda Suite di Sergej Rachmaninov. Nella splendida Sala del Trono del palazzo visconteo di Brignano Gera d'Adda, abbracciata da un coro di raffinati affreschi, la scorsa domenica il duo ha emozionato il pubblico con un'ottima preparazione e un'intesa musicale notevole.
La poetica di Alfred Shnittke spinge – costringe, si direbbe quasi – atteggiamenti compositivi diversi a incontrarsi, a coesistere, concorrendo a creare atmosfere e sonorità nuove (si pensi, ad esempio, ai suoi Concerti Grossi, nei quali il nome, richiamando probabilmente quelli del grande Corelli, titola opere musicali dagli aspetti estremamente variegati, quasi dei collages di stili completamente differenti fra loro). Tali atmosfere e sonorità possono lasciare non poco “spaesati”, tanto per la tonalissima semplicità di certi materiali tematici quanto per l'effetto che si ottiene accostandoli a linguaggi meno consonanti. Non mancano, peraltro, nella Gogol Suite, palesi citazioni di autori antecedenti: spicca qui, su tutte, l'incipit della Quinta Sinfonia di Beethoven, con cui l'autore chiude in sospensione (non solamente armonica) l'Ouverture. A questa si succedono ben 6 altri brani dai titoli enigmatici e, se vogliamo, anche un po' bizzarri: “Il ritratto”, “Il cappotto”, “I burocrati”, “Il ballo” e “Il testamento”. Gli ultimi due, senza togliere alcunché ai precedenti – specialmente a Il ritratto, lungo brano che mette in luce tutta la dimestichezza di Schnittke con la musica da film – hanno colpito per le atmosfere cangianti e la forte identità espressiva dell'esecuzione. Il ballo, con un tempo di valse, poi à la mazùr, e poi ancora quasi di polka, trasporta l'ascoltatore fra salotti un po' enigmatici e misteriosi, danze popolari che, però, subendo quelle “sporcature” tipiche dell'autore, trasfigurano l'immaginario rendendolo più attuale, più vicino, meno sontuoso eppure tanto curioso. Bellissima la sezione in Allegro, eseguita con il giusto piglio. Ancor di più, Il testamento, con quella lenta conclusione su una melodia presa quasi in ostinato, che pare non riuscire a riposarsi, disturbata da isolati – e un po' desolati – accordi dissonanti.
Dopo Schnittke è Šostakovič a prendersi il palco, con un brano piuttosto noto alle formazioni di duo pianistico: il Concertino Op.94, in La minore. Il titolo rende piena giustizia al tipo di scrittura pianistica, chiaramente evocativa di un'immaginaria orchestra (forse da camera?). In taluni frangenti l'opera non manca di preludere il successivo meraviglioso Concerto per pianoforte n.2, per i tipici lunghi passaggi a due ottave di distanza, la propulsione motivica quasi marziale e l'energia vigorosa contrapposti a momenti più quieti e cantabili. Il senso dell'insieme è stato reso perfettamente da Sara e Fabiano, con il giusto balancing coloristico e una sincronia ritmica chiara e praticamente ineccepibile.
Infine, la bellissima – nonché celebre – Seconda Suite Op.17 di Rachmaninov. Scritta nel 1901, differisce dalla prima (l'Op.5, del 1893) per l'assenza di palesi richiami poetici, e per il fatto che i nomi dei quattro tempi in cui si articola sono molto più tradizionali e legati alle forme musicali che alle ispirazioni personali.
L'Introduzione, in tempo di marcia, mette in luce tutta la pienezza e il calore della scrittura pianistica del compositore russo, alternando passaggi omoritmici ad altri più contrappuntistici. Degno di nota è il poderoso corale in fff dell'ultima parte, eseguito con un vero senso di maestosa grandezza. Il Waltz, dal tiro spigliato e leggero, è stato uno dei momenti più alti dell'intero concerto: da ricordare, in particolare, le sezioni meno mosse, nelle quali Rachmaninov sembra intessere le stupende melodie spiegate che riverserà nel famosissimo Concerto per pianoforte Op.18: qui il duo, unendo a un bel suono disteso, sereno ma vibrante la scelta di un tempo sensibilmente più tranquillo, ha fatto trasparire tutta la ricchezza espressiva del brano. Quindi la Romance, dai toni eterei e morbidi, e dalla cantabilità più intensa e profonda, quasi “da brughiera” – l'atmosfera è infatti molto simile a quella del lied Lilacs, dallo stesso Sergej rielaborato per pianoforte solo. Il fraseggio nobile ed eloquente è stato gestito ottimamente. A chiusa, una focosa, grintosa e affilata Tarantella, tanto ardua d'esecuzione – ottima la scelta di una sonorità meno “secca” del consueto, e l'esaltazione di voci interne sovente un po' lasciate sottotono – quanto ricca di temi in insinuazione l'uno nell'altro (o l'uno sopra l'altro), tiene per l'ultima manciata di minuti il pubblico sul filo del rasoio per poi esplodere in un fortissimo conclusivo.
Tanti gli applausi regalati ai due pianisti, che, in cambio, concedono ben due bis: un caldo e sinuoso Tango di Samuel Barber, e uno stravagante By Strauss di George Gershwin."







A presto!
Andrew

domenica 30 settembre 2018

La mano infuocata di Passerini per il concerto d'anteprima delle Serate Musicali (Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 24 Settembre)

Rieccomi qui dopo qualche giorno, per condividere un altro articolo scritto per Le Salon Musical!

Questa volta i protagonisti sono diversi, ma tutti in un solo concerto: l'Orchestra Antonio Vivaldi, il Coro del Teatro Municipale di Piacenza e i Cori di voci bianche della Civica Scuola di Musica di Sondrio e della Scuola Goitre di Colico. In programma il Boléro di Ravel e Carmina Burana di Carl Orff, sotto la bacchetta del M° Lorenzo Passerini.

