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lunedì 12 marzo 2018

Su "Musica per organi caldi"/"Hot water music" (Charles Bukowsky)

Ho recentemente finito di leggere Musica per organi caldi, raccolta di 36 racconti di Charles Bukowsky. Dopo aver, per anni, sentito parlare di questo scrittore e averne letto qua e là aforismi e poesie, mi sono deciso ad acquistare un libro, lasciandomi puramente ammaliare dal titolo. Ricordo che ero a Crema quel giorno, e passeggiando per il centro pedonale mi sono imbucato in una libreria.

Musica per organi caldi -titolo originale Hot water music- a detta della traduttrice Viciani, è un'opera di un Bukowsky al suo meglio. Contiene sia narrazioni autobiografiche (sotto lo pseudonimo famoso di Chinaski, nei cui panni l'autore si cala per come è, senza aggiungere praticamente nulla) che altri scritti di pura invenzione. Alcuni sono permeati di pura follia. Altri ricalcano a pieno episodi vissuti.
E questo si evince. Nei racconti di vita vissuta, anche se con un altro nome, traspare l'animo di una persona vera, terrena. Forse un po' caricata nel personaggio che la gente -e lo stesso Charles, bisogna ammetterlo- ha tracciato, ma comunque autentica.
Ho intenzione di leggere anche qualcos'altro, però. Una raccolta di poesie, forse. O magari un'altra selezione di racconti. Ho evitato l'arcinoto Storie di ordinaria follia perché il mio bisogno di non fare tutto ciò che fanno tutti ha preso il sopravvento. Ma forse toccherà anche a me...

Gli argomenti che vengono sistematicamente affrontati e vissuti sono sempre quelli: lo stato di precarietà economica, il vizio del bere, il sesso e la passione per le donne, la psiche e le emozioni del protagonista (a volte anche dei personaggi che passano nella scena).
Dicevo poco sopra, leggerò credo anche altro di Bukowsky. Più per un interesse personale che per una passione per lui. Mi spiego. Durante la lettura ho avuto momenti di fastidio, a tratti repulsivi nei confronti del suo personaggio. E vorrei potermi ricredere.
Questo ruolo di artista abbandonato ad una sorta di noia per la vita, cinico e disinteressato di tutto tranne quando punta un obbiettivo (una donna, una persona influente, soldi...) mi è risultato un po' troppo forzato. Poco naturale, esagerato rispetto al vero. Non dubito affatto che Bukowsky potesse essere una sorta di maudit del tardo '900, non dubito del suo smodato cinismo o del suo lato sfrenato e libidinoso, ma spesso sembra quasi voglia appositamente giocare sull'immagine che la gente si è fatta di lui, utilizzandola a suo vantaggio. 
Non che ciò sia un danno, a dirla tutta, in fondo. Dipende dal fine. Se il fine è quello di vendere il più possibile e farsi conoscere, mantenere l'occhio del faro su di sé, è certamente un modo. Soprattutto se l'alternativa è non essere considerati per nulla (ricordo che Bukowsky accettò una somma irrisoria -da fame- ma fissa, al mese, pur di abbandonare un lavoro alle poste e occuparsi della sua scrittura). Però boh, la mia sensazione è che spesso si sia volutamente adombrato e abbia indossato i panni dell'idea del suo lettore medio, in modo da tenere viva la curiosità.

Tornando ai racconti, in alcuni di essi ho trovato anche alcuni pensieri interessanti, che in sé possono esulare dal contesto ed essere presi come spunti di riflessione. Talvolta perché sottolineano dettagli non immediati, altre volte perché sono così frizzanti e particolari da stimolare la fantasia.
In La strusciata del cane bianco si può leggere: "[...] solo le persone noiose si annoiano. Devono mettersi alla prova continuamente per sentirsi vive". Oppure, in Colpi a vuoto, una riflessione fredda -ed ovviamente cinica- sull'amore dice: "L'amore è una forma di pregiudizio. Ami ciò di cui hai bisogno, ami ciò che ti fa stare bene, ami ciò che ti torna più utile". 
La tipologia di scrittura, caratterizzata da frasi spesso molto brevi, descrizioni nette e senza troppo girarci intorno, portano Bukowsky a suscitare un senso di modernità senza tempo, in un arco di tempo che a me è parso possibile di circa 200 anni. Il suo stile è evocativo senza dire tutto, spesso dicendo pochissimo. Trasmette sensazioni di tensione, di grande malinconia, di eccitamento accennando soltanto qualche dettaglio. Insomma, si fa intendere.

