martedì 26 febbraio 2019

“Lucidità notturne”: Jan Lisiecki per Serate Musicali a Milano

Ciao a tutti!

nonostante sia a casa mezzo malato, dedico un minuto alla condivisione del mio ultimo articolo.
Questa volta ci si distacca da Mozart (anche se non per molto: il prossimo articolo riguarderà ancora il genietto di Salisburgo) per volgere lo sguardo sul giovane pianista Jan Lisiecki, con il suo concerto "notturno", le sue rigidità e i suoi impeti giovanili.



L'articolo, scritto sempre per Le Salon Musical, è questo:


"Le Serate Musicali milanesi propongono fra gli appuntamenti del loro cartellone la figura di Jan Lisiecki, pianista canadese – classe 1995 – che ha visto crescere di molto la sua popolarità negli ultimi anni. A partire da quando nel 2013 incise l'integrale degli Études chopiniani (Op.10 e Op.25 – che gli valsero un Gramophone Award come Young Artist of the year nello stesso anno, risultando il più giovane vincitore dello stesso) ed ottenne il premio Bernstein, il suo nome iniziò a comparire sulle locandine delle sale più importanti del mondo: Carnegie Hall, Konzerthaus di Berlino solo per citarne un paio.

Il concerto porta inusualmente un titolo: “Night music”, forse con l'intento svelare un possibile progetto, un trait d'union dell'intera scaletta. Innegabile la presenza di composizioni indissolubilmente – già dal titolo – legate all'atmosfera notturna, come i Nachtstücke Op.23 di Schumann, il raveliano Gaspard de la Nuit o la scelta di un trittico di Notturni di Chopin. Ma all'ascolto il programma sembra rivelare non soltanto il possibile momento del giornata cui destinare tali pezzi, ma anche alcuni aspetti della notte stessa, come contesto di ispirazione, discussione, indagine.

Si comincia con i 2 Notturni Op.55 di Chopin. Già dalla postura, dai primissimi gesti, Lisiecki si pone come interprete assai ponderato e calibrato, anche quando talune scelte coloristiche o agogiche paiano dettate da maggiore estro o impeto momentaneo. Tutto è misurato, quasi scelto e progettato lucidamente: ogni ripetizione del “dondolante” tema del Notturno in fa minore pare consapevolmente tracciata, sia nella mente quanto sulla tastiera; l'escursione dinamica non è particolarmente accentuata, e le varianti melodiche vengono prese più “di petto” – idem per il Notturno seguente – in stile quasi Biedermeier che in senso poetico e arioso. Nel Notturno in mi bemolle maggiore la scelta di un andamento alquanto spedito, quasi privo di esitazioni (anche nella fragilissima coda), traccia come una lunga legatura che abbraccia tutti i suoni e tutta la partitura. Tradite sono alcune sonorità, specialmente nella chiusa e nel climax, ove l'esaltazione assume i tratti di un dolce abbandono.
Seguono i già citati Nachtstücke Op.23 schumanniani, forse la parte migliore del concerto. Qui il contesto notturno sembra essere più legato al concetto di buio, di indeterminatezza, che di quiete e riposo. Sin dall'esordio l'atmosfera è misteriosa – quasi cupa – e pochi sono gli squarci di luce, come piccole fugaci faville di un focolare. Ad ogni modo, l'esecuzione appare immediata e più centrata, più convinta e meno “costruita” di quella dei Notturni. Merita un cenno la seconda sezione del secondo brano, Markiert und lebhaft, nella quale la scelta di ammorbidire leggermente l'energia iniziale svela quel tipico tratto schumanniano di aprire piccoli scenari poetici (Eusebio?) all'interno di paesaggi decisamente più passionali (Florestano?).
Si passa senza pausa al celebre Gaspard de la Nuit di Ravel. Innegabile la padronanza tecnica del brano da parte del giovane pianista canadese, che finalmente cede a taluni slanci focosi – soprattutto nella coda di Ondine e in generale nell'amosfera di Scarbo – esaltando quel senso “diabolico” di sottofondo tipico di questa musica. Ciononostante, anche qui la differenziazione delle dinamiche non è molta, e assistiamo pertanto a una Ondine che sembra più un alone, una sensuale allusione fra la nebulosità dei vapori, che a una seducente, ammaliante ninfa fluviale. Le Gibet è abbastanza centrato nel senso di “annullamento”, ma Lisiecki sceglie qui di intervenire sul ritmo, stringendo in maniera evidente (quasi trentaduesimo) ogni figura di sedicesimo nel canto. Scarbo risente ancora di una, tutto sommato, bassa escursione dinamica; ma è di molto più apprezzabile per lo slancio appassionato e febbricitante: non importano affatto quelle poche note “sporcate”, perché il bisogno di governare e l'indole alla progettualità lasciano finalmente aria a un senso del demonico, dell'imprevedibile.

Nella seconda parte abbiamo, in ordine di esecuzione, i Cinq Morceaux de fantasie Op.3 di Rachmaninov, il Notturno Op.72 di Chopin e il primo Scherzo Op.20 del medesimo autore. Se nel repertorio chopiniano ritroviamo nuovamente una tendenza al “costruire” le esecuzioni – spesso con scelte dinamiche non poco discutibili: una su tutte, l'atmosfera generale dello Scherzo Op.20, i cui famosi slanci all'acuto sono un po' confusi a causa della pedalizzazione eccessiva, sempre in diminuendo e non raggiungono mai un vero sforzato – e al de-poeticizzare i preziosi ornamenti dei temi principali (come nella ripresa del Notturno in mi minore), in Rachmaninov, come in Schumann, troviamo maggiore confidenza: un interessante Preludio, dall'Agitato mai portato al parossismo, ed una conclusiva Serenata, coloristicamente ben fatta.
Chiude il concerto un bis, il celebre mendelssohniano Venetianisches Gondollied in Sol minore."



A presto!
Andrew

martedì 19 febbraio 2019

Analogie e distanze: sguardi differenti negli occhi di un solo Mozart

Ciao!

