sabato 2 giugno 2018

"Laudate Eum in sono tubae" (Arte e Musica Antica - 37ma edizione - 30 Maggio 2018)

Un problema di "omonimia" di qualche tempo fa mi ha portato a conoscenza dei concerti proposti alla chiesa di S. Bernardino di Lallio dalla rassegna Arte e Musica Antica. Purtroppo ho avuto modo di presenziare solamente a... uno e mezzo, direi.
La chiesetta in questione è splendida, completamente affrescata, densa di un'atmosfera di raccoglimento e di un vissuto lontano (infatti è cinquecentesca)... ma è molto piccola, e pertanto offre non moltissimi posti a sedere. La prima volta ho assistito a metà di un concerto stando seduto sul gradino del sagrato; ero arrivato il prima possibile, ma a quanto pare già troppo tardi per trovare un posto all'interno.






Questa volta ho avuto occasione di arrivare molto prima e di addirittura scegliere il posto più congeniale per l'ascolto e lo scatto di qualche fotografia. In programma c'erano l'UtFaSol Ensemble (in collaborazione con gli allievi della scuola civica Artemia di Osio Sopra) e l'Ensemble G. Carissimi di Lecco. 
La particolarità, per me, di questa occasione, è stata di aver sentito suonare per la prima volta strumenti antichi diversi dagli archi o dal cembalo: in particolare il cornetto (di cui ha fatto un excursus Pietro Modesti nell'introduzione al concerto) o la bombarda, o anche i tromboni più vicini a quelli dell'epoca che ai nostri attuali moderni.

Il concerto ha alternato l'esecuzione di brani dall'organico differente ed alternato: con entrambi gli ensembles sul "palco", come lo Stabat Mater di Scipione Stella (che mi è piaciuto moltissimo!) o Regina Coeli di Francesco Soriano, con il coro all'unisono per tutto l'inizio del brano; con alcuni strumenti accompagnati dall'organo, come il Ricercar del Duodecimo tuono o la Canzon Terza dei due Gabrieli o Anima mea liquefacta est di Orlando di Lasso (altro brano che ho gradito molto), o ancora Qui manducat meam carnem di Claudio Merulo, con l'uso dei 4 tromboni soli; ed infine altre formazioni con alcuni solisti del coro accompagnati dagli strumenti: ecco quindi ad esempio il caro Monteverdi, con il suo Deus tuorum Militum.
Il clima della chiesa di S. Bernardino ha esaltato l'aura quasi "ascetica" e a volte spirituale della musica eseguita. Notevole la preparazione di entrambe le formazioni. Bello il suono del cornetto, anche se devo ammettere di averci messo un pochino per scindere il suo timbro così particolare dagli altri, attendendo quegli sprazzi in cui il suo ruolo era preponderante, o i suoi brevi momenti diciamo solistici e le sue "fioriture" conclusive.

[Ogni volta che ascolto concerti di musica barocca ed antica mi torna la voglia di suonare il clavicembalo -che non ho, ahimé, ma col quale ho avuto un paio di anni di felice e curiosa esperienza nella mia formazione in conservatorio- e affrontare questo repertorio a suo modo così interessante e ricco. E mi rendo conto di come la scelta del pianoforte come mio strumento non mi abbia precluso l'amore per altri repertori, soprattutto quelli in cui ancora lui non era ancora nato.]

Ringrazio il "felice equivoco" che mi ha concesso la possibilità di entrare in contatto con un repertorio che ancora non avevo ascoltato dal vivo, e che mi è davvero piaciuto.
Lascio le consuete fotografie, e rimando alla prossima occasione!













A presto!
Andrew

martedì 8 maggio 2018

Sul concerto del Ensemble Baroque "Carlo Antonio Marino" (Albino Classica - 5 Maggio 2018)

Sabato sono tornato all'Auditorium "Modernissimo" di Nembro -posto dove ero già stato l'anno scorso ad ascoltare l'esecuzione del Settimino Op.20 di Beethoven (QUI potete rivedere l'articolo che avevo scritto a riguardo)- per un concerto del Ensemble baroque "Carlo Antonio Marino". Avevo già avuto occasione di incontrare questi musicisti -fra i quali anche un paio di docenti che ho conosciuto personalmente durante il mio percorso di laurea triennale- un anno fa, a Casnigo, ed ho già raccontato qualcosa di loro in questo articolo.
Il programma si prospettava interessante, e prevedeva, oltre ovviamente a composizioni dell'omonimo Carlo Antonio Marino (musicista bergamasco nato nel 1670) anche altre di Locatelli, Vivaldi, ed il famoso Concerto per cembalo e archi in Fa minore BWV1056 di Bach.

