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giovedì 13 ottobre 2022

L'Inserto Musicale, incontri di divulgazione sulla musica

Ciao a tutti!

Ieri sera è cominciato "L'Inserto Musicale", un mio progetto di incontri di divulgazione sulla musica. Il progetto è stato accolto calorosamente dall'associazione culturale Spazio Heart di Vimercate, e dalla sua presidente Simona Bartolena.

Sono veramente contento che questa mia idea abbia potuto trovare uno sbocco al di là dei soli contesti dedicati agli "addetti" alla musica (come ad esempio è stato per Vinyl Vintage Venue, in collaborazione con il Conservatorio Puccini di Gallarate). Perché arrivare anche a chi non ha - o non ha avuto l'occasione di avere - una formazione musicale, è qualcosa per me di molto importante.

Credo che la mia fotografia qui sotto parli senza bisogno di aggiungere altro 😊

Vi terrò aggiornati sugli sviluppi.

A presto!

Andrea

sabato 30 aprile 2022

Andrea Cantù racconta la prima edizione del suo Festival Pianistico Internazionale Lago di Lecco

Ciao!

Dopo tantissimo tempo torno qui per condividere con voi un articolo scritto in questi giorni per Le Salon Musical che mi sta abbastanza a cuore. Si tratta di un'intervista che ho fatto ad Andrea Cantù, pianista lecchese (come me) nonché direttore artistico del Festival Pianistico Internazionale Lago di Lecco, che è stato inaugurato proprio quest'anno.

L'articolo può essere letto a questo link, oppure qui di seguito:

"Andrea Cantù racconta la prima edizione del suo Festival Pianistico Internazionale Lago di Lecco

Il territorio lecchese, del quale anche il sottoscritto è natio, ha recentemente visto la nascita del “Festival Pianistico Internazionale Lago di Lecco”, ambizioso progetto musicale del giovane pianista Andrea Cantù, anch’esso lecchese. I quattro concerti si sono svolti presso la Casa dell’Economia, ed hanno ospitato musicisti di rilievo, quali Pascal Rogé (in duo a quattro mani con Barbara Binet), Yehuda Inbar, Sinziana Mircea; e lo stesso Andrea Cantù – che per l’occasione ha eseguito l’integrale dei 27 Studi di Chopin.

Ecco a voi un’intervista realizzata qualche giorno fa al Direttore Artistico:

Da poco si è conclusa la prima edizione del Festival Pianistico Internazionale da te organizzato. Come è nato questo progetto? L’hai realizzato da solo?

La mia idea era anzitutto quella di portare a Lecco una ventata di musica internazionale di alta qualità, ma anche di valorizzare la mia collezione di pianoforti storici e fortepiani, rendendoli protagonisti di eventi unici e indimenticabili. Il progetto è stato pensato e realizzato da me, ma non posso evitare di pensare e di ringraziare per il prezioso supporto organizzativo alcuni membri della mia associazione Cantici di Libertà, così come, per il supporto economico, diverse realtà pubbliche e private del territorio.

Per i concerti è stato adottato, come hai detto, un pianoforte “storico”. Di che modello si trattava?

È stato utilizzato un pianoforte grancoda Erard del 1867, appartenuto al compositore Vincenzo Tommasini, e prima ancora al padre Oreste, importante storico e diplomatico. Si tratta di uno strumento particolarissimo: oltre che essere, dal punto di vista estetico, una meravigliosa opera d’arte – con i suoi profili di ottone incastonati in un palissandro del Rio leggermente scurito, e la sua tastiera in avorio perfettamente conservata – è diretto testimone e rappresentante di quella che si può definire come la “golden age” di costruzione dei pianoforti ottocenteschi francesi, amati dai più grandi musicisti del tempo, quali Liszt, Moscheles, Thalberg.

Da dove è venuta l’idea di affidarsi a uno strumento di questo tipo?

L’idea di regalare al pubblico del Festival l’ascolto di musica di Schubert, Chopin, Ravel e molti altri, attraverso uno strumento del genere, è nata dalla volontà di ricreare alcune atmosfere magiche che questo speciale Erard, un po’ come una macchina del tempo, riesce naturalmente a evocare. Essendo, inoltre, lo strumento legato a Vincenzo Tommasini, l’intenzione era anche quella di ricordare il compositore romano e di farlo conoscere a un pubblico più ampio rispetto a quello ultra-specializzato dei musicofili. Personalmente, infatti, ho scelto di aprire il mio concerto proprio con un suo pezzo, una sua toccante berceuse dedicata ad Alfredo Casella, suo intimo amico.

