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domenica 1 dicembre 2019

Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Ciao a tutti!

Sarò velocissimo perché ho pochissimo tempo: condivido come sempre la mia più recente recensione di un concerto. Sono tornato da Cerabino Pianoforti per l'esibizione del Trio AnciAntica. Un programma monografico o quasi su Bach, con una sterzata verso Platti.

Come sempre l'articolo è stato scritto per Le Salon Musical, e potete leggerlo QUI.
Il testo integrale qui di seguito:

"Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Cerabino Pianoforti a Lecco prosegue i suoi appuntamenti dedicati alla musica classica e jazz a seguito di un anno veramente fitto di occasioni interessanti. Roberto Cerabino, creatore di tali iniziative nonché proprietario del negozio, propone ciò in virtù del suo profondo amore per la musica, a prescindere dagli stili, dai periodi storici o dalle culture di provenienza. I concerti, con ingresso a libera offerta, si tengono solitamente a cadenza mensile – talvolta due al mese – e Sabato scorso, 23 Novembre, è stata la volta di un trio dalla formazione inusuale: clarinetto-violoncello-organo, denominato “AnciAntica”.
Tale formazione, composta rispettivamente da Francesco Chimienti, Maria Antonietta Puggioni – che aveva già fatto capolino in Marzo con il trio d'archi tutto al femminile “Artemisia” – e dal Maestro Mario Valsecchi (conosciuto anche in ruolo di Direttore della Cappella Musicale del Duomo di Bergamo) ha proposto un programma semi-monografico sulla figura di Johann Sebastian Bach con una piccola incursione nel repertorio violoncellistico di Giovanni Benedetto Platti.
Non è certo consuetudine ascoltare con un ensemble di questo tipo il repertorio bachiano dei Trii-Sonate, delle arie o di alcuni corali estratti dalle cantate. Sappiamo anche che il compositore tedesco non nutriva un grande amore per il timbro clarinettistico, ciononostante è cosa risaputa che nel periodo Barocco si era soliti eseguire musica piegando talune composizioni originali per gli strumenti disponibili all'occasione, adattandole di conseguenza.
Lo stesso Maestro Valsecchi ci racconta, a tal proposito, in una sorta di intervento all'interno del concerto: alcuni dei brani proposti dal Trio AnciAntica sono arrangiamenti di originali organistici; altri, come accennato precedentemente, parti corali proprie di alcune cantate – ne è esempio il mesto e celebre canto ornato in soprano Nun komm', der Heiden Heiland BWV659, primo dei quattro casi in programma – “rimaneggiate” per organo e quindi per trio, affidando magari la melodia principale al clarinetto che la cede poi all'organo o al violoncello in imitazione, nella sua interezza o in parte. L'intenzione, pertanto, non è certo quella di stravolgere le intenzioni di Bach, quanto di mettere in atto una prassi per nulla rara all'epoca, allo scopo di renderne comunque un prodotto musicalmente valido ed equilibrato.

Ad aprire questa serie di trascrizioni sono il Trio in Sol maggiore, di carattere spigliato, e l'Aria in Fa maggiore, dai toni più morbidi e dalle frequenti imitazioni. Dopo il canto ornato sopracitato, ecco quello in tenore, Wachet auf, ruft uns die Stimme BWV645, in cui è possibile notare un ruolo organistico di maggiore rilievo grazie a una scrittura che non si risparmia in quanto a ornamentazioni, senza però perdere l'atmosfera iniziale di dolce solennità.

Diversa, invece, è la Sonata per violoncello solo in Sol minore (con sostegno organistico) che si inserisce nel momento centrale del concerto: aldilà del fatto che si tratta di una composizione originale, essa funge anche e soprattutto da “punto di rottura”, portando gli ascoltatori a contatto con il linguaggio di un altro compositore – probabilmente meno noto ai più – per una manciata di minuti. La scrittura di Platti è meno fitta ed elaborata di quella di Bach. La Sonata, infatti, si apre con un Adagio di stampo lirico e patetico, in cui le imitazioni hanno più funzione retorica che strutturale; ad esso segue un Non presto, tempo di sonata in nuce dal piglio vivace, ricco di botte e risposte fra i due strumenti. Quindi un Largo in tonalità maggiore, nuovamente di impronta cantabile ed espressiva, ed un Allegro di chiusura in tempo ternario – quasi una gigue – che va dritta al punto, senza esitazioni.

