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mercoledì 5 aprile 2017

Libera recensione di "Mùrmure" di Enrico Proserpio

È necessario tornare a leggere poesia. La poesia sa descrivere il mondo e l’uomo come la prosa non può nemmeno sperare. La grandezza immaginifica della poesia è incommensurabile nel cogliere, fulgida intuizione, l’essenza del Tutto e del nostro Spirito. È necessario tornare a leggere poesia, bella poesia, come quella di Andrew, giovane autore di talento, che getta sulla carta le impressioni del viaggio dentro sé stesso in un testo davvero ben scritto. 
Nasce dalle sue angosce, dalle sue tristezze, ma anche, e forse soprattutto, dalla sua forza la raccolta Murmure, ovvero Il rumore delle cose non dette. Le sue poesie sono forti ma delicate, come le scoccate di uno schermidore che con grazia inusuale si batte con la lama della poesia contro i fantasmi delle sue angosce e delle sue tenebre interiori riuscendo a esorcizzarle per un momento, a ribadire la sua forza vitale e gioiosa contro di esse, per poi riprendere subito la lotta con un’altra opera, un nuovo ammasso di versi incantati. E ai versi si annoda la musica, linfa vitale per Andrew che oltre che poeta è anche pianista. La musica vibra tra le righe, non udita dall’orecchio ma presente all’anima di chi legge. 
È questa l’essenza del sussurro (il Murmure del titolo), una leggera musica che presenzia all’opera e forse alla vita stessa. Un sottofondo che la sensibilità umana ha smesso di sentire ma che l’autore ricerca come unica sponda di salvezza, come necessità estrema, luce vibrante e guida nella notte della sua sofferenza. Ci dice Marco Greppi nella sua Introduzione all’opera (anch’essa quasi una poesia): 

“[…] È oltremodo sorprendente costatare come un rumore così fragile come questo, possa, invero, reggere dietro a sé un fragore enorme e prepotente che non fa vibrare mobili e cristalli come un acuto cantato, ma, peggio, sparge le sue onde “sonore” nel profondo dell’animo umano. Questo fragore è Arte.” 

Lo stile di Andrew è semplice ma mai banale. La scelta dei termini è sempre opportuna, ben fatta. Il linguaggio è colto ma non roboante, né altisonante. Qua e là compaiono parole gergali (fottìo) e addirittura dialettali (cagnotti) che contrastano col resto e danno una sferzata di vivacità e colore all’andamento poetico. Anche la metrica ha una musicalità tutta sua e la raccolta sembra quasi una sinfonia per pianoforte in cui ritmi veloci fatti di versi brevi e scattanti si alternano a componimenti con versi più lunghi, lenti quasi come intermezzo, presa di fiato tra un “andante con moto” e un “allegro ma non troppo”. La velocità dei versi, a tratti rabbiosa, non si fa mai angosciante né ansiosa. È piuttosto una sfida aperta all’oscurità interiore, una sete di rivincita dalla sofferenza che infine ci lascia con speranza. 
Le immagini delle poesie di Andrew sono notevoli. Non si tratta di metafore barocche e forzate ma piuttosto di accostamenti intimi, essenziali, di ossimori di grande impatto descrittivo ed evocativo. 
Un ultimo accenno alla grafia dei componimenti. L’autore scrive alcuni termini in modo palesemente errato, di proposito, apostrofando parole laddove la grammatica non permette. Non si tratta di errori ma di precise scelte fonetiche fatte da chi ha il suono, la musica e non lo sterile grafema nel sangue. In altri casi compaiono parentesi quadre all’interno delle parole. Esse delimitano alcune lettere che, tolte, cambiano il senso della parola suggerendo una doppia interpretazione al verso, una dinamicità di concetto e di suono, d’essenza e forma. È così che: 

“Cerco i[n]spirazione scavando nell’ebbrezza più calda, 
nelle parole impronunciabile e sconvenienti, …” 

acquista sfumature uniche data dal senso doppio di ispirazione e inspirazione, collegando con trame sottili il respiro e la poesia, la vita all’Arte. 
Non vado oltre. Vi invito solo a leggere quest’opera, che vale davvero molto. Potete inoltre seguire Andrew sul suo blog Metathymos. Vi lascio con qualche verso tra i miei preferiti, così che possiate avere un assaggio, breve ma intenso, dell’anima di Andrew: 

"[…] Io lì, moribondo ma in piedi, 
assente ma assorto, sparso 
come un volo di corvi grigi. 

Straziavo l’anima in quella lira di seta indolente, 
e a rischio d’infrangerla arrendevo in abissi 
le mie oasi, le mie isole, le mie terre. [...]" 

Enrico R Proserpio