Di seguito il testo completo del articolo:

"La mano infuocata di Passerini per il concerto d'anteprima delle Serate Musicali 
(Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 24 Settembre)

Lunedì sera, 24 Settembre, presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano, ha avuto luogo il concerto-anteprima delle Serate Musicali di Milano, stagione di concerti che costelleranno i prossimi mesi fino a metà Giugno 2019.
Il programma dell'anteprima era molto interessante e massiccio: il famosissimo Boléro di Maurice Ravel e le altrettanto celebri cantiones profanae di Carmina Burana di Carl Orff.
Vorrei, anzitutto, sottolineare l'ottima preparazione dell'Orchestra Antonio Vivaldi e del Coro del Teatro Municipale di Piacenza; e, in particolare, dei due cori di voci bianche della Civica Scuola di Musica della provincia di Sondrio e della Scuola Goitre di Colico: è stato veramente emozionante constatare quale preparazione, quale professionalità avessero questi giovani ragazzi.
Vorrei fare, inoltre, un cenno all'energia trascinante e al gesto appassionato del direttore, il M° Lorenzo Passerini, il quale ha dato all'intero programma un'impronta raffinata ma straripante di vigore: certi fortissimo dell'intero organico riempivano la Sala e tenevano gli ascoltatori con gli occhi letteralmente sbarrati.
Il Boléro si è aperto cautamente, aprendosi lentamente come un fiore notturno. Passerini ha ben lasciato desiderare il culmine conclusivo, ed ha reso percepibile ogni ispessimento della scrittura orchestrale. Ricordiamo che quest'opera del compositore basco, scritta istigato dalla celebre ballerina russa Ida Rubinstein e da lui espressamente destinata al balletto, è nata un po' svogliatamente, appunto con l'idea di non proporla come musica fine a se stessa, credendola incapace di coinvolgere il pubblico senza i danzatori. Come si sbagliava! Tutti, oggi, possiamo renderci conto di quale eco essa abbia avuto e di quanto essa si associ quasi indissolubilmente al nome del compositore stesso.
Apparentemente quasi un mini-compendio di alta orchestrazione, Ravel sceglie un solo ed unico motivo, diviso in due parti – una dal carattere più dolce, l'altra più calda e sensuale – che, come venendo da lontano e con pochi strumenti, via via si avvicina fino a travolgere e divorare chi la ascolta. Come dicevo, in questo Passerini ha reso appieno la sensazione, giungendo alla fine con una vera e propria esplosione di colori, dimostrando il raffinatissimo gusto e genio orchestrale di Ravel.
Dopo una breve pausa, ecco cominciare la celeberrima e quasi brutale “O fortuna”, prima delle canzoni profane dei Carmina Burana di Orff. Nonostante la lunghezza di quest'opera imponente, il pubblico non cede e mantiene l'attenzione, si lascia assorbire dall'inquietudine di Fortuna Imperatrix Mundi, dalle visioni iraconde e d'osterie di In taberna e dalle dolci, a volte struggenti, immagini di Cour d'amours. Qualche piccolo cedimento del coro femminile non inficia la piena riuscita dell'esecuzione, mentre quello maschile non manca un colpo, interpretando magistralmente il sillabato serrato di In taberna quando sumus. I tre solisti declamano impeccabilmente: Anna Delfino (soprano) stupisce con i sovracuti di “Dulcissime! Ah! / Totam tibi subdo me!”, il controtenore Antonio Giovannini con un'ottima presenza scenica e la massima cura nell'articolazione verbale; Enrico Maria Marabelli ci regala una bella voce piena di baritono, una splendida “Dies, nox et omnia”, ed un breve sketch giocoso con il direttore d'orchestra.
Ecco ritornare sulla scena l'iconica “O fortuna”, che con l'esecuzione iniziale pare erigere due enormi colonne entro le quali si svolge l'intero possente racconto musicale di Orff. Il fragore orchestrale-corale raggiunge il vertice ed ecco che la musica si chiude, imperativamente.
La forte emozione che dilaga nel pubblico non lascia nemmeno un secondo di silenzio, e straripa in lunghissimi applausi che richiamano più volte sul palco il direttore d'orchestra, i tre solisti ed i maestri di coro.
Un'anteprima di stagione che è un vero trionfo."











A prestissimo!
Andrew

mercoledì 26 settembre 2018

"La lucida spontaneità di Irene Veneziano" (Missaglia, 22 Settembre)

Ciao a tutti!


Il mio più recente articolo per Le Salon Musical (che potete vedere sul sito QUI) riguarda una pianista che conosco da ormai un po' tempo e che apprezzo molto: Irene Veneziano.
Ho presenziato a un suo recente concerto al Monastero della Misericordia di Missaglia, nel quale ha suonato musiche di Chopin e Liszt.


Ripropongo il testo dell'articolo:

