mercoledì 25 ottobre 2017

Concerto della Cappella Musicale e strumenti del Duomo di Bergamo (Rassegna "In Tempore Organi")

"In Hymnis et Canticis" il titolo dell'ultimo -ahimé- appuntamento di "In Tempore Organi", la breve rassegna di concerti organizzata con il patrocinio del Comune di Almenno San Salvatore e l'associazione Antegnati dello stesso comune.
Quest'ultima serata era prevista presso la Chiesa di San Salvatore del omonimo paese, e affidata alla Cappella Musicale e Strumentale del Duomo di Bergamo, gruppo che avevo già avuto modo di ascoltare la scorsa primavera proprio nel loro "luogo d'origine". Essa è composta da un gruppo corale (classico SATB), un basso solista, ed una piccola orchestra barocca composta da due violini, un violoncello, un contrabbasso, un trio di tromboni e l'organo. La direzione è al braccio del Maestro Mario Valsecchi.

Il programma, incentrato sul periodo barocco con alternanze di brani strumentali ad altri dalle predominanze corali o vocali, prevedeva composizioni di autori celebri, quali Dietrich Buxtehude o Johann Pachelbel; e meno noti -ma non del tutto sconosciuti, almeno a me!- come Michael Altenburg, Johann Michael Bach (suocero del ben più conosciuto Johann Sebastian), Johann Rosenmuller e altri.

Un brano del quale mi sento di accennare in particolare è la Sonata X à 5 di Rosenmuller, per 2 violini, 3 tromboni e basso continuo, che non conoscevo (ma che, forse, avevo già ascoltato proprio da loro la volta precedente) ed ho trovata davvero apprezzabile. Nonostante il baricentro sia pienamente tonale, le successioni armoniche e le modulazioni vengono risolte senza scontatezza, ed il discorso musicale -grazie anche all'artificio imitativo, ben percepibile- non stagna mai , tenendo vivi l'interesse e l'attenzione di chi ascolta. Anche le dissonanze, risolvendo spesso ed improvvisamente su armonie morbide e "pulite", giocano un ruolo importante, rendendo il gioco strumentale più denso ed appassionato. Ottima, indubbiamente, anche l'esecuzione degli strumentisti, che hanno saputo fare luce su tutte queste caratteristiche.

Per ciò che riguarda le composizioni di carattere corale, Buxtehude, insieme ad Altenburg, è stato l'autore che più mi ha colpito. In particolare, il suo All solch dein Gut wir preisen, con l'aggiunta dei tromboni a differenza di Befiehl dem Engel dass er komm, mi è veramente piaciuto, ed ho trovato il coro e gli strumenti in ottima forma!
Anche le composizioni di Vincent Lubeck e Franz Tunder con il basso solista -interpretate da Alessandro Ravasio- sono state ottimamente eseguite. In particolare Hilf deinem Volk, Herr Jesu Christ, con i lunghi "melismi" in terzine di ottavi e in quartine di sedicesimi del solista nella parte centrale, ben "passeggiati" e chiaramente enunciati.

[Una sola nota critica mi sento di fare, e non riguarda le ottime esecuzioni: la necessità di un volantino o di un libretto con i testi declamati (soprattutto quelli in tedesco) od i movimenti delle composizioni strumentali; sarebbe stato di grande aiuto per una maggiore comprensione dei brani, e, di conseguenza, anche per una partecipazione emotiva alle esecuzioni.]

Lascio qualche scatto della serata, sperando di presenziare ancora ad altre realizzazioni!





Andrew

domenica 22 ottobre 2017

Su "Confessioni di un oppiomane" (Thomas De Quincey)

Torno a "recensire" una lettura, fresca fresca. Ho acquistato questo piccolo libro di Thomas De Quincey (il quale comprende anche altre opere più brevi, come "Suspiria de profundis" o "La diligenza inglese") sempre al mercatino dell'usato e dell'antiquariato di Imbersago, domenica scorsa, e l'ho praticamente divorato; in meno di 7 giorni, se penso che in un paio di questi non ho avuto la possibilità di leggere prima di dormire, perché era già tardi -o, semplicemente, morivo di sonno.

Sin dalle prime righe mi sono sentito inghiottito dal modo di scrivere e di esprimersi dell'autore; che, per quanto assai meno "poetico ed a modo", a me ricorda non poco -chissà perché?- quello di Proust, nella "Recherche": sentito ed appassionato, libero e sciolto come un nastro, erudito ma focoso, spontaneo e fluido. 
Spero di non azzardare troppo con questa affermazione. De Quincey non si lascia sfuggire termini più "diretti", il suo procedere è senza freni inibitori: una completa sincerità, svergognata, anche negli argomenti più torbidi o dei quali si percepisce il non andarne fiero, senza per questo scadere nella sboccatezza gratuita (da questo si sente come Thomas fosse uno studioso: era considerato un grecista sensazionale, tale da superare alcuni suoi stessi docenti). Proust, diversamente, nonostante trasmetta benissimo le sue sensazioni, è sempre un po' più riservato e "non del tutto espresso": l'immagine che ho, è quella di starsene un po' come seduti all'ombra morbida ed aromatica di un albero di limoni, osservando la vicenda svolgersi su di una spiaggia assolata ma non proprio a due passi da noi.

Non manca, nelle "Confessioni di un oppiomane", anche l'elemento "confusionario" o contraddittorio. Anzi, questo non fa che rincarare quel senso stesso di sincerità e di schiettezza voluto dall'autore sin dalle anticipazioni -ma riscontrabile anche nella post-fazione- al volume. Un oppiomane che non si nasconde, ma va quasi fiero di esserlo. Che non antepone banali perbenismi o colletti inamidati. Egli sa di navigare nel mare nero dell'oppio; sa dei suoi effetti positivi e negativi, delle visioni tanto quanto della sensazione di pace; dell'alterazione che subiscono il trascorrere del tempo, gli oggetti, i ricordi, le strade percorse. 
E di questo status "altro" De Quincey quasi si compiace; anche quando, dall'uso misurato e disciplinato dell'oppio -tanto da scegliere, per il consumo, sempre il martedì o il sabato, giorni nei quali va all'Opera ad ascoltare una cantante favorita- passa alla totale dipendenza, a quell'assunzione incontrollata, che rende complici i suoi momenti di inettitudine, i suoi sogni orientaleggianti ed inquietanti (nonché del tentato suicidio della moglie, estenuata da un uomo così ingestibile e ben oltre le righe) e i suoi risvegli in lacrime, alla vista improvvisa dei suoi figli.

L'autore sostiene di voler sfatare il mito che l'oppio sia meramente ed unicamente "distruttivo": da esperto quale è, si sente in dovere -ed in diritto- di saggiarci delle sue esperienze, e di conseguenza di chiarire quali siano effettivamente gli effetti del laudano. Desidera debellare la consuetudine medica -pur ammettendo la sua non poca ignoranza sull'argomento- per rimpiazzarla con la verità del "drogato" dipendente (e come dargli torto? In un certo senso, non si può parlar di ciò che non si conosce...) che ne è quasi del tutto uscito. Perché, contrariamente all'aspettativa che crea nel lettore prima della post-fazione, De Quincey non ne esce completamente, ma ne riduce enormemente l'abuso. Arriva a passare 90 ore senza oppio, ma gli effetti devastanti sul suo stomaco -complice, probabilmente, anche l'enorme fame patita in giovinezza, la quale, ben prima dell'oppio, gli procurava fortissimi bruciori gastrici- lo inducono a ricorrere al "rimedio malsano" che, quanto meno, sembra anestetizzarlo da questi patimenti.

