mercoledì 5 aprile 2017

Libera recensione di "Mùrmure" di Marco Sutti

Spesso le voci più sommesse sono quelle che hanno maggiormente da dire. Perché è così che nascono le poesie, in modo tacito e silenzioso. Al massimo, con il lieve mormorio della penna sulla carta, come il titolo del libro si propone di sottolineare. Attraverso queste poesie sviscera il filo rosso del discorso: le cose non dette, quelle cose inevitabilmente taciute che fanno male, che tormentano l’anima, che premono alla porta dell’inconscio, e trovano sfogo solo nella notte, nel silenzio, nella solitudine. Pervaso da questo dramma interiore, il poeta trova la pace in tutto ciò che è oscuro, la luna, la notte, le ombre. Ed attraverso questo sottile e lento logorio si disvela la trama dell’affanno e del nervosismo giovanile, che scatenano l’ardore dell’ambizione e l’incorreggibile inettitudine. 
Murmure è il dipinto dell’amara presa di coscienza dell’esistenza di un vuoto interiore che tuttavia brucia dentro, che non lascia alcuna via d’uscita se non quella di spaccare in due il proprio ego e poi ricomporlo non appena la luce del giorno smette di scagliare i suoi raggi. Il conforto nella notte, la voglia di dormire trovano la loro collocazione nel desiderio della pace. Il poeta si accorge che nulla è più come un tempo, ed ogni passo lo avvicina alla fine. Il pensiero della morte è sempre lì che lo accompagna, è l’altra faccia di una stessa medaglia. 
Regolarmente si percepisce la sensazione di affondare e di andare avanti per inerzia, tra il lasciarsi cullare e l’impoverimento interiore, dilaniato dall’incertezza e dalla disillusione. Affondare è una delle sensazioni più ricorrenti della depressione. C’è qualcosa del passato che il poeta ha dimenticato (di proposito?), ma che ora torna a premere alle porte dell’inconscio. 
Quella che è solo un’impressione, ad un certo punto del libro viene esplicitata in certezza: il poeta ha dimenticato una parte del suo io. È il se stesso che ha soffocato, per forza di cose, a causa delle esperienze della vita, ma di cui, nel profondo, sente una impotente mancanza. È la parte che rendeva vivo ed emozionato l’uomo, ma che ora è morta (“sono il boia della mia testa”). La personalità s’è frammentata; l’ego è precario, l’uomo va in pezzi e si scioglie. La sensazione di follia comincia quando l’anima è spaccata. È successo, si è spaccato in due, dialoga con se stesso, tra “voglia di esistere, / di non esistere”. E l’anima così dilacerata affonda in un ciclo di eterno annichilimento, finché giunge, a quanto pare in un momento di sanità, la stupefatta, flebile domanda: “Sono ancora vivo?”
Anche il sangue è abbastanza ricorrente, perché il sangue è il fluido vivente, è la vita che pulsa sotto la pelle. Ed attorno, ma esternamente, a tutto questo tormento interiore, ci sono gli altri, le altre persone. Ma non il loro conforto, bensì il volto statico ed immobile di chi non sa cogliere la rivelazione di dolore che si cela negli occhi di chi soffre. E così, l’incomprensione altrui lo condanna ad un isolamento indesiderato, ma inevitabile. Perché quando nessuno intorno a te ti conosce veramente, tutto diventa piatto, uniforme, squallidamente uguale. 
Alla fine di tutto, è sempre la notte che giunge a placare gli spasimi, a donare il proprio conforto. Guardare il cielo aiuta a dimenticare, o, perlomeno, a sopportare gli affanni della quotidianità. Malgrado tutto, ancora resiste la fiducia in un futuro migliore (“il grido luminoso del domani”). Sì, ogni tanto qualche spiraglio sembra proprio arrivare dal cielo, dal “fascio innocuo ma fulgente di stelle”
Perché amare tanto la notte? Forse perché la notte, così come il chiudere gli occhi, nasconde le cose e permette di guardare meglio dentro se stessi offrendoci una nuova materia da plasmare. Solo allora possiamo di nuovo ascoltare noi stessi. La notte non dà forma, ecco perché è rincuorante, accoglie tutti in modo equo, con le stesse sfumature. In questo senso si può dire che la notte è vera, e, come la verità, non ha bisogno di parole. 
Ecco perché posso dire che Murmure è davvero il rumore delle cose non dette.