Che accoglienza hai riscontrato da parte del pubblico, dall’ambiente lecchese in generale, e dagli artisti che hanno preso parte al Festival?

Riporto direttamente un messaggio, che secondo me condensa tutto, ricevuto da parte di uno spettatore alla fine del Festival: “Un ringraziamento di cuore per le belle giornate di musica, una boccata di ossigeno in un panorama di desolazione. Un abbraccio affettuoso, a presto”.

Amplierei il discorso dell’accoglienza del pubblico a un panorama che, a partire da quello lecchese, si vuole aprire, passo dopo passo, anche al mondo: già a questa prima edizione sono giunte persone da Svizzera, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. È un ottimo segno, che delinea l’orientamento da seguire per il futuro: l’internazionalizzazione. Per quanto riguarda, poi, la percezione del Festival da parte degli artisti coinvolti (provenienti da Francia, Israele, Italia e Romania) abbiamo ricevuto molti apprezzamenti, nonché entusiasmo e affetto.

Hai in mente altre idee per il futuro? Ci saranno altre edizioni?

Anche a seguito degli incoraggiamenti ricevuti, farò di tutto perché il Festival possa proseguire nei prossimi anni e divenire una realtà sempre più importante, coinvolgendo per ogni nuova edizione un diverso pianoforte storico."







A presto spero!

Andrew

venerdì 15 maggio 2020

Pletnev a Milano: fra Schubert, Čajkovskij e rivelazioni poetiche

Ciao a tutti!
ritorno qui dopo diversi mesi di assenza. Doveva essere un normale inframezzo tra un articolo e l'altro (uno dei quali ho pure mancato di condividerlo: lo farò ora) ma gli eventi mi hanno allontanato dal mio amato Metathymos per più tempo di quello che avrei voluto.
La situazione attuale, il Covid, ha colpito direttamente la mia famiglia a inizio Marzo, portandosi via mio padre. Ha portato via tantissime persone, prostrandoci tutti e mettendoci in condizioni ristrette e sollevando tantissime polemiche e punti interrogativi.

All'epoca - metà febbraio - avevo steso un articolo per Le Salon Musical in cui recensivo il concerto di Mihail Pletnev presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Un concerto che fece parlare molto, avendo lasciato tutti sconvolti per la bellezza e l'impatto forte sui presenti.
Eccolo:

"Pletnev a Milano: fra Schubert, Čajkovskij e rivelazioni poetiche

Un ritorno che ha scosso gli animi di molti, quello di Mikhail Pletnev alla Sala Verdi, lo scorso17 Febbraio per le Serate Musicali milanesi.
Pletnev da sempre lascia il segno come pianista capace di interdire – ne bene e nel male – l'orecchio e il cuore di molti ascoltatori; solleva tanto polemiche quanto esaltazioni, pareri discordanti, seduzioni e disturbi. Trascina dietro di sé le masse che ne apprezzano le scelte interpretative, il controllo sovrumano del suono e le personalissime visioni sulla musica, così come quelle che in esse, differentemente, ci vedono artificiosità, maniera.
Già un anno fa si era parlato di lui, in riferimento a un'altra sua apparizione in Sala Verdi, quale musicista assoluto, assorto e distaccato allo stesso tempo, capace di aprire finestre su mondi che altri non sembrano scovare; un esasperato curatore del suono, che insegue un'idea che pare quasi presistente, disegnata sul silenzio come un'afferrabile chimera, tanto forte da riuscire a spingere le oscillazioni di velocità e le articolazioni di fraseggio al limite senza perdere un'impressione, condivisibile o meno che sia, di forte e lucida coerenza interna.
Ma il concerto dello scorso Lunedì ha avuto veramente qualcosa di sentito e compreso da tutti, qualcosa di estremamente convincente e penetrante. Tralasciando per un attimo tutto ciò che riguarda il “puro” pianismo di Pletnev, le sue scelte di suono, di tempo, di agogica e quant'altro, pare che il pianista russo abbia offerto al pubblico milanese un concerto tanto destabilizzante quanto unanimizzante, inclusi i frequenti “però” che in altre occasioni avrebbero potuto ottenere parimenti eco, o le oscillazioni di atteggiamento dello stesso pianista, capaci di influenzare anche di molto la percezione che se ne riceve.