Concludo con un accenno al racconto che mi ha più divertito, Altro che Bernadette. Al limite del comico, sagace nel tenere il dottore (ma anche il lettore) in tensione e in ascolto fino alla fine. Andatelo a cercare, se vi va.

A presto!
Andrew

venerdì 19 gennaio 2018

"Lettere da Endenich": una riflessione su Robert e Clara Schumann

Recentemente ho avuto la fortunata occasione di vedere un mio articolo pubblicato sul blog di Classicaviva: una sorta di riflessione-recensione dopo il libro "Lettere da Endenich", letto agli inizi di Dicembre scorso. Il piccolo volume riporta le lettere degli ultimi anni di Robert Schumann una volta internato al sanatorio di Endenich appunto, nonché quelle della moglie Clara e di personaggi a loro vicini come Johannes Brahms o Joachim. L'articolo che ho scritto osserva da altri punti di vista queste corrispondenze, e si pone qualche interrogativo a riguardo senza alcuna pretesa di avere ragione o di avere la verità fra le mani, ma soltanto come spunto di riflessione.

E' possibile leggere l'articolo QUI.

Sono veramente contento di questa chance di collaborazione con un blog così importante, e sono sinceramente grato all'amico Luca Ciammarughi, per aver accolto l'idea e per avermi concesso questo spazio di espressione. [E' bello quando l'Arte, che sia musica o altro, avvicina, connette o permette di fare incontrare persone che, altrimenti, non si conoscerebbero nemmeno. E' bello ma anche molto importante: troppo spesso il senso della individualità allontana la forza di una coesione, anche quando è costituita da elementi differenti. Perché ogni distanza è comunque una possibilità di legame, un'occasione di arricchimento e di confronto.]

A presto!
Andrew

martedì 5 dicembre 2017

Su "Peter Camenzind" (Hermann Hesse)

Fra i libri che acciuffai al mercatino di Imbersago lo scorso Ottobre, c'era Peter Camenzind, di Hermann Hesse. Ammetto che, fino a quel giorno, non sapevo nemmeno che questo romanzo esistesse; e ammetto anche di averlo acquistato perché si trovava fra le offerte a 1/2 euro, e di essere rimasto più attratto dalla breve trama sul retro e dalla copertina che da altro. Infatti, una volta portato a casa, l'ho lasciato a sonnecchiare un po' -feci in tempo a concludere le Confessioni di un oppiomane di De Quincey, iniziare La Metamorfosi di Kafka e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, i quali tuttora sono lì mezzi addormentati sul comodino- prima di cominciare, con poca convinzione la lettura.

Come mi sbagliavo! Sin dalle prime venti pagine, i tratti burberi e scontrosi, ma pieni di sensibilità e dolcezza, di questo ragazzo montano mi hanno rapito. Sembrava quasi di poterlo vedere, come se fosse vicino o aleggiasse intorno. Sono rimasto coinvolto nei suoi tormenti di adolescente con una certa vaga melanconia, o forse empatia; ho partecipato, inoltre, alle sue avventure: spesso mi veniva addirittura da incitarlo o consigliarlo... insomma, mi sono lasciato prendere piacevolmente da questo breve romanzo (tant'è che l'ho finito in tre settimane scarse, leggendolo prima di dormire) così fresco, scorrevole e mai pedante. A tratti mi sono ritrovato simile in sue esperienze, oppure ad aver vissuto esattamente come Peter talune circostanze, oppure ancora a rivedere alcune mie avventure o momenti passati con gli spunti che traevo dai suoi frequenti colloqui con se stesso.
Ho amato, e letto più volte la poetica di Hermann Hesse. Pur non conoscendo affatto il tedesco, nelle traduzioni trovavo metafore, similitudini, visioni di grande effetto. Trasudava passionalità, fervore, desiderio. Meno sfrenato di De Quincey, meno misurato di Mann, meno "flautato e pastello" di Proust, eppure tanto vissuto, e tanto capace di trasferire nel lettore i tumulti, le sensazioni, a tratti le ipnosi.

