lunedì 31 marzo 2014

Tregua, Pace e Perdono.

"Si ferisce l'amor proprio; non lo si uccide"
Henri de Montherlant
 
[Quanto tempo è necessario talvolta perché si possano capire, e ancor di più apprezzare certe cose.
Soprattutto se si tratta di parti di noi.
E' sorprendente come la vita, gli incontri della vita possano mettere in conflitto con alcune sfaccettature, facendole passare ai propri occhi come ai loro: difetti, problemi, sconvenienze.
Passano gli anni e ci si dimentica come ci si sentiva affini ai personaggi di un libro o di un film. E, quando si ritorna su quelle pagine o su quelle immagini, ci si sente diversamente affini, cospargendosi addosso un fango benefico, un fango che è la vivida ri-sensazione di quella somiglianza ormai lontana, che viviamo con un sorriso tenero come quello che si porge ad una persona innocentemente inesperta, quando in essa rivediamo quegli errori, quelle buffe goffaggini, quei tentativi appassionati che sono appartenuti anche a noi.]

"Chiamatemi Batiuska!", ricordi quei giorni? L'odore di quelle pagine è inconfondibile, non è fuggito mentre passavano gli anni ed il piccolo volume restava prigioniero verticale insieme agli altri, nella libreria.
Torna fra le tue mani quando meno te l'aspetti, e quando più ne hai bisogno. In quattro tratte in treno lo divori di nuovo come mai letto, ed ecco quella sensazione di fervore e di calore. Sorridi. "Quanto pensavo di somigliare a lui" pensi. Quante dormite inoltrate in là nelle ore -e quanto sonno accumulato su giovini spalle- per finire una notte, un paragrafo, un capitolo! Ogni scusa era buona. "Arrivare al primo punto e a capo!". Ma poi il primo punto e a capo lasciava troppo in sospeso, e cercavi quello successivo, o decidevi di fermarti ad un numero di pagina a te particolarmente piacevole.
Alla fine, era solo l'incombere irresistibile del sonno a farti smettere, a spegnere il lume della candela.
"Quante notti bianche, meravigliose notti bianche" erano quelle che conoscevi solo tu, che vivevi solo tu, con la tua intensità, con tutto a tua discrezione, privatamente.

Poi il sensibile sognatore divenne un problema, un peso o, peggio di tutte, un imbarazzo.
Subentrò il viscerale eros, ma, finita l'attrazione e il giro in giostra, rimanevi solo lo stesso. Il gioco è bello se dura poco. Peccato che non era un gioco.
La poesia, carta troppo delicata perché qualcuno si prendesse la briga di prenderla fra le mani più qualche secondo. La musica, troppo intima perché ci si disponesse in modo accogliente: era meglio tenerla fuori campo.

Tanto tempo per amare tutto questo. Tanto tempo e diversi anni per farne qualcosa di tuo. Tanto tempo per non rigettarlo come un contrappasso in agguato, e per farne propria risorsa dell'anima, soprattutto per se stessi. Tanto tempo speso ad accettare di non dover per forza aspergerlo come un esubero ingestibile. Tanto tempo occupato a sentirsi diversi, soli... maladatti.

Poi un giorno riapri il libro, risuoni quella musica, rileggi quella poesia, rievochi quel ricordo. E tutto è tuo. Inderubabile, irrovinabile. Dopo tanti passi. Fra mille cosa utili, necessarie e di scorta, nel tuo zaino.
Sì, sei stato probabilmente un po' illuso, ingenuo ed inconsapevole. Ma eri sincero.
Puoi amare quella creatura. Puoi amarla anche se oggi ha un poco di barba rossa in più.