E senza esitazioni si torna di nuovo a Bach, con la Trio Sonata in Do maggiore BWV529. Il felice Allegro di apertura ha quella scrittura schiettamente bachiana per la quale un elemento ritmico-melodico – in questo caso un breve episodio passeggiato, introdotto dall'organo – funge da colonna tematica portante di un intero movimento. Nel Largo successivo in tonalità relativa minore l'espressione si fa più intima e introversa, quasi elegiaca tramite l'affidamento del doloroso tema principale al clarinetto. Chiude un Allegro in stile fugato che vede “rimbalzare” il soggetto da uno strumento all'altro, per poi frammentarsi e ricomparire quasi “intermittente” tra divertimenti e stretti di libera invenzione.
Dopo il trio sopra Herr Jesu Christ, dich zu uns wend' BWV655, e il corale in trio Allein Gott in der Hoh' sei Ehr BWV664, chiude il concerto il Trio in Do minore BWV585, dai toni più misteriosi e dimessi del precedente trio, mantenendo sempre quella scrittura a libera imitazione/canone, sia per la prima parte, un mesto Adagio, che per il successivo Allegro."

Lascio sempre qualche foto di rito, e un saluto!




A presto!
Andrew

mercoledì 23 ottobre 2019

Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Rieccomi qui! Fortunatamente non è passato troppo tempo, come l'ultima volta.

Voglio condividere con voi una delle ultime recensioni che ho scritto per Le Salon Musical, sito-rivista di musica con cui collaboro ormai da più di due anni. Mi dispiaceva non poco aver sospeso i miei contributi durante l'estate, e sono contento di aver rimesso in marcia questo lato della mia vita.

Settimana scorsa, giovedì 17 Ottobre, in Sala Greppi a Bergamo c'è stato il concerto del famosissimo Trio di Parma. E' stato davvero un concerto memorabile!
Di seguito trascrivo l'intero articolo, che comunque potete leggere QUI sul relativo sito:

"Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Ieri sera, 17 Ottobre, per il terzo appuntamento del trentaseiesimo festival internazionale “Concerti d'Autunno”, promosso dall'Associazione Sala Greppi di Bergamo, il palco è stato affidato al Trio di Parma. La celebre formazione violino-violoncello-pianoforte, costituitasi nel 1990 al conservatorio dell'omonima città, ha eseguito un programma in prevalenza legato al repertorio di Antonìn Dvorak con una parentesi dedicata a Robert Schumann, il quale, insieme a un Brahms svelato soltanto nel – e dal – bis resteranno in sordina come due benevoli fantasmi ad echeggiare qua e là fra un inciso e l'altro, fra un'idea musicale e l'altra, fra un movimento e l'altro.

E, proprio di Schumann, curiosa è la scelta dei Sechs Studien in kanonischer Form (Sei studi in forma canonica) Op.56 nella trascrizione del compositore e pianista Theodor Kirchner: aldilà della rara esecuzione di questi pezzi, è altrettanto insolito proporre brani in versione “non originale” (in questo caso, scritti per organo o pedalklavier). Ma del resto, la versione per trio funziona assai bene, il materiale tematico è ottimamente distribuito e le peculiarità timbriche dell'organico non mancano di speziare, di rivestire di luci differenti i contenuti musicali. A cominciare dal primo, Nicht zu schnell, sorta di valido sostituto per il primo di una raccolta di preludi (e fuga?) in tutte le tonalità maggiori e minori, fino a raggiungere lo splendido Adagio finale, nel quale il Trio di Parma trasfigura impercettibilmente l'idea del canone rendendolo il pretesto con cui lasciare emergere una composizione dalla vibrante e toccante espressività. Lecita è l'ipotesi che un brano come questo possa aver stimolato la nascita di composizioni come l'Adagio del Trio Op.8 di Brahms (compositore assai legato alla figura schumanniana) guarda caso per identico organico e impianto tonale.