Come promesso, questa volta sono qui su Metathymos dopo poco tempo: è un periodo molto impegnato, ma al tempo stesso cerco di ritagliare, per quanto possibile, qualche momento in cui assistere a qualche concerto.
Sono tornato ad ascoltare il bravissimo Domenico Nordio e i Solisti de laVerdi, che hanno nuovamente allietato il pubblico con un concerto cameristico dedicato a Mozart. Curiose sono le analogie fra i programmi - tutti mozartiani - proposti nelle ultime occasioni cui ho preso parte: sia Nordio con i Solisti (insieme a un ottimo Fausto Ghiazza al clarinetto - QUI l'articolo dedicato) che il Quartetto Bazzini Consort per MerateMusica (con Fulvio Capra al clarinetto - vedi articolo QUI) hanno incluso i Divertimenti per archi e il Quintetto "Stadler" nelle loro scalette. Ed è altrettanto curioso assistere, a distanza di poco tempo, a differenti interpretazioni, visioni, scelte, caratteri: l'entusiasmo e la freschezza giovanile e la sapienza, l'acuto sguardo di musicisti dalla più lunga esperienza.

Riporto in ogni caso il testo integrale dell'articolo scritto per Le Salon Musical (che potete vedere cliccando QUI):

"Si torna a parlare, dopo qualche tempo, di Domenico Nordio e i Solisti de LaVerdi, e delle matinées presso M.A.C., Musica Arte e Cultura di Milano. E si torna a parlare anche di Mozart: l'appuntamento precedente aveva visto l'esecuzione del primo Quartetto Prussiano K.575 e del Quintetto per clarinetto e archi “Stadler” K.581 (è possibile leggere QUI l'articolo dedicato). Anche questa volta, l'intero programma ruota intorno al repertorio cameristico del salisburghese, spostando però lo sguardo ad alcune composizioni per i soli archi, come i Divertimenti K.136 e K.138, la celeberrima Eine Kleine Nachtmusik e il più raramente eseguito Adagio e Fuga in Do minore K.546.
E proprio con quest'ultimo si apre il concerto di Domenica 17 Febbraio. L'Adagio e Fuga, composizione unica del suo genere nell'elenco delle opere del compositore, costituisce una successiva elaborazione (risalente al Giugno 1788) della più nota Fuga per due pianoforti K.426 (scritta a fine 1783). Mozart trascrive qui la “severa” fuga per quartetto d'archi, e le antepone un breve ma meraviglioso Adagio, espressivo e struggente – quasi romantico nella sua indole – e ricco di rimandi, imitazioni, continue modulazioni. Inutile sottolineare, in quest'opera, il palese interesse di Mozart per la figura bachiana, nonché lo studio del relativo stile contrappuntistico.

Anche dei Divertimenti per archi si era già fatto cenno in precedenza (QUI), con il concerto proposto dai giovani musicisti di Merate Musica. Nordio e i suoi colleghi scelgono, differentemente, di proporre il primo divertimento, K.136 in Re maggiore – forse il più celebre ed eseguito dei tre – ed il terzo, K.138 in Fa maggiore. All'ascolto, queste composizioni scritte da un Mozart appena sedicenne di ritorno proprio da Milano (commissionategli da personalità del panorama nobiliare per l'intrattenimento di occasioni più o meno importanti) risultano immediate, agili, e prive di grandi sviluppi. Eppure, non mancano affatto delle minime inflessioni, quasi piccole ombre improvvise, dal tono più mesto; sono ben salde nella forma e risentono non poco di una vaga cantabilità all'italiana. L'esecuzione dei Solisti è stata frizzante e molto curata, dando la giusta esaltazione ad ogni aspetto senza perdere la fluidità discorsiva. In particolare, a partire dal Divertimento K.138, il secondo violino, Nicolai Freiherr von Dellingshausen, sembra osare di più, migliorando decisamente l'equilibrio sonoro della stessa formazione.

Segue – e chiude – il concerto la Eine kleine Nachtmusik K.525, in Sol maggiore. La più celebre ed eseguita di tutte le serenate del compositore, giustamente amata per il suo carattere spiccato, la sua freschezza d'idee e di scrittura, la sua lieta graziosità.
A partire dall'Allegro di apertura fino al Rondò, l'esecuzione si è rivelata non solo impeccabile, ma soprattutto (e non è affatto poco) originale: evidente un atteggiamento di “ricerca del nuovo”, del non già detto, grazie a una forte differenziazione delle dinamiche, mai identiche ad ogni ritornello, e all'adozione – assai apprezzabile – di piccolissime varianti od abbellimenti, spesso presumibilmente improvvisati. Ecco che questa piccola Serenata si riscopre diversa (o forse si rinnova, si attualizza), scrollandosi di dosso certe rigidità dogmatiche nell'esecuzione e liberando la sua vibrante passionale dialettica. Di forte impatto l'Allegro conclusivo, eseguito ben più speditamente del consueto, rendendolo “elegantemente frivolo”, civettuolo e brillante."

Ecco alcune foto di Nordio e i Solisti de laVerdi durante il concerto:





A presto!
Andrew

mercoledì 13 febbraio 2019

Divertimenti con Mozart e “Stadler” a Villa Confalonieri


Ciao a tutti!

Dopo non poco tempo torno qui per condividere l'ultimo articolo scritto per Le Salon Musical, testata online di musica con la quale collaboro ormai da qualche tempo. Questa volta il concerto era dedicato ai Divertimenti per archi di Mozart, oltre che al famoso Quintetto "Stadler", celeberrima composizione cameristica che vede protagonista quel bellissimo e multiforme strumento che è il clarinetto., proposti dal cartellone dedicato ai giovani musicisti di Merate Musica, stagione che seguo per quanto mi è possibile da qualche anno, e che ha offerto diversi appuntamenti interessanti e di ottimo livello (negli articoli precedenti, ad esempio, avevo recensito il concerto del Sestetto Stradivari, che eseguì magistralmente i due meravigliosi Sestetti per archi di Brahms).