Arrivai in tempo per prendermi un posto perfetto sia per assistere al concerto che per scattare qualche foto. Quando abbassarono le luci, rimase un meraviglioso chiarore giallognolo sui leggii e sul cembalo di legno chiaro.

la sala, prima dello spegnimento delle luci (purtroppo)
Una volta applauditi i musicisti al loro ingresso sul palco, attaccarono con la Sonata a quattro Op.6 n.7 di Marino, opera abbastanza breve caratterizzata da due tempi bipartiti, ovvero costituiti entrambi da una sezione lenta ed una più rapida, generalmente nel tipico stile imitativo.
Quindi ecco il "principe" della serata, appunto il Concerto in Fa minore BWV1056 di Bach. Era per me il primo ascolto dal vivo con strumenti dell'epoca ma, soprattutto, con l'uso del cembalo e non del pianoforte. E' stato un momento davvero emozionante, sia per l'esecuzione notevole del cembalista Maurizio Manara (meravigliosi gli abbellimenti -forse alcuni anche improvvisati o variati- del celebre Adagio), sia per il timbro così diverso da come lo conoscevo, più intimo e raccolto, più particolare. Mi ha portato a rivedere non di poco l'idea di "solista" in questi brani, specie quando il suo timbro veniva un po' sorpassato o il suo ruolo dominante messo a tacere per i passi dei soli archi. Veramente notevole ed interessante.
La prima parte (almeno da opuscolo del programma, anche se non c'è stata alcuna soluzione di continuità) conclude con la figura di Locatelli ed il suo Concerto a quattro Op.7 n.1, personaggio che mi ha colpito per l'esaltazione dei silenzi e delle cadenze (una nota di merito -la riprenderò anche dopo- a Cesare Zanetti e al suo approccio violinistico passionale e coinvolgente è quasi d'obbligo), il continuo alternare episodi lenti ad episodi più mossi, l'effetto quasi di "cori battenti" fra alcune parti e gli scambi di voci come fossero passaggi di un testimone musicale.

Il direttore Natale Arnoldi, che non ha mancato di coinvolgere verbalmente il pubblico, apre la seconda parte con la figura di Vivaldi, spiegando quanto, pur non essendo egli bergamasco, fosse comunque affine allo stile degli altri due compositori e di Bach, anche perché bergamo si trovava ancora "sotto Venezia". Il brano scelto è il celeberrimo Inverno dalle Quattro stagioni. Trattasi effettivamente di un Concerto per violino, archi e basso continuo in Fa minore (stesso impianto tonale di quello di Bach) enormemente conosciuto per il suo primo tempo -ma anche il secondo, spesso noto come "la pioggia" per i suoi pizzicati che accompagnano il canto spiegato e appassionato del violino solista- e meno per il terzo ed ultimo che, per ciò che mi riguarda, resta forse il punto più alto dell'intera opera. Notevolissima -ed anche un po' provante, almeno per lui- l'esecuzione di Zanetti al violino solo, che non ha risparmiato alcuna risorsa per far emergere sia i passi di bravura che tutta l'energia drammatica, appassionata e a tratti anche "immobile/gelida" di questo concerto.
Torna quindi sulla scena Locatelli, con un altro Concerto a quattro, Op.7 n.3, brano che ho veramente apprezzato e che non conoscevo. Qui l'atmosfera è decisamente più "primaverile", il clima più sereno e disteso. La forma in quattro tempi è inaugurata da un brevissimo Largo che sfocia in un Allegro imitativo frizzante. Poi ecco di nuovo un Largo, in tono minore, in cui il compositore torna a cercare quelle suspances che arricchiscono di attesa e struggimento. Il finale, un Allegro in stile direi "folk" (forse alla zingarese/ungherese?) porta una ventata di allegria e baldanza, coi suoi frequenti cambi di umore e di sonorità, le alternanze fra soli e tutti, fra piano e forte. Non so perché, ma ci ho sentito come un precedente del Sestetto in Sol maggiore Op.36 di Brahms, coi suoi toni villaneschi e gli echi di canti popolari.
Chiude il concerto di nuovo Vivaldi, con il suo Concerto in Do minore RV120, composizione che anche nell'occasione precedente avevo ascoltato ed apprezzato per la sua frenesia ed inquietudine.

Ancora una volta, me ne torno contento di aver ascoltato un po' di repertorio barocco, eseguito con gli strumenti giusti e in un luogo che invogliava all'ascolto.







sabato 28 aprile 2018

Sul concerto del duo Alogna-Pascalucci (Como Classica - 22 Aprile)

E' con un certo ritardo che ho occasione di scrivere di un bel concerto al quale ho assistito di recente. Purtroppo alcuni eventi (importanti ma anche tristi, a dire il vero) mi hanno assorbito e distratto, e soltanto ora sento di avere la voglia di parlarne. Perché comunque ho un bel ricordo di quello che ho ascoltato, e credo sia giusto parlarne.

