mercoledì 27 giugno 2018

"Bach: Concerto alla maniera italiana" (Per antiche contrade - XIV edizione - 23 Giugno 2018)

Sabato scorso, 23 Giugno, sono tornato in un posto che a me piace molto, ovvero la Chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore, uno dei luoghi a mio avviso più affascinanti del territorio insieme a quella di San Giorgio. Avevo visto sui social la pubblicità di un concerto molto interessante, che vedeva protagonista Luca Oberti. Praticamente, un concerto per clavicembalo solo.
Siccome non avevo ancora avuto modo di vivere un'esperienza del genere, le sono corso incontro (infatti ero in seconda fila, a due passi dall'esecutore).


Il programma era interamente dedicato a Johann Sebastian Bach, con particolare attenzione alle opere dal carattere "italianeggiante", dichiarato o meno che sia. Lo stesso Luca Oberti, preoccupandosi di introdurre sia l'intero concerto che i singoli brani, ha accennato alle esperienze italiane di Bach, le quali montano esattamente a ZERO, e di come, attraverso lo studio di partiture di allora noti compositori dello stivale (Frescobaldi, Marcello, Vivaldi...) egli si sia in qualche modo impossessato dell'arte italiana, all'epoca caratterizzata principalmente dalla variazione tematica, ma soprattutto da una polifonia spesso meno densa e complessa di quella tedesca, e volta maggiormente a evidenze melodiche (Italia patria del belcanto...) che a rigiri contrappuntistici alla maniera fiamminga.
Ecco quindi sbocciare il programma del concerto: si inizia con la Fantasia e Fuga in La minore BWV904, composizione a me un po' meno nota del compositore tedesco ma che mi ha colpito in particolar modo per il carattere musicale espressivo e un po' "patetico" della Fantasia introduttiva. Quindi, a seguire, il Concerto in Re minore BWV974, adattamento (spesso rielaborazione libera) del celebre Concerto per oboe di Alessandro Marcello. Degno di nota il Presto conclusivo, eseguito in maniera impeccabile e con un flusso continuamente stupefacente e brillante.
La seconda parte (senza soluzione di continuità dalla prima) ha visto l'esecuzione di un brano a me tanto caro quanto lungo il suo nome, il Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo BWV992. Questo brano è forse unico nella produzione bachiana per il fatto che è composto da brevi brani molto caratterizzati dal punto di vista "emotivo". Scritto da un Johann Sebastian nemmeno maggiorenne, narra di un episodio importante della sua vita, ovvero la partenza per la Svezia del fratello maggiore, anch'egli musicista, ed assunto appunto in nord Europa. Bach non rivedrà mai più il fratello per tutta la vita, e la commozione del distacco è palpabile già dal primo brano, dolcissimo e quasi sempre per intervalli di seste, quasi un canto bivocale (che Luca Oberti ha interpretato con grande semplicità e molto trasporto). Notevoli anche l'Adagiosissimo, lievemente fiorito qui e là dall'esecutore, e la conclusiva Fuga all'imitazione di Posta.
Conclude il concerto il celeberrimo Concerto nach Italienischem Gusto BWV971, composizione che non ha bisogno di presentazioni, ma che Luca esegue in maniera direi strabiliante. E, ancora una volta, il finale in Presto si rivela travolgente, con momenti di pura esaltazione.

Ho davvero goduto di un repertorio eseguito su uno strumento vicino a quello originale, un repertorio a tratti poco proposto e a tratti super conosciuto in ambito di musica classica. Sono veramente grato a Per antiche contrade, che ha creato questa splendida occasione di ascolto e "degustazione".
Lascio qualche scatto rubato durante il concerto.

 






Alla prossima!
Andrew

venerdì 22 giugno 2018

Recensione di "Notturni rossi" da parte di Gian Luigi Bonardi (su ilmiolibro.it)

Dopo neanche due giorni dalla mia recente pubblicazione, sul sito ilmiolibro.it un iscritto di nome Gian Luigi Bonardi ha scelto di leggere la mia raccolta di poesie e di stenderne una libera recensione, che ho molto apprezzata, soprattutto perché non me la sarei proprio aspettata così alla svelta!