Non voglio stilare una pseudo-recensione del libro, quanto, piuttosto, lasciare qualche spizzico e boccone sui momenti più belli dello stesso. 
Prima fra tutti, la descrizione dell'immagine del padre, uomo beone e violento, praticamente anaffettivo verso il figlio: lo stesso Peter non si risparmia quando ammettere di aver preso parecchie botte durante la giovinezza, ma non ne ha mai capito né saputo le ragioni. Quindi la figura della madre, donna apparentemente fredda e molto "pragmatica", e la precoce perdita della stessa, vissuta dal protagonista senza previsioni né vere disperazioni (forse, però, con un ingoio enorme, e un amaro di disarmo ed impotenza) una mattina, mentre il padre era nello stesso letto, al fianco di lei, addormentato, senza accorgersi dell'agonia della consorte. Le parole con cui Hesse descrive l'agonia sobria ma evidente della madre, e il progressivo abbandono della vita sono molto toccanti. 
Subito dopo, la figura dell'amico Richard: momento alto del romanzo, in cui si incontrano gli ambienti "alti e bassi": la mansarda polverosa ed essenziale di Peter e l'appartamento meraviglioso dell'amico pianista; il carattere grezzo, cupo, un po' misantropo ma poetico dell'uno e la giocosa innocenza e la farfalloneria dell'altro, che non manca di stimolarlo e di invaderlo dolcemente nella sua insita ritrosia; il viaggio insieme in Italia, prima della loro separazione, a conclusione degli anni di studi -sempre costellati dalla fame di lettura e dal lavoro di recensore e articolista per qualche giornale locale- ed il passaggio nelle zone Umbre.

Gli amori, non da meno, costituiscono un capitolo importante. Richard stesso (e non solo) sembra essere parte di essi, pur non essendoci mai un'effettiva relazione amorosa, quanto semmai un'amicizia profonda, intima e calorosa. 
Le donne amate da Peter Camenzind, senza mai avere da esse corresponsione, sono tre: una ragazza, di nome Rose, amore giovanile vissuto segretamente dal protagonista ancora fra le pareti delle sue vallate natie; una pittrice, Erminia, la quale gli confesserà di essere innamorata di un uomo che non la considera proprio in un incontro romantico, sul lago, nel quale egli si era convinto a dichiararle il suo amore; l'ultima, Elisabeth, una bella donna di rango medio-alto, frequentatrice di salotti letterari ed artistici, con la quale avrà una breve relazione, interrotta da lui prima che questa prenda una piega troppo seria ed "impegnata": infatti Elisabeth, successivamente, sceglierà di sposarsi con un altro uomo, e Peter le resterà sempre fedele amico, pur nutrendo ancora un forte innamoramento.
Infine, la figura di Boppi, che diviene centrale, ed ultima, profonda tematica del romanzo, prima della conclusione. Uomo storpio dalla nascita, fratello della moglie di un falegname col quale Peter stringe un'ottima amicizia, inizialmente suscita agli occhi di quest'ultimo una sorta di impressione, per poi trasformarsi in un rapporto tanto fraterno da ricordare quella con Richard, ma vissuto in età adulta. Tanto che Peter deciderà, di fronte alle ire e ai fastidi dell'amico falegname che non vuole mantenere Boppi in casa, di assumere le cure e la responsabilità di quest'ultimo, portandolo a vivere con sé e restandogli a fianco fino agli ultimi attimi di vita.

Insomma, guardando il libro da una certa "distanza", la figura di Peter (traslazione dello stesso Hesse) sembra essere quella di un'anima costretta, per una sorta di destino, ad assistere al contatto con l'amore degli altri quanto con la perdita di essi o dello stesso amore. Ciclicamente, egli si trova in alto alle onde, sereno e spensierato, appassionato e poeta senza reale contatto con il terreno, e subito dopo piombato nel più profondo crepaccio dell'anima, tortuoso, sanguinante e dolente. Le donne amate, Richard, la madre, Boppi sono persone cardine, che riportano il protagonista alla "vecchia crepa" del bisogno di essere amato (visto che, dato il distacco insito nel carattere materno, e la violenza inspiegabile di quello paterno, egli non conosce bene la sensazione di essere amato) e delle cose semplici ma fondamentali della vita. L'amore altrui ferma -o quanto meno "rilassa"- la sua sete di conoscenza, di andare sempre a fondo e di conoscere il mondo, di percorrere a piedi infinite distanze e di sciogliere l'anima nell'ebbrezza data dal vino, abitudine che Peter eredita dritta dritta dal padre. 
E tutto ciò attira il lettore, lo inchioda alle pagine, creando empatia verso il protagonista, rievocando giovinezze, adolescenze, fulgori e pathos, amori non corrisposti... esperienze nelle quali, forse, a ben guardare, possiamo somigliarci proprio in quanto umani.

