giovedì 24 ottobre 2019

Milano: il Preclassicismo raccontato dall’Ensemble Hornpipe

Eccomi di nuovo qui!
Ancora per Le Salon Musical, condivido con voi un'altra recensione scritta di recente. Protagonista è l'Ensemble Hornpipe, gruppo strumentale che ha aperto la stagione "Simultanea" nella Chiesa di San Calimero a Milano lo scorso sabato.
Protagoniste le figure di Sammartini, Rameau e il grande Haydn, con testimonianze musicali del decennio 1750-1760, il preclassicismo.
L'articolo è leggibile QUI sul sito, ma lo condivido sempre per iscirtto:

"Milano: il Preclassicismo raccontato dall'Ensemble Honpipe

Il decennio che porta dal 1750 al 1760 è un periodo abbastanza cruciale per quel riguarda lo stile classico. La produzione musicale comincia ad assumere i tratti caratteristici, uscendo sempre più dai canoni barocchi. Non solo: questo decennio in particolare (anche se si potrebbe giungere finanche al 1775) è curioso per il fatto di essere una fetta di storia musicale di serrata sperimentazione, a tratti di pura speculazione, che tocca momenti di forte bizzarrìa creativa; che finisce per pulirsi di quelle rigorose forme contrappuntistiche “pure” per aggrapparsi a due elementi, si direbbe, universali: il primato della tonalità come ambito espressivo, di bilanciamento, e la definizione sempre più netta dei contorni della cosidetta forma sonata.

La stagione proposta quest'anno in Basilica di San Calimero a Milano sceglie di riferirsi proprio a questo arco di tempo, affontando un decennio dopo l'altro il repertorio più significativo, simbolico delle frontiere raggiunte dai compositori e dalla musica stessa. Per il primo appuntamento, Sabato 19 Ottobre scorso, è stato l'Ensemble Hornpipe a rendersi tramite e protagonista, con un repertorio dedicato alle figure di Rameau, Sammartini e Haydn.
Di Rameau, l'Ouverture dall'opera Hippolyte et Aricie (1757) apre, appunto, il concerto, incuriosendo subito per la sua spiccata concezione barocca di composizione bipartita con un'introduzione dai tipici ritmi puntati alla francese ed una fuga a 4 parti con risposta in moto contrario. Ciononostante, alcune inflessioni cantabili ed una ripresa alternativa alla ripetizione dell'introduzione la spingono già più avanti nel tempo. Un'altra Ouverture segue piu avanti, anche se anteriore per composizione (1753) e con l'aggiunta degli strumenti a fiato, ovvero quella tratta dalla pastorale eroica Daphnis e Eglé. Qui ci troviamo di fronte a una composizione tripartita, la cui concezione è assai più spiccatamente barocca di quella di Hippolyte et Aricie, soprattutto per come viene gestito il materiale tematico e per i recitativi presenti nel Lent centrale.
Di Giovanni Battista Sammartini, compositore milanese, l'Ensemble Hornpipe esegue il Quartetto per archi in La maggiore JenS 61, il quale sparge più luce su alcuni aspetti salienti dello stile classico, in particolare su ciò che riguarda la simmetricità della forma, i climax centrali e la riargomentazione conclusiva con relativa affermazione tonale. In tre tempi anch'esso, Presto-Andante-Allegro, il Quartetto in La maggiore verte spesso su strutture bipartite – che preludono la forma sonata – nelle quali sovente la seconda parte riprende, variato, il materiale esposto nella prima spostandolo in tonalità d'impianto.
Per quanto riguarda Haydn, il programma prevede il Divertimento a 5, Hob.II per archi, datato 1755. Diviso in 6 movimenti, ricorda la struttura delle future Serenate; le ispirazioni classiche qui si ritrovano essenzialmente nei profili melodici, nella frequente alternanza tra la tonalità di impianto e la sua omologa (Sol maggiore/Sol minore) come elemento di stabilizzazione dialettica, e nel distacco parziale dalle elaborazioni tematiche in chiave imitativa. Da sottolineare è l'Adagio, scritto e concepito a mo' di aria per violino solo, il cui lirismo è sostenuto da accompagnamenti pizzicati degli altri archi, che lo rende forse l'elemento centrale della composizione.
Quindi il Divertimento Hob.II G2 (o Cassazione, una composizione destinata ad esecuzioni all'aria aperta) del 1760, in cui Haydn agli archi aggiunge due oboi, due corni, fagotto e basso. Forse per le sonorità, forse per l'organico, ma pare già preludere alcuni grandi opere della mano mozartiana: lo spirito di caccia è sempre presente nell'ispirazione melodica e ritmica; o nei due minuetti, dove la scrittura per famiglie di strumenti alternate – per non parlare dei soli di corni – lancia netto lo sguardo verso il repertorio delle serenate, della celebre Gran Partita. Il Presto conclusivo anticipa dichiaratamente l'incipit del finale del Divertimento in Re maggiore anch'esso del salisburghese, con quella grazia popolaresca a metà tra il goffo e il giocoso che rientrerà di pieno diritto fra le direzioni espressive più frequenti del pieno Classicismo."







Aspettando di condividere le prossime recensioni e dei prossimi eventi (ma anche di qualche importante novità che mi riservo per il momento più adatto!) vi rimando a presto!

Andrew

mercoledì 23 ottobre 2019

Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Rieccomi qui! Fortunatamente non è passato troppo tempo, come l'ultima volta.

Voglio condividere con voi una delle ultime recensioni che ho scritto per Le Salon Musical, sito-rivista di musica con cui collaboro ormai da più di due anni. Mi dispiaceva non poco aver sospeso i miei contributi durante l'estate, e sono contento di aver rimesso in marcia questo lato della mia vita.