Non mi dilungo -come al solito ho poco tempo, uffa!- ma vi lascio QUI il link dove è possibile leggerla.
Vi comunico anche che, qualora vi piaccia l'idea, una recensione potete farla anche voi. Se non ho capito male, su ilmiolibro.it si ha la possibilità di leggere una copia digitale gratuita del mio libro (essendo fra le nuove proposte) con la clausola di scrivere poi una libera recensione.

A presto!
Andrew

mercoledì 20 giugno 2018

Nuova pubblicazione: "Notturni rossi"

Oggi parlo di qualcosa che mi riguarda in prima persona. Dopo ben 8 anni dalla pubblicazione di Mùrmure, la mia prima raccolta di poesie (potete trovare QUI delle informazioni utili, se volete), ho deciso di ripetere questa esperienza e di pubblicarne un'altra. 

Si chiama Notturni rossi. E' una passeggiata più o meno lunga e più o meno tracciata; un'opera che ho creato in poco tempo e senza troppo pensarci su. In ordine cronologico sarebbe la mia quinta raccolta di poesie: un paio restano private, ed un'altra, antecedente a Notturni rossi, sul punto di pubblicarla l'ho percepita incompleta e un po' irrisolta, ed ho quindi preso del tempo per lasciarla maturare e rivederla a tempo debito.

Ho voluto espressamente, in Notturni rossi, togliere qualunque possibile istinto di rendere prestabilito, progettato o poco spontaneo il tutto. Le poesie contenute sono prevalentemente degli ultimi 18-20 mesi, ma altre vengono anche da molto lontano. Ascoltando l'estro e "la pancia", sono andato a ripescare cose "vecchie" ma ancora attuali, che ho inserito o rivisitato.
Non voglio dilungarmi con le mie parole. Preferisco lasciarvi un estratto della prefazione, scritta da Marco Greppi, e lasciarvi un link dove poter guardare meglio l'opera e, perché no, acquistarla:

"[...] Il percorso di lettura che ci propone l’autore non è causale, piuttosto sincronico, quasi alchemico, laddove, partendo dal movimento di passeggiate si arriva alla multiformità entropica dei brandelli consunti e macerati dal fumo e nell’alcol utilizzato come catalizzatore nella soluzione alchemica di questa Rubedo. Ed è “quest’ultima” fase che conferisce colore e aggettivo ai Notturni; in cerca di una finale energia e, contemporaneamente, esplodendo di passione e di sangue; notturni inevitabilmente rossi forse per cercare il rosso della rivoluzione, della ribellione verso attimi persi. Notturni rossi, perché rosso è, tra tutti, il colore intermedio tra il bianco e il nero, tra la presenza e l’assenza."

QUI potete trovare la pagina del sito ilmiolibro.it dove eventualmente visionare ed acquistare la raccolta.
Vi lascio anche l'immagine estremamente essenziale che ho scelto come copertina:

A presto, e fatemi sapere se vi piace!
Andrew

martedì 12 giugno 2018

Concerto dei doppio coro "Open Space" (2 Giugno - Circuito Organistico Internazionale in Lombardia - AGiMus Lombardia e Associazione Le 7 note)