Domenica scorsa sono stato a Como ad ascoltare un concerto del duo violino/pianoforte Davide Alogna e Fiorenzo Pascalucci. Il primo, ottimo violinista, lo conobbi, anni fa, in una fortunata occasione al Loggione del Teatro alla Scala in cui suonò con l'amica Irene Veneziano (alla quale mi ritrovai estemporaneamente a fare da girapagine, come anche altre volte... ahahaha). Fiorenzo lo conoscevo per fama (da quando vinse il noto concorso "Rina Sala Gallo"), ma oltre qualche video qua e là non avevo purtroppo ascoltato ancora nulla, ed è stata per me una vera e propria sorpresa.
Il programma presentato prevedeva due Sonate di Mozart, la K.304 in Mi minore e la K.296 in Do maggiore, assai note entrambe. Quindi un brano di Rossini, un mot à Paganini, praticamente sconosciuto ma permeato dallo stile operistico del compositore. E, per concludere, la celeberrima -nonché ardua- Sonata in La maggiore di Franck.

Quello che ho notato da subito è stata la bella sintonia fra i due esecutori che, a quanto detto, non si conoscono né collaborano da moltissimo tempo. Era piacevole il dialogo fra gli strumenti, la fantasia del fraseggio. In particolare nella K.296, Fiorenzo mi ha veramente colpito per la tavolozza sonora, la chiarezza degli abbellimenti, gli umori mutevoli nei movimenti estremi, la cantabilità delle melodie (specialmente nel secondo tempo) e la capacità di sostenere e fare "spalla-spalla" con il violino senza mai sopraffare o nasconderlo. In Davide ho ri-sentito quel suono pieno di trasporto e calore, la fisicità totale con il quale approccia, fa cantare e vibrare le corde del suo violino; la fantasia nelle ripetizioni, mai identiche, di stessi frammenti melodici.
La Sonata in La di César Franck è stato il momento più cangiante del programma. Dopo una breve introduzione storico-aneddotica sull'origine di questo pezzo, subito il pubblico è stato trascinato in quell'atmosfera rotonda, crepuscolare, dolce e anche struggente tipica di Franck. I tempi sono stati staccati più rapidamente di quanto mi è successo di ascoltare in precedenza, ma soprattutto nel primo e nell'ultimo movimento questa scelta mi ha trasmesso un senso di continuità sia discorsiva che di "tensione emotiva", il che non è stato affatto male. L'energia travolgente ed inquieta del secondo tempo mi è piaciuta parecchio, la tenerezza quasi amorosa del canone del finale è esplosa in una coda piena di esaltazione, con sonorità brillanti e possenti.

Bello. Davvero un bel concerto.
Un ringraziamento speciale lo devo a Davide, per avermi riservato un posto all'ultimo minuto. E, da pianista, devo un sincero complimento a Fiorenzo, che mi è piaciuto tantissimo. Era da un bel po' (escludendo quei musicisti che conosco da anni ormai, e per i quali nutro già una certa stima) che non restavo così colpito da una esecuzione pianistica.

Lascio le poche foto che sono riuscito a scattare.







A presto!
Andrew

sabato 7 aprile 2018

"De la Musique avant toute chose..." - una cerimonia di pace fra le due guerre (6 Aprile 2018, Chiesa dei SS. Cornelio e Cipriano - Carnate)

Nonostante il venerdì sia per me da diverso tempo una giornata abbastanza intensa ed infinita, ho voluto lo stesso andare al concerto del Gruppo Vocale Parva Lux di ieri sera, a Carnate. Avevo già avuto modo gli anni scorsi (grazie alla mia amica e "collega" Monica Brigada, che ne fa parte) di ascoltare questo ensemble in un paio di occasioni differenti, e da subito non ho potuto che apprezzare talune qualità: la comunione delle voci, la cura della morbidezza del suono, la precisione nell'intonazione e soprattutto la scelta di repertori spesso poco frequentati e diversificati, che vanno dal sacro al profano, camminando fra diverse zone del mondo e attraverso differenti periodi storici. 

Ieri sera a loro si è unita l'arpa -ma anche la voce- dell'amico Giuliano Marco Mattioli, ottimo musicista del quale ho già scritto in precedenza (e che potete rileggere qui se vi va) e ne ho già visto ed ascoltato le abilità strumentali, musicali e, appunto, vocali. Giuliano è un musicista completo, può reggere un intero recital da solo alternando brani solistici a brani nei quali canta sopra le note della sua Erard del 1908. E, per non lasciarci mancare nulla, devo dire che è anche un abile oratore, capace di coinvolgere il pubblico con aneddoti storici e culturali o musicali, scegliendo un approccio cordiale e garbato.