"La lucida spontaneità di Irene Veneziano

E' con non poco piacere che questa volta parlo di Irene Veneziano. Conosco quest'ottima pianista ormai da qualche anno – per essere precisi, dalla sua partecipazione alla Chopin Competition del 2010, quando si classificò tra i semifinalisti. In questi 8 anni circa ho avuto occasione di ascoltarla, seguirla, osservarla da tanti punti di vista, e in vesti differenti fra loro. Ho visto il suo stesso pianismo cambiare, consolidarsi e raffinarsi. Sono stato suo allievo in diverse masterclass, ed ho potuto sperimentare il suo approccio all'insegnamento, il suo desiderio di comunicare, mettendo a disposizione le sue conoscenze a tanti pianisti come me.
Il suo stesso amato Chopin ha cambiato un po' il volto, nel tempo. E questo è interessante, quasi divertente, se ci faccio caso. Non credo di aver mai udito esecuzioni “prestampate” dalle mani di Irene, interpretazioni che non subiscano – felicemente, direi! – l'influsso del tempo che passa e della maturità musicale che cresce. Questo mi è stato possibile notarlo, negli anni, ascoltandola eseguire più volte brani che porta in repertorio dacché la conosco.
Il concerto di Sabato 22 Settembre, presso quella bellissima cornice dal fascino quasi decadente che è il Monastero della Misericordia di Missaglia, più di altro ha riacceso questa consapevolezza: il programma bipartito fra Chopin e Liszt, ripercorrendo alcune fra le pagine più note dei compositori, è stata per me una chance di riascoltare Irene in un recital solistico, cosa che non mi accadeva da un po' di tempo.
Il primo brano, il celeberrimo Notturno Op.9 n.2 in Mi bemolle maggiore, ha risuonato delicatamente fra le alte arcate del Monastero. L'interpretazione era morbida, scorrevole ma molto cantabile, e non ha mancato di sottolineare eloquentemente i vari arabeschi e le minuscole varianti della melodia principale, per poi sperdersi in un quel brusìo di cristallo che è la coda. A seguire, altro brano tanto amato, la Ballata Op.23 in Sol minore. Da qui ho cominciato a percepire quella maturazione musicale di cui ho detto poco sopra. E' interessante notare come Irene abbia più volte eseguito certi brani senza mai “stancarli”, trovandoci sempre un pretesto per ricercare sfaccettature nuove, che fossero piccoli cambi di pedale, esaltazioni di polifonie interne o raddolcimenti di sonorità in precedenza sentite più epiche, come il bellissimo secondo tema, nella riproposizione centrale in accordi, in La maggiore.
Tanto tragica e perentoria si conclude la Ballata, tanto “sinistramente” si apre lo Scherzo Op.20 in Si minore, brano che non avevo mai ascoltato eseguire da lei (così come il precedente Notturno). Dopo i due accordi in fortissimo che suonano come caustiche annunciazioni, si apre lo scenario agitato e irrequieto dello Scherzo, fatto di rapidi slanci verso l'acuto ed indecisioni che portano la linea discorsiva ad infrangersi su accenti che ne invertono la rotta. Improvvise soste su ottave basse e cupi frammenti melodici continuamente – quasi ossessivamente – riproposti, il secondo tema che sembra nascere da un apparente rasserenato Re maggiore, ma che poi ripiomba nel primo tema, sempre più in fibrillazione, dopo una cadenza dagli afflati taglienti. Dopo la riproposta dell'intero episodio, ecco il cambio di scenario: una tenerissima melodia in Si maggiore, a quanto pare l'elaborazione di un dolce e nostalgico canto di Natale polacco. Sembra quasi un dondolo, una culla, questo morbido saltellare fra un'ottava e l'altra: la musica si crogiuola in se stessa, trova un po' di calore e fa sbocciare un tema dal tracciato più lineare e declamato, richiama il canto di natale... E' bene ricordare che Chopin stesso ci ha lasciato testimonianze sulla genesi di quest'opera nelle sue lettere. In una di esse, scritta a 20 anni nel Natale del 1830, egli racconta: «Dal momento che era la Vigilia di Natale [...] tutto solo, a passo lento, verso mezzanotte me ne sono andato alla Cattedrale di Santo Stefano. [...] Il silenzio era assoluto; talvolta solo il passo del sagrestano che accendeva le candele in fondo al tempio lo interrompeva. Dietro di me una tomba, sotto di me una tomba... mancava solo un sepolcro sopra di me. Dentro mi scaturì allora una musica tetra... e sentivo più che mai il mio assoluto abbandono». “Tetro”: quale termine migliore di questo per connotare lo Scherzo Op.20? Quale modo migliore per portare alla vista quel lato oscuro, tormentato del compositore, che asseriva di “fare il composto” nei salotti per poi “scagliare fulmini sul pianoforte” una volta rientrato a casa?
Se il primo dei quattro scherzi si presenta così inquietante e spettrale, non è da meno l'interrogativo inizio del secondo, celebre Scherzo Op.31, che chiude la prima parte del programma. Le sommesse ma mordenti terzine si alternano a incisi più appassionati, in registri opposti del pianoforte. Ho sentito tante volte eseguire questo pezzo da Irene, e anche qui trovo qualcosa di diverso, di ricercato ma anche di più libero. In particolare la sezione centrale, negli episodi più sonori, c'è una maggiore impronta poetica nonostante il ritmo sembri dire diversamente.
Dopo una breve pausa, Irene torna alla tastiera, aprendo la seconda parte con Sposalizio, poeticissimo brano lisztiano tratto dagli Années de Pelerinage. Il tocco morbido ed il legato non cedono di fronte alla scelta di un andamento decisamente più spedito di come lo abbia sentito in esecuzioni di altri pianisti. Ciononostante, è bello; specialmente la prima parte, delicatissima e dal suono quasi liquido, con una pedalizzazione tutt'altro che scontata.
Segue una delle parafrasi a mio avviso più riuscite fra tutte quelle scritte da Liszt, ovvero quella sul quartetto “Bella figlia dell'amore”, dall'opera Rigoletto di Giuseppe Verdi. I virtuosismi qui contenuti sono risolti in modo brillante, le ottave ribattute in modo rapido non sono affatto nervose, gli arabeschi che ornano il tema principale creano ondate che vanno e vengono sulla tastiera e scintillano discretamente come piccole perle toccate dalla luce delle vetrate.
Se si pensa che questo genere di composizioni, all'epoca, nascevano praticamente in pubblico, dalle richieste che quest'ultimo muoveva ai pianisti, si resta stupefatti delle abilità improvvisative – quasi da prestigiatore – di Liszt. E tutto ciò restando comunque molto musicale e ispirato: non c'è alcuna forzatura nei passaggi di bravura, non c'è traccia esibizionista.
Chiude il programma la focosa e brillante Rapsodia Spagnola. Irene non manca un colpo nemmeno qui, e conduce verso la meta in modo impeccabile. Bellissimi gli effetti della Jota Aragonesa, fra impeto di danza e rievocazioni nostalgiche, con mille e più varianti ritmiche e timbriche, prima di esplodere nelle energiche scariche di ottave alternate e in una coda pomposa che rievoca il primo, famoso, tema del brano, Folies d'Espagne."








A presto!
Andrew

venerdì 14 settembre 2018

“Un viaggio dal Mediterraneo all'Europa del Nord, ma a passo di danza”, il Quartetto Guadagnini a SpazioTeatro89 (MiTo Settembre Musica 2018)

Ciao a tutti!

Un nuovo mio articolo per Le Salon Musical, dopo uno splendido concerto del Quartetto Guadagnini per la stagione MiTo, a SpazioTeatro 89.
Eccone il testo:

Un viaggio dal Mediterraneo all'Europa del Nord, ma a passo di danza”,
il Quartetto Guadagnini a SpazioTeatro89 (MiTo Settembre Musica 2018)


Un programma molto interessante e dai molteplici fils rouges quello proposto ieri sera, 13 Settembre, a Milano dal Quartetto Guadagnini. Dal Kaiserquartett haydniano al focoso Quartetto Op.27 di Grieg e passando per Hugo Wolf, questa giovane formazione – nata nel 2012 e arrivata presto a tenere recitals in prestigiose sale e teatri, oltre che registrare le composizioni di autori contemporanei come l'italiana Silvia Colasanti – ha saputo rivelare tutti gli aspetti che animano le musiche messe in programma.
Sin dal primo attacco si è potuta notare la ricercatezza del fraseggio e delle belle sonorità, quel grazioso ben noto del grande Haydn; la spigliatezza ritmica, la cantabilità – distesa, espressiva, piena, ma senza sentimentalismo – del Poco adagio, cantabile, tema (con variazioni) noto ai più per aver preso il posto dell'inno nazionale tedesco. Vigoroso anche il Presto, che sembra sterzare improvvisamente la lietezza generale degli altri movimenti della composizione e illudere una chiusura d'opera dall'umore teso e combattuto, ma che, come una strizzata d'occhio, si risolve in un luminoso e riappacificante Do maggiore.
Quindi ecco la ben nota – e suonata – Italianische Serenade, primo tempo di un'ipotesi di suite del compositore. Wolf stesso infatti, nelle lettere, accenna ad un secondo movimento già completato, ma del quale non si conoscono che 45 misure, abbozzate. Si conosce, inoltre, anche qualche pagina di una Tarantella, che avrebbe dovuto occupare il movimento conclusivo, ma che Wolf non portò mai a termine. La Serenata Italiana ci trasporta in un universo danzato, vibrante ed eccitato, che non cede mai la tensione. Il Quartetto Guadagnini ha pienamente reso quest'emozione, con mille giochi di suoni, fraseggi imprevisti ed esaltazioni delle cangianti armonie, tanto da rendere questa composizione qualcosa che “sapesse di nuovo”.
Dopo una breve pausa, la seconda parte del concerto è dedicata al Secondo Quartetto per archi Op.27, in Sol minore, di Edvard Grieg. Quest'ampia pagina di musica – totalmente, ininterrottamente pervasa di passione e di slancio – ci sposta di colpo dai profumi mediterranei ai paesaggi norvegesi, eppure restando aggrappata al tacco dell'Europa grazie alla scelta di un frenetico e febbricitante Presto al Saltarello a chiudere l'opera. Il primo tempo, Un poco Andante – Allegro molto ed agitato, mostra senza remore né attese il suo carattere focoso – a tratti veemente, rude: la scrittura è quasi sempre densa, e la sonorità piena; l'insistenza delle appoggiature rende il discorso “affannato”, quasi ansimante, tormentato. La Romanze che si innesta fra il primo tempo e l'Intermezzo – il quale non manca affatto di input popolari, pur avendo un'impronta massiccia come il primo movimento – è inizialmente dolce e sinuosa, ma, al suo centro, serba un'ulteriore inquietudine, qualcosa che ci desta dalla pace iniziale (prima di ritornarci nuovamente, come ogni Romanza che si rispetti).
Non si può non fare accenno alla bravura del Quartetto nel rendere tutto questo aufschwung musicale, questa multiformità di sentimenti e di scritture musicali. In particolare il primo violino, Fabrizio Zoffoli, che ha dato prova di una padronanza strumentale tecnica ed espressiva veramente notevole.
Dopo tre scrosci di applausi il Guadagnini regala come bis un'imprevedibile e metamorfica Polka di Šostakovič (tratta da The Golden Age), dando una volta di più saggio dell'abilità esecutiva, della cura dell'insieme e della comunione di intenti, caratteristiche necessarie a fare ottime sintesi anche di brevi composizioni così “bizzarre” e piccanti.”