Ahimé è già trascorsa più di una settimana dall'evento di cui parlerò in questo post. Purtroppo gli impegni della mia quotidianità non mi hanno concesso di occuparmene prima e di stendere una breve recensione.
Sabato 2 Giugno sono stato alla Chiesa di S. Giorgio di Almenno S. Salvatore (BG) per ascoltare un concerto di voci a capella, il doppio coro "Open Space". Per la precisione, i due cori concomitanti erano il "Legictimae Suspicionis", e il "Vokal Total". Quest'ultimo, un coro formato da giovani ragazzi e ragazze provenienti dal Liceo "Secco Suardo" di Bergamo.
Il programma prevedeva musiche di varie epoche e di differenti ambiti, sacri e profani, popolari e “colte”. Gli autori, i più disparati, dai noti Orlando di Lasso e Pierluigi da Palestrina, o Dowland, ad autori meno proposti come Lechner, Enrico VIII Tudor o addirittura canti popolari e di anonimi del XV e XVII secolo.
La Chiesa di S. Giorgio è un luogo poco utilizzato, ma a mio parere molto suggestivo quanto adatto a questo genere di iniziative. L'acustica è buona, lo scenario luminoso e l'aspetto estetico si presta a molteplici utilizzi. Speriamo sia possibile, con il tempo, vederla sempre di più aperta che chiusa.



Sono arrivato al concerto, a dire il vero, un po' col punto di domanda sopra la testa. Un po' perché, di tutto il programma, conoscevo pochissimi brani; un po' perché non conoscevo nemmeno le due formazioni corali. Ma devo proprio ammettere che sono rimasto sorpreso sia nell'uno che nell'altro caso. La preparazione vocale era notevole, la direzione, alla mano di Donato Giupponi, era chiarissima e molto efficace, la compattezza sonora e l'unità ritmica, anche nei tratti polifonici, pienamente riuscita. E ciò mi ha molto rallegrato e confortato, anche appunto per la presenza di un coro formato da giovani liceali, a testimonianza di come ancora oggi la buona musica unisca, possa unire e possa appassionare anche i ragazzi, che non si finisce mai di criticare per i comportamenti diciamo più “clichés”.

Ma torniamo al concerto. La cosa che ho più apprezzato è stata l'aver concepito l'intero evento come un percorso musicale in interazione con gli ascoltatori. Inaugurato da una sorta di motto di apertura declamato da uno dei cantori, ha come rievocato quella usanza teatrale di certe commedie del 500-600, con la quale si enunciava la morale delle vicende inscenate, o si invitava semplicemente il pubblico a dare la propria attenzione. Ho visto, inoltre, alternarsi varie formazioni e varie “masse corali”, disposte in modo direi quasi coreografico, con persone più avanti ed altre più indietro, sul piano dell'altare o giù dai gradini. O fino a creare un cerchio attorno ai banchi della chiesa, cerchio nel quale racchiudere l'intero corpo di spettatori ed immergerli totalmente nel riverbero armonico dei canti, spesso accompagnati dal suono di bicchieri di cristallo sfregati con i polpastrelli bagnati.

Veramente suggestivo, e direi anche un po' fuori dal tempo. Ecco qualche fotografia, in modo che possiate averne una idea.









Alla prossima!
Andrew

sabato 2 giugno 2018

"Laudate Eum in sono tubae" (Arte e Musica Antica - 37ma edizione - 30 Maggio 2018)

Un problema di "omonimia" di qualche tempo fa mi ha portato a conoscenza dei concerti proposti alla chiesa di S. Bernardino di Lallio dalla rassegna Arte e Musica Antica. Purtroppo ho avuto modo di presenziare solamente a... uno e mezzo, direi.
La chiesetta in questione è splendida, completamente affrescata, densa di un'atmosfera di raccoglimento e di un vissuto lontano (infatti è cinquecentesca)... ma è molto piccola, e pertanto offre non moltissimi posti a sedere. La prima volta ho assistito a metà di un concerto stando seduto sul gradino del sagrato; ero arrivato il prima possibile, ma a quanto pare già troppo tardi per trovare un posto all'interno.






Questa volta ho avuto occasione di arrivare molto prima e di addirittura scegliere il posto più congeniale per l'ascolto e lo scatto di qualche fotografia. In programma c'erano l'UtFaSol Ensemble (in collaborazione con gli allievi della scuola civica Artemia di Osio Sopra) e l'Ensemble G. Carissimi di Lecco. 
La particolarità, per me, di questa occasione, è stata di aver sentito suonare per la prima volta strumenti antichi diversi dagli archi o dal cembalo: in particolare il cornetto (di cui ha fatto un excursus Pietro Modesti nell'introduzione al concerto) o la bombarda, o anche i tromboni più vicini a quelli dell'epoca che ai nostri attuali moderni.