Condivido come sempre il testo integrale, che, comunque, potete leggere anche sul sito originale direttamente QUI:

"La Stagione di Merate Musica giunge alla sua ventiduesima edizione e propone, in parallelo ai consueti concerti in Auditorium municipale, un gruppo di incontri dedicati ai giovani promettenti musicisti del panorama attuale. Sabato 10 Febbraio è toccato al Quartetto Bazzini Consort e al clarinettista Fulvio Capra, i quali hanno colmato di ottima musica mozartiana la bellissima sala di Villa Confalonieri.
Questi giovani ragazzi hanno dimostrato ottime capacità esecutive e notevole attitudine alla musica da camera: a partire dai Divertimenti per archi K.137 e K.138, il Bazzini Consort ha spiccato per precisione ritmica e cura nei confronti della parte, esaltando gli episodi più spiegati e cantabili tanto quanto quelli più elaborati e contrappuntistici. Notevole, in particolare, l'esecuzione del primo tempo del Divertimento n.2 K.137 in Si bemolle maggiore, Andante, che, per quanto anch'esso in forma sonata (seppur in ridotte dimensioni), sorprende, oltre che per il fatto di essere un movimento lento e non un tipico Allegro, per un incipit alquanto struggente, per la continua mutevolezza umorale e la ricerca di un'espressione più densa attraverso frequenti modulazioni e interruzioni del discorso musicale.
Ben diverso, e assai più riconoscibilmente mozartiano, il breve Allegro di molto che segue, dal piglio deciso e frizzante, con uno sviluppo quasi assente, una scrittura leggera e dall'insistenza su accompagnamenti ribattuti. Chiude il Divertimento un Allegro assai in tempo ternario – a tratti danzante e anch'esso in forma sonata – ribaltando, se così si può dire, l'atmosfera iniziale della composizione.
Segue, per il medesimo organico, il Divertimento n.3 K.138 in Fa maggiore, il quale presenta non poche analogie con il precedente dal punto di vista delle strutture formali e dell'utilizzo degli spunti tematici, ma ne differisce alquanto dal punto di vista espressivo: il K.138 infatti è più leggero, quasi disimpegnato, forse più “tradizionale”; non esordisce a sorpresa con un tempo lento dall'atmosfera importante, ma con un Allegro diretto e ben delineato a cui segue un Andante in Do maggiore dalla fisionomia polifonicamente raffinata, di nuovo in forma sonata ma con una ripresa priva del primo tema. Chiude, invece, un Presto in forma di Rondò, dai tratti quasi popolari, con la tipica costruzione per frasi ritornellate ma con la presenza di momenti in cui la scrittura si fa leggera, addirittura a due sole voci, generando un sottile gioco di stati d'animo e di sonorità, prima di chiudere felicemente con l'ultima ripresa del refrain.
Dopo la consueta pausa al Quartetto si aggiunge il giovane sopracitato clarinettista, regalando una seconda parte interessante dedicata al celebre Quintetto per clarinetto e archi K.581 in La maggiore, detto “Stadler”. Interessante la scelta, qui, di andamenti decisamente più sostenuti dei più consueti ascolti, per ciò che riguarda l'Allegro iniziale – che ha visto un ottima voce di violoncello, nelle sue parti “solistiche”, da parte di Federico Bianchetti – ma soprattutto per il finale, un Allegretto con variazioni che resta probabilmente fra le pagine più celebri dello stesso Mozart: troviamo dunque una ricerca di brio e freschezza che rischiano qua e là di penalizzare parzialmente quel che concerne le sonorità d'attacco e gli equilibri fra le parti; ciononostante, la tenuta praticamente perfetta e le agilità clarinettistiche di Capra, unite alla scelta di accentazioni che possano variegarsi ad ogni riproposta – questo visibilmente nel Minuetto e Trio, rendono l'esecuzione non poco interessante e di grande effetto. Degno di nota il bellissimo Larghetto, brano riproposto anche come bis eseguito con grande dolcezza e morbidezza di suono, probabilmente la pagina nella quale l'ensemble ha dato la sua miglior prova di coesione e di unione."


Spero tanto di poter tornare presto, anzi, ne sono quasi certo. Anche perché ho diverse novità importanti ed altri appuntamenti in programma, che sicuramente condividerò qui.
Vi lascio qualche fotografia dei giovani musicisti del Quartetto Bazzini Consort e del clarinettista Fulvio Capra.

A prestissimo, dunque!

Andrew









domenica 13 gennaio 2019

Nuova pagina personale su Facebook

Ciao a tutti!

Scrivo per comunicare che da qualche giorno ho deciso di creare una mia pagina personale di Facebook, che finirà per sostituire il normale profilo.
Potete raggiungere la pagina cliccando QUI e, se vi va, potete cliccare su Like, in modo da ricevere le notifiche e seguire ciò che pubblicherò (articoli, recensioni, le mie attività musicali, ecc).


Spero possiate raggiungermi in tanti! Vi aspetto!

A presto, con alcune importanti novità!
Andrew

giovedì 20 dicembre 2018

L'Harmonia Cordis celebra i primi dieci anni nello stile fiammingo (Milano, 15 Dicembre 2018)

Ciao a tutti!

Torno a pubblicare qualcosa qui dopo un periodo di ferma. Mi dispiace sempre quando non riesco a tenere una certa continuità, ma non sempre è possibile.
Ad ogni modo, sabato scorso sono stato a Milano ad ascoltare un concerto vocale tutto fiammingo, repertorio che apprezzo particolarmente. Ne ho scritto un articolo per Le Salon Musical, che lo ha pubblicato velocemente, e che condivido qui per intero:


"L'Harmonia Cordis celebra i primi dieci anni nello stile fiammingo

Per festeggiare il decimo anno di attività l'ensemble vocale Harmonia Cordis ha scelto di offrire al pubblico un programma di stampo sacro che accomunasse il periodo dell'Avvento con alcuni dei massimi espositori delle sei generazioni di compositori fiamminghi.
Il concerto, avvenuto presso la splendida Chiesa di San Calimero in Milano lo scorso Sabato 15 Dicembre, orientava infatti su celebri nomi dell'epoca, alias Guillaume Dufay, Johannes Ockeghem, Josquin Desprez, Adrian Willaert e Orlando di Lasso, rievocando quei secoli – fra il XIV e il XVI – in cui il mecenatismo delle corti spronò inevitabilmente la nascita di un repertorio scritto ad hoc, nonché il mutamento del ruolo del compositore da mero ligio ai rigorosi dogmi ecclesiastici, i quali spingevano verso il contenimento del potere seduttivo della musica (potere riconosciuto quanto temuto) per prediligere una percepibilità sine qua non del testo declamato, ad autonomo creatore, virtuoso dimostratore degli artifici contrappuntistici e polifonici. E le corti correvano ad accaparrarsi i migliori compositori in circolazione, al fine di celebrare, attraverso quel repertorio musicale sontuoso e complesso, il fasto e la grandezza delle corti stesse.
Si comincia con Veni Redemptor gentium, inno ambrosiano dell'Avvento, intonato dall'abside, per passare ad un altro inno a 3, Ave maris stella del già citato Dufay, e seguire con Credite Salvatorem nostrum, intonato da una splendida voce femminile solista: l'ensemble Harmonia Cordis mette così in luce da subito le proprie qualità, distinguendosi per la pulizia delle voci, la morbidezza dell'emissione e l'equilibrio sonoro fra le parti.
Quindi si passa alla Missa D'ung aultre amer, messa a 4 di Josquin Desprez scritta sull'omonima celebre chanson di Johannes Ockeghem (il quale fu maestro dello stesso Desprez) che presenta uno stupendo Tu solus qui facis mirabilia in sostituzione del comune Benedictus. Ma il punto più alto dell'intero concerto è forse il brano successivo, O bone et dulcis Domine Jesu, sempre del medesimo autore, un mottetto a 4 con doppio cantus firmus; per l'occasione, l'ensemble si dispone diversamente, creando due “schiere battenti” ai lati (rispettivamente Altus e Bassus, ai quali sono affidati i due cantus firmus) circondando le 4 parti. In questo caso la politestualità, il tratto saliente dei mottetti, è più che evidente: mentre le 4 parti intonano il canto principale, gli Altus declamano un Pater Noster e i Bassus una versione breve dell'Ave Maria, creando un gioco fonetico dinamico e accattivante.
Il repertorio despreziano si completa con Ave Maria...Virgo serena, mottetto a 4 su testo mariano al quale il compositore antempone al testo una strofa che riferisce all'annunciazione e ne accoda un'altra nella quale chiede alla Vergine di intercedere per lui.
Chiudono il concerto due mottetti, di Adrian Willaert e Orlando di Lasso. Rispettivamente, O magnum mysterium, celebre mottetto a 4 in due parti in cui la teoria degli affetti si presenta inequivocabilmente, strizzando lontanamente l'occhio alla maniera madrigalistica; e Resonet in laudibus, mottetto a 5 voci che pone le basi su di un carol del '300. Curiosa è la presenza dell'esclamazione “eya!”, che non fa soltanto da puro pretesto contrappuntistico ma anche da vera e propria propulsione sonora.
Dopo uno scroscio di applausi e ringraziamenti, è ancora dalla pratica dei carol che si ispira il bis dell'ensemble, con l'intonazione di canti popolari natalizi in dialetti differenti, così come diverse sono le provenienze di questa formazione corale così eterogenea eppure sorprendentemente compatta."


Lascio le fotografie scattate e vi rimando alla prossima!









Andrew

martedì 27 novembre 2018

Almenno San Bartolomeo: la Ensamble Barocco di Bergamo alla Rotonda di San Tomè

Rieccomi dopo qualche giorno in tutta fretta!, per condividere con voi un altro articolo scritto per Le Salon Musical.  Si tratta della recensione di un concerto di repertorio barocco tenuto nella zona di San Tomé, ad Almenno San Salvatore. La formazione era abbastanza insolita: oboe, fagotto, clavicembalo. Curioso è che due degli interpreti sono di mia vecchia conoscenza diciamo, in quanto docenti  di un Conservatorio nel quale ho studiato.

Come sempre copio incollo il testo dell’articolo qui:

Per “Musica e territorio” – rassegna di concerti cameristici itineranti presso abbazie, chiese romaniche, torri e castelli promossa dall’Orchestra Sinfonica di Lecco – oggi pomeriggio, domenica 18 novembre, si è tenuto il concerto del Barocco Ensemble di Bergamo, formazione strumentale composta da Marco Ambrosini all’oboe, Deborah Vallino al fagotto e Fabio Piazzalunga nel ruolo di cembalista-continuista. I valenti musicisti – Ambrosini e Piazzalunga, solo per fare cenno, sono docenti in carica presso il Conservatorio “G. Donizetti” di Bergamo da diverso tempo – hanno allietato il pubblico presente con un concerto inusuale, toccando repertori variegati di compositori celebri e meno noti: da Bach a Haendel, passando da Telemann, fino Paradisi e Pasquini. Una caratteristica che vale la pena sottolineare è l’idea di proporre composizioni per organici diversi, nella fattispecie non unicamente per trio, ma anche per il solo clavicembalo o per i due strumenti a fiato separati: questi essais, assaggi appunto, di differenti modalità espressive ed associative hanno reso fruibile ed accattivante l’ascolto.
Si sono potute ascoltare tre delle ben note Inventio a due voci del grande Johann Sebastian Bach, in una trascrizione per oboe e fagotto: adattamento non certo di frequente ascolto ma che, però, si è rivelato utile a mettere in luce contenuti e fraseggi altri rispetto a quelli delle più note esecuzioni pianistiche o cembalistiche, nuances legate in modo indissolubile alla natura stessa dei due strumenti. Ecco che queste brevi pagine assumono un’espressione più colorita e cantabile, una dizione più spiccata e una scissione delle voci facilmente percepibile.
In riferimento ai brani per cembalo solista, aldilà della famosissima Toccata in La maggiore di Paradisi, è degna di nota l’esecuzione delle Partite diverse di Follia di Bernardo Pasquini. Dopo la consueta esposizione, il celebre mesto tema viene sviluppato un po’ a mo’ di Passacaglia in una serie di 14 Varianti senza soluzione di continuità: questo consente di dare risalto non poche delle qualità espressive e di questo splendido strumento oggi considerato “antiquo” e ingiustamente poco proposto come protagonista di scene concertistica. Pasquini pare voler richiamare le ben più conosciute Partite e Toccate di Girolamo Frescobaldi (in particolare le Cento partite sopra Passacagli o brani come l’Aria detta Frescobalda, contenuti nelle medesime raccolte), adottando da quest’ultimo alcune tipologie di scrittura contrappuntistica e l’atteggiamento spavaldo nei confronti delle dissonanze come elemento affettuoso ed evocativo. Notevole l’esecuzione di Piazzalunga, sia per la precisione nelle zone rapide e passeggiate che per il sapiente uso di abbellimenti ed effetti, senza mai rendere leziosa la continuità discorsiva.
Per quanto riguarda, invece, i brani per il trio al completo, interessanti sono state le esecuzioni del Kammer Trio n.24 di Haendel, per il quale – rispetto ad autori quali Bach, per cui è sovente il motore principale – l’artificio compositivo dell’imitazione si sottomette ad una predominanza melodica cantabile, quasi ariosa, rendendosi perlopiù pretesto per brevi sviluppi od episodi modulanti; e del Trio n.12 dagli “Essercizii Musicii” di Telemann, dal consueto carattere frizzante e scorrevole nei tempi rapidi ed una maggiore ricercatezza melodico-armonica in quelli più tranquilli. Interessante anche la Sonata per fagotto e basso continuo TWV 41 ES A1 del medesimo compositore, in cui le atmosfere tenere e morbide dei movimenti più tranquilli si sono contrapposte al brio del Vivace conclusivo, con la tipica scrittura fagottistica (eseguita dignitosamente dalla fagottista Vallino) in staccato.
A conclusione di questo concerto cameristico resta soltanto una piccola riflessione-constatazione su come non poche volte certi repertori – ed autori – restino ancor oggi un po’ nell’ombra o nella nebbia, nonostante l’evidente merito di essere inclusi nei programmi di sala in rassegne ed istituzioni concertistiche."