La conclusione è una nota di speranza verso coloro che, come lui, sono più o meno dipendenti dall'assunzione di oppio: non testimonia che si possa uscirne, ma si sente di ipotizzarlo con una certa convinzione. Riferisce ad assuntori meno esagerati di lui, che potrebbero magari resistere agli effetti collaterali della disintossicazione. Parla ancora dei suoi sogni assurdi che, nonostante siano passati dei mesi, ancora lo assillano (seppur più debolmente, parallelamente alla quantità drasticamente inferiore di laudano ingerita).
La conclusione lascia, infine, un forte senso di aspettativa: egli stesso sostiene che questo saggio potrebbe e sarebbe potuto essere ben più esteso e dettagliato. Quando fu steso per le pubblicazioni -ovvero la seconda volta, poiché la prima fu scritta per una pubblicazione periodica, per la quale aveva uno spazio ridotto- il suo stato di salute non era tale da poterlo implementare ulteriormente, pertanto si preoccupò solamente (e nemmeno del tutto) di rivederne le bozze di stampa.

Eccoci di fronte, di fatto, ad un excursus senza vero traguardo. Conviene, allora, sederci ed assaporare (quasi fossimo noi sotto effetto dell'oppio, questa volta) il gusto piccante e mai nauseabondo dell'indeterminatezza, immaginando chissà quali altri episodi, quali altre vie di Londra di notte, quali altri amori svaniti, quali altre colline o quali altri sogni l'autore avrà conosciuto, senza mai potercene assicurare davvero.

Andrew

sabato 21 ottobre 2017

Letture dimenticate (ovvero: su "La Morte a Venezia" di Thomas Mann)

Certi libri, magari brevi, che si leggono in estate ricordano i classici "amori" adolescenziali che nascono nella stessa stagione: finiscono presto e ce ne si dimentica con la stessa rapidità.
Mea culpa!, mi dico sorridendo. Perché "La Morte a Venezia", per quanto non sia un romanzo di ampio respiro, non è affatto una lettura di poco significato. Ecco, quindi, che mi sovviene un altro dettaglio: sembra quasi che, ultimamente, mi stia facendo amico Thomas Mann. Quando stavo ricominciando a leggere "Doctor Faustus" nemmeno ci avevo fatto caso. Me ne sono accorto soltanto la scorsa domenica, al mercatino di Imbersago, quando, fra i libri usati che ho scelto di comprare ce ne erano ben due altri dello stesso scrittore, dedicati prevalentemente ai racconti.

Tornando alla Morte a Venezia, a suo tempo lo scelsi perché ne avevo sentito parlare (o almeno non mi era nuovo il titolo), e perché, sostanzialmente, sono almeno due anni che vorrei concedermi una vacanza per visitare la città lagunare -che non ho mai vista, ahimé- ma non mi è ancora stato possibile.
La trama del racconto/romanzo breve narra gli ultimi momenti della vita dell'artista Gustav von Aschenbach, "appesi" totalmente -e drammaticamente- alla figura di Tadzio, un ragazzino polacco dai tratti efebi e soffusi. Aschenbach, recatosi a Venezia nella speranza di trovare un luogo salubre nel quale riposarsi dai suoi sforzi creativi -una creatività rigorosa, disciplinata quasi al limite, che non si concede deroghe- si imbatte in una città sempre più assalita dal virus del colera, che nemmeno a lui lascerà scampo. Egli, dopo un sogno caratterizzato da esperienze orgiastiche e dionisiache, si riconosce sempre più sedotto dalla bellezza di Tadzio e prigioniero del desiderio sessuale di lui. Ecco, quindi, che si imbatte prima in scambi di sguardi sempre più insistenti, e poi in inseguimenti e pedinamenti per gli infiniti vicoli della città, in bilico tra la totale perdita del dominio di sé ed il pendere dai movimenti del ragazzo, con lo sgomento di come ciò possa accadere ad un uomo dalla tempra e dall'onore come i suoi. Alla fine, estenuato dalla malattia -della quale non sembra curarsi, incatenato com'è alla sua brama- si accascia e muore sul lido, dedicando gli ultimi sguardi al suo adorato Tadzio (il quale, a sua volta si stava dirigendo in acqua dopo un litigio con gli amici), immaginandosi in un altrove nell'intento di raggiungerlo.

Ancora una volta, troviamo nello scrivere di Mann il suo lato omosessuale sempre "represso" e dolorosamente vissuto. Inoltre, così come per la figura di Adrian in "Doctor Faustus" egli si ispirò, per il lato estetico, ai tratti di un vecchio amore non corrisposto, ed alla descrizione della musica -dichiaratamente, e con tanto di post a conclusione del romanzo- allo stile dodecafonico di Schoenberg, per von Aschenbach sembra si sia ispirato duplicemente alla figura di Gustav Mahler (del quale condivide il nome) ed al poeta August Von Platen, il quale venne a Siracusa per turismo sessuale e lì morì di colera.

Lo stile narrativo è inconfondibile, con le sue frasi articolate, con vocaboli spesso ricercati e approfondimenti nonostante la brevità. E', comunque, una sorta di novella che si lascia leggere piacevolmente, forse più passionale e istintiva anche del "Faustus", nella quale dominio di sé e impossibilità di frenare le proprie pulsioni anche più "vergognose" fuoriescono senza tanti fronzoli; Aschenbach è il prototipo della persona che si riconosce in un certo modo, ma che esperienze altre lo porteranno a cambiare idea e a sondare nuove profondità del proprio io.
Il ritmo è avvincente, meno frastagliato o "affaticato" del solito Mann, il quale si concede meno spazio a dispersioni e specificazioni, meno possibilità di perdersi in sentieri secondari. Ancora una volta, ma senza per questo apparire meno interessante, la figura della perdizione del sé di un artista, che sembra estirparsi dall'epoca romantica e trapiantarsi ad un contesto storico più vicino ai nostri giorni. Come per dirci che certe inclinazioni umane non finiscono mai di indurci a fare i conti con noi stessi; o come per ricordarci che ognuno di noi si conosce alla perfezione, ma soltanto fino a che non approccia ad un mondo o ad esperienze fino ad allora mai vissute, le quali possono stravolgere se non addirittura ribaltare l'idea che di noi ci si era data ormai per "assodata".

Lettura consigliata, almeno secondo il mio modesto parere.
Curioso anche che, da quando ho ripreso il "Faustus", sia finito apparentemente (?) involontariamente (?) a cercare altri suoi libri, altri suoi racconti, altri suoi scritti.

A presto!

