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giovedì 8 novembre 2018

“Grida, rap, folia” trittici colti e popolari da Francesco Libetta

Ciao a tutti, 

torno dopo qualche giorno di silenzio per condividere l'ultimo articolo, fresco di pubblicazione, che ho scritto per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione del concerto del pianista Francesco Libetta, che ha sorpreso il pubblico di SpazioTeatro89 con un programma interessante, inusuale e dedicato al repertorio ispirato da scene popolari.

Condivido qui il testo per intero:

"Parlare di Francesco Libetta riferendo soltanto alla sua bravura, al suo virtuosismo, all'eleganza del suo atteggiamento pianistico o sul palco sarebbe mera ripetizione di aspetti già sottolineati più volte, dei quali bene o male si è già a conoscenza da tempo. Il Libetta di cui oggi vale la pena parlare è colui che svela e propone repertori inusuali o semi-sconosciuti, autori considerati minori ma che possono ancora stupire; il Libetta che sceglie programmi da concerto pochi giorni prima della performance, che trova fili rossi molto sottili, che può passare con nonchalance da protagonista assoluto a condivisore del palco con altre formazioni.


Nel concerto di Domenica 4 Novembre scorsa, presso SpazioTeatro89 a Milano, questi sono gli aspetti che più hanno lasciato il segno e hanno sorpreso il pubblico presente. “Grida, rap, folia (ovvero il viandante virtuoso, dall'Arabia al Quai d'Orsay)”: un trittico che riduce la multiforme scaletta di questo recital – anch'esso composto da alcuni trittici – e che Libetta stesso spiega nelle sue interessanti disquisizioni. La musica descrive il mondo senza discriminazioni, soffermandosi sia su immagini più nobili sia su altre più semplici, popolari, e traendo ispirazione dalle più disparate situazioni. Torna sotto gli occhi la figura del viandante, ma diverso da quello evocato da Jeffrey Swann un paio di settimane prima: il viandante, questa volta, come l'uomo che vive nel volgo, al quale si mischia e nel quale si confonde, del quale memorizza scene, canti e volti portandoli con sé, annotati nei suoi album e nei suoi diari.


Per la partenza c'è Scott Joplin, e quel genere musicale che il nostro pianista definisce simil-ironicamente “musica suonata distrattamente per gente distratta”: brani come The Entertainer o Maple leaf rag non sono nati per le sale da concerto, per avere tutti gli occhi e le orecchie addosso, ma pagine di sottofondo ad eventi e situazioni altre. E, in questo, dunque, l'esecutore non è il protagonista della scena, ma anzi, una componente forse al limite dell'ignorabile. Ciononostante l'esecuzione è elegante, disimpegnata, trasporta negli anni in cui questa musica è stata scritta. Poi si fa un balzo più avanti nel tempo, con un rap vero e proprio, il Rap del Quai d'Orsay, pagina inaspettata del pianista e compositore Andrea Padova (presente in sala, e che sale sul palco qualche secondo per salutare e ringraziare Libetta per la scelta). Qui la musica sembra volgersi alla sillabazione serrata tipica di questo genere musicale, si priva di un vero spirito melodico per concentrare sempre più intensità nell'aspetto ritmico e in quello della massa sonora, che in alcuni frangenti si fa davvero fragorosa e mordace.


Da Padova si torna a Libetta, come esecutore di propri lavori: tre pezzi estratti da Prosthesis (La coppia di anziani, Danza cubana e Duo) e una Parafrasi immaginaria sulla Saracena di Wagner. Su quest'ultima vale la pena soffermarsi. Non esiste alcuna musica scritta da Wagner, ne esiste soltanto il libretto. Libetta, rimasto colpito dallo scenario dell'opera, ovvero Lucera, località a pochi passi da Foggia (e noi sappiamo che egli è originario della Puglia), traccia una visione ipotetica di temi ed elaborazioni dai tratti sinfonici, per poi adottare una breve citazione wagneriana per conclusione.


Ed ecco un altro trittico, quello famosissimo italiano di Franz Liszt, noto come Venezia e Napoli, celeberrime composizioni nelle quali ritroviamo quel Libetta cavalcatore di tastiere e dominatore indiscusso – e indiscutibile – di repertori virtuosistici. Gli arabeschi della Gondoliera si spandono gentilmente nella sala, bellissima è la coda di questa barcarola, con quel fa diesis reso così importante, così fondamentale. L'inquieta Canzone, sorretta da perpetui tremoli, che segue è sempre di un gondoliere, ed è estratta dall'Otello rossiniano, e sfocia senza soluzione di continuità nella Tarantella conclusiva, gran pezzo da concerto che Libetta esegue da sempre con grande energia ed eleganza, chiudendo con una coda davvero poderosa.