Andrew

domenica 23 febbraio 2014

I due lupi

Tutto il male che mi puoi e mi potrai fare non farà che aumentare il mio legame già per natura profondo con te.
L'unica cosa che non riesco a tenere nella mente più di qualche secondo, è il pensiero di perderti. Io vengo da te direttamente, sono il tuo ultimo grande sforzo, in fondo. E cosa mi rimarrebbe di essere, senza te? Il mio cuore nasce dal tuo, così come il suo battito.
Più cerco di non somigliarti, più capisco che sono nato da te. Ciononostante restano alcune cose della tua personalità che non vorrei fare mie, pur mantenendo rispetto per ciò che sei, perché so che è il massimo che tu abbia potuto di te per sentirti una persona degna.
Sono così fiero di te, anche quando mi graffi in profondità e non te ne rendi conto. Spero tu lo sia di me, anche se forse non rispecchio propriamente il modello di uomo che avresti desiderato vedere uscire da me.
Perché la cosa più paradossale, assurda, ma anche dolce, è vedere come, una volta scontrati e feriti per l'ennesima volta, ci riavviciniamo per farci calore, come due animali zoppicanti, lenti e compassionevoli, che si abbracciano per leccarsi le reciproche ferite, quasi ignari che sono stati loro stessi a causarsele. Quasi dimenticando quante altre se ne fossero già fatte.

Andrew

Riflessioni su di un aforisma Baudelairiano

"Foutre, c'est aspirer à entrer dans un autre, et l'artiste ne sort jamais de lui-même."
["Fottere, è aspirare di entrare in un altro, e l'artista non esce mai da se stesso."]
Charles Baudelaire, “Journaux intimes”

La frase di Baudelaire non è intenta a descrivere il rapporto sessual-emotivo fra due persone, ma dall'ambito sessuale delinea il modo in cui l'artista approccia alla vita, al mondo e alla realtà. Il sesso richiede, di per sé, molta "fusione" con l'altro: ma per l'artista è sempre un avvicinarsi, non un fondersi, perchè -come dice Baudelaire stesso, peraltro- egli "non esce mai da se stesso", non si tradisce mai, non si lascia contaminare né rubare il suo "sangue" dall'altro, ma soltanto -eventualmente- dall'Arte. 
L'artista è un essere egocentrico ed esigente per antonomasia, desidera sapere tutto ma non dare né dire nulla di sé, avere tutto ma non concedere nulla di suo se non la sua arte (perché essa venga ammirata, celebrata, diffusa); sapere di possedere ma non voler essere posseduto completamente. E comunque, Baudelaire usa non a caso il termine "fottere", come simbolo del puro e semplice, mero atto del sesso: la penetrazione. Come invasione dell'altro, sconvolgimento del relativo io e della persona senza, però, tradire il proprio io di artista, senza compromessi di nessun genere. 
Avere, non condividere. L'artista ha bisogno di emozioni forti che alimentino i contrasti emotivi intrinsechi ed intimamente intrecciati con la sua vita, i picchi di "up" e di "down" che lo fanno sentire mobile e precario, fragile e verace, vulnerabile, ricettivo, passionale e quindi vivo. Il tormento domina la sua esistenza, non l'amore, non la condivisione dei piaceri o delle emozioni. Ovviamente, questo, non gli impedisce di provare sentimenti anche viscerali e fortissimi per qualcuno, di renderlo sua musa ispiratrice e suo dedicatario dell'arte, suo sostegno e suo orgoglio, persona alla quale aprire le porte del suo regno e del suo castello da egli stesso interamente creato ed arredato.
E' crudele, ma è così: amare un artista significa amare anche ciò che egli fa, mentre quest’ultimo potrà anche amarti molto o possederti, e di ciò che fai -nel caso in cui non fosse arte- invece infischiarsene, in quanto ciò non lo tange direttamente, non lo [s]muove... non gli serve.

A.

lunedì 9 dicembre 2013

Récital per i "Weekend Donizettiani"

Sabato 21 Dicembre p.v., alle ore 16, a Bergamo Alta, presso la Casa Natale di Gaetano Donizetti (sita in Via Borgo Canale, 14), per il penultimo appuntamento dei "Weekend Donizettiani", organizzati dal Conservatorio Donizetti di Bergamo, terrò un récital pianistico con musiche di Bach, Haydn, Chopin, Ravel.
L'ingresso è libero, perciò chiunque volesse venire è ben accetto!