Andrew

giovedì 19 ottobre 2017

Sul "Doctor Faustus" (Thomas Mann)

Agli inizi dello scorso Settembre ho ripreso fra le mani un libro che avevo abbandonato quasi dieci anni fa, più precisamente nell'Aprile del 2008, a sole 150 pagine dalla fine -su quasi 600 totali, ovvero il celebre "Doctor Faustus" del noto romanziere e scrittore Thomas Mann.
Le ragioni per le quali lo avevo abbandonato per mesi sul comodino e, una volta gettata la spugna del tutto, tentennato, spolverato e quindi rimesso in libreria, erano molteplici. Ma, una su tutte, era la sua eccessiva -almeno ai miei occhi- dispersione in contestualizzazioni storiche, che non raramente erano sempre le medesime: il periodo storico della seconda guerra mondiale, con Fürer annesso, e le varie battaglie che la sua amata Germania sostenne in quegli anni bui.
Più che tenuto con la tensione alta, mi sentivo spesso allontanato dal focus, messo in stand-by. E questa non vuole essere né una critica aspra e "facile", né tanto meno una sminuita superficiale dell'autore, ma una sincera ammissione di mie sensazioni, o forse anche meglio di miei limiti ed insofferenze, probabilmente auto-inflittemi dalle aspettative che nutrivo dopo aver letto alcuni passi focali del volume.


La storia, ambientata -appunto- in una Germania nazista, mette al centro la figura di Adrian Leverkühn, migliore amico d'infanzia dell'autore, il quale si cala nei panni di un letterato a nome Serenus Zeitblom. Adrian è il tipico bambino -e poi ragazzo- dalla mente prodigiosa, al quale nulla sfugge di alcuna disciplina; il perfetto intellettuale e filosofo, filoteologo e amante dell'arte. La facilità del suo apprendimento è più volte narrata, così come la noia, velata di superbia, che lo coglie puntualmente a metà delle lezioni. E', altresì, un bambino perennemente vittima di una forte e disturbante forma di emicrania, tanto da ridurlo a letto ed al buio non di rado.
Questi elementi ne tracciano una fisionomia flebile ma algida e distaccata, o meglio inavvicinabile. Ammirato, ma non ammiratore. Amato, ma non amabile. Quasi venerato dagli amici o dai compagni di studi, ma dei quali lui, diversamente, non sembra curarsi affatto se non durante le loro disquisizioni filosofiche e teologiche. La sensibilità di Adrian è totalmente interiore ed interiorizzata, come cacciata sul fondo di una cripta invisibile a tutti, ma che fuoriesce soltanto in piccole circostanze (commoventi le pagine dedicate al bimbo chiamato "Echo", del quale egli fa da zio paziente e dispensando coccole, storielle e passeggiate).


Senza stare a descrivere tutto il libro, fondamentalmente Mann sceglie la figura di Adrian come riflesso di una Germania tronfia che, a causa di se stessa, giungerà all'autodistruzione. Infatti, il protagonista, a metà dell'opera, si troverà davanti la figura di Mefistofele, il quale lo porterà a prendere coscienza della sua fascinazione per il demonio, adombrata dalla scusa degli studi teologici e matematici; della sua noia superba, la quale cela un piedistallo radicato nella consapevolezza di apprendere più rapidamente del normale. A lui Adrian venderà l'anima in cambio del successo sicuro e del genio compositivo: perché soltanto lo studio della musica lo porterà in un luogo ove non è tutto "finito", e quindi placherà la sua sete -o meglio, la trasformerà in una continua "tensione drammaticamente assetata"- di conoscenza e di "andare a fondo", con il destino, però, segnato e già condannato.


Le pagine indubbiamente più febbricitanti ed emozionanti corrispondono ai momenti in cui il narratore trascrive in toto il dialogo fra il musicista ed il diavolo, e quello in cui il primo giunge agli ultimi momenti prima che la sua anima venga dannata.
Il dialogo fra Adrian e Mefistofele parte in modo classico, con quest'ultimo che cerca di fare "l'affare" con l'anima del protagonista; ma, successivamente, divaga e diviene una disquisizione quasi filosofica sul male, sull'inferno, su Adrian stesso: il diavolo sembra quasi uno psicanalista, nonostante i tratti volutamente tentatori e "commerciali", nel fine di attrarre a sé il talentuoso ragazzo.
Le pagine dedicate agli ultimi momenti di un Adrian "presente e vivo" sono sconcertanti, in un continuum di crescente fibrillazione. Egli, terminata la sua ultima composizione -ovvero Lamentatio Doctoris Faustis, dichiarazione del suo patto col diavolo, organizza un grande incontro con amici, colleghi e persone corollario dei suoi anni di musica e successi -insolito per un solitario distaccato come lui, ed infatti non poche persone restano sorprese. Le fa accomodare nel salone della dimora ove lui risiede (nel piccolo paesino di Pfeiffering) e ammette, poco a poco e davanti a tutti loro, della sua antica colpa. Gradualmente gli ospiti iniziano a lasciare la sala e, quando finalmente egli si dirige al pianoforte per saggiarli di qualche esecuzione della Lamentatio, dopo i primi accordi dissonanti cade a terra perdendo conoscenza. Da qui alla fine del libro si profilerà la figura di un altro Adrian, caduto nell'oblio di una malattia mentale, che non riconosce più i cari, senz'anima né spiritualità; annichilito e magro, pallido, che tenta addirittura il suicidio.


Ecco tornare il riflesso con la situazione germanica coeva: la fine della guerra, la sconfitta, la distruzione e la delusione del cuore dello scrittore, la vergogna quasi della sua nazionalità. L'anima perduta della sua amata Germania.
Le ultime righe lasciano interdetti e senza parole, come se il volume, nonostante la sua corposità (593 pagine), non sia forse ancora del tutto concluso; o piuttosto perché nemmeno nel suo cuore, Serenus/Thomas ha davvero idea di cos'altro si possa aggiungere per chiudere un caposaldo della letteratura come questo.


Andrew




mercoledì 11 ottobre 2017

Concerto del Ensemble Vocale Odhecaton (rassegna "In Tempore Organi") - 8 Ottobre 2017

Domenica scorsa sono tornato alla Chiesa di San Nicola di Almenno San Salvatore, luogo che mi piace parecchio e nel quale -per chi mi avesse letto in precedenza (vedesi articolo QUI)- avevo assistito ad un bel concerto di musica celtica. 
La rassegna In Tempore Organi, giunta alla 21ma edizione, offre appuntamenti musicali variegati che, però, diano la possibilità al bellissimo Organo Antegnati del 1588 di far sentire la sua voce.

Copertina dell'opuscolo contenente l'elenco dei concerti della rassegna coi relativi programmi

Questa volta toccava al ensemble Odhecaton, gruppo vocale maschile di voci sceltissime, compresi registri di controtenore. 

                 [Il controtenore, lo specifico per chi non lo sapesse, è quel registro vocale maschile in grado di intonare suoni sovracuti, raggiungendo essenzialmente l'estensione femminile. Anticamente, specialmente per il repertorio sacro, l'arte del canto era riservata unicamente agli uomini. Ecco perché, per raggiungere certe note, divennero popolari i cosiddetti "evirati" o "castrati" (come il noto Farinelli settecentesco), e quindi poi i controtenori.]