Marco Sutti

Libera recensione di "Mùrmure" di Enrico Proserpio

È necessario tornare a leggere poesia. La poesia sa descrivere il mondo e l’uomo come la prosa non può nemmeno sperare. La grandezza immaginifica della poesia è incommensurabile nel cogliere, fulgida intuizione, l’essenza del Tutto e del nostro Spirito. È necessario tornare a leggere poesia, bella poesia, come quella di Andrew, giovane autore di talento, che getta sulla carta le impressioni del viaggio dentro sé stesso in un testo davvero ben scritto. 
Nasce dalle sue angosce, dalle sue tristezze, ma anche, e forse soprattutto, dalla sua forza la raccolta Murmure, ovvero Il rumore delle cose non dette. Le sue poesie sono forti ma delicate, come le scoccate di uno schermidore che con grazia inusuale si batte con la lama della poesia contro i fantasmi delle sue angosce e delle sue tenebre interiori riuscendo a esorcizzarle per un momento, a ribadire la sua forza vitale e gioiosa contro di esse, per poi riprendere subito la lotta con un’altra opera, un nuovo ammasso di versi incantati. E ai versi si annoda la musica, linfa vitale per Andrew che oltre che poeta è anche pianista. La musica vibra tra le righe, non udita dall’orecchio ma presente all’anima di chi legge. 
È questa l’essenza del sussurro (il Murmure del titolo), una leggera musica che presenzia all’opera e forse alla vita stessa. Un sottofondo che la sensibilità umana ha smesso di sentire ma che l’autore ricerca come unica sponda di salvezza, come necessità estrema, luce vibrante e guida nella notte della sua sofferenza. Ci dice Marco Greppi nella sua Introduzione all’opera (anch’essa quasi una poesia): 

“[…] È oltremodo sorprendente costatare come un rumore così fragile come questo, possa, invero, reggere dietro a sé un fragore enorme e prepotente che non fa vibrare mobili e cristalli come un acuto cantato, ma, peggio, sparge le sue onde “sonore” nel profondo dell’animo umano. Questo fragore è Arte.” 

Lo stile di Andrew è semplice ma mai banale. La scelta dei termini è sempre opportuna, ben fatta. Il linguaggio è colto ma non roboante, né altisonante. Qua e là compaiono parole gergali (fottìo) e addirittura dialettali (cagnotti) che contrastano col resto e danno una sferzata di vivacità e colore all’andamento poetico. Anche la metrica ha una musicalità tutta sua e la raccolta sembra quasi una sinfonia per pianoforte in cui ritmi veloci fatti di versi brevi e scattanti si alternano a componimenti con versi più lunghi, lenti quasi come intermezzo, presa di fiato tra un “andante con moto” e un “allegro ma non troppo”. La velocità dei versi, a tratti rabbiosa, non si fa mai angosciante né ansiosa. È piuttosto una sfida aperta all’oscurità interiore, una sete di rivincita dalla sofferenza che infine ci lascia con speranza. 
Le immagini delle poesie di Andrew sono notevoli. Non si tratta di metafore barocche e forzate ma piuttosto di accostamenti intimi, essenziali, di ossimori di grande impatto descrittivo ed evocativo. 
Un ultimo accenno alla grafia dei componimenti. L’autore scrive alcuni termini in modo palesemente errato, di proposito, apostrofando parole laddove la grammatica non permette. Non si tratta di errori ma di precise scelte fonetiche fatte da chi ha il suono, la musica e non lo sterile grafema nel sangue. In altri casi compaiono parentesi quadre all’interno delle parole. Esse delimitano alcune lettere che, tolte, cambiano il senso della parola suggerendo una doppia interpretazione al verso, una dinamicità di concetto e di suono, d’essenza e forma. È così che: 

“Cerco i[n]spirazione scavando nell’ebbrezza più calda, 
nelle parole impronunciabile e sconvenienti, …” 

acquista sfumature uniche data dal senso doppio di ispirazione e inspirazione, collegando con trame sottili il respiro e la poesia, la vita all’Arte. 
Non vado oltre. Vi invito solo a leggere quest’opera, che vale davvero molto. Potete inoltre seguire Andrew sul suo blog Metathymos. Vi lascio con qualche verso tra i miei preferiti, così che possiate avere un assaggio, breve ma intenso, dell’anima di Andrew: 

"[…] Io lì, moribondo ma in piedi, 
assente ma assorto, sparso 
come un volo di corvi grigi. 