Il programma prevedeva due Sonate di Franz Schubert, l'Op.164 D.537 in La minore e la più nota Op.120 D.664 in La maggiore, e l'intera raccolta delle Stagioni Op.37a di Čajkovskij.
L'attacco del primo movimento, Allegro ma non troppo, della schubertiana Op.164 pare non del tutto convinto, l'attacco è pieno ma al contempo avviene mollemente, come se Pletnev non riesca ancora mettersi del tutto a proprio agio sul palco. Per carità, il suono è sempre meraviglioso, non mancano guizzi davvero interessanti, trattamenti semi-sinfonici del pianoforte (che mettono in risalto le doti di direttore dello stesso musicista) ma si torna a quel senso di “estraneità” non solo dalla Sonata, ma dal luogo e dal tempo in cui il pianista si trova. Un distacco che è difficile definire quanto voluto oppure inevitabile e schiacciante. Soltanto quando sopraggiunge il tema in la bemolle maggiore nello sviluppo si ha la sensazione di essere “con lui”: noi ascoltatori, ma soprattutto la Musica in rapporto con il pianista.
Anche l'inzio del tempo successivo, Allegretto quasi andantino, ha un'apparente poca partecipazione istintiva – innegabile, comunque, un bellissimo balancing fra il legato della mano destra sopra lo staccato della sinistra, ottenuto quasi integralmente senza l'uso del pedale di risonanza – per poi sterzare verso una maggiore empatia con il pianoforte.
Quasi opposto è l'approccio al conclusivo Allegro vivace, movimento in cui Pletnev pare cominciare davvero a divertirsi, lasciarsi andare; lo stesso vale, in modo ancora più evidente, per il terzo tempo della Sonata D.664, Allegro, eseguito con un piglio alquanto rapido e leggero, mettendo in luce tutte le sue risorse sopraffine: scale rapidissime in pianissimo sciorinate con nonchalance, temi cantabili sensibili, accompagnamenti ben caratterizzati; fraseggi interessanti e imprevedibili che, qui, lasciano l'uditorio quasi esaltato, richiamando il pianista più volte sul palco a conclusione della prima parte del concerto.
E' davvero sorprendente vedere come le personalissime scelte interpretative di Pletnev siano sorrette da una enorme convinzione. Ma non quella convinzione, quasi superba, di un pianista in possesso di doti inumane che ne fa sfoggio: Pletnev è un vero cercatore, uno scultore. La sensazione che si riceve è quella di un musicista il cui sguardo sulla musica, sui brani che esegue di volta in volta, non sia frutto di un mero occhio analitico sulle parti o sulla tradizione esecutiva, ma su una rivelazione interiore che sgorga da sola, e che la perfetta connessione mente-corpo-spirito del pianista riesce a portare all'esterno come una rivelazione quasi profetica.
Perché, per quanto sia possibile criticare le interpretazioni di Pletnev, la sensazione di coerenza interiore e di chiarezza di visione è schietta, e innegabile: può sembrare un po' troppo personale per alcuni, ma Pletnev porta avanti tutto ciò con la fede sincera di un devoto alla Musica che non è certo scevro da domande e riflessioni profonde.
Tornando a Schubert, e alla Sonata Op.120, non si può non fare menzione ai primi due tempi, e in particolare al secondo, Andante, probabilmente il picco più alto di tutta la serata, ha commosso l'intera Sala Verdi. Non sono mancate, infatti, nei giorni successivi, numerose condivisioni sui social, sottolineando la bellezza “orchestrale” e di concezione di questo meraviglioso adagio, parso come un nuovo pezzo per quanto rimanendo comunque quello che tutti conoscono. Il suono pastoso eppure come lontano, appartenente a un orizzonte più ampio e distante, melodie tracciate con enorme dolcezza, una dolcezza consapevole, come un sapore ben conosciuto.