I cantori erano "soltanto" 5, compreso il direttore, Paolo da Col. All'organo il custode del Antegnati, il Maestro Luigi Panzeri.
Il programma, come spiegato durante l'introduzione, prevedeva l'esecuzione di brani estratti da messe su cantus firmus o su melodie popolari o in voga e riprese da più compositori (come il celebre tema de l'homme armé) quali Josquin Desprez, Compère, Pier De La Rue; quindi, passando per altrettanti noti nomi quali Andrea Gabrieli e Adriano Banchieri, alcuni brani incentrati sul tema detto Aria del Granduca (o "di Fiorenza"), per concludere con "O che nuovo miracolo" di Emilio de' Cavalieri.

Non credo di avere parole adatte per esprimere la bellezza di questo concerto, la natura delle voci, l'impasto soave e profondo delle voci degli Odhecaton. Nulla è stato lasciato al caso, nessuna voce aveva un ché di artificioso o artificiale e l'acustica della Chiesa di San Nicola non ha certo ostacolato l'ottima ed emozionante riuscita del concerto. Nella seconda parte, l'ensemble ha raggiunto il maestro organista al piano superiore, ed hanno cantato dalla terrazza dell'organo stesso. Un'emozione indescrivibile...
Tornati "sulla terra" per ricevere tutti i meritatissimi applausi, l'ensemble ha bissato il brano di Desprez, "Tu solus qui facis mirabilia / Nobis et fallatia - D'ung aultre amer", per me la cosa più bella di tutto il concerto, nel quale le voci hanno dato il meglio del loro potenziale e della loro perffetta amalgama.

Uscendo dalla chiesa, a fine concerto, non ho resistito: sul tavolino dedicato agli opuscoli e all'iscrizione alla newsletter, ho visto le loro registrazioni della Missa Papae Marcelli di Palestrina e della Missa in Illo Tempore di Monteverdi, composizioni in assoluto fra le mie preferite di due fra i compositori italiani che più amo. Non ho potuto fare a meno di portarli via con me.








In attesa dei prossimi appuntamenti, mi godo queste incisioni pazzesche!
À bientôt!

Andrew

martedì 1 agosto 2017

Concerto per la "Nobile serata in Villa Sormani Marzorati Uva" (20 Luglio)

Due giorni dopo il Settimino di Beethoven è venuto, diciamo, il mio turno.

Ero stato contattato per tenere un concerto presso la storica Villa Sormani Marzorati Uva di Missaglia, luogo veramente suggestivo e pieno di fascino che ti porta indietro nel tempo, a quando il concetto del salotto, in cui si riunivano ospiti, amici, artisti, eruditi e musicisti era un tratto tipico di quegli ambienti. Tant'è che in questa villa c'è una vera e propria Sala della Musica, con un pianoforte Schneider di un secolo e mezzo di vita che regna al suo centro, ed attorno poltroncine e divanetti per gli ascoltatori.


Un paio di vedute della Villa e della sua Sala della Musica
La serata si è aperta con un brindisi per gli invitati e gli ospiti, quindi una visita guidata del piano terra della Villa, con il Conte Uva come "cicerone" che non ha mancato di raccontare aneddoti. 
Successivamente la prima parte del mio concerto, che prevedeva il celeberrimo Adagio sostenuto della Sonata "al chiaro di luna" -come tutti amano chiamarla- di Beethoven e la Sonata K.570 in Si bemolle maggiore di Mozart. Lo Schneider in sala ha dato del filo da torcere un po' a causa della sua età, ma la sua fascinosa sonorità d'altri tempi ha reso questi brani ancora più d'effetto.
Una dimostrazione di show-cooking di alta pasticceria ha seguito questi brani, ed ha regalato agli ospiti un momento di svago, chiacchiere e degustazioni in terrazza, fronte giardino, circondati da candele accese, il mormorio delle piante al vento e un principio di notte stellata poco sopra.


Quindi sono tornato io, con la seconda parte del mio concerto, dedicata brani di Chopin, come il noto Preludio n.15 "Goccia d'acqua", il Notturno Op.48 n.2 o il Lento con gran espressione... ...fino a concludere con il preludio "...les sons et les parfums tournent dans l'air du soir..." e l'altrettanto celebre Clair de lune di Debussy. Questa volta è stata lasciata libertà al pubblico di restare in Sala della Musica o concedersi l'ascolto dall'esterno, godendosi una bella luna sovrastante.

Chiude la serata una visita ai piani superiori della Villa ed un saluto agli ospiti.
Bella occasione di suonare per delle persone attentissime (qualcuna così tanto da filmarmi per un intero brano girandomi intorno o standomi a pochi centimetri!) che hanno saputo apprezzare le varie sfumature di tutta la serata.
Lascio qualche fotografia scattatami durante le prove ed il concerto, e ringrazio l'organizzazione per avermi contattato. Ho ricevuto molti feedback positivi!






Andrew

"La lunga vita di un Settimino" (18 Luglio)

Meno di 10 giorni dopo la "Gran Partita" di Mozart ad Algua mi si è presentata l'occasione di ascoltare un brano oggi forse quasi mai inserito nei festival musicali o nelle rassegne di concerti, eppure a suo tempo estremamente celebre: il Settimino Op.20 in Mi bemolle maggiore di Beethoven, per archi e fiati.


Come dicevo, al tempo della sua nascita -fra il 1799 ed il 1800 (come la Prima Sinfonia) da un Ludwig alle soglie degli "enta"- quest'opera della fine del primo periodo compositivo beethoveniano, è dedicata all'Imperatrice Maria Teresa, e fu eseguita per la prima volta a Vienna il 2 Aprile dello stesso anno, per poi essere pubblicata nel 1802. Ottenne un immediato successo ed una sensibile risonanza nella vita musicale contemporanea, ricevendo altresì molti elogi e consensi da parte della critica.
Lo stesso Ensemble L. Van Beethoven, che ha eseguito ottimamente la composizione presso l'Auditorium Modernissimo di Nembro (sempre per la rassegna Suoni in Estate), dando qualche cenno storico e contestuale al brano non ha mancato di ricordare come il Settimino restò in voga ed in molti programmi da concerto di quel periodo; e, per quanto non propriamente prediletto da Beethoven a causa della sua "facilità" -legame direttissimo con i più leggeri divertissements, armonie "pulite" senza troppe ricercate divagazioni, ispirazione dichiaratamente popolare, ritmi di danza, strutture formali di stampo classico- tanto da dire a riguardo, anni dopo: "C'è tanta immaginazione, ma poca Arte", divenne molto popolare e suonato proprio grazie all'immediatezza dell'ispirazione melodica e all'agilità in esso così densamente presenti.

Se tale è la "semplicità" compositiva o creativa, non è lo stesso per l'esecuzione, almeno per quanto ho potuto osservare ed ascoltare io: il Settimino richiede un'ottima padronanza delle sonorità e degli attacchi, una omogeneità e bellezza di colore negli insiemi, capacità di "sonorità solistiche" da parte di quasi tutti gli esecutori (soprattutto il violino ed il clarinetto, evidenti protagonisti della scena per praticamente tutta la composizione), espressività piena, risoluzione di passaggi virtuosistici.
Mi sento, in questo senso, di sottolineare la bravura di Eleonora Matsuno, violinista, e di Camillo Battistello, clarinettista: sin da subito hanno dato prova di tener ben testa alle richieste esecutive e discorsive della composizione.