A presto!
Andrew

lunedì 3 settembre 2018

"Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione"

Ciao a tutti!

Dopo un periodo abbastanza lungo di pausa dal mio amato blog - ahimé non per vacanza! - finalmente torno qui per condividere un secondo articolo, fresco-fresco!, scritto sempre per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione di un concerto davvero stupendo a cui sono stato Sabato scorso, 1 Settembre, ovvero quello del Quartetto Epos con il bravissimo Simone Gramaglia a sostituzione della viola.
QUI potete direttamente leggerlo dal sito de Le Salon, altrimenti questo di seguito è il testo:


Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione

Se dovessi riassumere in poche parole indicative il concerto del Quartetto Epos di ieri sera, 1 Settembre, nella bella cornice della Chiesa di San Pancrazio in Bergamo Alta, direi: cura, espressione e coesione.

Questo quartetto d’archi nasce nel 2015 dall’unione di quattro giovani musicisti provenienti dal Conservatorio della Svizzera Italiana. Nel corso della loro formazione quartettistica – che tuttora continua, frequentando il “corso di alto perfezionamento per quartetto d’archi” del prestigioso Quartetto di Cremona – si sono avvalsi della guida di valenti musicisti come ad esempio Danilo Rossi, Kladi Sahatçi e Aldo Campagnari (alias il secondo violino del Quartetto Prometeo).

Il programma del concerto prevedeva musiche di Haydn, Beethoven e Bloch, ma, fino all’arrivo in loco, non ero a conoscenza dei brani effettivamente eseguiti.
All’entrata del quartetto, scopro che c’è qualcosa di diverso: la violista, Georgiana Bordeianu, è sostituita da Simone Gramaglia, il violista del Quartetto di Cremona citato poco sopra. E’ veramente una fortunata coincidenza, per me: ricordo, qualche anno fa, un suo concerto in duo con il bravissimo chitarrista Luigi Attademo, un concerto del quale serbo ancora meravigliosi ricordi, sia per la bellezza musicale direi totale, che per la bravura dello stesso Gramaglia, che mi aveva lasciato del tutto senza parole: un suono bellissimo, un atteggiamento di intenso calore e confidenza con il suo strumento, l’impressione che esso “parlasse” al posto delle sue labbra.

L’attacco è con il Quartetto in Si minore Op.33 n.1 di Haydn. A dire la verità non conoscevo bene questa composizione, ma sin dalle prime note mi sono reso conto dello studio profondo che si cela dietro l’esecuzione: i quattro musicisti sembrano disquisire fra di loro, a tratti divisi a paia, a tratti facendo saltellare fra loro frammenti contrappuntistici. Hanno tutti un’ottima preparazione musicale, il loro suono è sempre pulito ed intonato, chiaro ed espressivo. Da ciò si nota la cura nei confronti della partitura haydniana, l’esaltazione del valore di ogni singolo inciso, il fatto che si percepisca l’intera composizione come un’immagine dai contorni ben delineati, senza che questi siano didascalici o eccessivamente sottolineati. Nel Menuetto: Allegro di molto echeggiano ribattuti che saranno tanto cari a certi scherzi brahmsiani, come quello del Trio Op.8; mentre l’Allegro di apertura è disteso e intriso di chiaroscuri, di indeterminatezze fra tonalità maggiore e minore (tanto che, dalle primissime note, il Quartetto sembra essere in Re maggiore), di afflati, attese, e sospensioni su accordi che lasciano titubanze o qualche punto di domanda. Dopo un Andante espressivo e cantabile, il fragore del Presto conclusivo, nel tipico stile di tanti finali del compositore – presenti anche in varie sonate e divertimenti  per pianoforte – lascia senza fiato, chiudendo il quartetto senza fronzoli, quasi inaspettatamente.