Settimana scorsa, giovedì 17 Ottobre, in Sala Greppi a Bergamo c'è stato il concerto del famosissimo Trio di Parma. E' stato davvero un concerto memorabile!
Di seguito trascrivo l'intero articolo, che comunque potete leggere QUI sul relativo sito:

"Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Ieri sera, 17 Ottobre, per il terzo appuntamento del trentaseiesimo festival internazionale “Concerti d'Autunno”, promosso dall'Associazione Sala Greppi di Bergamo, il palco è stato affidato al Trio di Parma. La celebre formazione violino-violoncello-pianoforte, costituitasi nel 1990 al conservatorio dell'omonima città, ha eseguito un programma in prevalenza legato al repertorio di Antonìn Dvorak con una parentesi dedicata a Robert Schumann, il quale, insieme a un Brahms svelato soltanto nel – e dal – bis resteranno in sordina come due benevoli fantasmi ad echeggiare qua e là fra un inciso e l'altro, fra un'idea musicale e l'altra, fra un movimento e l'altro.

E, proprio di Schumann, curiosa è la scelta dei Sechs Studien in kanonischer Form (Sei studi in forma canonica) Op.56 nella trascrizione del compositore e pianista Theodor Kirchner: aldilà della rara esecuzione di questi pezzi, è altrettanto insolito proporre brani in versione “non originale” (in questo caso, scritti per organo o pedalklavier). Ma del resto, la versione per trio funziona assai bene, il materiale tematico è ottimamente distribuito e le peculiarità timbriche dell'organico non mancano di speziare, di rivestire di luci differenti i contenuti musicali. A cominciare dal primo, Nicht zu schnell, sorta di valido sostituto per il primo di una raccolta di preludi (e fuga?) in tutte le tonalità maggiori e minori, fino a raggiungere lo splendido Adagio finale, nel quale il Trio di Parma trasfigura impercettibilmente l'idea del canone rendendolo il pretesto con cui lasciare emergere una composizione dalla vibrante e toccante espressività. Lecita è l'ipotesi che un brano come questo possa aver stimolato la nascita di composizioni come l'Adagio del Trio Op.8 di Brahms (compositore assai legato alla figura schumanniana) guarda caso per identico organico e impianto tonale.

Quindi ecco arrivare Dvorak, con il suo primo Trio con pianoforte Op.21, in Si bemolle maggiore. Per essere il primo di una serie di 4 – comprendendo il Trio “Dumky” – e scritto da un Antonìn appena 24enne, presenta già non poca maturità: solidità e ampiezza formale, ottime orchestrazioni, continue elaborazioni tematiche e modulazioni inaspettate. La scrittura è massiccia, la polifonia tiene sempre viva la tensione, e il clima popolare tanto caro al compositore non manca mai di farsi sentire.
Ineccepibile l'esecuzione del Trio di Parma, curata in ogni minimo fraseggio e in ogni singola articolazione. A partire dall'Allegro molto iniziale, scintillanti le timbriche, mai dure le sonorità poderose, splendido il climax prima della ripresa; tremante e commosso il secondo tempo, Adagio molto e mesto, con quella cantabilità “tipicamente boema” dei movimenti lenti di Dvorak; meraviglioso il successivo Allegro scherzando, in cui la continua ripetizione di frammenti melodici molto affini tra loro non è mai parsa prevedibile, anche grazie a un'ottima gestione delle ondulazioni agogiche e l'enfatizzazione dei momenti più grandiosi. Infine l'Allegro vivace di chiusura, che in sé qualcosa di schumanniano ce l'ha davvero, come pseudo palese citazione o forse più per la sua immediatezza narrativa e l'imprevedibile mutevolezza armonica (come, ad esempio, nel secondo tema), portano a una chiusura luminosa la prima parte del concerto.

Segue il celebre Trio “Dumky” dello stesso Dvorak, Op.90, ovvero il quarto ed ultimo trio con pianoforte.
Già dal suo nome possiamo dedurre con una certa chiarezza le idee e le ispirazioni del compositore, così intensamente permeato di atmosfere ed espressioni popolari natie. La dumka è una forma-composizione-canto di derivazione ucraina dai tratti profondamente malinconici e contemplativi – non a caso il termine significa proprio “riflettere” – sovente scritta in tonalità minore e con tono elegiaco. Nel caso di Dvorak essa si avvicina molto alla czarda ungherese, nella quale tra i vari episodi mesti si intercalano momenti decisamente più frizzanti o leggeri, quasi sempre di ispirazione danzata.
Il Trio “Dumky” è formato quindi da 6 brani aventi bene o male tutti queste caratteristiche, variamente combinate od elaborate. Eppure, in ogni dumka il lato più triste tocca corde diverse, passando dal patetico al dolcemente abbandonato, dal teso al nostalgico – alcune pedalizzazioni al pianoforte da parte di Alberto Miodini hanno reso questi episodi davvero memorabili, evocando un vero e proprio senso di distanza, di lontananza sia in termini di spazio che di tempo.
Degna di nota è anche la scelta, da parte del Trio di Parma, di diversificare a livello interpretativo anche le sezioni rapide, ovvero quelle apparentemente più immediate dal punto di vista contenutistico ed espressivo. Ad esempio, nella prima dumka la sensazione che si riceve è quella di una tenera rievocazione, quasi il ricordo di un dolce passato spensierato; nella seconda, di notevole effetto è la scelta di cominciare il Vivace non troppo sostanzialmente dalla ripetizione della frase musicale, che lascia il desiderio di un brio che si fa attendere, e che giunge fragoroso solo quando anche l'accompagnamento pianistico si fa più serrato.