Il brano ha diversi tratti in comune con la precedente Gran Partita di Mozart. Anzitutto, l'architettura e l'alternanza di brani e di "umori" tipici delle Serenate: per quanto il Settimino abbia un movimento in meno, e quindi perda la simmetria che culmina col quarto tempo in Mozart con l'Adagio, stabilizza il suo equilibrio diversamente inserendo, dopo un primo movimento aperto da un'introduzione in Adagio che sfocia nel Allegro con brio, pieno di energia imitativa e melodie frizzanti, un importante Adagio cantabile; quindi un Tempo di Minuetto, al quale seguono un bellissimo Andante con variazioni (altro forte tratto somigliante con Mozart) ed uno Scherzo ("Allegro molto e vivace") in tempo ternario, quasi un secondo rapido Minuetto; infine ecco sorgere una nuova introduzione lenta, per bilanciare ancor di più la struttura: un intenso Andante con moto alla marcia, preludiante i climi funebri tipici di certe composizioni di Beethoven (come l'Adagio della celebre Quinta Sinfonia o il terzo tempo della di poco successiva Sonata per pianoforte Op.26). 

Un febbricitante e scattante Presto, chiude in modo ottimistico -ma non senza spirito drammatico e profondamente espressivo- il brano, lasciando calore ed un fremito di energia negli ascoltatori.
L'Ensemble ci lascia con l'esecuzione, come bis, del primo movimento di un altro Settimino, quello del francese Adolphe Blanc, compositore del periodo romantico non molto conosciuto ma autore non poco interessante. Il suo Settimino mi ha attratto per le sfumature chiaro-scure degli accostamenti armonici e per l'ispirazione melodica vibrante, a volte quasi struggente.




Altra ottima serata che mi porto in tasca, con le sue emozioni e la mia gratitudine lasciando l'Auditorium.

Andrew

lunedì 31 luglio 2017

La "Gran Partita" di Mozart ad Algua per la seconda edizione di "Suoni in Estate"

Neanche il tempo di gustare il concerto celtico del 8 Luglio ad Almenno, che la sera successiva sono finito ad Algua, piccolo paesello della Val Serina, presso la Chiesa di S. Antonio Abate, ad ascoltare l'OperaFiati Ensemble: era prevista l'esecuzione della Gran Partita per 13 strumenti K.361 di Mozart, composizione che io amo veramente tantissimo. Il concerto faceva parte della rassegna Suoni in Estate, un ciclo di concerti -ben 70!- suddivisi in 10 progetti differenti riproposti in varie località "fuori dalle solite", dislocate fra le province di Bergamo, Brescia e Sondrio, a contatto, spesso, con luoghi suggestivi e paesaggi inconsueti.

Locandina della rassegna "Suoni in Estate"... presa leggermente in prestito dal web!
Tornando alla Gran Partita, conobbi quest'opera Mozartiana, lo ammetto, "tanti anni fa" guardando il film Amadeus. In una scena, Salieri ne descrive il sublime Adagio centrale in modo tanto poetico che all'epoca mi prese la curiosità di andare ad ascoltarlo, e scoprii che la Gran Partita è una serenata di dimensioni abbastanza ampie, in ben 7 movimenti. Già all'epoca della sua stesura (intorno al 1781, eseguita per la prima volta 3 anni più tardi, e, secondo alcune voci non appurate, composta da Mozart come dono a Costanze in occasione del loro matrimonio) si fece notare per la complessità esecutiva -ad ogni strumento a fiato vengono richieste doti solistiche e anche una buona dose di virtuosismo- e l'ampia struttura formale (oltre che per la presenza di un isolato contrabbasso contro 12 strumenti a fiato!).

La struttura in 7 tempi è sostanzialmente simmetrica: al centro, come dicevo, è posto un Adagio dai toni dolcissimi e dalla grande espressività, che richiede molta bravura ed equilibrio sonoro all'ensemble. Per non fare confusione, elenco tutti i movimenti in ordine di esecuzione:

Largo
Allegro molto
Minuetto con Trio I
Adagio
Minuetto con Trio
Tema con Variazioni
Finale: Allegro molto

Il Largo di apertura, dal tono solenne, è abbastanza raro in Mozart. Il seguente Allegro molto è monotematico, concentrato tutto sul colore e i rimandi strumentali, non manca del tipico brio fantasioso dell'autore e di un'armonia interessante.
I due Minuetti con Trio hanno il caratteristico andamento della danza, si richiamano a toni popolari e contrastano nei loro Trio per tonalità e scrittura. Il culmine espressivo del Adagio è seguito da un Tema con Variazioni, nel quale Mozart si diverte a creare continuamente "stanze" fatte di accostamenti strumentali diversi. L'Allegro molto finale è un Rondò dal clima pieno di esaltazione e quasi umoristico, dà come l'illusione di essere "tutto d'un fiato": i dialoghi fra gli strumenti si fanno quasi civettuoli, giocano a confondersi e ad alternarsi senza sosta, fino a sfociare tutti insieme nel poderoso accordo di Si bemolle maggiore, conclusivo.

Non mi dilungo oltremodo. Ho trovato l'esecuzione del Ensemble OperaFiati molto bella ed efficace, i timbri strumentali puliti e ben equilibrati fra loro. Molta partecipazione personale. Sono giunto a conclusione del concerto senza rendermene quasi conto, con quella leggera ingordigia di chi l'avrebbe riascoltata da capo.





Andrew

Serata di musica celtica ad Almenno San Salvatore (8 Luglio 2017)

Con un ritardo di qualche settimana cerco di rimettere mano al mio blog. A parte l'articolo sul libro di Tournier scritto ad inizio mese, non ho avuto modo di dedicarmi alla recensione di alcuni eventi ai quali ho partecipato, da spettatore o in prima persona, durante questo mese tutto sommato ricco di impegni ma anche di belle emozioni e scoperte.
Scelgo, per venirmi in aiuto -vista la mia tendenza ad uscire allegramente dal tempo, un po' in quanto inesistente in sé, un po' perché "mi sta stretto"- di andare in ordine cronologico, ed il primo evento è stato il concerto di musica celtica tenuto da Il Cerchio delle Fate presso la Chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore lo scorso 8 Luglio.

Un sabato molto bello di musica suggestiva: mi piace la musica celtica così come la cultura e l'allure che viene da quel mondo fascinoso, a tratti mistico e spirituale. Ma prima mi voglio permettere di dire due cose sul luogo scelto: la Chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore è un luogo stupendo a mio avviso troppo poco valorizzato, sia dal punto di vista della manutenzione dello stesso, sia per l'utilizzo che se ne fa, troppo raro. Si apre a tantissime idee, secondo me. Idee che mi volteggiavano davanti agli occhi intanto che i vari brani si susseguivano: ottima location per una rassegna di concerti di musica antica o barocca, ad esempio; luogo da acquolina in bocca per gli organisti, visto il pregiatissimo organo Antegnati che sovrasta sulla destra con i suoi contorni dorati e la sua imponente terrazza, nel quale organizzare masterclass di organo o di musica d'insieme con organo; visite guidate e anche altro.
Trovo sia davvero un peccato avere a disposizione cotanta ricchezza culturale e in un solo luogo e non pensare di metterla a frutto se non in sporadiche occasioni, come quella del concerto celtico di "Il cerchio delle fate".