Straziavo l’anima in quella lira di seta indolente, 
e a rischio d’infrangerla arrendevo in abissi 
le mie oasi, le mie isole, le mie terre. [...]" 

Enrico R Proserpio

Andrew

Ultimo giorno d'inverno, 1985.
Nasce al trecentocinquantanovesimo grado del segno dei Pesci: piena cuspide in Ariete. Aggiungiamo anche un ascendente in Cancro, una luna anch'essa pescina ed un "caro e gentilissimo" Scorpione che governa Saturno e Plutone.
Tra una scoperta, un allontanamento e una ripresa, mille impedimenti, per non parlare di tormenti e sorprese, sorrisi e lacrime... si ritrova pianista laureato e compositore non certo senza rendersene conto.
Anche la scrittura non ha mai smesso di sedurlo (come dire che un Blog non sia una vaga testimonianza...), in particolare in versi -ha infatti pubblicato, nel 2010, la silloge ""Mùrmure, il rumore delle cose non dette"-, sin da quando aveva meno di 11 anni. Non sa spiegare perché scelga l'una o l'altra cosa. Si lascia trascinare tanto quanto trascina se stesso.
E', al contempo immobile foglia accartocciata abbandonata all'alito di vento (guarda caso la sua stagione prediletta è proprio l'Autunno), e oceano impetuoso ed imprevedibile -non senza relitti inghiottiti, tesori sommersi, gingilli di soggettiva importanza e ignote creature abitanti- capace di inglobare, distruggere, corrodere e ridare vita.
Ama le domande, ma anche le risposte. Ama ascoltare in quanto curioso, ma non sempre si lascia ascoltare.
Svergognato, a difesa di una timidezza puberale ed una vergogna quasi infantili, ma che ben si astiene dal esibire o dal farle notare. Lontano delle masse, inconsciamente ma anche per provocazione.
Ama le candele, i minerali (che colleziona sin dalla tenera età), gli strumenti musicali di piccole dimensioni -due pianoforti sono forse già abbastanza-, i libri, soprattutto se usati e di ignota proprietà. Si emoziona anche per i fari di mare, le conchiglie ed i fossili, le maschere veneziane e gli olii essenziali. E' reikista di secondo livello ed appassionato di cristalloterapia, aromaterapia, nonché -prevedibilmente, e ciò lo infastidisce anche- di musicoterapia.
L'acqua (o meglio "il liquido", giacché non disdegna nemmeno l'alcool, a dirla tutta), l'oscurità e la luce sono i suoi elementi, nei quali si bea e si danna, si crogiuola ma respira.
Odia le linee rette, la simmetricità ossessiva, la regolarità, la carenza di passioni/eccessi/vizi e la routine. Infatti, spesso e volentieri si dimentica la cintura dei pantaloni. Ma è contento anche così.
Il suo colore preferito sembra essere l'indaco, ma ama molto anche il verde, specie quello abbastanza scuro che ricorda gli smeraldi e gli abeti. Ama i profumi caldi ricchi di legni e spezie arabiche od orientali, così come quelli algidi tanto da evocare foreste nordiche popolate da nebbie affascinanti. A proposito di nebbia: adora anche quella.
Non riesce a stare a lungo senza pianoforte e carta da musica. Ma anche senza Nutella.
Può, a volte, sembrare che abbia una pazienza ai limiti dell'umana concezione, quasi ascetica, ma non è affatto sprovvisto di una falce della morte molto affilata, all'occorrenza.
Se cercate una persona inamidata, regolare, ripetitiva, noiosa (ok, qui c'è un po' troppo parere personale...) avete sbagliato palazzo.
Per ulteriori informazioni, si rimanda a momenti di migliore memoria.

Andrew

MetaCritics


Recensione di: ENRICO PROSERPIO (scrittore)

Andrew è un poeta delicato, sensibile. La sua poesia esce lieve dal suo spirito, come un piccolo raggio di luce dal buco di una serratura. È una poesia rarefatta, intima, lieve come il pulviscolo che vola nell'aria e gioca con la luce del sole. È una poesia apparentemente ermetica che sa però aprire un mondo, una poesia che invita a dare un'occhiata attraverso il buco di quella serratura che chiude il ricco ed elegante mondo interiore di Andrew.