Sperando di tornare altrettanto presto....
Andrew

giovedì 22 novembre 2018

Pletnev, rivelatore audace di coerenze altre (Serate Musicali, Milano, 8 Novembre 2018)

Rieccomi qui!,

questa volta per una occasione per me assai gradita, per quanto si tratti di un'altro dei miei articoli di recensione scritto per Le Salon Musical. Questa volta si parla di un pianista che mi sta piuttosto a cuore, e sul quale non è stato così facile scrivere senza inciampare in slanci "di parte": Mikhail Pletnev.

Riporto di seguito il testo completo, che potete leggere anche sul sito a questo link:


"Mikhail Pletnev può oggi essere considerato senza indugi uno dei più grandi pianisti viventi. Eppure, non è raro riscontrare – fra il pubblico quanto fra i musicisti – una notevole disparità di opinioni a suo riguardo: da una parte c'è chi “pende dalle sue dita”, vedendo in lui una sorta di interprete “totale”, profondo e indagatore; dall'altra, chi invece trova nel suo pianismo qualcosa di forzato, di troppo ricercato o, quanto meno, di poco spontaneo.
Quello che forse si può asserire con una certa sicurezza, è che in lui non vi è nulla di meramente istrionico, niente che miri a un presunto irrinunciabile anticonformismo (bisognoso di essere riconosciuto dal pubblico). Al contrario, curato sembra il suo atteggiamento nei confronti di tutte le sfaccettature di una esecuzione-interpretazione. Il suono, primo su tutti, sembra costituire una dimensione centrale – e centralizzata – un aspetto mai dato per scontato, tanto meno trascurato. Ogni nota ha il suo significato ed è portatrice di una parte del senso complessivo del quale quel tal pezzo o l'altro sono portatori, pertanto ogni segno, ogni figura si connota come parte essenziale, come elemento di continuità e di eloquenza. Il corpo, il respiro, o spesso la stessa durata di una nota nel tempo, si piegano di fronte ad esso, si plasmano rendendosi adattabili a quell'esigenza che non ammette mai deroghe. C'è chi recepisce questo come “licenza” o come una presa di libertà a volte eccessiva. E, a primo impatto, gli si potrebbe dare ragione: di fatto, capita sovente che alcune cellule tematiche, alcune anacrusi o alcune pause possano espandersi più del dovuto, o ritrarsi-contrarsi; che alcune sonorità indicate sulla parte vengano visibilmente sostituite, o che alcuni andamenti siano sensibilmente alterati. Inequivocabilità che rendono apparentemente inconfutabili tali affermazioni.
Ma c'è anche chi vede in lui un musicista carismatico, fiero, capace di dare volti ancora non svelati alla musica, ai fraseggi in particolare. Un pianista generatore di coerenze nuove, altre e possibili, anche quando i suoi bisogni espressivi possono far scalpitare sulla sedia i più aggrappati allo spartito o “alla tradizione”. C'è chi si porta ai concerti spartiti tascabili ed annota i “pro” e i “contro” delle esecuzioni (ma anche qualche trovata di Pletnev che giudica interessante). C'è chi rilegge il programma di sala e, dando un colpetto di gomito al vicino, gli sussurra con un velo d'irritazione: “ma non è un po' lenta questa Arietta?!”. C'è chi vede un'assolutezza disarmante, pacificante e sconvolgente al contempo, una attitudine ad osare dettata da una comprensione musicale propria ed extra-testuale, che va a toccare forse gli intenti. Un incanto reale, non artificioso.
Un aspetto certo non trascurabile è la sicurezza, il governo con il quale Pletnev porta avanti le sue – pianificate o “di pancia” che possano essere – scelte. Non c'è niente in lui e di lui che dia adito a sospetti, a credere che ci sia dell'ostentazione o della fragilità d'idee. Procede imperterrito e imperturbabile, quasi come suonasse da solo, dentro se stesso, in un teatro tutto suo (non ha mancato, di fatti, di dire in un'intervista «non suono per il pubblico, non avrebbe senso: suono per me stesso») come a dirci che, in tutto il suo lungo, profondo sguardo nell'abisso, non trova altre visioni, altre risposte più credibili, più vere di quella che ci propone.