La conclusione è una sorta di ritorno all'ovile, dopo aver sondato terre altre, aver incontrato genti diverse, lasciato stancare l'anima su strade infinite e multiformi. L'occhio di un ragazzino cresciuto e fattosi uomo, con un mutato senso dell'amore e della vita stessa, nonché un nuovo sguardo sulle proprie origini, che, però, lascia così, un po' incompleti: come se questa sorta di diario di vita di Peter Camenzind non trovi ancora pace né fine, come se il suo poema tanto progettato ma mai scritto lo si aspettasse ancora; poiché alcune aspirazioni e sogni non hanno ancora trovato realtà o fine, e restituiscono l'idea di un proseguimento non scritto, del quale siamo tuttora in attesa.

Andrew

sabato 18 novembre 2017

Su "La leggenda del santo bevitore" (Joseph Roth)

E' passato poco più di un mese da quando ho fatto incetta di libri di seconda mano (ma anche terza-quarta mi sa...) al mercatino dell'usato di Imbersago -luogo che io letteralmente amo!- e una ventina di tarde sere da quando ho scelto di leggere La leggenda del santo bevitore di Roth. Perché questo piccolo libricino si lascia leggere in pochissimo tempo, forse anche meno di un'ora, ma non manca di trasmettere contrastanti sensazioni.
Ammetto di essere stato attratto dall'edizione, la Piccola Biblioteca Adelphi, che mi ha sempre affascinato già al tatto, per le sue copertine di ruvido cartoncino bristol di tutti i colori, così semplici eppure così azzeccate. Non conoscevo quest'opera di Roth -e forse, ora che ci penso, nemmeno Roth- ma qualcosa del titolo e del breve essai sul retro deve avermi catturato e indotto ad aggiungerlo agli altri.

La narrazione di Roth è schietta, senza fronzoli o ricercatezza. Sembra quasi voler sbrigare il racconto nel minor tempo possibile, dando solo un tratto -marcato, ma pur sempre unico- o una sorta di "linea guida" degli avvenimenti al lettore, perché proceda poi con la sua soggettiva immaginazione e le sue personali sensazioni. Certo questa novella lascia un nervosismo di fondo, complici la descrizione tendenzialmente essenziale e "dritta", e una sorta di "distacco emotivo voluto", quasi a non voler in alcun modo influenzare né la storia stessa, i fatti, né il modo in cui li recepirà il lettore. Niente divagazioni, come invece può fare un tanto caro Thomas Mann; niente minuziosi, quasi pennellati ritratti di persone o cose alla Proust: tutto procede come una sorta di inquieta cavalcata, o una ratta camminata simile a quella di qualcuno che cammini nel freddo senza il cappotto, alla volta del primo luogo caldo vicino.

Il nervosismo, per quanto mi riguarda, è alimentato anche dai continui andirivieni di tensione/distensione: questo soggetto avvinazzato di nome Andreas (a quanto pare i pessimi soggetti portano tutti questo nome, compreso il sottoscritto!), il quale si gonfia di nobile e spirituale entusiasmo che finisce sempre per sciogliersi di fronte al dio soldo, incontrato "fortuitamente" più volte sulla strada; il ripetersi dell'illusione di ritenersi un uomo d'onore, per poi perdersi al primo alone di un vecchio amore, o ad un'ombra più buona di vino, un letto a baldacchino più chic in un hotel; il lato recidivo della sua persona, recidivo nel ricascare nello stesso errore tanto quanto nel autoconvincersi di non essere qualcosa che, di fatto, è, ovvero un uomo a tratti opportunista -anche a causa della povertà, dalla fame e dalla trascuratezza che si trascina dietro da tempo (in questo ricorda un po' le Confessioni di un oppiomane di De Quincey, che ho recensito a loro volta con questo articolo)- in grado di barattare la dignità e la presunta nobiltà d'animo con un bicchiere di vino in più.