La seconda parte ha visto una esecuzione di pari valore. Le Stagioni Op.37a di Čajkovskij sono state cesellate una ad una, con pazienza e uno sguardo acuto sulla scrittura, portando la raccolta a “racconto”. A libro di brevi fiabe, ad album di fotografie.
Partendo da Gennaio, Au coin du feu, l'impronta narrativa è eloquentissima – il suono quasi da quartetto d'archi o di fiati – e ciascun ritorno del tema principale ha qualcosa di nuovo. Bellissima la sezione centrale, con degli arpeggi liquidi e delicatissimi.
Altri momenti meritevoli di considerazione sono stati sicuramente Aprile, Maggio e Giugno. Un trittico che si sarebbe quasi potuto isolare quale micro-raccolta a sé stante. Il primo, Perce-neige, con un accompagnamento perfettamente incasellato senza mai cedere (altro segno di come Pletnev abbia, parimenti a visioni molto personali, attenzioni molto oggettive sugli aspetti tecnici e di partitura) ed una melodia tenera, fragile ma mai debole. Quindi Les nuits de mai, meno “sentimentale” rispetto ad altre esecuzioni, eppure schiettamente parlante: a tratti è parso quasi di udire un brano di Robert Schumann, con la figura del suo poeta che parla. E poi Giugno, Barcarolle, eseguito più mosso che in passato – che risulta nonostante ciò ancora più suadente e di impatto – tiene viva la tensione e l'attenzione fino agli ultimi palpiti delicatissimi.
Ancora da menzionare, prima della chiusa con Noël di Dicembre, è Novembre, Troika, che al pari dei terzi movimenti delle sonate schubertiane offre a Pletnev tutte le occasioni di stupire il pubblico ancora una volta: davvero sconvolgenti certi rapidi mormorii in pianissimo, anche nel registro medio-grave, di una cristallinità veramente preziosa.
I continui applausi richiamano il pianista per ben tre bis: il celebre Impromptu in Sol bemolle maggiore Op.90 n.3 di Schubert, eseguito meravigliosamente con un controllo del suono al limite del possibile; la Mazurka in la minore Op.67 n.4 di Chopin (notevole la sezione centrale) e il Rondò in Re maggiore K.485 di Mozart."

L'articolo è possibile leggerlo anche sul sito de Le Salon Musical a questo link.

Sperando sia questa la ripresa dell'attività di questa pagina a cui tengo tanto.

Un saluto a tutti!
A.

domenica 15 dicembre 2019

Il ritorno di Martha Argerich a Milano e la bacchetta danzante di Takacs-Nagy

Rieccomi!
Recentemente ho avuto parecchi impegni musicali (di alcuni magari vi parlerò più avanti), ma una cosa su tutte che mi ha emozionato molto è stato rivedere dal vivo la mitica Martha Argerich, dopo vari anni che non mi capitava. Inutile spendere parole che potrebbero suonare ovvie, nonostante corrispondano alla verità, sulla sua bravura incredibile o sul fatto che sia una delle più grandi pianiste esistenti al mondo. 

Il concerto, presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano, l'ha vista sia in duo pianistico con Eduardo Hubert, sia da solista con l'Orchestra da Camera Franz Liszt, diretta da un energico Takcs-Nagy nel primo Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, Op.15.

Non mi dilungo oltre, condivido come sempre l'articolo di recensione per intero, scritto per Le Salon Musical, che è possibile leggere sul relativo sito a questo link:

"Le Serate Musicali milanesi vedono un felicissimo ritorno della pianista argentina Martha Argerich. Al suo seguito c'è la Franz Liszt Chamber Orchestra, diretta da un brillantissimo Gabor Takacs-Nagy. Il programma tocca autori diversi, dal pieno classicismo alle modernità debussyiane; e, a rotazione, si eseguono musiche per organici differenti: dalla “semplice” sinfonica al duo pianistico e al pianoforte solista con orchestra.
In apertura troviamo la Sinfonia K.543 in Mi bemolle maggiore, nota come Schwanengesang (“canto del cigno”), di Wolfgang Amadeus Mozart. Si tratta della trentanovesima sinfonia, ovvero quella che precede – di pochissimo, viste le stesure completate nell'arco dell'estate del 1788 per una serie di concerti che, ahimé, non ebberò però luogo – le celeberrime ultime due sinfonie, note ai più come “la 40” e “Jupiter”.
La Schwanengesang, insieme alle sopracitate, costituisce il tentativo ennesimo e disperato dell'autore di uscire da una situazione economica non poco infelice causata dallo scarso successo – per non dire proprio fiasco, quanto meno per quanto riguarda la Vienna del tempo – di alcuni lavori operistici come il Don Giovanni. Ed è assai curioso (ma non certo raro per Mozart) il contrasto che si incontra tale questo momento buio di vita e i contenuti lieti di questa sinfonia, che non pochi accostano alla Terza di Beethoven, dandole l'ironico titolo di “l'Eroica di Mozart”.
L'introduzione in Adagio, dal ritmo puntato, suona solenne ma anche pomposa ed enfatica, qualità che il gesto – anche del piede, quasi un passo di danza ricorrente – di Takacs-Nagy non si risparmiano di sottolineare. L'elemento scalare citato dai violini costituisce un trait d'union con l'Allegro che segue, il quale illude di partire un po' dimesso per poi aprirsi nel brio tipico del sinfonismo viennese. L'Andante che segue è scandito anch'esso da un ritmo puntato, quasi di marcia. Ciononostante è dolce – quasi amoroso – la melodia ha un ripiego pieno di tenerezza che viene sconvolto dall'irruenza un po' tragica della sezione centrale, in modo minore, con tesi slanci dei violini verso l'acuto: forse qui il nostro compositore non riesce a nascondere la sua inquietudine, per quanto cerchi di arginarla fra due zone di pace, a tratti quasi fiabesche (specie nella chiusura). Il Minuetto prende le fattezze del Ländler, la sua dialettica molto diretta e quasi rustica, per poi cambiare volto nel Trio, in cui la dolcezza dei timbri di clarinetto e di flauto sono protagonisti. Chiude un Allegro molto spiccato, si direbbe monotematico, è una scarica di vivacità che non perde mai di tensione, alternando tratti a “moto perpetuo” con episodi basati su sincopi e sfasamenti d'accento.
Ineccepibile e brillante l'esecuzione dell'Orchestra Franz Liszt, e davvero piacevole l'energia vigorosa ed estroversa – per non dire contagiosa! – con cui il suo direttore affronta lo spartito.

Cambio di scena: vengono portati sul palco due pianoforti. Da lì a poco fa capolino sul palco della Sala Verdi la mitica Argerich, accompagnata da Eduardo Hubert. I primi brani affrontati sono i 6 Studi in forma canonica Op.56 di Schumann, nella famosa trascrizione di Debussy.
E' davvero sorprendente notare come le timbriche personali dei due interpreti sono praticamente sempre riconoscibili, anche se ahimé non sempre si sposano bene. Tralasciando l'inizio in tonalità minore del primo studio, che Martha Argerich interrompe dopo pochissime note lanciando uno sguardo di intesa al collega, la sensazione che ne ha è di poca comunicazione efficace fra i due, come se stessero costruendo le loro interpretazioni al momento: raramente i due pianisti si guardano anche solo per darsi il medesimo attacco, e non mancano piccoli episodi di “smarrimento”. Il suono di Hubert è a tratti forse troppo scandito (soprattutto nel registro acuto e con il pedale sinistro abbassato) e finisce per nascondere eccessivamente le risposte della Argerich: si tratta pur sempre di canoni, e gli scambi tematici necessitano laute o quanto meno eque evidenziazioni.
Decisamente diverso l'approccio al Prélude à l'après-midi d'un faune, sempre di debussyiana penna: sin dall'inizio il bilanciamento è efficace, la discorsività più fluida – come evitare di menzionare i meravigliosi arpeggi iniziali della Argerich eseguiti con un suono quasi liquido e un'uguaglianza invidiabili? – specie nelle sezioni più polifoniche o politematiche, evocando più volte i timbri della versione per orchestra.

Torna sul palco l'Orchestra Franz Liszt con ilsuo direttore per l'esecuzione del brano Angelus! Pière aux anges gardiens di Franz Liszt. Estratto dal terzo volune delle Années de pèlerinage, lo ritroviamo qui nella trascrizione per l'orchestra dello stesso compositore, e siamo indotti a chiederci se sia, questa, di molto più bella di quella pianistica: la coloratura cangiante, la delicatezza e la sensibilità con le quali il compositore ha distribuito attentamente le parti ai vari strumenti rendono questo pezzo un autentico gioiello, capace di farci scordare per qualche minuto della versione originale.
Anche qui la direzione “danzata” di Takacs-Nagi mette in luce ogni minimo aspetto della partitura, senza forzature ma in modo gradevole e perfettamente comprensibile. Non rari i suoi rivolgimenti a singoli esecutori – in particolare i fiati o il primo violino, che chiude il brano in una inflessione di poesia fragile e isolata, quasi l'Amen di un bambino.