Inutile dire che Pletnev è sorretto da una tecnica formidabile, un'ottima precisione e chiarezza nell'articolazione, un intimo rapporto con i pedali – memoriabile e sorprendente l'esclusione totale di quello destro, di risonanza, nella fuga della Sonata Op.110 di Beethoven, eseguita nella prima parte del concerto, mantenendo un appoggio, un legato ed un suono davvero stupefacenti – e una capacità di stabilire “orchestrazioni” della scrittura pianistica da lasciare increduli. Tutto ciò è per lui garanzia, consentendogli di creare vere e proprie magie.
Giovedì 8 Novembre scorso, all'Auditorium del Conservatorio di Milano, il programma era di stampo sostanzialmente classico e pre-romantico. Nella prima parte, la scelta della Sonata K.282 in Mi bemolle maggiore di Mozart può fare riflettere non poco su come l'apparente semplicità di un brano possa lasciare quasi interdetti di fronte ad un'interpretazione di alto livello. Sin dai primi accordi dell'Adagio, quella stratificazione/strumentazione dei contenuti accennata prima e quella tendenza a gerarchizzare le voci – senza che nessuna di esse resti discriminata – prende il sopravvento, ed ecco che anche un arpeggio o un ribattuto prendono vita e si dotano di fascino, rivelando il loro essere necessari e indispensabili, in quel esatto modo e in quel preciso momento; la scrittura rievoca le atmosfere di certe Serenate dello stesso compositore, grazie a un suono morbido, plastico, mai percosso, nemmeno quando Pletnev si serve di attacchi al tasto più brillanti. Bellissimi anche certi passaggi del terzo tempo, Allegro, in particolare la sezione centrale di elaborazione tematica, in cui lo spirito cromatico diventa fulcro di espressione e discorsività.
Da Mozart si passa a Beethoven, con la già citata Sonata Op.110. Si entra in contatto immediatamente con l'audacia del nostro pianista: le prime battute, solitamente eseguite con una sonorità pacata, dolcemente introversa, si ribaltano e tradiscono una emozione più pervasiva e appassionata, meno cullante, in grado di accendere l'animo del compositore. Dopo la sezione in arpeggi, quel Do scandito, preso a mignolo quasi verticale, sospeso ben più a lungo del dovuto, non è tale per tentare di influire banalmente sull'attesa desiderante del pubblico (che tiene un silenzio surreale per tutto il concerto) ma per lasciare che la sonorità si plachi da sé, si riposi, e possa condurre altrove. La sezione di sviluppo, incentrata prettamente sul primo tema, si fa invece sorda e indecisa, con un mormorare della sinistra perfettamente legato e con una pedalizzazione sapiente. Il secondo movimento ha un piglio decisamente più seduto del solito, concentrandosi più sui contrasti umorali, ritmici e sonori che su un impeto generale agitato, quasi fosse la trascrizione di un brano per ensemble di fiati e alternasse soli e tutti. Bellissimo il suono liquido della chiusa in maggiore.
Picco più alto dell'esecuzione, l'Arioso dolente, che si dispiega completamente afflitto, il suono è profondo ma come sospeso, dando l'impressione volersi perdere – o meglio, confondere – fra i ribattuti dell'accompagnamento, rifuggendo l'ammissione di un cruccio tanto grande agli occhi esterni.
Dopo la consueta pausa, Pletnev torna sul palco per una seconda parte ancora tutta mozartiana e beethoveniana. Si comincia con la celebre “Parigina”, alias la Sonata K.330 in Do maggiore, pagina eseguita da moltissimi grandi pianisti (uno su tutti Vladimir Horowitz). Il primo tempo scivola sulla tastiera leggero e frizzante, con una naturalezza d'articolazione sconvolgente. Come per la Sonata precedente, ogni singola nota, anche quelle che ornano in piccoli arpeggi o in rapidi arabeschi i temi fondanti sono perfettamente chiare, senza alcuna futile sottolineatura aggiuntiva: le dita sono libellule in piena sintonia con il pianoforte, prestidigitano ogni cosa senza la minima fatica. L'Andante ha una bella sonorità, generosa e calda nelle sezioni in Fa maggiore, ma la parte di vero effetto è quella in minore: il Fa ribattuto si fa sordo e sempre più ossessivo, incupendo il tutto e regalando uno choc inatteso, un colpo di malinconia che tenta di nascondersi ma senza il successo sperato. Il Rondò finale somiglia al primo tempo per chiarezza e brio, ma è di umore più giocoso, quasi uno Scherzo, e non manca di farsi poderoso negli episodi in cui la sinistra ha un disegno di ottave spezzate.
Conclude il programma quella pietra miliare del repertorio pianistico che è l'ultima Sonata di Beethoven, ovvero l'Op.111, in Do minore. Qui Pletnev si avvicina, se si può dire, alla perfezione dell'esecuzione: il fascino delle idee, la bellezza del suono e della distribuzione delle voci, la sincronia dei passaggi a mani pari del primo movimento (bellissimi certi “sussurri” nel registro grave del pianoforte) e della conduzione del discorso musicale colpiscono in pieno. Forse meno “personalizzata” della Sonata Op.110, ciò che lascia senza fiato è la famosa Arietta: lasciando perdere le inutili obiezioni di alcuni presenti, che sottovoce la etichettano subito “troppo lenta” (qualcuno possa impietosirsi e dare ristoro al loro bisogno di difetti), una morbidezza ed un clima di profonda elevazione mista ad abbandono permeano l'Auditorium, il silenzio attorno al pianoforte si fa quasi spettrale e il livello di introspezione cui assurge Pletnev inghiotte tutti, arrivando all'ultimo accordo lasciando nel cuore dei presenti una di germoglio di inquietudine, cresciuto invisibilmente nel corso di un'apparente beatitudine.
Infiniti applausi richiamano il pianista più volte sul palco, che, dopo una piccola titubanza come di chi non ha preparato null'altro – perché null'altro serve: cosa, ancora, dopo cotanta Musica? – sterza ancora una volta e regala una bellissima interpretazione della Sonata K.9 di Scarlatti. Questa volta è lui il più aderente al testo: l'Allegro indicato sulla parte non viene affatto tradito come dai più, ma trova piena collocazione sotto le sue dita, fra i tasti del suo amato strumento, nella famigerata chiarezza dei passaggi a mani pari e dei trilli che compaiono qui e là, quasi piccole luci tremolanti.