Purtroppo -mea culpa!- ieri non sono riuscito ad arrivare in orario, e sono entrato nella chiesa che il concerto era già iniziato. Fortunatamente da poco. I Parva Lux stavano eseguendo, accompagnati dall'arpa, una selezione da A Ceremony of Carols di Britten. Ho ritrovato tutto quel calore, quell'armonia e quel senso di elevazione che ricordavo, quella cura speciale e quei timbri così belli sia da soli che nell'insieme. A volte mi sono incantato e perso altrove, completamente avvolto nella nube sonora delicata dei canti. Ho visualizzato ipotetici rituali celtici, panorami immaginari che non ho mai visto, ed ho goduto appieno della Musica.
Questi canti hanno coperto tutta la prima parte del concerto, alla quale ne è succeduta una seconda interamente nelle mani (nel vero senso del termine!) di Giuliano, che ci ha introdotti e coinvolti in questo viaggio a ritroso nel tempo, allo scopo di conoscere repertori arpistici composti nella belle époque parigina da virtuosi strumentisti dell'epoca, francesi di nascita o di adozione: come Cesare Galeotti, ultimo brano solistico proposto, Légende Op.139, così multiforme e dolce.
La seconda parte si è aperta con il compositore Tournier e il suo Lied intitolato ce que chante la pluie d'automne, brano che credo di aver già ascoltato ma che mi è piaciuto tantissimo. Quindi O bien Aimée di Grandjany, primo brano in cui Giuliano ha cantato con il suo amato strumento, insieme a Une chatelaine en sa tour, del noto Gabriel Fauré. Entrambi i brani erano basati su testi tratti da La bonne chanson del caro Paul Verlaine. Poi la volta di Ravel, e le sue meravigliose 5 mélodies populaires grèques, che ben conosco ma che finalmente ho riascoltato dal vivo con enorme piacere.
Dopo uno scroscio di applausi, il gruppo vocale ha regalato due bis, uno senza accompagnamento, ed uno in concomitanza dell'arpa, cantando a bocca chiusa. Un brano forse mai eseguito, e del quale francamente non ricordo il nome né l'autore -chiedo venia!- ma che ha chiuso la serata con un'aura di magia in più.

Non voglio ripetermi dicendo ancora che sia i Parva Lux che Giuliano sono ottimi musicisti. Ma voglio complimentarmi con loro per come hanno concepito il programma; e, in ultimo, senza peccare di soggettività, voglio sottolineare le belle emozioni, profonde e contrastanti, esaltanti e struggenti che ho provato. Ero stanco dalla giornata, ma quest'ora e mezza di musica mi ha regalato un "riposo" forse migliore di un'ora sdraiato.

Lascio come sempre quale fotografia.







A presto!
Andrew

venerdì 23 marzo 2018

Concerto dell'Achrome Ensemble (Incontri Europei con la Musica - 17 Marzo 2018)

Con un certo ritardo, ma vorrei scrivere brevemente di un concerto al quale sono stato Sabato scorso presso la Sala "Alfredo Piatti" di Bergamo, luogo che conosco ormai abbastanza bene visto che anch'io ho avuto l'occasione di suonarci. 
Compreso nella 37ma edizione degli Incontri Europei con la Musica, il programma proposto dal Achrome Ensemble proponeva composizioni cameristiche (originali o trascritte) di Debussy, Berg e Schoenberg.

Ad aprire il concerto è stata la bellissima Sonata per violoncello e pianoforte debussyiana. Opera tutto sommato di piccole proporzioni, ma ricca di inventiva, di giochi ritmici piccanti ed effetti strumentali estremamente variegati, è forse l'opera camerista di Claude che preferisco. Certi richiami ad atmosfere antiche, quasi cortesi, le scritture asciutte ed essenziali, i dialoghi fra gli strumenti coinvolgono l'ascoltatore in una atmosfera che alterna grottesco e serioso, umoristico e patetico, lirico ed inquieto. Notevole l'esecuzione del duo Rigamonti-Rota, con una nota di merito al violoncellista, che ho trovato pienamente calato nella parte e nel linguaggio di questo gioiello cameristico.

Altro capitolo significativo, sempre di Debussy, la sua Sonata per violino e pianoforte, di due anni successiva alla precedente. Il clima qui è apparentemente più disteso, ma le sonorità sono eleganti, talvolta più massicce ed "esplosive" di quella per violoncello. Se la prima raccoglie tre creature estremamente caratteristiche, questa sembra puntare più ad un'idea di unitarietà del materiale musicale attraverso la continua elaborazione dello stesso o la riproposizione di frammenti in zone diverse della composizione. Il terzo tempo ad esempio, che ricorda le atmosfere di danza frenetica e "gioiosamente inquieta" di brani come Les collines d'Anacapri (altro brano che io adoro ed ho studiato), non manca di alludere ancora agli spunti iniziali, dando alla Sonata un carattere più compatto.