Grande e felice conclusione con il primo Concerto per pianoforte e orchestra Op.15 di Beethoven, in Do maggiore.
Martha Argerich, che ha in repertorio il concerto da quando è bambina (sono facilmente rintracciabili le relative incisioni), rientra sul palco e l'orchestra attacca. Immancabile l'energia già menzionata del direttore che, associata all'estro e alla disinvoltura della – 78enne! – pianista, regalano un'esecuzione brillante e di forte impatto espressivo.
Sconvolgente come sempre è constatare quali libertà e varietà di suono siano in possesso della Argerich, la quale affronta le serrate scritture beethoveniane, gli episodi cadenzati, le rapide scale e gli arpeggi – difficile non fare cenno alla cadenza del rondò conclusivo – come se improvvisasse o scegliesse sul momento quali fattezze attribuire alla musica, e sempre con un'efficienza ed un dominio da lasciare senza parole – o esaltare completamente – chi la ascolta."
Condivido qui le fotografie scattate da Paolo Andreatta.








A presto con importanti novità!
Andrew

mercoledì 24 luglio 2019

Piccole gemme e celebri capolavori a “Città Alta Chamber Music Week”

Ciao a tutti!

Dopo diverso tempo e alcune vicissitudini torno qui. Lo scorso mese di Giugno è stato denso e alquanto impegnativo (non che questo Luglio sia stato calma piatta!), ma mi ha regalato un bel momento di musica nel concerto della sera del 21, con un pubblico caloroso e attento.
Dedicherò al concerto un piccolo post, ma ora sono qui per condividere l'ultimo articolo scritto per Le Salon Musical dopo l'ascolto di uno dei concerti conclusivi della masterclass "Chamber Music Week" di Bergamo.
Ecco il testo integrale, che potete comunque leggere anche sul sito a questo link:

"Giunge quest'anno alla terza edizione la “Città Alta Chamber Music Week”, una masterclass di musica cameristica della durata di una settimana, nata da una felice collaborazione tra il Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo e la concittadina Fondazione MIA che consente a studenti provenienti sia dall'Italia che dall'estero di approfondire il repertorio dedicato agli strumenti ad arco (con o senza la partecipazione del pianoforte o di altri strumenti) con una squadra di docenti dalla nota maturata esperienza cameristica: Claudio Mondini e Francesca Monego per il violino, Jörg Winkler per la viola e Thomas Ruge per il violoncello.
Sabato 20 Luglio scorso si è svolto uno dei concerti conclusivi di questa Chamber Music Week, e si è potuto assistere a un saggio del lavoro svolto da ragazzi giovani e giovanissimi.
Il repertorio proposto non è stato, si può dire, affatto prevedibile o consueto, ma anzi, toccava brani e autori spesso poco considerati.
Il via, infatti, è stato dato con il compositore Ignaz Pleyel: il duo di violini formato da Ambra Loriga e dal M° Claudio Mondini ha eseguito il Duetto Op.48 n.1 in Sol maggiore, pagina breve e leggera in tre movimenti, datata 1806, d'ispirazione pre-romantica.
Quindi è stato il turno dei Deux Interludes di Jacques Ibert, per flauto, violino e pianoforte. Unica composizione del concerto a uscire dall'organico per soli archi e prendere in causa strumenti altri. Qualche piccola incertezza di insieme negli attacchi non hanno privato di gustare lo stile mutevole e l'atmosfera un po' trasognata di questi pezzi, specialmente nel secondo, Allegro vivo, che ha visto una buona resa soprattutto nella parte violinistica.
Da un trio si passa a un altro, ma tornando alla formazione per soli archi: un Andantino, estratto dal Trio in Sol minore per due violini e violoncello di Borodin, brano struggente e di non semplice gestione, anche per la sua struttura – come, ad esempio, il breve episodio in pizzicato prima della ripresa del tema principale, sostenuto da un violoncello fisionomicamente quasi passeggiato, desta qualche sorpresa nell'ascoltatore.
Successivamente, la prima composizione per un organico di quartetto d'archi della serata, il Capriccio dai Quattro pezzi per quartetto d'archi Op.81 di Felix Mendelssohn. Dopo un'introduzione mesta (Andante con moto) simile a una delle Romanze senza parole, ecco una sferzata di energia data dalla seconda parte in forma di fuga, che procede senza sosta, dritta alla meta. Il giovane quartetto ha saputo rendere piuttosto bene sia l'aspetto più tecnico (da menzionare, in questo, la solidità del primo violino, Coco CaiYaxuan) che quello più musicale, mettendo ben in luce le varie entrate del soggetto dell'Allegro fugato.
Segue il primo movimento del Quartetto n.1 D.18 in Do minore di Franz Schubert, Andante-Presto vivace, eseguito con notevole attenzione ai dettagli espressivi, alle intonazioni, valorizzando le dinamiche imprevedibili e ricercando un'identità forte. Alla viola, il M° Winkler.
Si ritorna quindi all'organico dei tre strumenti ad arco, con il Trio per violino, viola e violoncello Op.9 n.3 del grande Beethoven. Davvero interessanti, qui, la coesione e le intenzioni musicali dei tre componenti, che hanno dato vita a un'esecuzione notevole, curata, e musicalmente non certo immatura. Doveroso un accenno al violoncellista Milan Drake, che, sia qui che nel precedente Capriccio mendelssohniano ha dato prova di avere sicurezza e una buona preparazione strumentale.
Chiudono il concerto il primo movimento, Allegro moderato, dal Quartetto in Fa di Maurice Ravel, capolavoro quartettistico universamente riconosciuto, e, tornando nuovamente a Mendelssohn, l'energico e frizzante Allegro vivace del Quintetto per archi in Si bemolle maggiore Op.87."