Vi aspetto!

A.

lunedì 25 novembre 2013

Dies Natalis Donizetti 2013

Venerdì 29 Novembre 2013

in occasione del giorno della nascita di Gaetano Donizetti

presso il Ridotto Gavazzeni del Teatro Donizetti

 MARATONA MUSICALE

Dalle 15.00 alle 19.00 si esibiranno alunni dell'Istituto Donizetti



Sarò presente anch'io, ed eseguirò la Sonatine di Ravel

lunedì 18 novembre 2013

L'Arte per Telethon

L'ARTE PER TELETHON

14 artisti donano una loro opera
l'intero ricavato sarà dato a Telethon

Venerdì 6 Dicembre 2013 ore 21.00
c/o Monastero del Lavello, Calolziocorte (LC) 

Inaugurazione evento con opere letterarie e artistiche del Gruppo Artistico Maladat.
Letture di Salvatore De Gennaro

 

lunedì 7 ottobre 2013

Automne à la Gare.

Arrivo in anticipo alla stazione. Oggi non è Martedì, non è giorno di mercato, e c'è meno traffico.
Guardo il tabellone: non ci sono ritardi. Quindi attraverso la sala d'aspetto per raggiungere l'obliteratrice, timbro il biglietto e vado al binario numero 3, sul quale, poco prima che arrivi il mio treno, passerà quello per Milano. C'è un silenzio così spesso e "grave" che si potrebbe affettarlo. Non c'è nulla di diverso da una solita mattina in cui vado a Bergamo a studiare o a seguire le lezioni in Conservatorio, ma oggi mi accorgo di quanto distacco esprima questo silenzio. Saremo in trenta persone almeno, e nessuna parla con l'altra. Nessuno si conosce, nessuno si guarda, nessuno si saluta. Trenta anime irrequiete - ventinove senza di me - in attesa di un treno, in piedi come ombre verticali, come spaventapasseri - fra cui alcuni vestiti anche similmente - rubati da qualche campo di grano.
Eppure non credo di esprimere distacco. E al tempo stesso non me ne importa granché. Alcune facce, peraltro, sono le solite, con la stessa espressione svogliata o assonnata. E il mio pensiero, nel frattempo, si dirige verso il treno che sta per giungere: chissà se sarà quello "nuovo", nel quale i posti a sedere sono civili, abbastanza puliti; quello "nuovo" sul quale non devi spararti la musica a palla negli auricolari perché i cigolii e i rumori sono così forti da penetrare anche il timpano. Ho fatto caso, recentemente, che è il treno delle 9.22 quello che solitamente è il più nuovo. Ma non posso darlo per scontato, ho ripreso da pochi giorni la frequenza in Conservatorio, e poteva essere un caso, visto che ho pure preso treni a orari differenti fra loro.
Mi chiedo se ho con me La Recherche di Proust, e La Palude del Diavolo di George Sand. Non ne sono certo, ma mi pare di averli infilati nello zaino, insieme ai libri di Storia della Musica, gli spartiti di clavicembalo e al Volume Primo del Clavicembalo Ben Temperato di Bach - che, però, suonerò e studierò al pianoforte. Sì, sì, ne sono sicuro: adesso ricordo il momento in cui li ho messi, ovvero esattamente prima di aggiungere anche la bottiglietta d'acqua e i fiori di Bach. Molto bene, avrò il mio bel da fare anche nel mio breve lungo viaggio.
Mentre traggo queste conclusioni nel mio universo parallelo e solitario, sbuca il treno mollemente: non è quello più nuovo, peccato. Mi toccherà tenere il volume alto, e possibilmente scegliere tracce non troppo "soft", altrimenti non ascolterò praticamente nulla.
Il treno si ferma, e casualmente una delle porte è quasi davanti a me. Lascio salire cortesemente una signora prima di me. E' semideserto, così mi scelgo un posto il più possibile - o meglio, per quanto possibile - pulito, poso lo zaino sul sedile davanti al mio, ed il cappello di Parigi, la sciarpetta ed il giubbetto al di sopra. Guardo fuori e penso che siamo in Autunno ormai, anche se questa stazione non trasmette certo la poetica malinconia di Verlaine, non ispira certo l'intimità clarinettistica dell'ultimo Brahms. 
Guardo il cielo, grigio a macchie e mi viene in mente che potrei ascoltarmi un po' di Chopin: quindi attacco l'auricolare al mio cellulare e comincia la splendida Barcarola op.60, col suo colpo di apertura in pedale di dominante. Estraggo La Recherche, ma sono incuriosito dal magro libro della Sand, che ho iniziato giusto un paio di sere prima, come preambolo al sonno, ed opto per quello.
Una piccola spinta stridente, rumorosa e affaticata come un colpetto di tosse soffocato fa partire il treno. La sola cosa di cui mi accorgo prima che le pagine di carta riciclata della Palude del Diavolo, e le sequele di terze e di seste della Barcarola mi rapiscano in tutta mia accondiscendenza. 
E mentre chino la testa sul libro, prima di chiudermi nel mio ivisibile impalpabile uovo di aria, mi accorgo di quanto sia buono il profumo ai legni che indosso: un solo, ultimo palpito di fuggevole disattenzione.