La novella si chiude in pochissime righe, e questo non distende né appaga il lettore: anzi(tutto), ci si sente come di aver tenuto testa a tutti i finti picchi di tensione letteraria per poi avere una conclusione eccessivamente sbrigativa (e forse anche poco "emozionante"), e diversi punti interrogativi su alcuni personaggi citati; in secondo luogo, ci si sente quasi presi in giro, perché si giunge a un finale forse un po' scontato, e per di più "bruciato" dall'asciuttezza di linguaggio, come se si ascoltasse una persona raccontarci una storia per un'ora per poi vederla scappare via di colpo per un contrattempo, narrandoci la fine in tre parole, mentre si allontana.

Ad ogni buon conto, non mi pento né dell'acquisto né della lettura. Ha comunque qualcosa di singolare, sia nel modo in cui è scritto, sia nelle sensazioni di fastidio o simili che suscita. Ed il fatto di istigare precise e intense emozioni, anche se non quelle solitamente sperate o attese da un lettore, lo rende un piccolo libro con il quale Roth può aver centrato un suo ipotetico obiettivo di disilludere, di infastidire e lasciare insoddisfazione, senza per questo scollare dalle pagine gli occhi di chi lo avrebbe letto.

Andrew

domenica 22 ottobre 2017

Su "Confessioni di un oppiomane" (Thomas De Quincey)

Torno a "recensire" una lettura, fresca fresca. Ho acquistato questo piccolo libro di Thomas De Quincey (il quale comprende anche altre opere più brevi, come "Suspiria de profundis" o "La diligenza inglese") sempre al mercatino dell'usato e dell'antiquariato di Imbersago, domenica scorsa, e l'ho praticamente divorato; in meno di 7 giorni, se penso che in un paio di questi non ho avuto la possibilità di leggere prima di dormire, perché era già tardi -o, semplicemente, morivo di sonno.

Sin dalle prime righe mi sono sentito inghiottito dal modo di scrivere e di esprimersi dell'autore; che, per quanto assai meno "poetico ed a modo", a me ricorda non poco -chissà perché?- quello di Proust, nella "Recherche": sentito ed appassionato, libero e sciolto come un nastro, erudito ma focoso, spontaneo e fluido. 
Spero di non azzardare troppo con questa affermazione. De Quincey non si lascia sfuggire termini più "diretti", il suo procedere è senza freni inibitori: una completa sincerità, svergognata, anche negli argomenti più torbidi o dei quali si percepisce il non andarne fiero, senza per questo scadere nella sboccatezza gratuita (da questo si sente come Thomas fosse uno studioso: era considerato un grecista sensazionale, tale da superare alcuni suoi stessi docenti). Proust, diversamente, nonostante trasmetta benissimo le sue sensazioni, è sempre un po' più riservato e "non del tutto espresso": l'immagine che ho, è quella di starsene un po' come seduti all'ombra morbida ed aromatica di un albero di limoni, osservando la vicenda svolgersi su di una spiaggia assolata ma non proprio a due passi da noi.

Non manca, nelle "Confessioni di un oppiomane", anche l'elemento "confusionario" o contraddittorio. Anzi, questo non fa che rincarare quel senso stesso di sincerità e di schiettezza voluto dall'autore sin dalle anticipazioni -ma riscontrabile anche nella post-fazione- al volume. Un oppiomane che non si nasconde, ma va quasi fiero di esserlo. Che non antepone banali perbenismi o colletti inamidati. Egli sa di navigare nel mare nero dell'oppio; sa dei suoi effetti positivi e negativi, delle visioni tanto quanto della sensazione di pace; dell'alterazione che subiscono il trascorrere del tempo, gli oggetti, i ricordi, le strade percorse. 
E di questo status "altro" De Quincey quasi si compiace; anche quando, dall'uso misurato e disciplinato dell'oppio -tanto da scegliere, per il consumo, sempre il martedì o il sabato, giorni nei quali va all'Opera ad ascoltare una cantante favorita- passa alla totale dipendenza, a quell'assunzione incontrollata, che rende complici i suoi momenti di inettitudine, i suoi sogni orientaleggianti ed inquietanti (nonché del tentato suicidio della moglie, estenuata da un uomo così ingestibile e ben oltre le righe) e i suoi risvegli in lacrime, alla vista improvvisa dei suoi figli.