Scappo che sono di corsa!
A prestissimo (spero!)

Andrew

giovedì 30 maggio 2019

Sui miei concerti più recenti e prossimi appuntamenti

Ciao a tutti!

Finalmente ho un attimo (brevissimo!) per tornare a scrivere qui dopo tanto - per me anche troppo! - tempo. Gli impegni recenti non mi hanno concesso di avere molte occasioni di ascolto, però ho avuto il piacere di essere io stesso a tenere i concerti.
In genere non pensavo di parlare di me, qui su Metathymos, però ho pensato possa essere bello condividere con chi mi legge (leggerebbe, leggerà? Speriamo!) le mie personali esperienze ed emozioni non soltanto in qualità di uditore.

Partiamo dal mese di Marzo, che mi ha visto tenere due concerti ravvicinati, il 21 per la E' Musica Nuova a Trezzo sull'Adda (scuola di musica nella quale insegno pianoforte da due anni) ed il 23 per Cerabino Pianoforti a Lecco, negozio-sede del mio caro amico accordatore Roberto Cerabino, per il suo ciclo di eventi. 
Il programma era davvero inusuale: ho deciso di inserire musica prettamente cembalistica in buona parte del programma. Mi riferisco in particolare alla figura di Couperin, del quale ho eseguito il Vingtsixième Ordre (La Convalescente, Gavotte, La Sophie, Rondeau, La Pantomime). Musica davvero raramente eseguita al pianoforte, ma che non manca di bellezza e di fascino!






Parlando invece di Maggio, l'evento più importante (per me la prima volta, peraltro) è stata la partecipazione a Piano City Milano 2019. Quest'anno l'evento ha esteso il suo raggio arrivando fino in provincia di Varese, più precisamente al Teatro Sociale di Busto Arsizio
Domenica 19 Maggio ho eseguito un programma con composizioni di Scarlatti, Mozart, Chopin e Liszt. E' stato davvero entusiasmante e divertente, con un pubblico variegato e caloroso!










Ma passiamo ai prossimi eventi:

- Giovedì 6 Giugno prenderò parte alla rassegna "Giovani Talenti" di Cassano Magnago (VA)

Venerdì 21 Giugno alle 21 terrò un altro concerto a Trezzo sull'Adda, sempre nella Sala delle Colonne di E' Musica Nuova.


Avrò un paio di appuntamenti anche in Settembre, ma per maggiori dettagli rinvio ad un prossimo post!

Un abbraccio a tutti!
Andrew