Brano inusuale e fortemente evocativo, Syrinx, per flauto solo (senza accompagnamento alcuno), richiama l'immagine di Pan e del suo mitico flauto. L'abbellimento e la continua rielaborazione di frammenti caratterizzano questo breve pezzo che sembra nascere spontaneamente dall'aria, venire da lontano, avvicinarsi, dedicare un momento di meraviglia e poi tornare da dove è venuto. L'esecuzione a mio avviso veramente efficace è stata della flautista Antonella Bini, la quale ha saputo accrescere di effetto la performance anche ad una presenza scenica notevole.

Da Debussy si passa senza interruzione alcuna a Berg e i suoi Vier Stucke Op.5, per clarinetto e pianoforte. Lontani dalla Sonata Op.1 per pianoforte, qui il linguaggio si fa aforistico e attento a questioni timbriche ed effettistiche. Ciò non influisce sulle masse sonore, che in alcuni istanti arrivano ad essere consistenti. Nonostante la loro brevità, Berg ci mette tutti gli aspetti di una ricca inventiva, un ventaglio dinamico ed agogico ampio ed un'impronta lirica nonostante lo stile espressionista. Questi quattro pezzi, visti un po' "da fuori" possono inoltre evocare il principio formale di una Sonata in 4 tempi, il cui finale opta per un andamento più lento del consueto. 
Ottima l'esecuzione di Marco Sorge, abile clarinettista capace di un bel fraseggio e di padronanza delle sonorità anche più rarefatte e ricercate.

A chiusura del concerto tutti gli strumenti si sono riuniti nella Kammersymphonie Op.9 di Schoenberg. L'esecuzione proposta, nella trascrizione di Anton Webern (l'originale prevede invece 15 strumenti), si distingue per una distribuzione interessante del carico sonoro: il pianoforte, ad esempio, si prodiga parecchio, e a lui è affidata la sostituzione di una spessa massa di elementi. Il violoncello torna protagonista della scena, specialmente nella proposizione tematica. Come è stato fatto notare dal direttore Parolini (grazie anche al ricorso all'esecuzione di brevi frammenti esplicativi), nonostante l'assenza di soluzione di continuità e l'alternanza di umori e andamenti assai differenti, si possono individuare nella Kammersymphonie i 4 tempi di una sinfonia, nonché una elaborazione del materiale compositivo affine. 
Contrariamente alle supposizioni, i venti minuti ininterrotti di musica sono scorsi senza fatica, e anche con un certo interesse. I tratti lirici e ricercati di certe sezioni mi hanno incuriosito molto. E, anche se l'opuscolo asserisce il contrario, io echi brahmsiani e tardoromantici li ho avvertiti più volte, ed immediata è stata la memoria della celebre Verklarte Nacht dello stesso Schoenberg, per le medesime arditezze contrappuntistiche.

Lascio come sempre qualche fotografia (mi rammarico di non avere fatto in tempo a scattarne una durante l'esecuzione di Syrinx... sarà stata la bellezza della esecuzione?).

A presto!
Andrew







domenica 18 marzo 2018

Sul concerto Mozart/Respighi/Neschling (LaVerdi, 18 Marzo 2018)

Fresco di ascolto, ho voglia di scrivere del concerto che ho ascoltato questo pomeriggio. Perché fra me e me, e fra me e i confronti con altri presenti ho abbastanza stimoli per farlo.
Finalmente, dopo anni che vedevo i suoi post su Facebook e i suoi video su Youtube, ho avuto occasione di essere presente ad un concerto con orchestra del pianista Federico Colli. Non nego che avrei preferito un recital solistico, ma, indubbiamente, non è certo quella di oggi un'occasione della quale disdegnare.

In programma, uno dei concerti per pianoforte e orchestra di Mozart che mi piacciono di più, il K.491, in Do minore. Uno dei due soli in tonalità minore scritti dal compositore (l'altro è l'arcinoto K.466, in Re minore), e il tono minore in Mozart ha sempre una luce tutta sua. Penso al Quartetto con pianoforte in Sol minore K.478, ad esempio. Al suo tono a tratti severo, a tratti patetico. Penso all'emblematica Sonata in Do minore K.457 per pianoforte. Al secondo movimento del Concerto per pianoforte K.456 (che ho avuto modo di studiare), un tema con variazioni totalmente pervaso da un pathos struggente, quasi ansante. All'Adagio K.540 in Si minore, che ho anch'esso studiato, con il suo alternare la tensione e la distensione armonica ai tratti quasi più marziali e fieri.
Il Concerto per pianoforte in Do minore K.491 si contraddistingue per un corposo e suadente cromatismo, il quale aiuta ed enfatizza il tono quasi tragico dell'opera. Composto da un Mozart trentenne, differisce da quello in Re minore per una ricerca di una drammaticità più interiore che plateale. L'uso frequente di intervalli come la settima minore o i frequenti salti conferiscono al discorso del solista una sorta di "frammentarietà unitaria" assai espressiva. Il fatto stesso che Mozart non utilizzi il consueto primo movimento in carattere marziale ma un 3/4 (in uno) e che la riproposizione di medesimi temi fra orchestra e solista sia sempre riccamente variata, distacca questa composizione da altre del suo stesso genere. Anche il terzo tempo in tema e variazioni aggiunge ulteriore differenza.