Accompagno con qualche fotografia e vi rimando a presto!
Andrew










venerdì 16 novembre 2018

Nordio, i solisti de laVerdi e Ghiazza alle prese con Mozart

Buongiorno!

Eccomi qui di nuovo, per un articolo fresco di pubblicazione per Le Salon Musical. Questa volta i protagonisti erano i solisti de LaVerdi, capeggiati dal violista Domenico Nordio e il clarinettista Fausto Ghiazza, alle prese con due delle pagine più importanti del repertorio cameristico, quartettistico e quintettistico, del grande Mozart.

Di seguito il testo completo dell'articolo:


Domenica 11 Novembre scorso, presso la sede di Musica Arte Cultura di Milano (MAC) Domenico Nordio, violinista residente de laVerdi, si è esibito con i solisti de laVerdi in un programma completamente mozartiano. Le pagine scelte per questo terzo concerto della stagione cameristica de La Verdi erano il Quartetto per archi K.575 in Re maggiore – primo fra i cosiddetti “Prussiani” – e il celebre, nonché meraviglioso, Quintetto per clarinetto e archi K.581 in La maggiore detto “Stadler”, in onore del virtuoso strumentista contemporaneo del compositore che contribuì a svelargli le grandi possibilità di scrittura, d'estensione e d’espressione del clarinetto.

Mozart compose ben 26 quartetti per archi nella sua non certo lunga vita; opere di perfetta fattura contenenti un po’ tutti gli aspetti dello stile e dell’immaginario musicale del musicista. Scritti negli anni 1789-1790, i Prussiani, eppure, sembrano evidenziare un contenuto dichiaratamente – e volutamente – più espressivo, più lirico di altri, con una particolare attenzione al ruolo violoncellistico. Mozart desiderava infatti soddisfare i gusti e le speranze di Federico Guglielmo II Re di Prussia, violoncellista dilettante e dedicatario dei quartetti (che sono tre: K.575, K.589 e K.590), e con non poca fatica portò a termine il compito – per poi pubblicarli con Artaria per una cifra irrisoria.
E proprio con tale slancio si apre il primo movimento (Allegretto) del Quartetto K.575: un appassionato primo tema, di stampo lirico, contraddistinto da rapide e marcate appoggiature, esposto dal primo violino, che rimbalza subito dopo al violoncello, per poi frammentarsi e farsi materiale d'elaborazione – sempre di stampo piuttosto cantabile – dello sviluppo. Il clima generale appare tutto sommato generoso e sereno, ma un orecchio più attento riscontra velate inquietudini, titubanze che Mozart cela sapientemente qui e là (com’è suo solito fare) nella scrittura, nelle armonie: la malinconia diviene allora un sorriso un po’ “posato”, nella speranza – vana, a quanto pare – che nessuno se ne accorga. L’Andante è una sorta di morbida Romanza che alterna dolcezze e chiariscuri; melodicamente ha uno stampo liederistico – possibile riminescenza di Das Veilchen K.476, per voce e pianoforte, dello stesso Mozart. La sintonia in questa pagina è stata veramente notevole, e ha tenuto il pubblico molto attento e partecipe. Il Minuetto si contraddistingue per gli accenti inusuali (pronunciati accuratamente) e la predilezione per il violoncello nella zona del Trio, predilezione che terrà – nonostante la pronuncia un po’ manchevole, unica piccola nota di demerito all’intero concerto – anche per il tema del Rondò conclusivo, nel quale il refrain subisce continue minute varianti ad ogni sua comparsa.

Per lo Stadler della seconda parte il quartetto di Domenico Nordio si avvale della partecipazione del clarinettista Fausto Ghiazza, ottimo e vivace strumentista (primo clarinetto dell'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi) che si cala in simpatiche nonché scherzosamente mimiche botte e risposte con il primo, scambiando generosamente frasi e incisi, o contrapponendosi in episodi di contrasto.
Mozart scrisse questo Quintetto a Vienna mentre componeva i Quartetti Prussiani, nel 1789, in un periodo di grave difficoltà economica e, se non si può dire di poter percepire a tratti una dichiarata tristezza o afflizione, è innegabile un’atmosfera più contemplativa, a volte quasi abbandonata, che si mischia e alterna alle melodie più frizzanti.
Nel primo movimento questa dualità sembra alternarsi nell’organico fra il quartetto e il solista, che subentra all’improvviso con episodi – quasi dei motti o delle intromissioni – più ironici e sagaci. Il discorso musicale, comunque, non cede mai, ma anzi si variega continuamente, e sembra partorire continuamente idee nuove. Il Larghetto è probabilmente una delle pagine più belle mai scritte dal compositore salisburghese, e una di quelle in cui il clarinetto svela tutte le sue possibilità più fini e penetranti, a tratti addirittura commoventi. L’esecuzione di Ghiazza è stata notevole, ogni suono rivestiva un'importanza e aveva una sua singolare emissione, senza che ciò rendesse la musica carente di spontaneità o trasporto. Le varie frasi e semifrasi trovavano piena collocazione al di sopra del sostegno degli archi, qui perfettamente bilanciati. Dopo un Minuetto dai tratti un po' più popolari, dal Trio unicamente quartettistico, il Tema e con Variazioni finale è un vero successo: ancora una volta Nordio e Ghiazza giocano e collaborano perfettamente; e su un tappeto di secondo violino, viola e violoncello snodano una variante dopo l’altra senza il minimo cedimento – bellissimi gli arpeggi in staccato del clarinetto nella Variazione IV! – mettendo in risalto ogni inflessione e ogni giuoco timbrico, portando il Quintetto a una brillante conclusione.


Lascio qualche foto e un saluto a tutti!
A presto,
Andrew







giovedì 8 novembre 2018

“Grida, rap, folia” trittici colti e popolari da Francesco Libetta

Ciao a tutti, 

torno dopo qualche giorno di silenzio per condividere l'ultimo articolo, fresco di pubblicazione, che ho scritto per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione del concerto del pianista Francesco Libetta, che ha sorpreso il pubblico di SpazioTeatro89 con un programma interessante, inusuale e dedicato al repertorio ispirato da scene popolari.