Una veduta della Chiesa durante il concerto.
Sulla destra, l'organo Antegnati di cui ho parlato.
Non mi dilungherò sul contenuto musicale o sulle esecuzioni, soprattutto perché non mi reputo sufficientemente esperto per entrare nel dettagli. Posso però dire che gli esecutori si sono alternati piacevolmente nel introdurre ogni brano dal punto di vista storico e aneddotico, oltre che musicale. La loro sintonia ha creato un bel clima di coesione e di vicinanza con le persone presenti. L'unione, in certi frangenti, con l'aspetto coreografico ha reso affascinante e "fisico" l'ascolto, oltre che visivo.

Molto contento di aver preso parte ad una serata raccolta (anche se un po' troppo frequentemente infastidita dal chiacchiericcio delle persone) e non certo abituale come è stata questa. Speriamo in altre occasioni in futuro!

Andrew

lunedì 3 luglio 2017

"L'ultimo dei Mozart" di Jacques Tournier

Quando sono partito per l'isola di Corfù, lo scorso 2 Giugno, ho deciso di portare con me "L'ultimo dei Mozart", libro di Jacques Tournier. A me sconosciuto, lo avevo scovato un po' di tempo fa in una libreria milanese di seconda vendita. Pagato pochissimo, mi aveva incuriosito.
Il giorno prima di partire stavo pensando di portare con me l'ultimo volume della Recherche di Proust -avevo appena concluso il volume precedente, iniziato più di un anno prima, e letto a fasi- ma alla fine ho deciso di sterzare e cambiare mood. Mi sono come imposto di scegliere un libro di cui non avessi la minima idea, e quello di Tournier è stata la mia scelta istintiva.
Sin dalle prime pagine, sull'aereo, il volume mi ha rapito. Il linguaggio di Tournier è fluido, a tratti pieno di adolescenziale passionalità e di poetico struggimento, tanto da sembrare scritto da un ragazzo ancora in preda agli stupori e alle enfasi che l'approdo all'età adulta cerca ancora di serbare per sé. La figura di Franz Xavier, ultimo figlio del grande Wolfgang Amadeus nonché protagonista del libro, viene delineata spesso in modo indiretto, sottolineando soprattutto il suo sentire e il suo modo di vivere e di elaborare intimamente gli eventi: il peso condizionante e annichilente della fama del padre, che nel bene o nel male lo accompagnerà fino al suo trapasso, il suo amore trascinante e forzatamente tenuto in silenzio per Josepha, donna già moglie di Calcabò; la stanchezza e le preoccupazioni che lo accompagnano nei suoi viaggi per l'Europa tanto quanto l'entusiasmo quasi riverenziale per la figlia della sua amata, Julie, che diviene sua allieva-pupilla di pianoforte; la desolazione mista a sorpresa e a sorda malinconia nel venire a sapere, mano a mano che il tempo passa, ogni volta e ad ogni incontro -con una ormai anziana e semicieca Nannerl (sorella maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart), la madre Costanze, la zia Aloisia Weber, il fratello maggiore Carl, la cosidella "la Basle" e così via- maggiori informazioni sulla figura paterna, sul suo carattere imprevedibile, la sua fantasiosa sboccatezza, la sua maniera lacerante ma assolutamente solitaria di vivere il dolore quando in sventurati momenti...
Tutto questo viene trasmesso a chi legge in modo molto forte, grazie ad un uso quasi totale del discorso diretto, il che dà anche l'idea di assistere ad una commedia se non addirittura agli eventi stessi, riportati illusoriamente nella realtà odierna. Si ha l'impressione di vivere la malinconia di Franz Xavier per non avere avuto, come il fratello Carl, l'occasione di conoscere e di dormire una notte intera abbracciato al proprio padre; il peso schiacciante -alimentato dal bisogno viscerale della madre Costanze di erigere un monumento/museo alla figura del marito come memoria della sua grandezza- per essere visto come un "Wolfie II" ma senza la genialità del I, e quindi senza il medesimo riconoscimento; la nostalgia di un'amata che non può rispondere alle sue lettere per sicurezza, aggrappandosi quindi a ricordi di notti d'amore vissute in penombra, di baci dati di nascosto, al lume di candela, di sospiri che si tengono a echeggiare nel petto per continuare ad alimentare quel fuoco che, da solo, deve fronteggiare la sventura, i mesi che passano, la solitudine.
Certamente molte cose sono state romanzate da Tournier, ma i riferimenti a date precise e ad eventi specifici rendono questo libro una biografia -sì parziale, ma verosimile- speziata da una componente narrativa trepidante ed inquieta.
Quando, verso la fine di Giugno, ho letto le ultime pagine ed ho (come mia usanza) scritto la parola "fine" e la data al di sotto, ne sono uscito quasi dispiaciuto. "L'ultimo dei Mozart" mi ha emotivamente portato con sé, condotto fra momenti di melanconia e di mielata serenità, di amore passionale e di drammatica vita.
Se avesse avuto un'altra manciata di pagine, avrei continuato a goderne ancora.
Lettura che mi sento di consigliare, anche a chi non è avvezzo al mondo della musica cosidetta "colta".

Andrew

lunedì 15 maggio 2017

Concerto "Arpa e Art Nouveau" di Giuliano Mattioli a Villa Guardia

Non avevo mai avuto occasione di ascoltare un concerto per arpa solista. L'arpa è uno strumento meraviglioso, sia dal punto di vista estetico -specie se si tratta di una Erard Luigi XVI come quella che ho potuto addirittura osservare da pochi centimetri di distanza- che da quello musicale, tante sono le sue capacità espressive e sonore.
Sabato scorso, 13 Maggio, sapevo che il mio "collega" e amico Giuliano Mattioli avrebbe tenuto un recital interamente dedicato al suo strumento, con una selezione di brani per sola arpa e per arpa in accompagnamento alla sua stessa voce, così mi sono tenuto libero appositamente per non perdermi la chance di esserci.
Certamente non sono la persona più ricca di esperienze musicali, di concerti assistiti e quant'altro, ma credo sia stato uno dei concerti più particolari, belli e interessanti a cui ho avuto piacere di presenziare. 