Si è soliti assistere, od ascoltare in cd, interpretazioni molto "virili" di questo concerto, e non saprei dire se ciò sia aderente o meno all'ideale mozartiano. Certo i contrasti di sonorità nella stessa partitura sono abbastanza chiari (osservando anche il dosaggio di masse sonore orchestrali). Ma l'esecuzione di stasera direi che, se non si contrappone a questo pensiero, comunque se ne allontana. La "lotta intima" che differenzia questo concerto da quello in Re minore, viene resa anche attraverso la rinuncia, non di rado, a sonorità decise e piene per volgersi a una sorta di lasciato intendere senza che sia detto. Niente sottolineature evidenti, niente rimarcazione, pochi contrasti. Ma un fitto dialogo fra solista e orchestra, volto a costruire un unico discorso, una sola voce narrante. Lo stesso Colli ha da sé sovente condotto l'orchestra -quasi un secondo, fine e coraggioso, direttore- specialmente in punti nel quale le sonorità del suo amato strumento si facevano esili (ma non inconsistenti) o, mi viene da dire, "malate". Diversa la situazione orchestrale, che, mi duole un po' dirlo, non ha avuto a mio sentire questa stessa eloquenza (scelte del direttore?), rivelando a volte a un suono un po' "stanco". Un conto è il malato "febbrile" al suo interno, un altro è la stanchezza un po' de-personalizzante.

Non credo di dire nulla di nuovo se descrivo il pianismo di Federico Colli come raffinato ed elegante, chiaro, ricercato, tecnicamente impeccabile, ben governato (soprattutto mentalmente, almeno per come l'ho avvertito io, e non sto certo sminuendo, anzi, chapeau). Avevo davanti un pianista che da tempo fa parlare di sé, che suona in tutto il mondo, che ha in repertorio diversi concerti con orchestra (ricordo un terzo di Rachmaninov, un secondo di Saint-Saens, un primo di Cajkovskij), e che -compatibilmente con la tensione/attenzione verso la performance- ha una certa dimistichezza e nonchalance con il genere. Forse mi serve un ulteriore ascolto per apprezzare al 100% l'interpretazione di stasera, così diversa e se vogliamo distante da una ovvia aspettativa, ma non posso in alcun modo muovere critiche contro l'unità di pensiero dimostrata.
Degne di nota, le cadenze solistiche, ricche di fantasia e originalità di lettura. Il coraggio di certe sonorità sussurrate del secondo movimento. I due bis finali: una K.1 di Scarlatti così bella e singolare l'ho sentita ben poche volte. 

La seconda parte del concerto ha visto il parco rifocillarsi di orchestrali (soprattutto ottoni e percussioni) alla volta della Sinfonia Drammatica di Ottorino Respighi.
Respighi resta, per me, un caro compositore troppo poco proposto, troppo poco considerato. Se penso a opere musicali come il Concerto Gregoriano, i Pini e le Fontane di Roma, il Quartetto Dorico e il Quartetto in Re maggiore, non posso non essere scontento per la persistente troppa poco popolarità di questo fantastico personaggio.
Meraviglioso orchestratore, l'ho sentito spesso definire come "il Debussy italiano". E forse non è così inesatto, seppure la generazione degli ottanta non aveva le stesse prerogative di un simbolista come Claude Achille. Non mancano certo le sonorità un po' esotiche, l'utilizzo di strumenti in disuso o di nuova scoperta per l'epoca, l'attaccamento alle antiche polifonie patriottiche. Ma fra quelle francesi e quelle italiane ci sono differenze sostanziali che non si possono tralasciare: lo stile delle prime, così avvezze ad abbellimenti, tilli/trillini/mordenti e quanto altro, contrapposte alla semplicità diretta delle seconde, ad esempio.

Respighi è stato, ad ogni modo, un fantastico compositore, e la composizione proposta questa sera (che dura qualche minuto in meno di un'ora) ne dà atto per chiunque desideri accorgersene. Respighi porta il poema sinfonico di Liszt in Italia (non ho mancato infatti di notare medesime maniere di sfruttamento tematico), ha scritto musica in pieno stile tonale -se non modale, nel senso antico del termine- in un periodo in cui l'avvenire della musica stava votandosi alla pantonalità e all'amore per il puro suono e la timbrica. Riesce a fondere il carattere massiccio quasi brahmsiano/mahleriano alle macchie di colore alla Ravel (Rhapsodie Espagnole) con, appunto, l'esotimo debussyiano; e, forse, anche a una certa "russianità" di Rimskij-Korsakov -col quale peraltro studiò- o di Rachmaninov (in opere come l'Isola della morte). Un'opera così imponente come la Sinfonia Drammatica, anche per la sua lunghezza non statica, ci mostra come Respighi avesse ormai coniato un suo linguaggio, un linguaggio a tratti forse non proprio immediato e non "innovativo" se confrontato con i dodecafonisti o i serialisti, ma comunque delineato e dotato di una sua singolare espressività.