L'autore sostiene di voler sfatare il mito che l'oppio sia meramente ed unicamente "distruttivo": da esperto quale è, si sente in dovere -ed in diritto- di saggiarci delle sue esperienze, e di conseguenza di chiarire quali siano effettivamente gli effetti del laudano. Desidera debellare la consuetudine medica -pur ammettendo la sua non poca ignoranza sull'argomento- per rimpiazzarla con la verità del "drogato" dipendente (e come dargli torto? In un certo senso, non si può parlar di ciò che non si conosce...) che ne è quasi del tutto uscito. Perché, contrariamente all'aspettativa che crea nel lettore prima della post-fazione, De Quincey non ne esce completamente, ma ne riduce enormemente l'abuso. Arriva a passare 90 ore senza oppio, ma gli effetti devastanti sul suo stomaco -complice, probabilmente, anche l'enorme fame patita in giovinezza, la quale, ben prima dell'oppio, gli procurava fortissimi bruciori gastrici- lo inducono a ricorrere al "rimedio malsano" che, quanto meno, sembra anestetizzarlo da questi patimenti.

La conclusione è una nota di speranza verso coloro che, come lui, sono più o meno dipendenti dall'assunzione di oppio: non testimonia che si possa uscirne, ma si sente di ipotizzarlo con una certa convinzione. Riferisce ad assuntori meno esagerati di lui, che potrebbero magari resistere agli effetti collaterali della disintossicazione. Parla ancora dei suoi sogni assurdi che, nonostante siano passati dei mesi, ancora lo assillano (seppur più debolmente, parallelamente alla quantità drasticamente inferiore di laudano ingerita).
La conclusione lascia, infine, un forte senso di aspettativa: egli stesso sostiene che questo saggio potrebbe e sarebbe potuto essere ben più esteso e dettagliato. Quando fu steso per le pubblicazioni -ovvero la seconda volta, poiché la prima fu scritta per una pubblicazione periodica, per la quale aveva uno spazio ridotto- il suo stato di salute non era tale da poterlo implementare ulteriormente, pertanto si preoccupò solamente (e nemmeno del tutto) di rivederne le bozze di stampa.

Eccoci di fronte, di fatto, ad un excursus senza vero traguardo. Conviene, allora, sederci ed assaporare (quasi fossimo noi sotto effetto dell'oppio, questa volta) il gusto piccante e mai nauseabondo dell'indeterminatezza, immaginando chissà quali altri episodi, quali altre vie di Londra di notte, quali altri amori svaniti, quali altre colline o quali altri sogni l'autore avrà conosciuto, senza mai potercene assicurare davvero.

Andrew

giovedì 19 ottobre 2017

Sul "Doctor Faustus" (Thomas Mann)

Agli inizi dello scorso Settembre ho ripreso fra le mani un libro che avevo abbandonato quasi dieci anni fa, più precisamente nell'Aprile del 2008, a sole 150 pagine dalla fine -su quasi 600 totali, ovvero il celebre "Doctor Faustus" del noto romanziere e scrittore Thomas Mann.
Le ragioni per le quali lo avevo abbandonato per mesi sul comodino e, una volta gettata la spugna del tutto, tentennato, spolverato e quindi rimesso in libreria, erano molteplici. Ma, una su tutte, era la sua eccessiva -almeno ai miei occhi- dispersione in contestualizzazioni storiche, che non raramente erano sempre le medesime: il periodo storico della seconda guerra mondiale, con Fürer annesso, e le varie battaglie che la sua amata Germania sostenne in quegli anni bui.
Più che tenuto con la tensione alta, mi sentivo spesso allontanato dal focus, messo in stand-by. E questa non vuole essere né una critica aspra e "facile", né tanto meno una sminuita superficiale dell'autore, ma una sincera ammissione di mie sensazioni, o forse anche meglio di miei limiti ed insofferenze, probabilmente auto-inflittemi dalle aspettative che nutrivo dopo aver letto alcuni passi focali del volume.