Il titolo della serata era "Arpa e Art Nouveau". E ciò non è soltanto voluto, ma anche assolutamente azzeccato: un programma che mostrasse le grandi capacità di questo strumento nel periodo del suo -se possiamo dirlo- massimo splendore, ovvero la Belle Epoque; ovvero Parigi, ovvero i decenni a cavallo fra la fine del '800 e l'inizio del '900.
Ho apprezzato l'introduzione che Giuliano ha fatto al suo concerto, così come ad ogni "fase" del suo programma: ha avvicinato il pubblico al repertorio e ha dato ologrammi di ciò che potevano essere i tempi, i contesti in cui i pezzi sono stati scritti, senza risultare prolisso o inutilmente dilungato. Il programma conteneva sia composizioni originali che trascrizioni, e brani in cui l'arpa faceva le veci del pianoforte nei Lieder e in cui lui stesso cantava accompagnandosi. 
Proprio quest'ultima tipologia di momenti hanno stimolato la mia immaginazione, catapultandomi -per assurdo o strano che possa essere- ai tempi dell'antica Grecia, in cui la monodia vocale accompagnata dalla lira era una pratica peculiare. 
Un momento della serata, con Giuliano che illustra il programma
Il programma si è aperto con una trascrizione di Grandjany del Largo della Sonata per violino BWV 1005 di J. S. Bach, succeduto dal famosissimo Coucou di Daquin nella trascrizione di Renié, che io conoscevo soltanto nell'esecuzione pianistica di Gyorgy Cziffra. E' stato bello e divertente vedere come una stessa partitura possa cambiare, sembrare quasi un'altra, nell'espressione e nel "colore" oserei dire, al cambiare dello strumento.
Dopo l'arietta Amore e morte di Donizetti da Soirées d'automne a l'Infrascata e la celebre Ouverture della Gazza Ladra rossiniana nella trascrizione ben riuscita di Bochsa, ecco giungere a due brani -molto belli!- concepiti proprio per l'arpa: l'Etude Op.34 n.38 sempre di Bochsa, e il Prélude Op.53 n3 di Hasselmans (compositore del quale, onestamente, conoscevo a malapena il nome). Quest'ultimo mi ha ricordato il clima di certe composizioni appassionate di Schumann, o certi lieder di Schubert con la stessa inquietudine poetica.
Ma è con il successivo Ravel e le sue Cinq mélodies popoulaires grecques che, a parer mio, la serata ha toccato il punto più alto. Conoscevo già questi brevi brani -uno, la Chanson de cueilleuses delentisques, l'ho utilizzato anch'io per un esame di lettura della partitura, anni fa...- ma era la prima volta che li ascoltavo eseguiti per intero e con l'arpa in ruolo d'accompagnatore: sono stati bellissimi, a tratti anche commoventi. Trovo la voce di Giuliano assolutamente adatta al suo strumento, una voce che non ha l'impostazione lirica di un possente tenore d'opera (forse troppo "invasiva" se associata a uno strumento così particolare e pieno di personalità) ma che si amalgama benissimo con le sonorità dell'arpa. Nel filmato seguente si possono ascoltare tre delle cinque mélodies, eseguite proprio da Giuliano:


Il programma prosegue con una stupenda Légende di Cesare Galeotti piena di slancio febbrile, peccato che il fato abbia voluto far rompere una corda sul momento più bello! Ma ciononostante l'esecuzione è stata più che ben riuscita e l'emozione non ha subito alcuno scossone: anzi, forse il pubblico si è unito a Giuliano, infatti è sfociato in un applauso.
Quindi è stato il turno del brano Morire? di un riconoscibilissimo Puccini, per voce e arpa, e del lied Ce que chante la pluie d'automne di Tournier, che ho molto apprezzato.

Concludono il concerto La lettre du jardinier per voce e arpa ancora di Tournier, e le variazioni per arpa sola sulla melodia popolare russa "Nochenka" di Vinogradov. Entrambi i brani li ho apprezzati molto, specialmente le Variazioni, nelle quali il colore tipicamente russo era molto presente. Giuliano ha letto il testo della lettre prima di eseguire il lied, dando al pubblico la possibilità di gustare la bellezza della musica grazie anche alla conoscenza del suo contenuto.

Un applauso prolungato richiama l'esecutore sul "palco", che ringrazia e saluta i presenti con l'allegria "spavalda" di una canzone napoletana di Donizetti, Me vojo fà 'na casa.
Veramente un ottimo concerto, con una scelta di repertorio che ho caldamente suggerito a Giuliano di riproporre, qualora ne abbia occasione.

Andrew





sabato 13 maggio 2017

Etude-Tableau

Crolla in pezzi un faro di mare, crolla
a rilento
schiantandosi nelle onde:
assoluto
completo silenzio

E' sabbia stanca, è carta pesta
mattoni e malta hanno esaurito le forze

Si apre nel nulla
una lenta, dolcissima musica
mentre tutto crolla in silenzio.
E' un Etude-Tableau di Rachmaninov

La fiaccola del faro
ingoiata dalla foga della tempesta
continua a brillare dal fondo del mare.

Andrew

lunedì 8 maggio 2017

Il silenzio e la polvere

Tutti vediamo come ogni cosa rotoli, seppur lentamente, verso il nulla. Ogni cosa si autodistrugge inevitabilmente, e spesso dà l'impressione di trarre piacere nel farlo.
Si squarciano nonsense, simboli difficili anche per simbolisti allenati e allucinazioni che squietano anche i migliori romantici. Tutto ciò è accompagnato da due cose: il silenzio e la polvere.
Il silenzio rotola accanto, mentre la polvere avvolge. Entrambi inerti, quasi comodi e quasi anche compiaciuti. E quando l'occhio si posa si questa scena con la consapevolezza che accade davvero, non ha voglia di combattere. Non ha voglia di (re)agire, non ha voglia di intervenire ma lascia fluire restando a guardare, passivamente. Lascia impassire questo sgretolamento perpetuo, questa levigatura paziente e continua.
Il silenzio allude ad illudere che tutto ciò sia un frammento infinito ma un frammento, e quindi finito in se stesso, verosimilmente innocuo, immobile e incasellato: una sorta di porzione di filmato che si ripete roteando su se stesso, e nella cui inquadratura non c'è nulla che testimoni un cambiamento. Forse due fili d'erba a bordo strada che si muovono sospinti dall'aria di città, o qualche pezzo di carta o un mozzicone gettato come testimoni di un'evoluzione terminata e intrecciata nel corso degli eventi così com'è, destinata a non ricevere alcuna alterazione. La polvere è il simbolo del tempo che invece passa, che trascorre e porta con sé tutto ciò che trova: una inapparente, violenta piena di fiume. La polvere si (ri)posa sulle cose senza fare rumore, senza disturbare, ma lentamente ne nasconde le vere caratteristiche, ne opacizza i colori, le rende meno interessanti, meno degne di attenzione. Paradossalmente, l'immobilità di un oggetto è trasfigurata dal depositarsi della polvere, che non ne altera lo stato o la posizione, ma attesta -attraverso il suo spessore- che il corso degli eventi non è intervenuto in quel punto in particolare, ma ha trascinato quest'ultimo con sé così come lo ha raccolto.
Le istantanee non sempre sono felici espedienti con cui avere souvenir di ciò che è stato e -forse- non sarà più; non sempre sono ritratti di un tempo felice o triste che si sente il bisogno di perpetuare -materialmente, di volta in volta, momento dopo momento- nel presente: spesso sono contrappassi, sono esangui torture, riesumazioni che stridono come gesso sulla lavagna, che lanciano fitte al fianco. Costrette e costrittive, sadiche memorie.