Quindi è il turno del Quartetto in Fa maggiore Op.59 n.1 “Razumovsky” di Beethoven. Quartetto fra i suoi più noti ed eseguiti, scritto nel 1805, si contraddistingue per la lunghezza dell’Allegro iniziale che, illudendo con una partenza quasi “pastorale” (non mancano infatti possibili somiglianze con l’omonima sinfonia) affidata alla voce calda e profonda del violoncello prima, e più acuta del primo violino poi, conduce in differenti zone dell’immaginazione e dell’elaborazione tematica. Notevole è anche l’ampiezza dello sviluppo, che richiama sovente il primo tema – interamente o in parte –  “piegandolo” in svariati modi, o frammenti melodici dei ponti modulanti portandoli in progressione o in stile fugato.
Ma il più enigmatico movimento resta il secondo, un Allegretto vivace e sempre scherzando che, nonostante la dicitura scherzosa, ha quasi più il carattere di un “intermezzo” (un po’ come, per tornare al già citato Brahms, troveremo nel suo Quartetto con pianoforte Op.25): la propulsione e la varietà ritmica sono le fondamenta ed il motore ruggente di questo brano che, partendo ancora una volta dal violoncello solista con un ribattuto e, subito dopo, dal secondo violino come ad alludere un ironico assolo di tromba, è continuamente inatteso e imprevedibile, giocando a fare il semiserio, poi il simil-popolare, e poi ancora più lirico. Anche qui l’elaborazione tematica induce a credere che non sia uno scherzo come si è soliti concepirlo, ovvero con un trio a frattura di due aree espressive similari, ma ad un’altra forma sonata, con sviluppo e ripresa annessi.
L’Adagio molto e mesto, intriso di struggimento ed introspezione, curato meravigliosamente nelle sonorità e nei significati dal Quartetto Epos, si lega indissolubilmente al “tema russo” dell’Allegro finale tramite un trillo sospeso sulla dominante a conclusione di una lunga cadenza solistica del primo violino (eseguita molto bene da Livia Roccasalva). Ed una volta di più è il violoncello a irrompere sulla scena, con un tema dallo stesso carattere pastorale del primo tempo, ma qui il clima è indubbiamente meno disteso, rigoglia di maggiore brio ed esaltazione, quasi invitando ad una danza. Beethoven conia indissolubilmente la pagina con le sue iniziali riuscendo a sviluppare in stile imitativo anche i tasselli così “sintetici” di questo finale, e, dopo un breve attimo di pace apparente, esplode in una concisissima coda in Prestissimo, chiudendo il quartetto nel pieno enthousiasmos.
Emozionante è stato vedere come Simone Gramaglia, violista “sostituto” del quartetto – nonché loro docente, come detto poco sopra – osservasse costantemente gli altri tre musicisti e partecipasse all’esecuzione con una coesione e una comunione di intenti davvero notevole: non è stato raro vederlo eseguire la propria parte seguendo anche le restanti, partecipando negli attacchi, negli episodi omoritmici, nelle conduzioni dei discorsi musicali. Questo a riprova della validità di questo musicista, e indubbiamente anche dello stesso Quartetto di Cremona, di cui egli è componente.

L’ultima, stupenda parte del concerto è rivolta a un repertorio decisamente moderno, con Ernest Bloch e i suoi Paysages, tre piccoli pezzi per quartetto d’archi, tre piccole gemme musicali dai caratteri estremamente diversi. Frequenti armonici, utilizzo della sordina e della zona del ponticello: effetti e colori assai distanti dai quartetti di Haydn e Beethoven. Il primo, intitolato North, richiama alla mia memoria le atmosfere rarefatte, quasi nebbiose di Prelude à la nuit della Rhapsodie Espagnole di Ravel, con quei tetracordi discendenti ripetuti più volte in emiolia e quello stile “a macchie” nella distribuzione del materiale sonoro, quasi sempre costituito da pochissime note (talvolta cromatismi) o minimi frammenti melodici. Quindi il secondo, Alpestre, il cui titolo rende pienamente giustizia al carattere del pezzo, ben più “materiale” ed esplicito del primo, contraddistinto da un motivo espresso più volte dalla viola sola, quasi iconico, un versetto dolce e vibrante. E infine il terzo, Tongataboo, il più rude e focoso dei tre, contraddistinto da un ritmo incessante, quasi “rumoroso”, di ribattuti, pizzicati, quinte vuote e trilli nervosi, ai quali cerca di allinearsi una idea melodica di carattere patetico e melanconico, a metà fra il carattere di un tango un po’ bizzarro e un canto popolare di quelli tanto cari a Béla Bartòk.

Il quartetto riceve calorosi ripetuti applausi ed una standing ovation che istiga a regalare ben due bis: il secondo movimento del Quartetto Op.76 n.1 di Haydn e una ripetizione ancora più infuocata del finale dell’Op.33 n.1 eseguito inizialmente."


Spero di tornare presto e di non avere più "pause forzate" così lunghe!
Un saluto fresco di fine estate!

Andrew

lunedì 9 luglio 2018

Sull'inaugurazione della nuova sede di Cerabino Pianoforti (Lecco, 16 Giugno 2018)

Con un certo ritardo mantengo la promessa data al caro amico Robi, ovvero Roberto Cerabino, proprietario del negozio di vendita, restauro, accordature per pianoforti "Cerabino".
Dopo un periodo di lavori, la nuova sede del negozio è aperta al pubblico. Esattamente il pomeriggio di Sabato 16 Giugno 2018. Il luogo è meraviglioso, molto più grande del precedente. Ha un look più caratteristico, che sa far incontrare le caratteristiche intrinseche alla nascita dello stabile con il tocco di Roberto e i suoi pianoforti verticali e a coda (nonché un modello di fortepiano in esposizione, gentilmente concesso da una cliente). Sulle pareti non mancano echi della sede precedente, come le belle stampe in bianco e nero dei grandi musicisti classici e jazz del passato e di oggi.

Il clima è bello, c'è molta gente. Anche non musicisti, anche non pianisti. Anche "semplici" amici desiderosi di esserci e sostenere il nostro Cerabin's nella felice baraonda della giornata di inaugurazione. 
Il suono dei pianoforti, sperimentati dalle mani di adulti e piccini, si mischia al chiacchiericcio e alle risate dei presenti. Ritrovo con grande piacere vecchie conoscenze che non vedevo da tantissimo tempo, come il mio storico insegnante di armonia e composizione, "San" Paolo Sabadini, coi suoi pargoletti ora cresciutelli, la flautista Emanuela Milani ed il mio precedente accordatore, il caro Beppe Colombo.
Vedo Robi molto felice ed emozionato, e trovo la moglie Maria Antonietta anch'essa entusiasta e sorpresa di vedere tante persone.

Per l'occasione Robi Cerabino ci propone la figura di un bravo pianista jazz, a nome Antonio Zambrini, il quale tiene un'ora di concerto composta da brillanti improvvisazioni su canzoni famose dei decenni scorsi e da composizioni sue. Zambrini non manca di coinvolgere ed avvicinare i presenti, introducendo i vari brani con qualche parola e qualche battuta divertente.
Ed è lui che, a chiusa della sua esibizione, prima di regalarci il bis annuncia il prossimo rinfresco, gentilmente offerto da Cerabino Pianoforti.




Una cosa da sottolineare, è che Roberto ha accennato ad un possibile futuro concertistico della sede. L'acustica è molto buona, il luogo incita sia l'ascolto che l'organizzazione di eventi musicali come quello dell'inaugurazione. Speriamo davvero possa accadere!!

Un'ultima cenno, prima di concludere, ad un altro importante aspetto: Cerabino Pianoforti ha instaurato di recente una collaborazione con una nota liuteria milanese, la quale si occuperà anche della clientela lecchese. Purtroppo la città non ha (più?) un liutaio in zona, ed il servizio era necessario per tutti coloro che suonano strumenti ad arco o a corde, come le chitarre, i liuti e quant'altro.
Segno di come la cooperazione possa offrire all'intera clientela lo stesso grado di professionalità, disponibilità ma soprattutto possibilità.