Enrico Proserpio
Dervio, 26 gennaio 2013

Ad A. J. R.

L’inverno è per noi
amico delle cose non dette
poeta discreto
di mormorii ed ombre
il tempo della bellezza.

Nella sua oscurità soltanto
può risplendere
la tenue poesia
delle anime scostanti.

Dervio, 23 dicembre 2010




Recensione di: ANTONIO GUERRA (scultore)

Conosco Andrew da pochi anni, ma abbastanza per avere di lui, del suo scrivere, della sua musica grande stima.
Poeta profondo che sa cogliere emozioni e sensazioni interiori sino a sviscerarle e renderle palpabili. Nel libro “Mùrmure” si percepisce quasi fisicamente il silenzio interiore che parla, scuote e ravviva il pensiero di chi fruisce dell’arte poetica di Andrew, spinge il cuore ad entrare quasi in contatto con l’autore, nella libertà del discernere e del gustare pienamente il suo pensiero. Quest’anima che parla dei silenzi a volte tumultuosi di un animo sensibile alla vita ed ai suoi risvolti non sempre poetici – a volte drammatici – ma che, però, sa colmare con l’energia dell’Arte, del suo scrivere. 
Andrew pianista, compositore ed eccelso esecutore dei grandi maestri che l’hanno preceduto, nelle sue composizioni trovo energia sospinta da sensibilità profonda, dove la fisicità del suonare diviene, dal pigiare i tasti di una tastiera, melodia che parla, che interpreta il pensiero e l’indole stessa di Andrew. Mi è piaciuto ascoltare le sue composizioni, mentre leggevo i suoi versi, le sue poesie, entrando, così, in un doppio piacere, nel quale l’Arte si compone di due ben distinte tipologie ma che, conoscendo Andrew, divengono un’unica cosa. Simbiosi intensa e inscindibile, essenza ed esistere di Andrew stesso.


Recensione di: MARCO BUSNELLI  




































Recensione della mia raccolta di poesie "Mùrmure" di: DANILO RUOCCO (scrittore, giornalista)



Il ribollire di Andrew 
Un filo rosso unisce le poesie della raccolta Murmure di Andrew R. edita da Lulu con lo pseudonimo di A. J. Enlightened.
A prima vista esso potrebbe sembrare la ricerca, da parte della voce poetica, dell’oscurità e il suo rivolgersi alla Luna. Ma sembra di poter affermare che, tale ricerca e tale dialogo, sono solo delle conseguenze. 
Infatti, ciò che sembra essere sempre presente - come un basso continuo - nella produzione di Andrew è un ribollente senso di inadeguatezza; di sottovalutazione (“sono cenere di un sigaro”); e di rifiuto di una parte di sé. 
Parte che il Poeta sembra negare; costringere in una zona segreta e inacessibile, ma che riesce a tornare alla luce, magari durante incubi notturni o inaspettati risvegli della coscienza e sussulti del corpo.

Ecco, allora, che, qua e là, emergono versi rivelatori che parlano del “bollore di un segreto” o di un “forziere | insabbiato” il cui lucchetto è rotto da un “urlo | graffiato”. 
E, in modo ancora più esplicito, Andrew ammette che “Ribolle | e si dimena | la rabbia chiusa | dentro i nervi delle mani”.
Un tormento che dà sì “rabbia”, ma che, forse, più di sovente porta il Poeta ad agire su se stesso con severa disciplina, quasi a volere rimettersi in riga: “Mi sono catturato, | processato, | condannato e punito”.
Un tormento continuo (“Attorciglio interminabili | nastri di spine”) cui sembra potersi sottrarre solo con la fuga e l’immersione nella notte rischiarata dalla Luna (“Scappo | a perdifiato dalla mia ombra | per ascoltare | il canto statico della luna”).

Ma, si diceva che - a intervalli, pare, frequenti - ciò che il Poeta tenta di arginare nel segreto dell’anima, torni prepotente alla coscienza vigile.
E ciò avviene attraverso la sincerità del corpo; “Un corpo di indecisioni, | trasgressioni e disillusioni”. Un corpo che accoglie l’altro e lo custodisce, lo cura, forse anche al di là della volontà.