Il concerto ha alternato l'esecuzione di brani dall'organico differente ed alternato: con entrambi gli ensembles sul "palco", come lo Stabat Mater di Scipione Stella (che mi è piaciuto moltissimo!) o Regina Coeli di Francesco Soriano, con il coro all'unisono per tutto l'inizio del brano; con alcuni strumenti accompagnati dall'organo, come il Ricercar del Duodecimo tuono o la Canzon Terza dei due Gabrieli o Anima mea liquefacta est di Orlando di Lasso (altro brano che ho gradito molto), o ancora Qui manducat meam carnem di Claudio Merulo, con l'uso dei 4 tromboni soli; ed infine altre formazioni con alcuni solisti del coro accompagnati dagli strumenti: ecco quindi ad esempio il caro Monteverdi, con il suo Deus tuorum Militum.
Il clima della chiesa di S. Bernardino ha esaltato l'aura quasi "ascetica" e a volte spirituale della musica eseguita. Notevole la preparazione di entrambe le formazioni. Bello il suono del cornetto, anche se devo ammettere di averci messo un pochino per scindere il suo timbro così particolare dagli altri, attendendo quegli sprazzi in cui il suo ruolo era preponderante, o i suoi brevi momenti diciamo solistici e le sue "fioriture" conclusive.

[Ogni volta che ascolto concerti di musica barocca ed antica mi torna la voglia di suonare il clavicembalo -che non ho, ahimé, ma col quale ho avuto un paio di anni di felice e curiosa esperienza nella mia formazione in conservatorio- e affrontare questo repertorio a suo modo così interessante e ricco. E mi rendo conto di come la scelta del pianoforte come mio strumento non mi abbia precluso l'amore per altri repertori, soprattutto quelli in cui ancora lui non era ancora nato.]

Ringrazio il "felice equivoco" che mi ha concesso la possibilità di entrare in contatto con un repertorio che ancora non avevo ascoltato dal vivo, e che mi è davvero piaciuto.
Lascio le consuete fotografie, e rimando alla prossima occasione!













A presto!
Andrew

martedì 8 maggio 2018

Sul concerto del Ensemble Baroque "Carlo Antonio Marino" (Albino Classica - 5 Maggio 2018)

Sabato sono tornato all'Auditorium "Modernissimo" di Nembro -posto dove ero già stato l'anno scorso ad ascoltare l'esecuzione del Settimino Op.20 di Beethoven (QUI potete rivedere l'articolo che avevo scritto a riguardo)- per un concerto del Ensemble baroque "Carlo Antonio Marino". Avevo già avuto occasione di incontrare questi musicisti -fra i quali anche un paio di docenti che ho conosciuto personalmente durante il mio percorso di laurea triennale- un anno fa, a Casnigo, ed ho già raccontato qualcosa di loro in questo articolo.
Il programma si prospettava interessante, e prevedeva, oltre ovviamente a composizioni dell'omonimo Carlo Antonio Marino (musicista bergamasco nato nel 1670) anche altre di Locatelli, Vivaldi, ed il famoso Concerto per cembalo e archi in Fa minore BWV1056 di Bach.