La storia, ambientata -appunto- in una Germania nazista, mette al centro la figura di Adrian Leverkühn, migliore amico d'infanzia dell'autore, il quale si cala nei panni di un letterato a nome Serenus Zeitblom. Adrian è il tipico bambino -e poi ragazzo- dalla mente prodigiosa, al quale nulla sfugge di alcuna disciplina; il perfetto intellettuale e filosofo, filoteologo e amante dell'arte. La facilità del suo apprendimento è più volte narrata, così come la noia, velata di superbia, che lo coglie puntualmente a metà delle lezioni. E', altresì, un bambino perennemente vittima di una forte e disturbante forma di emicrania, tanto da ridurlo a letto ed al buio non di rado.
Questi elementi ne tracciano una fisionomia flebile ma algida e distaccata, o meglio inavvicinabile. Ammirato, ma non ammiratore. Amato, ma non amabile. Quasi venerato dagli amici o dai compagni di studi, ma dei quali lui, diversamente, non sembra curarsi affatto se non durante le loro disquisizioni filosofiche e teologiche. La sensibilità di Adrian è totalmente interiore ed interiorizzata, come cacciata sul fondo di una cripta invisibile a tutti, ma che fuoriesce soltanto in piccole circostanze (commoventi le pagine dedicate al bimbo chiamato "Echo", del quale egli fa da zio paziente e dispensando coccole, storielle e passeggiate).


Senza stare a descrivere tutto il libro, fondamentalmente Mann sceglie la figura di Adrian come riflesso di una Germania tronfia che, a causa di se stessa, giungerà all'autodistruzione. Infatti, il protagonista, a metà dell'opera, si troverà davanti la figura di Mefistofele, il quale lo porterà a prendere coscienza della sua fascinazione per il demonio, adombrata dalla scusa degli studi teologici e matematici; della sua noia superba, la quale cela un piedistallo radicato nella consapevolezza di apprendere più rapidamente del normale. A lui Adrian venderà l'anima in cambio del successo sicuro e del genio compositivo: perché soltanto lo studio della musica lo porterà in un luogo ove non è tutto "finito", e quindi placherà la sua sete -o meglio, la trasformerà in una continua "tensione drammaticamente assetata"- di conoscenza e di "andare a fondo", con il destino, però, segnato e già condannato.


Le pagine indubbiamente più febbricitanti ed emozionanti corrispondono ai momenti in cui il narratore trascrive in toto il dialogo fra il musicista ed il diavolo, e quello in cui il primo giunge agli ultimi momenti prima che la sua anima venga dannata.
Il dialogo fra Adrian e Mefistofele parte in modo classico, con quest'ultimo che cerca di fare "l'affare" con l'anima del protagonista; ma, successivamente, divaga e diviene una disquisizione quasi filosofica sul male, sull'inferno, su Adrian stesso: il diavolo sembra quasi uno psicanalista, nonostante i tratti volutamente tentatori e "commerciali", nel fine di attrarre a sé il talentuoso ragazzo.
Le pagine dedicate agli ultimi momenti di un Adrian "presente e vivo" sono sconcertanti, in un continuum di crescente fibrillazione. Egli, terminata la sua ultima composizione -ovvero Lamentatio Doctoris Faustis, dichiarazione del suo patto col diavolo, organizza un grande incontro con amici, colleghi e persone corollario dei suoi anni di musica e successi -insolito per un solitario distaccato come lui, ed infatti non poche persone restano sorprese. Le fa accomodare nel salone della dimora ove lui risiede (nel piccolo paesino di Pfeiffering) e ammette, poco a poco e davanti a tutti loro, della sua antica colpa. Gradualmente gli ospiti iniziano a lasciare la sala e, quando finalmente egli si dirige al pianoforte per saggiarli di qualche esecuzione della Lamentatio, dopo i primi accordi dissonanti cade a terra perdendo conoscenza. Da qui alla fine del libro si profilerà la figura di un altro Adrian, caduto nell'oblio di una malattia mentale, che non riconosce più i cari, senz'anima né spiritualità; annichilito e magro, pallido, che tenta addirittura il suicidio.


Ecco tornare il riflesso con la situazione germanica coeva: la fine della guerra, la sconfitta, la distruzione e la delusione del cuore dello scrittore, la vergogna quasi della sua nazionalità. L'anima perduta della sua amata Germania.
Le ultime righe lasciano interdetti e senza parole, come se il volume, nonostante la sua corposità (593 pagine), non sia forse ancora del tutto concluso; o piuttosto perché nemmeno nel suo cuore, Serenus/Thomas ha davvero idea di cos'altro si possa aggiungere per chiudere un caposaldo della letteratura come questo.