Inaspettatamente,
adesso che
ci ho rinunciato,
proprio ora
che mi sono dato vinto
il suo cuore mi pulsa dentro:
una gemma brillante,
un sonaglio
in preda a tutta la sua frenesia.

Ed è all'Amore che il Poeta sembra affidare la speranza in una completa, salvifica, esaltante accettazione di sé.

E poi morirò,
fiducioso, innamorato,
sbriciolandomi nella luce
che m’irradierà come un dio.
Un canto, quello di Andrew, che merita ascolto.

lunedì 31 marzo 2014

Tregua, Pace e Perdono.

"Si ferisce l'amor proprio; non lo si uccide"
Henri de Montherlant
 
[Quanto tempo è necessario talvolta perché si possano capire, e ancor di più apprezzare certe cose.
Soprattutto se si tratta di parti di noi.
E' sorprendente come la vita, gli incontri della vita possano mettere in conflitto con alcune sfaccettature, facendole passare ai propri occhi come ai loro: difetti, problemi, sconvenienze.
Passano gli anni e ci si dimentica come ci si sentiva affini ai personaggi di un libro o di un film. E, quando si ritorna su quelle pagine o su quelle immagini, ci si sente diversamente affini, cospargendosi addosso un fango benefico, un fango che è la vivida ri-sensazione di quella somiglianza ormai lontana, che viviamo con un sorriso tenero come quello che si porge ad una persona innocentemente inesperta, quando in essa rivediamo quegli errori, quelle buffe goffaggini, quei tentativi appassionati che sono appartenuti anche a noi.]

"Chiamatemi Batiuska!", ricordi quei giorni? L'odore di quelle pagine è inconfondibile, non è fuggito mentre passavano gli anni ed il piccolo volume restava prigioniero verticale insieme agli altri, nella libreria.
Torna fra le tue mani quando meno te l'aspetti, e quando più ne hai bisogno. In quattro tratte in treno lo divori di nuovo come mai letto, ed ecco quella sensazione di fervore e di calore. Sorridi. "Quanto pensavo di somigliare a lui" pensi. Quante dormite inoltrate in là nelle ore -e quanto sonno accumulato su giovini spalle- per finire una notte, un paragrafo, un capitolo! Ogni scusa era buona. "Arrivare al primo punto e a capo!". Ma poi il primo punto e a capo lasciava troppo in sospeso, e cercavi quello successivo, o decidevi di fermarti ad un numero di pagina a te particolarmente piacevole.
Alla fine, era solo l'incombere irresistibile del sonno a farti smettere, a spegnere il lume della candela.
"Quante notti bianche, meravigliose notti bianche" erano quelle che conoscevi solo tu, che vivevi solo tu, con la tua intensità, con tutto a tua discrezione, privatamente.

Poi il sensibile sognatore divenne un problema, un peso o, peggio di tutte, un imbarazzo.
Subentrò il viscerale eros, ma, finita l'attrazione e il giro in giostra, rimanevi solo lo stesso. Il gioco è bello se dura poco. Peccato che non era un gioco.
La poesia, carta troppo delicata perché qualcuno si prendesse la briga di prenderla fra le mani più qualche secondo. La musica, troppo intima perché ci si disponesse in modo accogliente: era meglio tenerla fuori campo.

Tanto tempo per amare tutto questo. Tanto tempo e diversi anni per farne qualcosa di tuo. Tanto tempo per non rigettarlo come un contrappasso in agguato, e per farne propria risorsa dell'anima, soprattutto per se stessi. Tanto tempo speso ad accettare di non dover per forza aspergerlo come un esubero ingestibile. Tanto tempo occupato a sentirsi diversi, soli... maladatti.

Poi un giorno riapri il libro, risuoni quella musica, rileggi quella poesia, rievochi quel ricordo. E tutto è tuo. Inderubabile, irrovinabile. Dopo tanti passi. Fra mille cosa utili, necessarie e di scorta, nel tuo zaino.
Sì, sei stato probabilmente un po' illuso, ingenuo ed inconsapevole. Ma eri sincero.
Puoi amare quella creatura. Puoi amarla anche se oggi ha un poco di barba rossa in più.