In tutto questo, innegabile è l'impressione che la figura di Brahms permei invisibilmente tutto il repertorio proposto: lo stile e la scrittura di Dvorak hanno una forte affinità con i Trii brahmsiani, e nei Sei studi canonici di Schumann evidente è la vicinanza con le ispirazioni melodiche del compositore amburghese, di cui, guarda caso, il Trio regala come bis l'appassionato secondo movimento del Trio Op.87."





Presto verranno altre recensioni, ma soprattutto altre bellissime occasioni di ascolto, come quella di Mario Brunello, proprio domani sera, 24 Ottobre, sempre in Sala Greppi.

Perciò, a presto! E questa volta per davvero.
Andrew

domenica 6 ottobre 2019

Articolo di giornale riguardo il mio "Viaggio per l'Europa fra Barocco e Classicismo"

Ciao a tutti!

Davvero un sacco che non ripasso di qui!
Ci sarebbe tanto da raccontare sugli ultimi mesi estivi, sugli impegni avuti e anche su qualche bella soddisfazione musicale avuta in prima persona.
Purtroppo non ho avuto molte occasioni di ascoltare concerti di cui scrivere. Di contro, però, ultimamente stanno verificandosi notevoli cambiamenti, e stanno prendendo vita nuovi progetti musicali che mi riguardano in prima persona (ma non - da - solo!) e che non vedo l'ora di guardare crescere!

Oggi vi scrivo per condividere un articoletto di giornale apparso lo scorso mese di Marzo su una testata lecchese, in occasione del concerto "Un viaggio per l'Europa fra Barocco e Classicismo" che avevo tenuto presso il negozio di pianoforti di Roberto Cerabino, mio accordatore di fiducia nonché caro amico (potete rivedere QUI l'articolo che ho dedicato a suo tempo, se vi va).

Eccolo:


Spero di tornare presto qui, e di cominciare a parlare di quei progetti che mi allettano parecchio ultimamente!

Per intanto, un grosso saluto a tutti!
Andrew

mercoledì 24 luglio 2019

Piccole gemme e celebri capolavori a “Città Alta Chamber Music Week”

Ciao a tutti!

Dopo diverso tempo e alcune vicissitudini torno qui. Lo scorso mese di Giugno è stato denso e alquanto impegnativo (non che questo Luglio sia stato calma piatta!), ma mi ha regalato un bel momento di musica nel concerto della sera del 21, con un pubblico caloroso e attento.
Dedicherò al concerto un piccolo post, ma ora sono qui per condividere l'ultimo articolo scritto per Le Salon Musical dopo l'ascolto di uno dei concerti conclusivi della masterclass "Chamber Music Week" di Bergamo.
Ecco il testo integrale, che potete comunque leggere anche sul sito a questo link:

"Giunge quest'anno alla terza edizione la “Città Alta Chamber Music Week”, una masterclass di musica cameristica della durata di una settimana, nata da una felice collaborazione tra il Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo e la concittadina Fondazione MIA che consente a studenti provenienti sia dall'Italia che dall'estero di approfondire il repertorio dedicato agli strumenti ad arco (con o senza la partecipazione del pianoforte o di altri strumenti) con una squadra di docenti dalla nota maturata esperienza cameristica: Claudio Mondini e Francesca Monego per il violino, Jörg Winkler per la viola e Thomas Ruge per il violoncello.
Sabato 20 Luglio scorso si è svolto uno dei concerti conclusivi di questa Chamber Music Week, e si è potuto assistere a un saggio del lavoro svolto da ragazzi giovani e giovanissimi.
Il repertorio proposto non è stato, si può dire, affatto prevedibile o consueto, ma anzi, toccava brani e autori spesso poco considerati.
Il via, infatti, è stato dato con il compositore Ignaz Pleyel: il duo di violini formato da Ambra Loriga e dal M° Claudio Mondini ha eseguito il Duetto Op.48 n.1 in Sol maggiore, pagina breve e leggera in tre movimenti, datata 1806, d'ispirazione pre-romantica.
Quindi è stato il turno dei Deux Interludes di Jacques Ibert, per flauto, violino e pianoforte. Unica composizione del concerto a uscire dall'organico per soli archi e prendere in causa strumenti altri. Qualche piccola incertezza di insieme negli attacchi non hanno privato di gustare lo stile mutevole e l'atmosfera un po' trasognata di questi pezzi, specialmente nel secondo, Allegro vivo, che ha visto una buona resa soprattutto nella parte violinistica.
Da un trio si passa a un altro, ma tornando alla formazione per soli archi: un Andantino, estratto dal Trio in Sol minore per due violini e violoncello di Borodin, brano struggente e di non semplice gestione, anche per la sua struttura – come, ad esempio, il breve episodio in pizzicato prima della ripresa del tema principale, sostenuto da un violoncello fisionomicamente quasi passeggiato, desta qualche sorpresa nell'ascoltatore.
Successivamente, la prima composizione per un organico di quartetto d'archi della serata, il Capriccio dai Quattro pezzi per quartetto d'archi Op.81 di Felix Mendelssohn. Dopo un'introduzione mesta (Andante con moto) simile a una delle Romanze senza parole, ecco una sferzata di energia data dalla seconda parte in forma di fuga, che procede senza sosta, dritta alla meta. Il giovane quartetto ha saputo rendere piuttosto bene sia l'aspetto più tecnico (da menzionare, in questo, la solidità del primo violino, Coco CaiYaxuan) che quello più musicale, mettendo ben in luce le varie entrate del soggetto dell'Allegro fugato.
Segue il primo movimento del Quartetto n.1 D.18 in Do minore di Franz Schubert, Andante-Presto vivace, eseguito con notevole attenzione ai dettagli espressivi, alle intonazioni, valorizzando le dinamiche imprevedibili e ricercando un'identità forte. Alla viola, il M° Winkler.
Si ritorna quindi all'organico dei tre strumenti ad arco, con il Trio per violino, viola e violoncello Op.9 n.3 del grande Beethoven. Davvero interessanti, qui, la coesione e le intenzioni musicali dei tre componenti, che hanno dato vita a un'esecuzione notevole, curata, e musicalmente non certo immatura. Doveroso un accenno al violoncellista Milan Drake, che, sia qui che nel precedente Capriccio mendelssohniano ha dato prova di avere sicurezza e una buona preparazione strumentale.
Chiudono il concerto il primo movimento, Allegro moderato, dal Quartetto in Fa di Maurice Ravel, capolavoro quartettistico universamente riconosciuto, e, tornando nuovamente a Mendelssohn, l'energico e frizzante Allegro vivace del Quintetto per archi in Si bemolle maggiore Op.87."