Quindi ecco arrivare Dvorak, con il suo primo Trio con pianoforte Op.21, in Si bemolle maggiore. Per essere il primo di una serie di 4 – comprendendo il Trio “Dumky” – e scritto da un Antonìn appena 24enne, presenta già non poca maturità: solidità e ampiezza formale, ottime orchestrazioni, continue elaborazioni tematiche e modulazioni inaspettate. La scrittura è massiccia, la polifonia tiene sempre viva la tensione, e il clima popolare tanto caro al compositore non manca mai di farsi sentire.
Ineccepibile l'esecuzione del Trio di Parma, curata in ogni minimo fraseggio e in ogni singola articolazione. A partire dall'Allegro molto iniziale, scintillanti le timbriche, mai dure le sonorità poderose, splendido il climax prima della ripresa; tremante e commosso il secondo tempo, Adagio molto e mesto, con quella cantabilità “tipicamente boema” dei movimenti lenti di Dvorak; meraviglioso il successivo Allegro scherzando, in cui la continua ripetizione di frammenti melodici molto affini tra loro non è mai parsa prevedibile, anche grazie a un'ottima gestione delle ondulazioni agogiche e l'enfatizzazione dei momenti più grandiosi. Infine l'Allegro vivace di chiusura, che in sé qualcosa di schumanniano ce l'ha davvero, come pseudo palese citazione o forse più per la sua immediatezza narrativa e l'imprevedibile mutevolezza armonica (come, ad esempio, nel secondo tema), portano a una chiusura luminosa la prima parte del concerto.

Segue il celebre Trio “Dumky” dello stesso Dvorak, Op.90, ovvero il quarto ed ultimo trio con pianoforte.
Già dal suo nome possiamo dedurre con una certa chiarezza le idee e le ispirazioni del compositore, così intensamente permeato di atmosfere ed espressioni popolari natie. La dumka è una forma-composizione-canto di derivazione ucraina dai tratti profondamente malinconici e contemplativi – non a caso il termine significa proprio “riflettere” – sovente scritta in tonalità minore e con tono elegiaco. Nel caso di Dvorak essa si avvicina molto alla czarda ungherese, nella quale tra i vari episodi mesti si intercalano momenti decisamente più frizzanti o leggeri, quasi sempre di ispirazione danzata.
Il Trio “Dumky” è formato quindi da 6 brani aventi bene o male tutti queste caratteristiche, variamente combinate od elaborate. Eppure, in ogni dumka il lato più triste tocca corde diverse, passando dal patetico al dolcemente abbandonato, dal teso al nostalgico – alcune pedalizzazioni al pianoforte da parte di Alberto Miodini hanno reso questi episodi davvero memorabili, evocando un vero e proprio senso di distanza, di lontananza sia in termini di spazio che di tempo.
Degna di nota è anche la scelta, da parte del Trio di Parma, di diversificare a livello interpretativo anche le sezioni rapide, ovvero quelle apparentemente più immediate dal punto di vista contenutistico ed espressivo. Ad esempio, nella prima dumka la sensazione che si riceve è quella di una tenera rievocazione, quasi il ricordo di un dolce passato spensierato; nella seconda, di notevole effetto è la scelta di cominciare il Vivace non troppo sostanzialmente dalla ripetizione della frase musicale, che lascia il desiderio di un brio che si fa attendere, e che giunge fragoroso solo quando anche l'accompagnamento pianistico si fa più serrato.

In tutto questo, innegabile è l'impressione che la figura di Brahms permei invisibilmente tutto il repertorio proposto: lo stile e la scrittura di Dvorak hanno una forte affinità con i Trii brahmsiani, e nei Sei studi canonici di Schumann evidente è la vicinanza con le ispirazioni melodiche del compositore amburghese, di cui, guarda caso, il Trio regala come bis l'appassionato secondo movimento del Trio Op.87."





Presto verranno altre recensioni, ma soprattutto altre bellissime occasioni di ascolto, come quella di Mario Brunello, proprio domani sera, 24 Ottobre, sempre in Sala Greppi.

Perciò, a presto! E questa volta per davvero.
Andrew