Andrew

domenica 23 febbraio 2014

I due lupi

Tutto il male che mi puoi e mi potrai fare non farà che aumentare il mio legame già per natura profondo con te.
L'unica cosa che non riesco a tenere nella mente più di qualche secondo, è il pensiero di perderti. Io vengo da te direttamente, sono il tuo ultimo grande sforzo, in fondo. E cosa mi rimarrebbe di essere, senza te? Il mio cuore nasce dal tuo, così come il suo battito.
Più cerco di non somigliarti, più capisco che sono nato da te. Ciononostante restano alcune cose della tua personalità che non vorrei fare mie, pur mantenendo rispetto per ciò che sei, perché so che è il massimo che tu abbia potuto di te per sentirti una persona degna.
Sono così fiero di te, anche quando mi graffi in profondità e non te ne rendi conto. Spero tu lo sia di me, anche se forse non rispecchio propriamente il modello di uomo che avresti desiderato vedere uscire da me.
Perché la cosa più paradossale, assurda, ma anche dolce, è vedere come, una volta scontrati e feriti per l'ennesima volta, ci riavviciniamo per farci calore, come due animali zoppicanti, lenti e compassionevoli, che si abbracciano per leccarsi le reciproche ferite, quasi ignari che sono stati loro stessi a causarsele. Quasi dimenticando quante altre se ne fossero già fatte.

Andrew

Riflessioni su di un aforisma Baudelairiano

"Foutre, c'est aspirer à entrer dans un autre, et l'artiste ne sort jamais de lui-même."
["Fottere, è aspirare di entrare in un altro, e l'artista non esce mai da se stesso."]
Charles Baudelaire, “Journaux intimes”

La frase di Baudelaire non è intenta a descrivere il rapporto sessual-emotivo fra due persone, ma dall'ambito sessuale delinea il modo in cui l'artista approccia alla vita, al mondo e alla realtà. Il sesso richiede, di per sé, molta "fusione" con l'altro: ma per l'artista è sempre un avvicinarsi, non un fondersi, perchè -come dice Baudelaire stesso, peraltro- egli "non esce mai da se stesso", non si tradisce mai, non si lascia contaminare né rubare il suo "sangue" dall'altro, ma soltanto -eventualmente- dall'Arte. 
L'artista è un essere egocentrico ed esigente per antonomasia, desidera sapere tutto ma non dare né dire nulla di sé, avere tutto ma non concedere nulla di suo se non la sua arte (perché essa venga ammirata, celebrata, diffusa); sapere di possedere ma non voler essere posseduto completamente. E comunque, Baudelaire usa non a caso il termine "fottere", come simbolo del puro e semplice, mero atto del sesso: la penetrazione. Come invasione dell'altro, sconvolgimento del relativo io e della persona senza, però, tradire il proprio io di artista, senza compromessi di nessun genere. 
Avere, non condividere. L'artista ha bisogno di emozioni forti che alimentino i contrasti emotivi intrinsechi ed intimamente intrecciati con la sua vita, i picchi di "up" e di "down" che lo fanno sentire mobile e precario, fragile e verace, vulnerabile, ricettivo, passionale e quindi vivo. Il tormento domina la sua esistenza, non l'amore, non la condivisione dei piaceri o delle emozioni. Ovviamente, questo, non gli impedisce di provare sentimenti anche viscerali e fortissimi per qualcuno, di renderlo sua musa ispiratrice e suo dedicatario dell'arte, suo sostegno e suo orgoglio, persona alla quale aprire le porte del suo regno e del suo castello da egli stesso interamente creato ed arredato.
E' crudele, ma è così: amare un artista significa amare anche ciò che egli fa, mentre quest’ultimo potrà anche amarti molto o possederti, e di ciò che fai -nel caso in cui non fosse arte- invece infischiarsene, in quanto ciò non lo tange direttamente, non lo [s]muove... non gli serve.

A.

lunedì 9 dicembre 2013

Récital per i "Weekend Donizettiani"

Sabato 21 Dicembre p.v., alle ore 16, a Bergamo Alta, presso la Casa Natale di Gaetano Donizetti (sita in Via Borgo Canale, 14), per il penultimo appuntamento dei "Weekend Donizettiani", organizzati dal Conservatorio Donizetti di Bergamo, terrò un récital pianistico con musiche di Bach, Haydn, Chopin, Ravel.
L'ingresso è libero, perciò chiunque volesse venire è ben accetto!