Arrivai in tempo per prendermi un posto perfetto sia per assistere al concerto che per scattare qualche foto. Quando abbassarono le luci, rimase un meraviglioso chiarore giallognolo sui leggii e sul cembalo di legno chiaro.

la sala, prima dello spegnimento delle luci (purtroppo)
Una volta applauditi i musicisti al loro ingresso sul palco, attaccarono con la Sonata a quattro Op.6 n.7 di Marino, opera abbastanza breve caratterizzata da due tempi bipartiti, ovvero costituiti entrambi da una sezione lenta ed una più rapida, generalmente nel tipico stile imitativo.
Quindi ecco il "principe" della serata, appunto il Concerto in Fa minore BWV1056 di Bach. Era per me il primo ascolto dal vivo con strumenti dell'epoca ma, soprattutto, con l'uso del cembalo e non del pianoforte. E' stato un momento davvero emozionante, sia per l'esecuzione notevole del cembalista Maurizio Manara (meravigliosi gli abbellimenti -forse alcuni anche improvvisati o variati- del celebre Adagio), sia per il timbro così diverso da come lo conoscevo, più intimo e raccolto, più particolare. Mi ha portato a rivedere non di poco l'idea di "solista" in questi brani, specie quando il suo timbro veniva un po' sorpassato o il suo ruolo dominante messo a tacere per i passi dei soli archi. Veramente notevole ed interessante.
La prima parte (almeno da opuscolo del programma, anche se non c'è stata alcuna soluzione di continuità) conclude con la figura di Locatelli ed il suo Concerto a quattro Op.7 n.1, personaggio che mi ha colpito per l'esaltazione dei silenzi e delle cadenze (una nota di merito -la riprenderò anche dopo- a Cesare Zanetti e al suo approccio violinistico passionale e coinvolgente è quasi d'obbligo), il continuo alternare episodi lenti ad episodi più mossi, l'effetto quasi di "cori battenti" fra alcune parti e gli scambi di voci come fossero passaggi di un testimone musicale.

Il direttore Natale Arnoldi, che non ha mancato di coinvolgere verbalmente il pubblico, apre la seconda parte con la figura di Vivaldi, spiegando quanto, pur non essendo egli bergamasco, fosse comunque affine allo stile degli altri due compositori e di Bach, anche perché bergamo si trovava ancora "sotto Venezia". Il brano scelto è il celeberrimo Inverno dalle Quattro stagioni. Trattasi effettivamente di un Concerto per violino, archi e basso continuo in Fa minore (stesso impianto tonale di quello di Bach) enormemente conosciuto per il suo primo tempo -ma anche il secondo, spesso noto come "la pioggia" per i suoi pizzicati che accompagnano il canto spiegato e appassionato del violino solista- e meno per il terzo ed ultimo che, per ciò che mi riguarda, resta forse il punto più alto dell'intera opera. Notevolissima -ed anche un po' provante, almeno per lui- l'esecuzione di Zanetti al violino solo, che non ha risparmiato alcuna risorsa per far emergere sia i passi di bravura che tutta l'energia drammatica, appassionata e a tratti anche "immobile/gelida" di questo concerto.
Torna quindi sulla scena Locatelli, con un altro Concerto a quattro, Op.7 n.3, brano che ho veramente apprezzato e che non conoscevo. Qui l'atmosfera è decisamente più "primaverile", il clima più sereno e disteso. La forma in quattro tempi è inaugurata da un brevissimo Largo che sfocia in un Allegro imitativo frizzante. Poi ecco di nuovo un Largo, in tono minore, in cui il compositore torna a cercare quelle suspances che arricchiscono di attesa e struggimento. Il finale, un Allegro in stile direi "folk" (forse alla zingarese/ungherese?) porta una ventata di allegria e baldanza, coi suoi frequenti cambi di umore e di sonorità, le alternanze fra soli e tutti, fra piano e forte. Non so perché, ma ci ho sentito come un precedente del Sestetto in Sol maggiore Op.36 di Brahms, coi suoi toni villaneschi e gli echi di canti popolari.
Chiude il concerto di nuovo Vivaldi, con il suo Concerto in Do minore RV120, composizione che anche nell'occasione precedente avevo ascoltato ed apprezzato per la sua frenesia ed inquietudine.