Scappo che sono di corsa!
A prestissimo (spero!)

Andrew

mercoledì 12 giugno 2019

“Negli occhi del Poeta e del Fanciullo”: Gloria Camoaner

Buongiorno!

Scrivo velocissimamente per condividere l’ultima recensione che ho scritto per Le Salon Musical.
Questa volta la protagonista è Gloria Campaner, pianista ispirata e dalla grande tavolozza sonora.
Ecco l’articolo sul suo concerto di Mercoledì 5 Giugno scorso, a Mozzo:

Negli occhi di un Poeta e di un fanciullo”: Gloria Campaner

Lo scorso 5 Giugno il Cineteatro Agorà di Mozzo ha avuto come ospite la giovane pianista Gloria Campaner. Il concerto, proposto dal cartellone del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo – che quest'anno giunge alla sua cinquantaseiesima edizione – era dedicato a due composizioni fra le più conosciute e giustamente celebri del repertorio pianistico: le Kinderszenen Op.15 di Robert Schumann (autore-fulcro di questa edizione del Festival, insieme alle figure di Clara Wieck – nei duecento anni dalla sua nascita – e di Johannes Brahms) e i 24 Preludi Op.28 di Fryderyk Chopin.

Il repertorio è a suo modo curioso ed interessante, sia per le somiglianze “formali” (si parla di composizioni assai brevi, a volte al limite dell'aforistico) quanto per le distanze espressive e “motivazioniali” delle Scene infantili e dei Preludi. Le prime, 13 piccole visioni – o si potrebbe dire ritratti musicali – di episodi quotidiani descritte con gli occhi innocenti e puri di un bambino, non sono da confondere con l'idea di brani a scopo didattico per i giovani pianisti: a questo scopo il compositore dedicherà l'altrettanto  famoso Album für die Jugend Op.68.
Le Kinderszenen sono piccole liriche, immagini significative descritte con poche righe di pentagramma ciascuna, eppure cariche di impatto, dense di poesia. Il Poeta è figura ricorrente nello stile schumanniano, ma qui il Poeta ed il fanciullo viaggiano fianco a fianco, mano nella mano; l'uno guida l'altro, anche se non è semplice definire chi guida e chi segue, chi illustra e chi ascolta, curioso e sorpreso. Forse sono addirittura fusi nella stessa persona, nella medesima essenza umana e musicale.
Gloria ha regalato al pubblico un'esecuzione accattivante, profonda, liberandosi dai panni della donna adulta per calarsi in quelli di una bambina che, un poco per volta, ci rende partecipi del suo immaginario velato(“musica velata” è il titolo stesso di questa stagione del Festival) di tenerezza e innocenza. La gestualità, le armoniose espressioni corporee arricchiscono i contenuti musicali. La varietà timbrica è davvero notevole, i fraseggi sono ricercati, molto personali, e le ripetizioni mai scontate. In particolare, brani come Traumerei, con la persistente lunga sospensione dell'accordo di tonica; o come Kind in Einschlummern, in cui la vaporosità del suono e la ricercatezza discorsiva rendono questa ninna nanna qualcosa di lontano, come un ricordo: è il poeta ora adulto che rievoca un'immagine d'infanzia che gli riporta una velata melanconia, o ancora lo stesso Poetaadulto mentre la canta sottovoce al bimbo innocente, ricordando quando egli stesso era come lui. Notevole il brano di chiusa della raccolta, Der Dichter spricht, veramente declamato, quasi l'ultima strofa di una poesia letta con l'enfasi che merita.