Condivido qui il testo per intero:

"Parlare di Francesco Libetta riferendo soltanto alla sua bravura, al suo virtuosismo, all'eleganza del suo atteggiamento pianistico o sul palco sarebbe mera ripetizione di aspetti già sottolineati più volte, dei quali bene o male si è già a conoscenza da tempo. Il Libetta di cui oggi vale la pena parlare è colui che svela e propone repertori inusuali o semi-sconosciuti, autori considerati minori ma che possono ancora stupire; il Libetta che sceglie programmi da concerto pochi giorni prima della performance, che trova fili rossi molto sottili, che può passare con nonchalance da protagonista assoluto a condivisore del palco con altre formazioni.


Nel concerto di Domenica 4 Novembre scorsa, presso SpazioTeatro89 a Milano, questi sono gli aspetti che più hanno lasciato il segno e hanno sorpreso il pubblico presente. “Grida, rap, folia (ovvero il viandante virtuoso, dall'Arabia al Quai d'Orsay)”: un trittico che riduce la multiforme scaletta di questo recital – anch'esso composto da alcuni trittici – e che Libetta stesso spiega nelle sue interessanti disquisizioni. La musica descrive il mondo senza discriminazioni, soffermandosi sia su immagini più nobili sia su altre più semplici, popolari, e traendo ispirazione dalle più disparate situazioni. Torna sotto gli occhi la figura del viandante, ma diverso da quello evocato da Jeffrey Swann un paio di settimane prima: il viandante, questa volta, come l'uomo che vive nel volgo, al quale si mischia e nel quale si confonde, del quale memorizza scene, canti e volti portandoli con sé, annotati nei suoi album e nei suoi diari.


Per la partenza c'è Scott Joplin, e quel genere musicale che il nostro pianista definisce simil-ironicamente “musica suonata distrattamente per gente distratta”: brani come The Entertainer o Maple leaf rag non sono nati per le sale da concerto, per avere tutti gli occhi e le orecchie addosso, ma pagine di sottofondo ad eventi e situazioni altre. E, in questo, dunque, l'esecutore non è il protagonista della scena, ma anzi, una componente forse al limite dell'ignorabile. Ciononostante l'esecuzione è elegante, disimpegnata, trasporta negli anni in cui questa musica è stata scritta. Poi si fa un balzo più avanti nel tempo, con un rap vero e proprio, il Rap del Quai d'Orsay, pagina inaspettata del pianista e compositore Andrea Padova (presente in sala, e che sale sul palco qualche secondo per salutare e ringraziare Libetta per la scelta). Qui la musica sembra volgersi alla sillabazione serrata tipica di questo genere musicale, si priva di un vero spirito melodico per concentrare sempre più intensità nell'aspetto ritmico e in quello della massa sonora, che in alcuni frangenti si fa davvero fragorosa e mordace.


Da Padova si torna a Libetta, come esecutore di propri lavori: tre pezzi estratti da Prosthesis (La coppia di anziani, Danza cubana e Duo) e una Parafrasi immaginaria sulla Saracena di Wagner. Su quest'ultima vale la pena soffermarsi. Non esiste alcuna musica scritta da Wagner, ne esiste soltanto il libretto. Libetta, rimasto colpito dallo scenario dell'opera, ovvero Lucera, località a pochi passi da Foggia (e noi sappiamo che egli è originario della Puglia), traccia una visione ipotetica di temi ed elaborazioni dai tratti sinfonici, per poi adottare una breve citazione wagneriana per conclusione.


Ed ecco un altro trittico, quello famosissimo italiano di Franz Liszt, noto come Venezia e Napoli, celeberrime composizioni nelle quali ritroviamo quel Libetta cavalcatore di tastiere e dominatore indiscusso – e indiscutibile – di repertori virtuosistici. Gli arabeschi della Gondoliera si spandono gentilmente nella sala, bellissima è la coda di questa barcarola, con quel fa diesis reso così importante, così fondamentale. L'inquieta Canzone, sorretta da perpetui tremoli, che segue è sempre di un gondoliere, ed è estratta dall'Otello rossiniano, e sfocia senza soluzione di continuità nella Tarantella conclusiva, gran pezzo da concerto che Libetta esegue da sempre con grande energia ed eleganza, chiudendo con una coda davvero poderosa.


Tornando ad autori detti minori, il concerto segue con Pixis, pianista e compositore a suo tempo piuttosto noto (tant'è che darà il suo contributo nel Héxameron dello stesso Liszt, e al quale Chopin dedicherà la sua Fantasia su arie polacche Op.13). Ancora nel popolare, ma questa volta nel Lazio, con Scena popolare di Roma, un altro trittico che rievoca pifferai e saltarelli, avvolti nella dolcezza di una Canzone alla Madonna, motivo che sembra rendere compatta la composizione.


Dall'Italia finiamo in Oriente, con due brevi momenti di pianoforte a 4 mani: allo sgabello di Libetta se ne aggiunge uno per Giulio Galimberti, ed insieme eseguono un quieto e melanconico Canto arabo di Godowsky e Laideronnette, imperatrice delle pagode, uno dei brani che compongono Ma Mère l'Oye di Ravel.


Chiude il concerto la scelta forse più azzardata, ma anche forse più aderente all'idea del programma. Si torna in Italia, per ascoltare le Grida dei venditori di Napoli di Federico Ricci: dieci brevi pezzi per voci e pianoforte nei quali si alternano pescivendoli e fruttaroli, panettieri e macellai, trasportando il pubblico in un vero quadro napoletano popolare dell'800 (molto divertente la figura del venditore di carne di maiale, interpretata da un misterioso personaggio in costumi molto evocativi...).


Grandi applausi per un musicista così eclettico e per un programma così diversificato, efficamente bizzarro: Libetta torna sul palco e in uno slancio affettuoso regala una bella esecuzione della sua parafrasi sulla canzone La cura di Franco Battiato, brano che mette in luce sia le sue doti di grande pianista, che tratti estremamente sensibili della sua immaginazione.


Sperando di tornare a scrivere qui al più presto, lascio qualche fotografia scattata e mando un saluto!
Andrew