Complimenti a Robi, e un caloroso augurio perché la nuova sede abbia il massimo successo!
Lascio qualche fotografia.






A presto, magari alla recensione del prossimo concerto! ;)
Andrew

domenica 8 luglio 2018

"Schubert o della sincerità della musica"

Come promesso, eccomi a condividere qui su Metathymos il primo articolo, un editoriale sulla figura di Franz Schubert, che Le Salon Musical ha pubblicato con la mia firma. QUI potete leggere l'articolo direttamente sul sito internet della rivista.
Viceversa, copio-incollo qui di seguito il testo integrale dell'editoriale:

Schubert, o della sincerità della musica

Stavo guardando, ascoltando un breve video in cui Luca Ciammarughi era intervistato a Piano City Milano, quando mi è scattato questo bisogno di scrivere. Luca ha, così, in tutta serenità e semplicità, dall’alto della sua disparata, a tratti impressionante conoscenza musicale – schubertiana in particolare – espresso alcuni concetti e visioni che hanno incontrato le stesse mie impressioni. Impressioni e ipotesi che mi sono fatto a suo tempo, quando il mio percorso di studi musicali mi ha portato ad avvicinarmi “seriamente” alla figura di Franz Schubert, affrontando la sua Sonata in La minore D784.

Non conosco molto della vita di Schubert, e, senza vergogna, ammetto anche di ricordare forse molto poco. Ciò che sapevo, è quanto si può trovare scritto in giro sui più comuni libri di storia della musica, o nel web. Ciò che ricordo, invece, sono lampi di luce, concetti brevi e sparsi ma che, probabilmente, per me devono aver significato qualcosa, e hanno stilato una fisionomia, seppur in modo tratteggiato. “Maestrino”, ricordo: un vezzeggiativo che tanti anni fa mi citò un mio insegnante di pianoforte. Così, a quanto pare, veniva sbeffeggiato Schubert da alcuni suoi contemporanei, in un epoca in cui il fantasma beethoveniano impregnava e inquietava ancora il mondo musicale. Ricordo di aver letto della “gavetta” di voce bianca di Schubert, della sua voce apprezzatissima e del suo amore per la vocalità stessa, che, guarda caso, ha generato un numero a quattro cifre di lieder. Ricordo che morì giovane, ahimè, ma come Mozart, lasciando a noi “poveri posteri” una marea di musica di grandissima importanza.

Fino a una decina di anni fa, di Schubert conoscevo prevalentemente – escludendo le composizioni pianistiche arcinote come i due cicli di Impromptus (di cui studiai il dolcissimo, ma per la mia sensibilità anche estremamente “sinistro” o quasi rinunciatario Op.142 n.2), i Moments musicaux, la Wanderer, la Sonata D960 e i brani a 4 mani come le Marce militari, la celeberrima Fantasia in Fa minore e il Divertimento all’Ungherese – la musica di genere cameristico. I quartetti d’archi primi su tutti, fra i quali i più noti La morte e la fanciulla e Rosamunda non sono che due ovvi esempi. Ma anche l’ultimo, pazzesco e meraviglioso, Quartetto in Sol maggiore D887 che – non mi si chieda perché – mi riporta di colpo alle sfumature del Sestetto Op.36 di Brahms (altro compositore di cui amo forse più il lascito cameristico che quello pianistico o sinfonico), specialmente nei momenti in cui il tono “folk” emerge più spiccatamente. Conoscevo i due trii con pianoforte, opere monumentali, dense e ricche di aspetti interessanti; l’incredibile Quintetto in Do maggiore, sempre per archi, composizione che assaporo ogni volta di più, ed il ciclo liederistico Winterreise, un vero e proprio viaggio (appunto) non solo nel freddo dell’inverno, ma fuori dal tempo e dal corpo.
Ignoravo quasi tutti le sonate. Ignoravo le sinfonie (non che ora le abbia masticate tutte, anzi), e ancor di più la musica sacra. Ignoravo perché riconoscevo una mia personale fatica ad entrare in contatto sincero e aperto con l’autore. Sono fatto così: se riesco a creare una sorta di intesa/intimità con un compositore, allora snodo una titubanza, scavalco una sorta di muro e lo abbraccio, o almeno non nego lo sguardo per imbarazzo.

Come dicevo, è stato l’incontro/scontro con la Sonata in La minore D784 a dipanare alcune nebbie e ad avvicinarmi alla figura di Schubert. Ciò non lo ha reso uno dei compositori ai quali mi sento più vicino per temperamento, né tanto meno mi ha portato ad amare tutto ciò che ignoravo di lui. Ma, indubbiamente, ha creato uno spazio in più, una conoscenza nuova che a suo modo mi ha dato molto.
D’impatto, mi viene da dire che Schubert è, molto più di altri e per i quali sarebbe più prevedibile dirlo, un compositore molto “inquietante”: proprio nel senso che, anche quando enuncia una melodia dolce e pacifica o un tema delicato e tranquillo, mi trasmette al contempo qualcosa di ombroso e sfuggente. Non mi riferisco solamente alla sonata di poco sopra, ma più in generale alla sua musica. Un po’ come quando Schumann disse di Chopin “cannoni sotto i fiori”, di Schubert direi “il buio dietro il sole”. Come una smorfia di tensione, che cerca di rannicchiarsi dietro un sorriso bonario; o una sorta di alito freddo dietro l’orecchio nel pieno di un momento di pace.
Mi torna alla mente una frase della cantante, Björk, “la musica non è questione di stile, ma di sincerità”. La musica schubertiana è molto ambivalente: estremamente schietta ed eloquente da un lato, quanto metaforica, diciamo, dall’altro. La rassegnazione che percepisco quando ascolto l’apertura della Sonata D960 è qualcosa che non riesco a togliermi di dosso, dalle orecchie. Questo tema così morbido, semplice e pulito, mi riporta al contempo un sapore di accettazione “passiva”, arresa, umile di un destino già tracciato a chiare linee.
Schubert è capace, con lo stesso motivo, di evocare luoghi molto reali e terreni, quanto piani molto più elevati e lontani. La prima volta che ascoltai in disco la Sonata in La minore, interpretata dal sommo Radu Lupu, ad esempio, rimasi sconvolto dalla ripresa del secondo tema, nel primo movimento: quell’aura di semplicità popolare dello stesso tema, nell’esposizione, si trasforma in qualcosa di ultraterreno, sognante ed elevato, al suo richiamo in La maggiore, nella ripresa. Questo canto pare uscire timidissimo, quasi un po’ controvoglia, obbligato dalla forma sonata, e dal punto più intimo dell’io. E’ quasi una preghiera, detta a proprie parole, innocente e con un velo di vergogna. Una sorta di risveglio lento da un sogno che non si vorrebbe lasciare.
E di nuovo, nella D784 io stesso ho percepito un aspetto della musica pianistica di Schubert che Luca stesso ha sottolineato: il suo “camerismo”, se così si può dire, la sua vicinanza con la scrittura dei quartetti o dei lieder, a volte addirittura ai limiti della trascrizione. Questo aspetto pone non di rado notevoli punti interrogativi con la tastiera, poiché non sempre è realmente possibile evocare certe sonorità con il pianoforte (e questo aumenta a sua volta lo strazio/struggimento nei confronti delle composizioni stesse). Diversi passi di questa Sonata hanno richiamato a me sonorità d’arco (il motivo iniziale, così essenziale e legato, espresso con le mani all’ottava, ne è chiaro esempio) o anche di fiati e di voci. Soltanto il finale può essere considerato un po’ più pianistico seppure non manchino tessiture adatte a un possibile trio o a una linea di canto con accompagnamento.