Tutti vediamo come ogni cosa rotoli, seppur lentamente, verso il nulla. Ogni cosa si autodistrugge inevitabilmente, e spesso dà l'impressione di trarre piacere nel farlo. 
Tutto ciò è a tempo presente, ma ogni momento che passa è già finito, morto e andato. Non c'è rete abbastanza fitta o abbastanza grande che permetta di ripescarne anche solo uno.
E, di fronte a tutto ciò, a tutto questo condursi al niente, forse, perdersi un po' -o per sempre- non è sbagliato: dà l'illusione (che, così tanto sovente, diventa necessaria e quasi vitale pur sapendola come tale) di abbandonare le braccia ed essere immobili; di adagiarsi e di aver "comprato" un po' del tempo che passa per tenerlo fermo; di non perdere la vita.
Ci si fa amici il silenzio e la polvere, una penna che scrive, un oggetto dell'infanzia o un goccio di assenzio per sopravvivere a quest'opprimente biglia rotolante verso l'ignoto, il cui sussurro discreto finisce per diventare un assordante grugnito. 
Viva la perdizione, il crogiuolo e l'oblio. Vivano essi, fonti pure di ossigeno per gli animi insofferenti.
Vivano sempre gli strumenti che consentono all'uomo di raggiungere questa pausa sul pentagramma senza fare male né a se stesso, né a nessun altro.
Perdersi non è peccato. E' aver sempre bisogno di trovarsi, che ci tiene in gabbia.

Andrew

lunedì 24 aprile 2017

Perché proprio "Metathymos"?

Da quando ho riaperto questo blog, è successo che più persone siano venute a chiedermi che cosa ci fosse dietro il titolo che porta, quali motivazioni e così via. 
Metathymos è ovviamente una sorta di neologismo. Premetto che non ho alcuna conoscenza di greco antico, pertanto non ho certo la certezza né la presunzione di aver inventato una parola che possa esistere davvero. Però posso dire che la sua origine non è casuale e, nonostante ami le belle sonorità anche nelle parole e trovi che Metathymos suoni bene, non ho cercato affatto una parola ad effetto o volutamente insolita.
Tutto nasce da un sogno che ho fatto ormai diversi anni fa. Un sogno, direi, ai limiti del fantasy di certi libri -che non ho mai letto- o di certi film molto noti che non cito (che ho avuto modo di vedere solamente l'anno scorso): in un clima atemporale -ma sicuramente non contemporaneo- di famiglia povera, molto povera, e a contatto con personalità magiche.
Mi trovavo in questa casa dall'atmosfera grigia, silenziosa, più che modesta. Una sorta di quelle case di campagna, di decenni e decenni fa, con le pareti irregolari, le sedie di legno e paglia, il tavolo fatto artigianalmente con delle assi inchiodate fra loro, un grande camino (spento) con a fianco una cucina avvolta un po' nell'ombra. Sembrava che abitassi in questa casa con una coppia molto anziana: lei piccola e gracile, vestita di nero e con i capelli grigi, raccogli in uno chignon con delle forcine; lui non molto più alto, dalle spalle più robuste ma un po' curvo come lei, pochissimi capelli bianchi, senza barba e anch'egli vestito di nero, ma con una camicia scozzese sotto. Entrambi, silenziosi, con un'espressione di mestizia ed umiltà disegnata in volto: gli occhi bassi, le labbra chiuse.
Da una grande finestra (o, forse, sarebbe meglio dire "apertura", perché io non ricordo di aver visto una vetrata, ma soltanto della luce esterna provenire come da un varco sulla parte alta di una parete) entrava un bagliore serale, post tramonto, quasi lunare. Si apparecchiava per la cena, senza dire una parola. Senza una luce, nemmeno di candela. Tre piatti con della minestra, un tozzo di pane al centro della tavola, tre piccoli bicchieri di vetro consunto ed una bottiglia di vino.
Ad un tratto, due donne -che io direi maghe o streghe, per come le ricordo- apparirono in casa entrando da quella strana finestra e ci attaccarono, lanciando come fasci di luce e forte vento che spostavano e rompevano tutto ciò che c'era in casa. Io e quella "mia" famiglia ribaltammo il tavolo, volgendo il piano in verticale e riparandoci dietro: non potevamo fare altro.
Preso dal timore che a quei poveri signori potesse accadere qualcosa, e continuando a non capire perché ci avessero presi di mira, urlai contro alle due donne: "Cosa volete da noi?! Non abbiamo fatto nulla di male!".
Mi risposero: "Vogliamo qualcosa che tu hai, che noi sappiamo essere tuo".
Io, ancora più ignorante, implorai di lasciare in pace la coppia di anziani e di smettere di accattarci. In cambio mi sarei alzato ed avrei cercato, con loro, di capire cosa volessero esattamente.
Si fermarono. Mi alzai un po' incerto, ed andai verso di loro. Una delle due disse che io avevo una sorta di "specchio" dentro di me, in grado di aprire le profondità delle anime umane, ma che nessuno avrebbe potuto togliermi senza il mio consenso, oppure morendo. Pregandole di non uccidermi, accettai di seguirle e di vedere cosa potessi fare con loro.
Una di loro mi disse sorridendo, quasi imbonita: "Ma noi non vogliamo ucciderti, ci basta il tuo supporto!". Mi voltai verso quei miei due "genitori", li salutai in modo malinconico mentre si stringevano in un abbraccio come d'addio, e mi voltai.
Di colpo la scena cambiò, e mi trovai in una stanza (o una grotta, non ricordo benissimo) piena di luce gialla, come se fosse circondata di fuoco. Ma stavo bene e mi sentivo al sicuro. Mi portarono davanti ad un enorme volume. Sulla copertina c'erano due parole: "META" e "THUMOS". Le lessi a bassa voce, e le maghe mi dissero che solo una persona avrebbe visto quei simboli come parole (io vedevo comunque normalissime lettere) ed era colui a cui era stato affidato tale "specchio".
Le guardai in volto, accorgendomi che non avevano un aspetto così minaccioso.
Una mi mise una mano sulla nuca, e sorridendomi mi disse: "Adesso puoi andare, il tuo specchio sarà sempre in contatto con noi. Grazie di esserti fatto coraggio".
E mi svegliai.

Da questo sogno nasce il nome del mio blog. Scoprii più tardi, cercando qui e là, che la parola "thumos" si legge così ma in verità si scrive "thymos", ed è una delle sfumature in cui l'anima viene suddivisa dai greci antichi. "Thymos" è l'anima emozionale, ha una associazione con il respiro o il sangue e spesso è usata anche con il significato di impulso interno, agitazione, tormento. Inoltre, si usa anche si per esprimere il desiderio di essere riconosciuti che per indicare una possessione permanente di una persona, la quale governava il suo pensiero ed il suo sentimento.
Platone suddivide l'anima in 3 parti: nous l'intelletto, thumos la passione, ed epithumia l'appetito. Thumos, fra loro, è la parte collegata alle emozioni ed all'emotività e, insieme a nous, governa epithumia.
Ecco perché il sottotitolo è "la metamorfosi dell'anima": "meta" è il prefisso che riguarda il cambiamento, che io vedo come crescita, maturazione, evoluzione e dissolvimento. Se aggiunto a "thymos" può essere interpretato così.
Ho sempre trovato bizzarro e stupefacente come un sogno possa diventare rivelatore, usando un codice che nemmeno fa parte delle conoscenze del sognatore. Ma, in ogni caso, sento Metathymos come un nome molto motivato e profondo, e mi piace ciò che porta con sé.

Andrew