Seguono i chopiniani 24 Preludi Op.28. Chopin li compose intorno al 1838, prima e durante un soggiorno a Majorca con la compagna George Sand (Aurore Dudevant) e i di lei figli. Anche qui lo spirito “visionario” della musica emerge in modo prepotente ma, se nelle Kiderszenen sovente le visioni sono proiezioni di teneri ricordi, qui è quasi sempre l'impatto forte di un momento presente, un qui ed ora prepotente che si fa musica nell'immediatezza: diversi sono infatti i preludi di carattere spiccatamente improvvisativo – come i n.8 e 18, per citarne soltanto due “violenti” esempi.
Chopin stesso testimoniò di una visione. E' il caso del famoso preludio n.15, che spesso si è soliti definire La goutte, la goccia d'acqua. Si vide infatti morto sulla superficie di un lago, mentre continue gocce di acqua fredda gli cascavano sul torso. Ecco che l'onomatopea di tali gocce si fa suono, con un la bemolle/sol diesi che ribatte praticamente per tutta la durata del pezzo, quasi un Notturno, forma musicale tanto cara al compositore.
Anche qui Gloria Campaner porta gli ascoltatori come attraverso un viaggio, una visita in un grande palazzo di stanze tutte diverse, con un'interpretazione davvero efficace e sentita. Degni di nota i preludi n.2 in La minore, con un'ottima valorizzazione dell'accompagnamento; il n.8 in Fa diesis minore ed il n.18 in Fa minore, eseguiti con un vero slancio passionale, quasi disperato; il celebre n.20 in Do minore, dalla sonorità grandiosa e dall'ottimo fraseggio nelle parti in piano e pianissimo.
Numerosi applausi richiamano la pianista sul palco a regalarci altri due momenti di altissima poesia – forse i momenti più alti della serata: il raramente eseguito Preludio Op.45 in Do diesis minore di Chopin, dalla splendida tavolozza sonora e con una cadenza eseguita impeccabilmente; ed il celeberrimo Claire de lunedebussiano, dalle tinte impalpabili al limite dell'udibile, un'atmosfera di fragile nube sonora capace di ammutolire e acquietare qualunque altra vibrazione.”

A prestissimo!
Andrew

giovedì 30 maggio 2019

Sui miei concerti più recenti e prossimi appuntamenti

Ciao a tutti!

Finalmente ho un attimo (brevissimo!) per tornare a scrivere qui dopo tanto - per me anche troppo! - tempo. Gli impegni recenti non mi hanno concesso di avere molte occasioni di ascolto, però ho avuto il piacere di essere io stesso a tenere i concerti.
In genere non pensavo di parlare di me, qui su Metathymos, però ho pensato possa essere bello condividere con chi mi legge (leggerebbe, leggerà? Speriamo!) le mie personali esperienze ed emozioni non soltanto in qualità di uditore.

Partiamo dal mese di Marzo, che mi ha visto tenere due concerti ravvicinati, il 21 per la E' Musica Nuova a Trezzo sull'Adda (scuola di musica nella quale insegno pianoforte da due anni) ed il 23 per Cerabino Pianoforti a Lecco, negozio-sede del mio caro amico accordatore Roberto Cerabino, per il suo ciclo di eventi. 
Il programma era davvero inusuale: ho deciso di inserire musica prettamente cembalistica in buona parte del programma. Mi riferisco in particolare alla figura di Couperin, del quale ho eseguito il Vingtsixième Ordre (La Convalescente, Gavotte, La Sophie, Rondeau, La Pantomime). Musica davvero raramente eseguita al pianoforte, ma che non manca di bellezza e di fascino!






Parlando invece di Maggio, l'evento più importante (per me la prima volta, peraltro) è stata la partecipazione a Piano City Milano 2019. Quest'anno l'evento ha esteso il suo raggio arrivando fino in provincia di Varese, più precisamente al Teatro Sociale di Busto Arsizio
Domenica 19 Maggio ho eseguito un programma con composizioni di Scarlatti, Mozart, Chopin e Liszt. E' stato davvero entusiasmante e divertente, con un pubblico variegato e caloroso!










Ma passiamo ai prossimi eventi:

- Giovedì 6 Giugno prenderò parte alla rassegna "Giovani Talenti" di Cassano Magnago (VA)

Venerdì 21 Giugno alle 21 terrò un altro concerto a Trezzo sull'Adda, sempre nella Sala delle Colonne di E' Musica Nuova.


Avrò un paio di appuntamenti anche in Settembre, ma per maggiori dettagli rinvio ad un prossimo post!

Un abbraccio a tutti!
Andrew

martedì 19 marzo 2019

Divertimenti e atmosfere con il Trio Artemisia da Cerabino Pianoforti

Eccomi di nuovo qui!,

sono di corsa, perciò mi limito soltanto a condividere l'articolo che ho scritto per Le Salon Musical in recensione di un concerto presso il mio amico - nonché accordatore - Robi Cerabino.
Il Trio Artemisia ha regalato un programma non eccessivamente lungo e dedicato a musica non frequentemente eseguita, dedicando buona parte delle intenzioni alle possibilità di insieme e di espressione di questo organico.

Non mi dilungo. Ecco il testo integrale:

"Da ormai alcuni mesi la nuova sede di Cerabino Pianoforti – è possibile leggere qualcosa a riguardo a questo link – propone a cadenza settimanale o bi-settimanale degli appuntamenti musicali che spaziano dalla classica al jazz, dal contesto pianistico a quello cameristico con l’aggiunta di archi, di fiati, o anche per voce e pianoforte. Roberto Cerabino, proprietario e fervente amatore della Musica, ha scelto di concedere il suo spazio ad alcuni artisti affinché si potessero offrire al pubblico dei momenti di buona musica privi di biglietto di ingresso: l’offerta è discrezionale e libera, e per partecipare è sufficiente comunicarlo via mail.

Lo scorso Sabato, 16 Marzo, il palco è stato occupato dal trio d’archi “Artemisia”, che ha sostituito Antonio Costa Barbé, assente per indisposizione.
Il Trio è formato dalle violiniste Aude Bernage Valentini e Barbara Testori, alle quali si aggiunge la voce violoncellistica di Maria Antonietta Puggioni, moglie dello stesso Roberto. Una bella armonia e coesione è trasparsa sin da subito da queste musiciste, che sovente collaborano in diverse situazioni musicali.
Il programma proposto è stato interessante ed inusuale, valorizzando i cambi di atmosfera, le differenti possibilità di scrittura per trio d’archi, e proponendo anche un paio di compositori minori quali Franz Anton Hoffmeister e Paul de Wailly (allievo del grande César Franck).