Un’altra cosa di cui mi sono accorto, è che la musica pianistica di Schubert non cerca facili virtuosismi, non ama gli effetti fini a loro stessi, non è, lo dico alla Ciammarughi, “biedermeier”. In un contesto musicale come il primo romanticismo, dove i grandi dominatori della tastiera solcano gli orizzonti (e i palchi dei teatri, o i tappeti dei salotti più in voga), Schubert percorre e traccia una strada tutta sua, coraggiosamente. Non ama le parafrasi, gli studi da concerto, le cascate di note e le scritture “di bravura”. Trova il suo nutrimento in un terreno in cui l’eloquio narrativo è il fattore predominante. Schubert si fa cantastorie, narratore di frivole situazioni salottiere quanto di ritiri al limite dell’ascetico. E’ qui che sento quella sua profonda radice del canto, quella sua voce bianca. E’ qui che mi accorgo dell’agilità melodica e della disinvoltura costruttiva e discorsiva. Cose che un po’ più avanti adotterà il già citato Brahms, il quale odierà a morte i funambolismi dei lisztiani e cercherà nel riappropriarsi di forme più classiche e convenzionali o in un riesumato rigore contrappuntistico (seppur d’ispirazione tardoromantica) i punti di forza della sua poetica musicale.
Così pare essere anche Schubert, che fra terra e cielo, inquietudine e riposo, rarefattezza ed intensità rinuncia a tutto ciò che sembra non essergli necessario, curandosi invece di portare avanti l’essenza, l’anima indispensabile della musica.

Come se ciò fosse poco!


Alla prossima!
Andrew

Collaborazione con Le Salon Musical

Recentemente ho avuto il piacere di instaurare una collaborazione con due interessanti riviste di musica classica ed operistica: Le Salon Musical e L'Ape Musicale.
Sono veramente contento di questa novità perché mi consentirà di scrivere anche al di fuori da questo mio blog personale (anche se condividerò sempre gli articoli anche qui).

Ringrazio Alessandro Cammarano e Matteo Pozzato di Le Salon Musical, e ringrazio anche Roberta Pedrotti, direttrice de L'Ape Musicale, per avermi accolto fra i collaboratori delle loro riviste. 
Sono certo che sarà una bella esperienza!

Lascio i link delle pagine facebook e dei siti internet di entrambe le riviste:

Non mi dilungo oltre. Nel prossimo post condividerò l'articolo che ha inaugurato la mia collaborazione con Le Salon Musical, a proposito di....

A presto!
Andrew

mercoledì 27 giugno 2018

"Bach: Concerto alla maniera italiana" (Per antiche contrade - XIV edizione - 23 Giugno 2018)

Sabato scorso, 23 Giugno, sono tornato in un posto che a me piace molto, ovvero la Chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore, uno dei luoghi a mio avviso più affascinanti del territorio insieme a quella di San Giorgio. Avevo visto sui social la pubblicità di un concerto molto interessante, che vedeva protagonista Luca Oberti. Praticamente, un concerto per clavicembalo solo.
Siccome non avevo ancora avuto modo di vivere un'esperienza del genere, le sono corso incontro (infatti ero in seconda fila, a due passi dall'esecutore).


Il programma era interamente dedicato a Johann Sebastian Bach, con particolare attenzione alle opere dal carattere "italianeggiante", dichiarato o meno che sia. Lo stesso Luca Oberti, preoccupandosi di introdurre sia l'intero concerto che i singoli brani, ha accennato alle esperienze italiane di Bach, le quali montano esattamente a ZERO, e di come, attraverso lo studio di partiture di allora noti compositori dello stivale (Frescobaldi, Marcello, Vivaldi...) egli si sia in qualche modo impossessato dell'arte italiana, all'epoca caratterizzata principalmente dalla variazione tematica, ma soprattutto da una polifonia spesso meno densa e complessa di quella tedesca, e volta maggiormente a evidenze melodiche (Italia patria del belcanto...) che a rigiri contrappuntistici alla maniera fiamminga.
Ecco quindi sbocciare il programma del concerto: si inizia con la Fantasia e Fuga in La minore BWV904, composizione a me un po' meno nota del compositore tedesco ma che mi ha colpito in particolar modo per il carattere musicale espressivo e un po' "patetico" della Fantasia introduttiva. Quindi, a seguire, il Concerto in Re minore BWV974, adattamento (spesso rielaborazione libera) del celebre Concerto per oboe di Alessandro Marcello. Degno di nota il Presto conclusivo, eseguito in maniera impeccabile e con un flusso continuamente stupefacente e brillante.
La seconda parte (senza soluzione di continuità dalla prima) ha visto l'esecuzione di un brano a me tanto caro quanto lungo il suo nome, il Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo BWV992. Questo brano è forse unico nella produzione bachiana per il fatto che è composto da brevi brani molto caratterizzati dal punto di vista "emotivo". Scritto da un Johann Sebastian nemmeno maggiorenne, narra di un episodio importante della sua vita, ovvero la partenza per la Svezia del fratello maggiore, anch'egli musicista, ed assunto appunto in nord Europa. Bach non rivedrà mai più il fratello per tutta la vita, e la commozione del distacco è palpabile già dal primo brano, dolcissimo e quasi sempre per intervalli di seste, quasi un canto bivocale (che Luca Oberti ha interpretato con grande semplicità e molto trasporto). Notevoli anche l'Adagiosissimo, lievemente fiorito qui e là dall'esecutore, e la conclusiva Fuga all'imitazione di Posta.
Conclude il concerto il celeberrimo Concerto nach Italienischem Gusto BWV971, composizione che non ha bisogno di presentazioni, ma che Luca esegue in maniera direi strabiliante. E, ancora una volta, il finale in Presto si rivela travolgente, con momenti di pura esaltazione.

Ho davvero goduto di un repertorio eseguito su uno strumento vicino a quello originale, un repertorio a tratti poco proposto e a tratti super conosciuto in ambito di musica classica. Sono veramente grato a Per antiche contrade, che ha creato questa splendida occasione di ascolto e "degustazione".
Lascio qualche scatto rubato durante il concerto.