Credo di aver detto quanto mi era trasalito durante l''ascolto.
Lascio qualche fotografia della serata.





A presto!

Andrew

lunedì 12 marzo 2018

Su "Musica per organi caldi"/"Hot water music" (Charles Bukowsky)

Ho recentemente finito di leggere Musica per organi caldi, raccolta di 36 racconti di Charles Bukowsky. Dopo aver, per anni, sentito parlare di questo scrittore e averne letto qua e là aforismi e poesie, mi sono deciso ad acquistare un libro, lasciandomi puramente ammaliare dal titolo. Ricordo che ero a Crema quel giorno, e passeggiando per il centro pedonale mi sono imbucato in una libreria.

Musica per organi caldi -titolo originale Hot water music- a detta della traduttrice Viciani, è un'opera di un Bukowsky al suo meglio. Contiene sia narrazioni autobiografiche (sotto lo pseudonimo famoso di Chinaski, nei cui panni l'autore si cala per come è, senza aggiungere praticamente nulla) che altri scritti di pura invenzione. Alcuni sono permeati di pura follia. Altri ricalcano a pieno episodi vissuti.
E questo si evince. Nei racconti di vita vissuta, anche se con un altro nome, traspare l'animo di una persona vera, terrena. Forse un po' caricata nel personaggio che la gente -e lo stesso Charles, bisogna ammetterlo- ha tracciato, ma comunque autentica.
Ho intenzione di leggere anche qualcos'altro, però. Una raccolta di poesie, forse. O magari un'altra selezione di racconti. Ho evitato l'arcinoto Storie di ordinaria follia perché il mio bisogno di non fare tutto ciò che fanno tutti ha preso il sopravvento. Ma forse toccherà anche a me...

Gli argomenti che vengono sistematicamente affrontati e vissuti sono sempre quelli: lo stato di precarietà economica, il vizio del bere, il sesso e la passione per le donne, la psiche e le emozioni del protagonista (a volte anche dei personaggi che passano nella scena).
Dicevo poco sopra, leggerò credo anche altro di Bukowsky. Più per un interesse personale che per una passione per lui. Mi spiego. Durante la lettura ho avuto momenti di fastidio, a tratti repulsivi nei confronti del suo personaggio. E vorrei potermi ricredere.
Questo ruolo di artista abbandonato ad una sorta di noia per la vita, cinico e disinteressato di tutto tranne quando punta un obbiettivo (una donna, una persona influente, soldi...) mi è risultato un po' troppo forzato. Poco naturale, esagerato rispetto al vero. Non dubito affatto che Bukowsky potesse essere una sorta di maudit del tardo '900, non dubito del suo smodato cinismo o del suo lato sfrenato e libidinoso, ma spesso sembra quasi voglia appositamente giocare sull'immagine che la gente si è fatta di lui, utilizzandola a suo vantaggio. 
Non che ciò sia un danno, a dirla tutta, in fondo. Dipende dal fine. Se il fine è quello di vendere il più possibile e farsi conoscere, mantenere l'occhio del faro su di sé, è certamente un modo. Soprattutto se l'alternativa è non essere considerati per nulla (ricordo che Bukowsky accettò una somma irrisoria -da fame- ma fissa, al mese, pur di abbandonare un lavoro alle poste e occuparsi della sua scrittura). Però boh, la mia sensazione è che spesso si sia volutamente adombrato e abbia indossato i panni dell'idea del suo lettore medio, in modo da tenere viva la curiosità.

Tornando ai racconti, in alcuni di essi ho trovato anche alcuni pensieri interessanti, che in sé possono esulare dal contesto ed essere presi come spunti di riflessione. Talvolta perché sottolineano dettagli non immediati, altre volte perché sono così frizzanti e particolari da stimolare la fantasia.
In La strusciata del cane bianco si può leggere: "[...] solo le persone noiose si annoiano. Devono mettersi alla prova continuamente per sentirsi vive". Oppure, in Colpi a vuoto, una riflessione fredda -ed ovviamente cinica- sull'amore dice: "L'amore è una forma di pregiudizio. Ami ciò di cui hai bisogno, ami ciò che ti fa stare bene, ami ciò che ti torna più utile". 
La tipologia di scrittura, caratterizzata da frasi spesso molto brevi, descrizioni nette e senza troppo girarci intorno, portano Bukowsky a suscitare un senso di modernità senza tempo, in un arco di tempo che a me è parso possibile di circa 200 anni. Il suo stile è evocativo senza dire tutto, spesso dicendo pochissimo. Trasmette sensazioni di tensione, di grande malinconia, di eccitamento accennando soltanto qualche dettaglio. Insomma, si fa intendere.