Ancora una volta, me ne torno contento di aver ascoltato un po' di repertorio barocco, eseguito con gli strumenti giusti e in un luogo che invogliava all'ascolto.







sabato 28 aprile 2018

Sul concerto del duo Alogna-Pascalucci (Como Classica - 22 Aprile)

E' con un certo ritardo che ho occasione di scrivere di un bel concerto al quale ho assistito di recente. Purtroppo alcuni eventi (importanti ma anche tristi, a dire il vero) mi hanno assorbito e distratto, e soltanto ora sento di avere la voglia di parlarne. Perché comunque ho un bel ricordo di quello che ho ascoltato, e credo sia giusto parlarne.

Domenica scorsa sono stato a Como ad ascoltare un concerto del duo violino/pianoforte Davide Alogna e Fiorenzo Pascalucci. Il primo, ottimo violinista, lo conobbi, anni fa, in una fortunata occasione al Loggione del Teatro alla Scala in cui suonò con l'amica Irene Veneziano (alla quale mi ritrovai estemporaneamente a fare da girapagine, come anche altre volte... ahahaha). Fiorenzo lo conoscevo per fama (da quando vinse il noto concorso "Rina Sala Gallo"), ma oltre qualche video qua e là non avevo purtroppo ascoltato ancora nulla, ed è stata per me una vera e propria sorpresa.
Il programma presentato prevedeva due Sonate di Mozart, la K.304 in Mi minore e la K.296 in Do maggiore, assai note entrambe. Quindi un brano di Rossini, un mot à Paganini, praticamente sconosciuto ma permeato dallo stile operistico del compositore. E, per concludere, la celeberrima -nonché ardua- Sonata in La maggiore di Franck.

Quello che ho notato da subito è stata la bella sintonia fra i due esecutori che, a quanto detto, non si conoscono né collaborano da moltissimo tempo. Era piacevole il dialogo fra gli strumenti, la fantasia del fraseggio. In particolare nella K.296, Fiorenzo mi ha veramente colpito per la tavolozza sonora, la chiarezza degli abbellimenti, gli umori mutevoli nei movimenti estremi, la cantabilità delle melodie (specialmente nel secondo tempo) e la capacità di sostenere e fare "spalla-spalla" con il violino senza mai sopraffare o nasconderlo. In Davide ho ri-sentito quel suono pieno di trasporto e calore, la fisicità totale con il quale approccia, fa cantare e vibrare le corde del suo violino; la fantasia nelle ripetizioni, mai identiche, di stessi frammenti melodici.
La Sonata in La di César Franck è stato il momento più cangiante del programma. Dopo una breve introduzione storico-aneddotica sull'origine di questo pezzo, subito il pubblico è stato trascinato in quell'atmosfera rotonda, crepuscolare, dolce e anche struggente tipica di Franck. I tempi sono stati staccati più rapidamente di quanto mi è successo di ascoltare in precedenza, ma soprattutto nel primo e nell'ultimo movimento questa scelta mi ha trasmesso un senso di continuità sia discorsiva che di "tensione emotiva", il che non è stato affatto male. L'energia travolgente ed inquieta del secondo tempo mi è piaciuta parecchio, la tenerezza quasi amorosa del canone del finale è esplosa in una coda piena di esaltazione, con sonorità brillanti e possenti.

Bello. Davvero un bel concerto.
Un ringraziamento speciale lo devo a Davide, per avermi riservato un posto all'ultimo minuto. E, da pianista, devo un sincero complimento a Fiorenzo, che mi è piaciuto tantissimo. Era da un bel po' (escludendo quei musicisti che conosco da anni ormai, e per i quali nutro già una certa stima) che non restavo così colpito da una esecuzione pianistica.

Lascio le poche foto che sono riuscito a scattare.