 






Alla prossima!
Andrew

venerdì 22 giugno 2018

Recensione di "Notturni rossi" da parte di Gian Luigi Bonardi (su ilmiolibro.it)

Dopo neanche due giorni dalla mia recente pubblicazione, sul sito ilmiolibro.it un iscritto di nome Gian Luigi Bonardi ha scelto di leggere la mia raccolta di poesie e di stenderne una libera recensione, che ho molto apprezzata, soprattutto perché non me la sarei proprio aspettata così alla svelta!

Non mi dilungo -come al solito ho poco tempo, uffa!- ma vi lascio QUI il link dove è possibile leggerla.
Vi comunico anche che, qualora vi piaccia l'idea, una recensione potete farla anche voi. Se non ho capito male, su ilmiolibro.it si ha la possibilità di leggere una copia digitale gratuita del mio libro (essendo fra le nuove proposte) con la clausola di scrivere poi una libera recensione.

A presto!
Andrew

mercoledì 20 giugno 2018

Nuova pubblicazione: "Notturni rossi"

Oggi parlo di qualcosa che mi riguarda in prima persona. Dopo ben 8 anni dalla pubblicazione di Mùrmure, la mia prima raccolta di poesie (potete trovare QUI delle informazioni utili, se volete), ho deciso di ripetere questa esperienza e di pubblicarne un'altra. 

Si chiama Notturni rossi. E' una passeggiata più o meno lunga e più o meno tracciata; un'opera che ho creato in poco tempo e senza troppo pensarci su. In ordine cronologico sarebbe la mia quinta raccolta di poesie: un paio restano private, ed un'altra, antecedente a Notturni rossi, sul punto di pubblicarla l'ho percepita incompleta e un po' irrisolta, ed ho quindi preso del tempo per lasciarla maturare e rivederla a tempo debito.

Ho voluto espressamente, in Notturni rossi, togliere qualunque possibile istinto di rendere prestabilito, progettato o poco spontaneo il tutto. Le poesie contenute sono prevalentemente degli ultimi 18-20 mesi, ma altre vengono anche da molto lontano. Ascoltando l'estro e "la pancia", sono andato a ripescare cose "vecchie" ma ancora attuali, che ho inserito o rivisitato.
Non voglio dilungarmi con le mie parole. Preferisco lasciarvi un estratto della prefazione, scritta da Marco Greppi, e lasciarvi un link dove poter guardare meglio l'opera e, perché no, acquistarla:

"[...] Il percorso di lettura che ci propone l’autore non è causale, piuttosto sincronico, quasi alchemico, laddove, partendo dal movimento di passeggiate si arriva alla multiformità entropica dei brandelli consunti e macerati dal fumo e nell’alcol utilizzato come catalizzatore nella soluzione alchemica di questa Rubedo. Ed è “quest’ultima” fase che conferisce colore e aggettivo ai Notturni; in cerca di una finale energia e, contemporaneamente, esplodendo di passione e di sangue; notturni inevitabilmente rossi forse per cercare il rosso della rivoluzione, della ribellione verso attimi persi. Notturni rossi, perché rosso è, tra tutti, il colore intermedio tra il bianco e il nero, tra la presenza e l’assenza."

QUI potete trovare la pagina del sito ilmiolibro.it dove eventualmente visionare ed acquistare la raccolta.
Vi lascio anche l'immagine estremamente essenziale che ho scelto come copertina:

A presto, e fatemi sapere se vi piace!
Andrew

martedì 12 giugno 2018

Concerto dei doppio coro "Open Space" (2 Giugno - Circuito Organistico Internazionale in Lombardia - AGiMus Lombardia e Associazione Le 7 note)


Ahimé è già trascorsa più di una settimana dall'evento di cui parlerò in questo post. Purtroppo gli impegni della mia quotidianità non mi hanno concesso di occuparmene prima e di stendere una breve recensione.
Sabato 2 Giugno sono stato alla Chiesa di S. Giorgio di Almenno S. Salvatore (BG) per ascoltare un concerto di voci a capella, il doppio coro "Open Space". Per la precisione, i due cori concomitanti erano il "Legictimae Suspicionis", e il "Vokal Total". Quest'ultimo, un coro formato da giovani ragazzi e ragazze provenienti dal Liceo "Secco Suardo" di Bergamo.
Il programma prevedeva musiche di varie epoche e di differenti ambiti, sacri e profani, popolari e “colte”. Gli autori, i più disparati, dai noti Orlando di Lasso e Pierluigi da Palestrina, o Dowland, ad autori meno proposti come Lechner, Enrico VIII Tudor o addirittura canti popolari e di anonimi del XV e XVII secolo.
La Chiesa di S. Giorgio è un luogo poco utilizzato, ma a mio parere molto suggestivo quanto adatto a questo genere di iniziative. L'acustica è buona, lo scenario luminoso e l'aspetto estetico si presta a molteplici utilizzi. Speriamo sia possibile, con il tempo, vederla sempre di più aperta che chiusa.



Sono arrivato al concerto, a dire il vero, un po' col punto di domanda sopra la testa. Un po' perché, di tutto il programma, conoscevo pochissimi brani; un po' perché non conoscevo nemmeno le due formazioni corali. Ma devo proprio ammettere che sono rimasto sorpreso sia nell'uno che nell'altro caso. La preparazione vocale era notevole, la direzione, alla mano di Donato Giupponi, era chiarissima e molto efficace, la compattezza sonora e l'unità ritmica, anche nei tratti polifonici, pienamente riuscita. E ciò mi ha molto rallegrato e confortato, anche appunto per la presenza di un coro formato da giovani liceali, a testimonianza di come ancora oggi la buona musica unisca, possa unire e possa appassionare anche i ragazzi, che non si finisce mai di criticare per i comportamenti diciamo più “clichés”.

Ma torniamo al concerto. La cosa che ho più apprezzato è stata l'aver concepito l'intero evento come un percorso musicale in interazione con gli ascoltatori. Inaugurato da una sorta di motto di apertura declamato da uno dei cantori, ha come rievocato quella usanza teatrale di certe commedie del 500-600, con la quale si enunciava la morale delle vicende inscenate, o si invitava semplicemente il pubblico a dare la propria attenzione. Ho visto, inoltre, alternarsi varie formazioni e varie “masse corali”, disposte in modo direi quasi coreografico, con persone più avanti ed altre più indietro, sul piano dell'altare o giù dai gradini. O fino a creare un cerchio attorno ai banchi della chiesa, cerchio nel quale racchiudere l'intero corpo di spettatori ed immergerli totalmente nel riverbero armonico dei canti, spesso accompagnati dal suono di bicchieri di cristallo sfregati con i polpastrelli bagnati.

Veramente suggestivo, e direi anche un po' fuori dal tempo. Ecco qualche fotografia, in modo che possiate averne una idea.









Alla prossima!
Andrew