Si comincia con il primo dei 5 Divertimenti K.229 del caro e amato Mozart, originalmente composto per tre corni di bassetto, ma non di rado eseguito con gli strumenti ad arco. Curioso, oltre il fatto di avere tutti i brani nel medesimo impianto tonale di Do maggiore – a mo’ di certe suites di precedente derivazione – la presenza di due Minuetti a contorno di un breve Adagio, portando il totale dei tempi a 5, e donando al Divertimento la struttura di una Serenata.
Atmosfere liete, scrittura leggera ma non banale, ottimo utilizzo del materiale tematico: un esempio è il ribattuto caratteristico dell’Allegro iniziale che, da motore di apertura in diminuzione, diventa per aumentazione la testa del secondo tema, conferendo una certa omogeneità al movimento. Ottima qui l’esecuzione dello sviluppo, con quegli interventi tremolanti scambiati fra gli strumenti (derivati dalla coda dell’esposizione) come in un gioco spiritoso.

Segue un altro Divertimento, quello del già citato Franz Anton Hoffmeister, oggi considerato, in un certo senso, compositore “minore”, eppure a suo tempo fu caro amico di Mozart (di due anni più giovane) e di Beethoven, che addirittura lo chiamava “suo caro fratello”. Con Beethoven ebbe in comune anche un importante aspetto, quello formativo; entrambi, infatti, furono allievi di Albrechtsberger, celebre docente di composizione.
Il Divertimento Op.22 n.1, originale per archi, si differenzia da quello mozartiano soprattutto per il tipo di scrittura, decisamente più impegnativa e volta a dare il giusto spazio alla voce di ogni strumento. E’ formato da due soli movimenti, Allegro e Allegretto, i quali hanno simili atmosfere espressive dolci e frizzanti, a tratti popolareggianti.
Affine a Mozart certamente per il ricco utilizzo di terze e seste, ma forse più accostabile a Haydn per le ispirazioni melodiche.

Concludono il programma i 6 Pezzi per due violini e violoncello di Paul de Wailly. Come accennato poco sopra, fu allievo di Franck, e con lui condivide le atmosfere, la densità di scrittura e il tono appassionato.
Questi sei brani sono da considerarsi piccole gemme ben caratterizzate – oltre che ben scritte – nelle loro minute dimensioni. Si comincia con una tenera e lieta Romance, per poi passare ai ritmi incalzanti di uno Scherzino, la poesia trasognata di un Idylle che ha curiosamente delle attinenze ritmiche evidenti con il successivo Alla Polacca. Segue uno struggente Regrets, pieno di malinconiche dissonanze ed echi di frammenti tematici fra i tre strumenti, proprio quasi a rendere palpabile l’afflizione del titolo. Eseguito magnificamente, e con l’uso della sordina. Chiude il ciclo un Ronde, brano dall’impronta fortemente popolareggiante, quasi zingaresca, destando il pubblico dall’atmosfera elegiaca con un senso di calore e frizzantezza generali.

Gli applausi richiamano il Trio Artemisia sulla scena, che regala una bella trascrizione per mano della stessa violinista Barbara Testori del celebre Oblivion di Astor Piazzolla, brano non di poco distante dal programma proposto, ma di ottimo effetto e interessante per mettere in luce ulteriori possibilità strumentali e aspetti non certo irrilevanti del Trio.





A prestissimo!
Andrew

lunedì 18 marzo 2019

Prossimi concerti

Ciao a tutti!

Una volta tanto parlo anche di me: scrivo per comunicarvi un paio di date di miei concerti pianistici.

La prima sarà Giovedi 21 Marzo prossimo, alle ore 21, presso la Sala delle Colonne di E' Musica Nuova, a Trezzo sull'Adda, in Via Manzoni 1 (vicino a Villa Gina)
La successiva data è Sabato 23 Marzo, alle ore 17, a Lecco, presso la nuova sede di Cerabino Pianoforti, in Via Pescatori 49.
Entrambi i concerti sono a ingresso libero, ma per quello di Lecco è necessaria prenotazione tramite mail (trovate l'indirizzo sulla locandina che allego in foto, sotto).

A questi concerti ho dedicato un programma un po' particolare, orientato sul periodo Barocco e Classico, infatti ho scelto di chiamarlo "Un viaggio per l'Europa fra Barocco e Classicismo". Ecco i brani: 

Prima parte

Domenico Scarlatti (Italia e Spagna)
Sonata K.197
Sonata K.198

François Couperin (Francia)
“Vingt-sixième Ordre”, dai “Pièces de clavécin”: 
La convalescente
Gavotte
La Sophie
L’Épineuse
Rondeau
La Pantomime
____________________________________

Seconda parte
Franz Joseph Haydn (periodo Berlinese - Germania)
Sonata (Divertimento) in Si minore, Hob.XVI 32
Allegro moderato - Menuet-Trio - Finale: Presto

Wolfgang Amadeus Mozart (Austria)
Sonata K.570 in Si bemolle maggiore
Allegro - Adagio - Allegretto




Vi aspetto!
Andrew

sabato 2 marzo 2019

Merate: tornando a Mozart, con una “Gran Partita” di musicisti d’eccezione

Eccomi qua!
Avevo detto che la catena di concerti mozartiani  non era ancora terminata, e infatti sono a condividere l'articolo che ho scritto a riguardo di un'occasione speciale e prestigiosa: sul palco, elementi dei Wiener e Berline Philharmoniker, e dal Rooyal Concertgebow di Amsterdam hanno eseguito le trascrizioni per ottetto di fiati del Ratto del Serraglio, e la celebre "Gran Partita" di Mozart.
Inutile sarebbe dire di più di quanto - con non poca fatica - ho descritto nell'articolo su Le Salon Musical: eccellenti musicisti, ottime esecuzioni. 
Perciò non mi dilungo oltre e copio di seguito l'intero testo pubblicato:

"Cosa ci potrebbe essere da dire, o da commentare senza scivolare nell'ovvio o nel banale quando gli esecutori di un concerto sono fra i migliori musicisti dell'attuale panorama internazionale? Sabato 23 Febbraio scorso la rassegna Merate Musica ha proposto al suo affezionato pubblico una serata di vera eccezione: alcuni elementi provenienti dai Berliner e Wiener Philharmoniker, e dal Royal Concertgebow Amsterdam si sono riuniti sul palco dell'Auditorium Comunale di Merate per un programma a tutto Mozart davvero interessante e, in un certo senso, anche abbastanza inusuale: la celebre Gran Partita K.361 in Si bemolle maggiore e una serie di pagine estratte dal Ratto del Serraglio K.384, in una splendida trascrizione per ottetto di fiati.



Proprio con queste ultime i nostri musicisti hanno “dato il La” al concerto. A partire già dall'Ouverture, la frizzantezza della scrittura mozartiana e la forte caratterizzazione dei personaggi di questo meraviglioso singspiel trovano perfetta collocazione pur non essendoci alcuna scenografia. Il colore delle voci liriche quindi si spoglia, si riveste del timbro pastoso dei fiati – sorretti per tutto il concerto da un ottimamente dosato suono di contrabbasso di Iztok Hrastnik – e si trasforma in qualcosa di più intimo, di più vicino al pubblico, senza però perdere nulla dell'immagine originale. Impeccabile la sincronia e gli impasti strumentali, la ricerca di un'intenzione musicale condivisa e convincente (si potrebbe dire “co-creata”) così come la sporadica sottolineatura di frammenti, imitazioni o citazioni, attribuendo a un timbro o l'altro un suono più rilevante.
Sia nelle trascrizioni del Ratto del Serraglio che nella Gran Partita, il ruolo del primo oboe ha un certo – più o meno velato – protagonismo. In questo senso, non si può non fare menzione alla figura di Andrey Godik, strumentista veramente virtuoso, stupendamente musicale nonché ottima “bacchetta” dell'intera serata. A lui si è alternatamente associato e contrapposto il fagottista Sergio Azzolini, musicista dotato di straordinaria – si potrebbe dire anche contagiosa – energia interpretativa e carica comunicativa, oltre che di innegabile bravura. Ulteriore, necessario accenno va alla perfetta intonazione dei corni da caccia, dei corni di bassetto e del duo di clarinetti, che non poco hanno contribuito nell'eccellente riuscita del programma.

La Gran Partita in Si bemolle maggiore K.361 resta fra le serenate mozartiane la più particolare e la meno convenzionale, oltre che una delle maggiormente ispirate. La varietà della scrittura strumentale, l'attribuizione di momenti solistici a quasi tutti i componenti (per non parlare degli episodi a mo' di concertino) e la ricchezza armonica ne fanno una composizione unica e assolutamente compiuta.
Anche in questo caso i nostri musicisti non si sono affatto smentiti, regalandoci un'interpretazione davvero memorabile. Già dai primi poderosi accordi del Largo introduttivo, l'impronta massiccia, quasi cerimoniale – in diversi frangenti quasi una vera e propria “musica da caccia”, onorando letteralmente il nome di “Gran Partita” – e l'energia discorsiva dell'Allegro molto successivo aprono lo scenario di una musica che, per quanto paia scritta per accompagnare episodi delle consuetudini e delle usanze di una classe abbiente, in verità cela il dono che Mozart fece alla futura moglie Constanze alle soglie del matrimonio. Curioso che il compositore abbia scelto proprio tale partitura per quell'occasione: ciò può permettere, forse, di comprendere meglio – e con un approccio diverso – taluni lati espressivi di questo capolavoro, le sue estese dimensioni, la completezza-compiutezza formale, le non poche “pretese” dal punto di vista esecutivo, le frequenti sonorità pompose.
Il celebre Adagio che si colloca al terzo movimento ha visto nuovamente lo splendido oboe di Godik cantare (così come le risposte dei clarinetti) con una dolcezza disarmante, sbocciando teneramente dal nulla per poi dispiegarsi morbido come un'antica pergamena. I tempi danzati non hanno mancato in brio, mentre la Romanza (Adagio) stupendamente vestita di sonorità pacate, era quasi crepuscolare. Ancor più interessante è stato il Tema con Variazioni (Andantino), in cui la varietà delle combinazioni timbriche della partitura hanno avuto piena giustizia.
Il Rondò (Allegro molto) conclusivo nasce scherzoso e popolareggiante, simile ad una simpatica smorfia fatta di nascosto, si gonfia e si snellisce alternatamente e sembra andare a nascondersi fra le strofe, per poi sfociare nel pieno dell'esaltazione di una coda – o forse sarebbe meglio azzardare: “una rincorsa” – mozzafiato, straripante di energia, ed eseguita con una sincronia di rara precisione."

A presto!
Andrew

martedì 26 febbraio 2019

“Lucidità notturne”: Jan Lisiecki per Serate Musicali a Milano

Ciao a tutti!

nonostante sia a casa mezzo malato, dedico un minuto alla condivisione del mio ultimo articolo.
Questa volta ci si distacca da Mozart (anche se non per molto: il prossimo articolo riguarderà ancora il genietto di Salisburgo) per volgere lo sguardo sul giovane pianista Jan Lisiecki, con il suo concerto "notturno", le sue rigidità e i suoi impeti giovanili.