A.

giovedì 12 settembre 2013

La fuga a voce sola

Il controsoggetto che ho scritto al posto tuo non lo vedrai, non lo leggerai, non lo intonerai né lo sentirai.
La nostra Fuga mi pareva inconcepibile senza la tua voce. Poi ho capito che la tua io posso immaginarla, e quindi l'ho scritta dentro di me, nella mia mente e davanti ai miei occhi, nell'aria, visto che tu non sembri preoccupartene.
Esistono fughe a una voce sola. O, almeno, questo è ciò che tutti probabilmente crederanno. Io ascolterò risposte, riesposizioni, divertimenti, stretti e pedali. 
Il pentagramma è vuoto per chi tale lo vuole vedere.

A.

mercoledì 4 settembre 2013

La Curva

Credevo di fare qualcosa di buono, venendo davanti ai tuoi occhi di celestina a dirti che non era così.
Mentre il cd volteggiava orizzontale, mentre i fumi fragranti della musica disegnavano attorno a noi ghirigori astratti e linee di calore, il mio fiato fu di troppo. Ma non lo sapevo. Io non lo sapevo.
Guardavo i tuoi occhi rivolti in avanti, come sempre. [E' raro che tu possa parlarmi guardandomi nei miei, e non ho tuttora capito se ciò dipende da una soggezione ispirata da me, o da un tuo raccoglimento personale, riverenziale, da una tua tenera vergogna.] Li guardavo ed ho sentito sussultare, poi ho abbassato gli occhi, sulle tue mani di cotone e di pèsca.
Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere quanto il mio istinto ti stesse carezzando, disegnando nello spazio, sfiorando come un petalo di stella alpina.
Parlai, a poca voce, parlai solo per te, ma sin da subito compresi che non sarebbe stato quello, che avrebbe resa utile la rottura di quel silenzio. 
[Quel silenzio non era imbarazzante o pesante, era solamente, semplicemente bellissimo. Più bello di quello in cui si resta a guardare qualcuno che dorme, più magico di quello che si infiltra alla fine di una esecuzione al pianoforte, quando il piede si alza ed il pedale si rialza, e consente al suono di andarsene altrove ma non più lì dove lo tiene.]
Delicatamente come cristallo bagnato, l'inutilità del mio errore risuonò breve, e si richiuse come un fiore notturno colpito dall'alba. Uno sbadiglio, le dita sugli occhi, una carezza sui tuoi capelli di spiga morbida, e tre baci inanellati da vicino, i nasi a capolino. Il tuo respiro parco sul mio volto e i tuoi occhi addolciti ancora di più dal chiarore giallo dei lampioni.
Stavo per lasciarti andare a casa a dormire quando, come due accordi all'arpa, le tue braccia mi giunsero attorno e tu mi abbracciasti senza dire nulla. Rimasi così, sorpreso. Rimasi così, adagiato come in una culla, sulla curva fra il tuo collo e la tua spalla, disteso dal tuo profumo fresco, finché non fosti tu ad allentare la tua dolce morsa.

Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere, e non avresti saputo. Questa volta non avrei interrotto il silenzio. Questa volta ti avrei soltanto sorriso senza guardarti, perché stavo tanto bene in quella curva, che altro non avrebbe potuto descriverlo meglio.

A.

mercoledì 17 luglio 2013

In Lontananza

L'anno scorso al 1 Gennaio mi chiesero: "Che anno sarà il 2012?". Io risposi, così, senza pensarci: "L'anno dei ritorni". E così fu, per diverse persone che conosco, più o meno vicine a me.
Quest'anno, alla medesima domanda, e col medesimo spirito dissi "L'anno della Bellezza, ma con la B".

Forse la Bellezza inizio a vederla anch'io. E non è stato soltanto il film "La Grande Bellezza", non è stato unicamente il contorno a quel film, o il suo significato nascosto.
Forse, pur in un momento di profondo "dolore globale", inizio a vedere la Bellezza nel suo senso più ampio - e forse anche più nobile - come un qualcosa di distante ma che si distingue.

Si è in costante cambiamento nella vita, ma non sempre questi cambiamenti trascinano violentemente con loro come mi sta accadendo: questo perché, spesso, il cambiamento lo si teme - o almeno io lo temo, perché sono di base un po' diffidente seppure accogliente - e non si può prevedere cosa si aspetta; perché a volte cambiare fa male, e altre significa prendere veramente in mano le proprie responsabilità, la propria persona. Guardarsi in faccia senza chiudere gli occhi, ma con la paura di scoprirsi diversi da ciò che si credeva, con il rischio di piacerci meno di quanto vorremmo, o addirittura di desiderare di non essere chi siamo.

Il più grande coraggio si ha verso se stessi, non verso il mondo. Accettando di non essere qualcosa "a parte", ma una sua parte stessa. Non si è tagliati fuori, si decide di escludersi. Non si è colpevoli, ma ci si dà la colpa, perché nessuno è colpevole finché non gli si attribuiscono colpe o responsabilità. Inclusi se stessi.
Dura è accettare l'abbandono, l'essere tutto e nulla nel lasso di tempo necessario appena per sciogliere i nodi della difesa e lasciarsi pervadere. Nodi poi difficilissimi da rifare. Dura è dosare l'essere ciò che si è, accettare di stare in silenzio ma stare accanto, non esprimere la propria per forza ma ascoltare; dura è ammettere a se stessi desideri, pensieri, paure, esigenze, sogni, debolezze e forze, negati per poter essere "perfetti", per essere pronti a tutto e a tutti, per tenere tutto sotto controllo. Per potersi "lamentare". Distrarsi in milioni di cose diverse e spesso vacue, per non fermarsi, per non pensare e ricordare. 

Ma il controllo non può esserci. E' un'illusione, e quando ce ne si capacita, si perde l'appiglio, e da quella rupe dove quasi si scorgeva la cima, ci si sente come precipitare a vuoto: zero imbracature, zero corde di salvezza. E manca l'aria. E non si ha il tempo di svegliarsi che una mano al collo e l'altra allo sterno premono togliendoti il fiato e facendoti quasi scoppiare il cuore. E non c'è una mano da stringere per farsi forza, una presenza per rassicurarsi. Si fa i conti con il proprio io, che tanto abbiamo lasciato in un angolo, e con tutte le cose che non si possono "gestire".