Andrew




lunedì 3 luglio 2017

"L'ultimo dei Mozart" di Jacques Tournier

Quando sono partito per l'isola di Corfù, lo scorso 2 Giugno, ho deciso di portare con me "L'ultimo dei Mozart", libro di Jacques Tournier. A me sconosciuto, lo avevo scovato un po' di tempo fa in una libreria milanese di seconda vendita. Pagato pochissimo, mi aveva incuriosito.
Il giorno prima di partire stavo pensando di portare con me l'ultimo volume della Recherche di Proust -avevo appena concluso il volume precedente, iniziato più di un anno prima, e letto a fasi- ma alla fine ho deciso di sterzare e cambiare mood. Mi sono come imposto di scegliere un libro di cui non avessi la minima idea, e quello di Tournier è stata la mia scelta istintiva.
Sin dalle prime pagine, sull'aereo, il volume mi ha rapito. Il linguaggio di Tournier è fluido, a tratti pieno di adolescenziale passionalità e di poetico struggimento, tanto da sembrare scritto da un ragazzo ancora in preda agli stupori e alle enfasi che l'approdo all'età adulta cerca ancora di serbare per sé. La figura di Franz Xavier, ultimo figlio del grande Wolfgang Amadeus nonché protagonista del libro, viene delineata spesso in modo indiretto, sottolineando soprattutto il suo sentire e il suo modo di vivere e di elaborare intimamente gli eventi: il peso condizionante e annichilente della fama del padre, che nel bene o nel male lo accompagnerà fino al suo trapasso, il suo amore trascinante e forzatamente tenuto in silenzio per Josepha, donna già moglie di Calcabò; la stanchezza e le preoccupazioni che lo accompagnano nei suoi viaggi per l'Europa tanto quanto l'entusiasmo quasi riverenziale per la figlia della sua amata, Julie, che diviene sua allieva-pupilla di pianoforte; la desolazione mista a sorpresa e a sorda malinconia nel venire a sapere, mano a mano che il tempo passa, ogni volta e ad ogni incontro -con una ormai anziana e semicieca Nannerl (sorella maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart), la madre Costanze, la zia Aloisia Weber, il fratello maggiore Carl, la cosidella "la Basle" e così via- maggiori informazioni sulla figura paterna, sul suo carattere imprevedibile, la sua fantasiosa sboccatezza, la sua maniera lacerante ma assolutamente solitaria di vivere il dolore quando in sventurati momenti...
Tutto questo viene trasmesso a chi legge in modo molto forte, grazie ad un uso quasi totale del discorso diretto, il che dà anche l'idea di assistere ad una commedia se non addirittura agli eventi stessi, riportati illusoriamente nella realtà odierna. Si ha l'impressione di vivere la malinconia di Franz Xavier per non avere avuto, come il fratello Carl, l'occasione di conoscere e di dormire una notte intera abbracciato al proprio padre; il peso schiacciante -alimentato dal bisogno viscerale della madre Costanze di erigere un monumento/museo alla figura del marito come memoria della sua grandezza- per essere visto come un "Wolfie II" ma senza la genialità del I, e quindi senza il medesimo riconoscimento; la nostalgia di un'amata che non può rispondere alle sue lettere per sicurezza, aggrappandosi quindi a ricordi di notti d'amore vissute in penombra, di baci dati di nascosto, al lume di candela, di sospiri che si tengono a echeggiare nel petto per continuare ad alimentare quel fuoco che, da solo, deve fronteggiare la sventura, i mesi che passano, la solitudine.
Certamente molte cose sono state romanzate da Tournier, ma i riferimenti a date precise e ad eventi specifici rendono questo libro una biografia -sì parziale, ma verosimile- speziata da una componente narrativa trepidante ed inquieta.
Quando, verso la fine di Giugno, ho letto le ultime pagine ed ho (come mia usanza) scritto la parola "fine" e la data al di sotto, ne sono uscito quasi dispiaciuto. "L'ultimo dei Mozart" mi ha emotivamente portato con sé, condotto fra momenti di melanconia e di mielata serenità, di amore passionale e di drammatica vita.
Se avesse avuto un'altra manciata di pagine, avrei continuato a goderne ancora.
Lettura che mi sento di consigliare, anche a chi non è avvezzo al mondo della musica cosidetta "colta".

Andrew