L'articolo, scritto sempre per Le Salon Musical, è questo:


"Le Serate Musicali milanesi propongono fra gli appuntamenti del loro cartellone la figura di Jan Lisiecki, pianista canadese – classe 1995 – che ha visto crescere di molto la sua popolarità negli ultimi anni. A partire da quando nel 2013 incise l'integrale degli Études chopiniani (Op.10 e Op.25 – che gli valsero un Gramophone Award come Young Artist of the year nello stesso anno, risultando il più giovane vincitore dello stesso) ed ottenne il premio Bernstein, il suo nome iniziò a comparire sulle locandine delle sale più importanti del mondo: Carnegie Hall, Konzerthaus di Berlino solo per citarne un paio.

Il concerto porta inusualmente un titolo: “Night music”, forse con l'intento svelare un possibile progetto, un trait d'union dell'intera scaletta. Innegabile la presenza di composizioni indissolubilmente – già dal titolo – legate all'atmosfera notturna, come i Nachtstücke Op.23 di Schumann, il raveliano Gaspard de la Nuit o la scelta di un trittico di Notturni di Chopin. Ma all'ascolto il programma sembra rivelare non soltanto il possibile momento del giornata cui destinare tali pezzi, ma anche alcuni aspetti della notte stessa, come contesto di ispirazione, discussione, indagine.

Si comincia con i 2 Notturni Op.55 di Chopin. Già dalla postura, dai primissimi gesti, Lisiecki si pone come interprete assai ponderato e calibrato, anche quando talune scelte coloristiche o agogiche paiano dettate da maggiore estro o impeto momentaneo. Tutto è misurato, quasi scelto e progettato lucidamente: ogni ripetizione del “dondolante” tema del Notturno in fa minore pare consapevolmente tracciata, sia nella mente quanto sulla tastiera; l'escursione dinamica non è particolarmente accentuata, e le varianti melodiche vengono prese più “di petto” – idem per il Notturno seguente – in stile quasi Biedermeier che in senso poetico e arioso. Nel Notturno in mi bemolle maggiore la scelta di un andamento alquanto spedito, quasi privo di esitazioni (anche nella fragilissima coda), traccia come una lunga legatura che abbraccia tutti i suoni e tutta la partitura. Tradite sono alcune sonorità, specialmente nella chiusa e nel climax, ove l'esaltazione assume i tratti di un dolce abbandono.
Seguono i già citati Nachtstücke Op.23 schumanniani, forse la parte migliore del concerto. Qui il contesto notturno sembra essere più legato al concetto di buio, di indeterminatezza, che di quiete e riposo. Sin dall'esordio l'atmosfera è misteriosa – quasi cupa – e pochi sono gli squarci di luce, come piccole fugaci faville di un focolare. Ad ogni modo, l'esecuzione appare immediata e più centrata, più convinta e meno “costruita” di quella dei Notturni. Merita un cenno la seconda sezione del secondo brano, Markiert und lebhaft, nella quale la scelta di ammorbidire leggermente l'energia iniziale svela quel tipico tratto schumanniano di aprire piccoli scenari poetici (Eusebio?) all'interno di paesaggi decisamente più passionali (Florestano?).
Si passa senza pausa al celebre Gaspard de la Nuit di Ravel. Innegabile la padronanza tecnica del brano da parte del giovane pianista canadese, che finalmente cede a taluni slanci focosi – soprattutto nella coda di Ondine e in generale nell'amosfera di Scarbo – esaltando quel senso “diabolico” di sottofondo tipico di questa musica. Ciononostante, anche qui la differenziazione delle dinamiche non è molta, e assistiamo pertanto a una Ondine che sembra più un alone, una sensuale allusione fra la nebulosità dei vapori, che a una seducente, ammaliante ninfa fluviale. Le Gibet è abbastanza centrato nel senso di “annullamento”, ma Lisiecki sceglie qui di intervenire sul ritmo, stringendo in maniera evidente (quasi trentaduesimo) ogni figura di sedicesimo nel canto. Scarbo risente ancora di una, tutto sommato, bassa escursione dinamica; ma è di molto più apprezzabile per lo slancio appassionato e febbricitante: non importano affatto quelle poche note “sporcate”, perché il bisogno di governare e l'indole alla progettualità lasciano finalmente aria a un senso del demonico, dell'imprevedibile.

Nella seconda parte abbiamo, in ordine di esecuzione, i Cinq Morceaux de fantasie Op.3 di Rachmaninov, il Notturno Op.72 di Chopin e il primo Scherzo Op.20 del medesimo autore. Se nel repertorio chopiniano ritroviamo nuovamente una tendenza al “costruire” le esecuzioni – spesso con scelte dinamiche non poco discutibili: una su tutte, l'atmosfera generale dello Scherzo Op.20, i cui famosi slanci all'acuto sono un po' confusi a causa della pedalizzazione eccessiva, sempre in diminuendo e non raggiungono mai un vero sforzato – e al de-poeticizzare i preziosi ornamenti dei temi principali (come nella ripresa del Notturno in mi minore), in Rachmaninov, come in Schumann, troviamo maggiore confidenza: un interessante Preludio, dall'Agitato mai portato al parossismo, ed una conclusiva Serenata, coloristicamente ben fatta.
Chiude il concerto un bis, il celebre mendelssohniano Venetianisches Gondollied in Sol minore."



A presto!
Andrew