Il soffocamento non è assenza di aria, ma bisogno e voglia di respirare. Solo che respirare equivale ad accettare che nuova aria entri dentro, aria che non si sa se sia buona o cattiva, sana o meno.

Il più grande coraggio è verso se stessi. Ammettere, vivere. Prendere a mani piene ciò che si desidera, senza la codardia della paura che istiga a non farlo ancora, sussurrando dietro il collo "No, non è ancora tempo...", per poi generare aborti di rimpianti, pentimenti, e autoinquisizioni che suonano paradossali e per di più non portano a nulla.

Il coraggio è lontano ancora, ma forse c'è. La Bellezza è lontana ancora, ma forse c'è.


A.

domenica 30 giugno 2013

Parentesi

[In questi giorni, in queste ore
quante parole ho
scritto, e lacrime pianto,
nella mente, sulla carta e poi
nell'aria fredda
perché qualcosa le portasse
via.]


A.

giovedì 20 giugno 2013

La Grande Bellezza

Ieri sera sono tornato in una multisala, dopo credo un paio d'anni che non ci mettevo più piede. Ed è strano, in un certo senso, pensare di andare a infilarsi in una sala da cinema a fine Giugno, quando fuori ci sono 30 gradi e un'afa esagerata, e non farlo nemmeno in inverno, quando le sale sono calde e ci si starebbe anche bene.
Però si sa come accade, senza che nemmeno ci si ricordi di qualcosa, qualcuno te la estrae e te la propone, e quindi scatta il "E perché no?!", vuoi perché non è tua abitudine ma non lo disdegni, vuoi per rinfrescare la memoria... e quindi mi sono ritrovato lì, in attesa di una pellicola della quale sapevo solo il titolo e qualche attore o attrice noto/a incluso/a: La Grande Bellezza.
Non ho assolutamente idea di stare a fare un riassunto del film che ho visto. Però posso cercare di spiegare cosa mi ha trasmesso, cosa mi ha lasciato.
Anzitutto, se si pensa di andare a vedere un film ed uscirne con una morale in tasca, nuova o vecchia che sia, si può stare a casa. La morale non c'è, o magari non ce n'è una sola ma tante, piccole e disseminate un po' ovunque nelle due ore e passa di durata. L'atteggiamento forse più idoneo è quello di andarci con una predisposizione "di accoglimento e raccoglimento", ovvero di lasciarsi prendere, investire, coinvolgere dalle immagini e dalle parole - nonché dalla colonna sonora, che, insieme alla fotografia, rendono questo film a tratti veramente toccante - e raccoglierne ciò che ci può servire, tornare utile o servirci da lezione. Ciò che può essere utile per riportare alla mente cose alle quali normalmente non pensiamo, per ricevere uno schiaffo sul lato anche vergognoso di una parte "borghese" della società odierna nella quale, nonostante di acqua sotto i ponti ne sia passata, persistono ancora figure demodées e quasi caricaturizzate dalla loro non attinenza coi luoghi ed i tempi, i pensieri, le priorità e gli "stili" di vita dominanti e attuali.
Ci si può sedere e non capire nulla, o crederlo perché si viene costantemente sedotti da immagini dal forte impatto, senza velo alcuno anche nella più profonda crudezza e verosomiglianza (che è ben più che somiglianza, di fatto) con la realtà che ogni giorno ci fluttua attorno.