Vi aspetto!

A.

lunedì 25 novembre 2013

Dies Natalis Donizetti 2013

Venerdì 29 Novembre 2013

in occasione del giorno della nascita di Gaetano Donizetti

presso il Ridotto Gavazzeni del Teatro Donizetti

 MARATONA MUSICALE

Dalle 15.00 alle 19.00 si esibiranno alunni dell'Istituto Donizetti



Sarò presente anch'io, ed eseguirò la Sonatine di Ravel

lunedì 18 novembre 2013

L'Arte per Telethon

L'ARTE PER TELETHON

14 artisti donano una loro opera
l'intero ricavato sarà dato a Telethon

Venerdì 6 Dicembre 2013 ore 21.00
c/o Monastero del Lavello, Calolziocorte (LC) 

Inaugurazione evento con opere letterarie e artistiche del Gruppo Artistico Maladat.
Letture di Salvatore De Gennaro

 

lunedì 7 ottobre 2013

Automne à la Gare.

Arrivo in anticipo alla stazione. Oggi non è Martedì, non è giorno di mercato, e c'è meno traffico.
Guardo il tabellone: non ci sono ritardi. Quindi attraverso la sala d'aspetto per raggiungere l'obliteratrice, timbro il biglietto e vado al binario numero 3, sul quale, poco prima che arrivi il mio treno, passerà quello per Milano. C'è un silenzio così spesso e "grave" che si potrebbe affettarlo. Non c'è nulla di diverso da una solita mattina in cui vado a Bergamo a studiare o a seguire le lezioni in Conservatorio, ma oggi mi accorgo di quanto distacco esprima questo silenzio. Saremo in trenta persone almeno, e nessuna parla con l'altra. Nessuno si conosce, nessuno si guarda, nessuno si saluta. Trenta anime irrequiete - ventinove senza di me - in attesa di un treno, in piedi come ombre verticali, come spaventapasseri - fra cui alcuni vestiti anche similmente - rubati da qualche campo di grano.
Eppure non credo di esprimere distacco. E al tempo stesso non me ne importa granché. Alcune facce, peraltro, sono le solite, con la stessa espressione svogliata o assonnata. E il mio pensiero, nel frattempo, si dirige verso il treno che sta per giungere: chissà se sarà quello "nuovo", nel quale i posti a sedere sono civili, abbastanza puliti; quello "nuovo" sul quale non devi spararti la musica a palla negli auricolari perché i cigolii e i rumori sono così forti da penetrare anche il timpano. Ho fatto caso, recentemente, che è il treno delle 9.22 quello che solitamente è il più nuovo. Ma non posso darlo per scontato, ho ripreso da pochi giorni la frequenza in Conservatorio, e poteva essere un caso, visto che ho pure preso treni a orari differenti fra loro.
Mi chiedo se ho con me La Recherche di Proust, e La Palude del Diavolo di George Sand. Non ne sono certo, ma mi pare di averli infilati nello zaino, insieme ai libri di Storia della Musica, gli spartiti di clavicembalo e al Volume Primo del Clavicembalo Ben Temperato di Bach - che, però, suonerò e studierò al pianoforte. Sì, sì, ne sono sicuro: adesso ricordo il momento in cui li ho messi, ovvero esattamente prima di aggiungere anche la bottiglietta d'acqua e i fiori di Bach. Molto bene, avrò il mio bel da fare anche nel mio breve lungo viaggio.
Mentre traggo queste conclusioni nel mio universo parallelo e solitario, sbuca il treno mollemente: non è quello più nuovo, peccato. Mi toccherà tenere il volume alto, e possibilmente scegliere tracce non troppo "soft", altrimenti non ascolterò praticamente nulla.
Il treno si ferma, e casualmente una delle porte è quasi davanti a me. Lascio salire cortesemente una signora prima di me. E' semideserto, così mi scelgo un posto il più possibile - o meglio, per quanto possibile - pulito, poso lo zaino sul sedile davanti al mio, ed il cappello di Parigi, la sciarpetta ed il giubbetto al di sopra. Guardo fuori e penso che siamo in Autunno ormai, anche se questa stazione non trasmette certo la poetica malinconia di Verlaine, non ispira certo l'intimità clarinettistica dell'ultimo Brahms. 
Guardo il cielo, grigio a macchie e mi viene in mente che potrei ascoltarmi un po' di Chopin: quindi attacco l'auricolare al mio cellulare e comincia la splendida Barcarola op.60, col suo colpo di apertura in pedale di dominante. Estraggo La Recherche, ma sono incuriosito dal magro libro della Sand, che ho iniziato giusto un paio di sere prima, come preambolo al sonno, ed opto per quello.
Una piccola spinta stridente, rumorosa e affaticata come un colpetto di tosse soffocato fa partire il treno. La sola cosa di cui mi accorgo prima che le pagine di carta riciclata della Palude del Diavolo, e le sequele di terze e di seste della Barcarola mi rapiscano in tutta mia accondiscendenza. 
E mentre chino la testa sul libro, prima di chiudermi nel mio ivisibile impalpabile uovo di aria, mi accorgo di quanto sia buono il profumo ai legni che indosso: un solo, ultimo palpito di fuggevole disattenzione.