Concludo con un accenno al racconto che mi ha più divertito, Altro che Bernadette. Al limite del comico, sagace nel tenere il dottore (ma anche il lettore) in tensione e in ascolto fino alla fine. Andatelo a cercare, se vi va.

A presto!
Andrew

domenica 11 marzo 2018

Concerto di Henri Barda (24 Febbraio 2018)

Quanto tempo è passato dall'ultima volta che ho scritto su Metathymos! Escludendo il post nel quale riportavo il mio articolo su Robert e Clara Schumann pubblicato sul blog di Classicaviva, era ancora la fine dello scorso anno.

Con un ritardo di due settimane abbondanti, vorrei scrivere brevemente del concerto del pianista egiziano Henri Barda al quale sono stato alla fine dello scorso mese di Febbraio.
Il concerto faceva parte dell'ottavo Festival Pianistico Morbegno-Chiavenna, il cui direttore artistico è Michele Montemurro, ottimo pianista di mia conoscenza. Ricordo ancora la prima edizione del Festival, nella quale conobbi personalità del panorama concertistico internazionale quali Irene Veneziano (fresca del concorso Chopin di Varsavia, con uno stupendo recital totalmente dedicato al compositore polacco) e Mariangela Vacatello (la quale aveva appena inciso gli Studi Trascendentali di Liszt, ed eseguì magnificamente anche la temibile Sonata in Si minore); dell'edizione 2016, invece, ricordo l'esecuzione stupefacente dell'integrale degli studi chopiniani (tutti e 27, compresi i 3 Nouvelles Etudes, anch'essi all'epoca appena incisi) dalle mani dell'amico Alessandro Deljavan.

Tornando ad Henri Barda, non avevo ancora avuto occasione di ascoltarlo dal vivo. Mi era stata accennata la sua tendenza ad eseguire, bene o male, tutto a velocità molto sostenute, forse a causa di una forte ansia da prestazione, ma io ho avvertito anche qualcos'altro.
Il programma -molto massicco- prevedeva, nella prima parte, l'esecuzione di 5 Preludi e Fuga dal Clavicembalo ben temperato di Bach e i 4 Impromptus Op.90 di Schubert; nella seconda parte il Tombeau de Couperin di Maurice Ravel e alcuni brani scelti di Chopin (Notturno Op.9 n.3Barcarola Op.60, Impromptu Op.29, Valzer Op.70 n.2 e la celebe Ballata n.4 Op.52).
Le voci che mi erano giunte non si sono affatto smentite, ma la natura del suono devo dire che è rimasta bella per quasi tutto il tempo. Ho apprezzato tantissimo l'articolazione leggera e "ariosa" (forse sarebbe più giusto dire "areata") di alcuni preludi di Bach. Notevole anche la padronanza delle fughe, a quelle velocità. 
Alcuni brani, nonostante la rapidità, risultavano a loro modo convincenti, come ad esempio gli Impromptus n.2-3 e 4 di Schubert. Il Tombeau de Couperin è, forse, stato il momento più alto dell'intero concerto. Bellissimo il Menuet, con un finale dalle sonorità eleganti, magiche e di cristallo. Anche la Fugue, chiara nella sua visione "fantastica", e la Forlane mi hanno colpito. Coraggiosissime (nonostante qualche imprecisione di poca importanza) le scelte esecutive del Prelude -con una coda scintillante!- della Toccata e del Rigaudon.
In Chopin ho trovato Barda un pianista convinto e dalla chiara visione personale dei brani. Per non pochi versi lontana dalla consueta concezione e interpretazione, il pianista non si risparmia di stravolgere alcune indicazioni di sonorità -anche in Schubert- reinventando il senso espressivo di intere sezioni di brani (ricordo chiaramente la sezione prima della ripresa con le ottave al basso, nella Barcarola: l'autore indica piano, come se per un momento si distanziasse dal ritmo e dall'idea della barcarola stessa e raggiungesse una dimensione più lontana e sognante; Barda sceglie invece un evidente crescendo, totalmente contrario, quasi una eccitazione sonora, ma non per questo meno convincente). La Quarta Ballata cala l'ascoltatore in una scena inquieta già dall'inizio, e questa inquietudine viene protratta fino alla fine.

Indubbiamente un concerto interessante di un pianista di un certo calibro, dotato di grande personalità e fantasia. Non mi dispiace l'idea che si possa addirittura sconvolgere la scrittura musicale, nel momento in cui l'esecutore è in grado di far trasparire in modo netto e direttissimo l'emozione che gli causa. Si resta "commossi" da un "commosso". Quasi un po' come il caro Carl Philipp Emanuel Bach sosteneva.






Andrew