Ma una delle cose che, in particolare, mi ha fatto pensare questo film, è che, se i giorni si susseguono tutti uguali, con le stesse emozioni belle o brutte, le solite abitudini, impegni o altro che sia... si può rimanere sempre giovani, o essere già vecchi dapprima. Si può scegliere fra le due in un certo senso, certo, escludendo i segni dell'età (con una sparatina di botox qui e là, un chirurgo plastico o la più semplice, frivola illusione che non ci siano). Ma non si ha nulla da ricordare: non un susseguirsi di fasi o di fatti, di eventi, situazioni, sensazioni o fragranze che consentano di avere una pseudo-cronologia della propria vita. Avere una grande abbienza e sfruttarla ogni giorno per le medesime cose, ricercando le medesime distrazioni da un vuoto che dentro - o dietro di noi, nel nostro passato - ci portiamo comunque, non è vivere. E' passare (o passire). 
Solo che quando poi ci si guarda allo specchio, oppure si posano gli occhi sulle prorie mani e si vede che non sono certo piccole come quelle di un bambino, ma rugose e venose come quelle di un corpo quasi mummificato... forse non si può più dire di non aver ancora vissuto, ma di avergià perso la vita, senza sapere come o perché.

Forse questo film associa la bellezza estetica (sia in senso nobile che non, del termine), architettonica, paesaggistica, artistica, con l'orrido perverso e quasi parossizzato, con il marcio e l'artefatto, al preciso scopo di non restituire - come dicevo prima - una chiave di lettura preconfezionata, una conclusione già tirata o un senso solo, ma per aprire nuovo spazio a domande e riflessioni, emozioni; espandere il senso dell'urgenza e del rapido mutare, morire, invecchiare (che per taluni è anche peggio che morire), orientare sguardi su molte cose che solo una bellezza autentica non dimentica mai di sottolineare, fra un tratto e l'altro.

Solo un breve accenno alla bellezza disseminata qui e là in questo film, la stessa bellezza che del mare ci ricordano quei granelli di sabbia che rimangono infilati tra le fessure dei sandali, o in fondo alla nostra borsa da spiaggia:


Andrew

lunedì 13 maggio 2013

Scheggia

Ho rivisto ciò che ero, per un attimo. Abbastanza per imprimere non solo quell'immagine, ma anche tutto ciò che la contornava - emozioni, spirito, pensieri, carattere, nella mia testa e dentro di me.
Ho provato tantissima nostalgia. Mi sono sentito come in colpa.
Mi ero dimenticato, senza rendermene conto. 
Mi sono ritrovato, e lo stupore di rivedermi ancora lì dov'ero, com'ero, mi ha praticamente sovrastato, come un'onda oceanica multicolore, schiumata, fragorosa, viva. Ecco, ho riprovato la vita, e in un secondo più di dieci anni mi sono passati davanti veloci come schegge di luce: manoscritti in bella copia quasi come fosse stampa, quaderni stracolmi di note, fogli volanti vissuti, turbamenti, passioni, abissi sondati impavidamente.
Ho visto tutto ciò ed anche ben di più, e mi sono sentito mutilato, ammutolito, paralizzato.
Poi ho mosso le dita, gli occhi, e ho iniziato a piangere. E' come se avessi riaperto un piccolissimo uscio del quale non trovavo più la chiave. Ho riaperto un chackra, un canale non tanto di espressione, quanto di consapevolezza di vivere, di desiderare, di bisognare.
Ho sentito il mio sangue molto caldo, il mio cuore accendersi, il mio corpo emanare calore e muoversi armoniosamente.
Ho visto quanto ho dato, e quanto il mio riserbo e la mia riverenza non mi hanno mai portato a chiedere. Ho visto quel che sono (stato), e se allora me ne vergognavo tanto, e se il tempo progressivamente mi aveva imprigionato, trasfigurato... ora le bende si erano sciolte, e potevo riguardarmi davvero nello specchio. 
La meraviglia di quei giorni che sono e sembrano tanto lontani, e di quel qualcuno che spero di poter ancora essere.
Credevo di essermi costruito un'anima nuova, e invece, per il fatto che costa caro portarla, l'avevo soltanto negata.
Ho provato tantissima nostalgia, tanto da essere insopportabile. Allora ho iniziato a muovere dei passi, per tornare verso quel che ero, abbracciarlo, chiedergli perdono e rimetterlo al posto che è sempre stato suo.


A.