A.

giovedì 12 settembre 2013

La fuga a voce sola

Il controsoggetto che ho scritto al posto tuo non lo vedrai, non lo leggerai, non lo intonerai né lo sentirai.
La nostra Fuga mi pareva inconcepibile senza la tua voce. Poi ho capito che la tua io posso immaginarla, e quindi l'ho scritta dentro di me, nella mia mente e davanti ai miei occhi, nell'aria, visto che tu non sembri preoccupartene.
Esistono fughe a una voce sola. O, almeno, questo è ciò che tutti probabilmente crederanno. Io ascolterò risposte, riesposizioni, divertimenti, stretti e pedali. 
Il pentagramma è vuoto per chi tale lo vuole vedere.

A.

mercoledì 4 settembre 2013

La Curva

Credevo di fare qualcosa di buono, venendo davanti ai tuoi occhi di celestina a dirti che non era così.
Mentre il cd volteggiava orizzontale, mentre i fumi fragranti della musica disegnavano attorno a noi ghirigori astratti e linee di calore, il mio fiato fu di troppo. Ma non lo sapevo. Io non lo sapevo.
Guardavo i tuoi occhi rivolti in avanti, come sempre. [E' raro che tu possa parlarmi guardandomi nei miei, e non ho tuttora capito se ciò dipende da una soggezione ispirata da me, o da un tuo raccoglimento personale, riverenziale, da una tua tenera vergogna.] Li guardavo ed ho sentito sussultare, poi ho abbassato gli occhi, sulle tue mani di cotone e di pèsca.
Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere quanto il mio istinto ti stesse carezzando, disegnando nello spazio, sfiorando come un petalo di stella alpina.
Parlai, a poca voce, parlai solo per te, ma sin da subito compresi che non sarebbe stato quello, che avrebbe resa utile la rottura di quel silenzio. 
[Quel silenzio non era imbarazzante o pesante, era solamente, semplicemente bellissimo. Più bello di quello in cui si resta a guardare qualcuno che dorme, più magico di quello che si infiltra alla fine di una esecuzione al pianoforte, quando il piede si alza ed il pedale si rialza, e consente al suono di andarsene altrove ma non più lì dove lo tiene.]
Delicatamente come cristallo bagnato, l'inutilità del mio errore risuonò breve, e si richiuse come un fiore notturno colpito dall'alba. Uno sbadiglio, le dita sugli occhi, una carezza sui tuoi capelli di spiga morbida, e tre baci inanellati da vicino, i nasi a capolino. Il tuo respiro parco sul mio volto e i tuoi occhi addolciti ancora di più dal chiarore giallo dei lampioni.
Stavo per lasciarti andare a casa a dormire quando, come due accordi all'arpa, le tue braccia mi giunsero attorno e tu mi abbracciasti senza dire nulla. Rimasi così, sorpreso. Rimasi così, adagiato come in una culla, sulla curva fra il tuo collo e la tua spalla, disteso dal tuo profumo fresco, finché non fosti tu ad allentare la tua dolce morsa.

Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere, e non avresti saputo. Questa volta non avrei interrotto il silenzio. Questa volta ti avrei soltanto sorriso senza guardarti, perché stavo tanto bene in quella curva, che altro non avrebbe potuto descriverlo meglio.

A.