A presto!
Andrew

sabato 7 aprile 2018

"De la Musique avant toute chose..." - una cerimonia di pace fra le due guerre (6 Aprile 2018, Chiesa dei SS. Cornelio e Cipriano - Carnate)

Nonostante il venerdì sia per me da diverso tempo una giornata abbastanza intensa ed infinita, ho voluto lo stesso andare al concerto del Gruppo Vocale Parva Lux di ieri sera, a Carnate. Avevo già avuto modo gli anni scorsi (grazie alla mia amica e "collega" Monica Brigada, che ne fa parte) di ascoltare questo ensemble in un paio di occasioni differenti, e da subito non ho potuto che apprezzare talune qualità: la comunione delle voci, la cura della morbidezza del suono, la precisione nell'intonazione e soprattutto la scelta di repertori spesso poco frequentati e diversificati, che vanno dal sacro al profano, camminando fra diverse zone del mondo e attraverso differenti periodi storici. 

Ieri sera a loro si è unita l'arpa -ma anche la voce- dell'amico Giuliano Marco Mattioli, ottimo musicista del quale ho già scritto in precedenza (e che potete rileggere qui se vi va) e ne ho già visto ed ascoltato le abilità strumentali, musicali e, appunto, vocali. Giuliano è un musicista completo, può reggere un intero recital da solo alternando brani solistici a brani nei quali canta sopra le note della sua Erard del 1908. E, per non lasciarci mancare nulla, devo dire che è anche un abile oratore, capace di coinvolgere il pubblico con aneddoti storici e culturali o musicali, scegliendo un approccio cordiale e garbato.

Purtroppo -mea culpa!- ieri non sono riuscito ad arrivare in orario, e sono entrato nella chiesa che il concerto era già iniziato. Fortunatamente da poco. I Parva Lux stavano eseguendo, accompagnati dall'arpa, una selezione da A Ceremony of Carols di Britten. Ho ritrovato tutto quel calore, quell'armonia e quel senso di elevazione che ricordavo, quella cura speciale e quei timbri così belli sia da soli che nell'insieme. A volte mi sono incantato e perso altrove, completamente avvolto nella nube sonora delicata dei canti. Ho visualizzato ipotetici rituali celtici, panorami immaginari che non ho mai visto, ed ho goduto appieno della Musica.
Questi canti hanno coperto tutta la prima parte del concerto, alla quale ne è succeduta una seconda interamente nelle mani (nel vero senso del termine!) di Giuliano, che ci ha introdotti e coinvolti in questo viaggio a ritroso nel tempo, allo scopo di conoscere repertori arpistici composti nella belle époque parigina da virtuosi strumentisti dell'epoca, francesi di nascita o di adozione: come Cesare Galeotti, ultimo brano solistico proposto, Légende Op.139, così multiforme e dolce.
La seconda parte si è aperta con il compositore Tournier e il suo Lied intitolato ce que chante la pluie d'automne, brano che credo di aver già ascoltato ma che mi è piaciuto tantissimo. Quindi O bien Aimée di Grandjany, primo brano in cui Giuliano ha cantato con il suo amato strumento, insieme a Une chatelaine en sa tour, del noto Gabriel Fauré. Entrambi i brani erano basati su testi tratti da La bonne chanson del caro Paul Verlaine. Poi la volta di Ravel, e le sue meravigliose 5 mélodies populaires grèques, che ben conosco ma che finalmente ho riascoltato dal vivo con enorme piacere.
Dopo uno scroscio di applausi, il gruppo vocale ha regalato due bis, uno senza accompagnamento, ed uno in concomitanza dell'arpa, cantando a bocca chiusa. Un brano forse mai eseguito, e del quale francamente non ricordo il nome né l'autore -chiedo venia!- ma che ha chiuso la serata con un'aura di magia in più.

Non voglio ripetermi dicendo ancora che sia i Parva Lux che Giuliano sono ottimi musicisti. Ma voglio complimentarmi con loro per come hanno concepito il programma; e, in ultimo, senza peccare di soggettività, voglio sottolineare le belle emozioni, profonde e contrastanti, esaltanti e struggenti che ho provato. Ero stanco dalla giornata, ma quest'ora e mezza di musica mi ha regalato un "riposo" forse migliore di un'ora sdraiato.

Lascio come sempre quale fotografia.







A presto!
Andrew