Tornando ad autori detti minori, il concerto segue con Pixis, pianista e compositore a suo tempo piuttosto noto (tant'è che darà il suo contributo nel Héxameron dello stesso Liszt, e al quale Chopin dedicherà la sua Fantasia su arie polacche Op.13). Ancora nel popolare, ma questa volta nel Lazio, con Scena popolare di Roma, un altro trittico che rievoca pifferai e saltarelli, avvolti nella dolcezza di una Canzone alla Madonna, motivo che sembra rendere compatta la composizione.


Dall'Italia finiamo in Oriente, con due brevi momenti di pianoforte a 4 mani: allo sgabello di Libetta se ne aggiunge uno per Giulio Galimberti, ed insieme eseguono un quieto e melanconico Canto arabo di Godowsky e Laideronnette, imperatrice delle pagode, uno dei brani che compongono Ma Mère l'Oye di Ravel.


Chiude il concerto la scelta forse più azzardata, ma anche forse più aderente all'idea del programma. Si torna in Italia, per ascoltare le Grida dei venditori di Napoli di Federico Ricci: dieci brevi pezzi per voci e pianoforte nei quali si alternano pescivendoli e fruttaroli, panettieri e macellai, trasportando il pubblico in un vero quadro napoletano popolare dell'800 (molto divertente la figura del venditore di carne di maiale, interpretata da un misterioso personaggio in costumi molto evocativi...).


Grandi applausi per un musicista così eclettico e per un programma così diversificato, efficamente bizzarro: Libetta torna sul palco e in uno slancio affettuoso regala una bella esecuzione della sua parafrasi sulla canzone La cura di Franco Battiato, brano che mette in luce sia le sue doti di grande pianista, che tratti estremamente sensibili della sua immaginazione.


Sperando di tornare a scrivere qui al più presto, lascio qualche fotografia scattata e mando un saluto!
Andrew








martedì 23 ottobre 2018

Slanci e memorie dal taccuino di un poeta giramondo: Jeffrey Swann (SpazioTeatro89, 21 Ottobre 2018)

Ciao a tutti!

Ho recentemente instaurato una nuova collaborazione. Si tratta di un'altra rivista online di musica: L'Ape Musicale. Pertanto, mi ritroverò a pubblicare rispettivamente per ben due testate, quella appena citata, e quella per la quale ho già scritto diverse volte, Le Salon Musical.
Dopo alcune peripezie, ecco il primo articolo, sul bellissimo concerto che domenica scorsa, 21 Ottobre, il M° Jeffrey Swann ha dato a SpazioTeatro89. Il link al sito lo potete trovare qui.

Condivido come solito l'intero testo pubblicato:


"Slanci e memorie dal taccuino di un poeta giramondo: Jeffrey Swann
(SpazioTeatro89, 21 Ottobre 2018)

Il viandante è una figura delle più tipiche e iconiche del periodo romantico: l'inquietudine dell'artista, del musicista, si butta in grandi traversate del mondo e del proprio animo – che spesso sono la medesima cosa. Egli cerca in sé autentico e al contempo scopre terre sconosciute, si tuffa nei pozzi adombri del proprio tormento interiore e poi lancia il cuore in avanti, verso nuovi orizzonti, nuovi panorami e alla ricerca di nuove ispirazioni.
Da Schubert – ma, se vogliamo, anche già dallo stesso Beethoven, basti pensare alla Pastorale – fino al pellegrino Liszt o al nordico fiabesco dell'opera wagneriana, l'urgenza di conoscere, di assaporare il nuovo (con la vista, il tatto, con le emozioni; insomma, con tutto il proprio essere) e ritrovare da dove si viene sprona il compositore a viaggiare, a spostarsi, ad appagare il proprio spirito stancandolo, quasi snervandolo, e creando mete sia come punti di arrivo che come luoghi dai quali tornare, arricchito e cambiato.
L'eroico e fiero camminatore schubertiano è, invero, carico di inquietudine, ma il viaggiatore lisztiano è tenace e vuole meravigliarsi, quasi misticizzarsi, innalzare il sé umano e la sua scintilla divina assopita dai “peccati” di seduzione, di desiderio di conoscenza.
Jeffrey Swann non manca affatto di incarnare, nelle esecuzioni del suo concerto “Album, stampe, diari (e diavoli)”, questi tratti vitali del musicista romantico: ascolta e rielabora magicamente i suoni dell'acqua di Au bord d'une source o di Jeux d'eau à la Villa d'Este attraverso un uso piuttosto parco del pedale, esaltando così ogni microrganismo sonoro; si lamenta e si infuria nella Vallée d'Obermann, fra linee melodiche che si insinuano, ora dubbiose, ora fragili e pure, ora più dannate e temporalesche, dominando tutto con sorprendente agio; danza insieme al Faust goethiano, a Mefistofele e all'intero villaggio in un primo, magico Mephisto Waltz come raramente si è sentito eseguirne.
Ma l'errare umano, nell'accezione dello spostarsi senza sosta e senza meta, sembra portare la società romantica verso un sentimentalismo blasonato, rimaneggiato e corrotto, macchiato. L'esaltazione delle emozioni diviene manipolazione, trasfigurazione, dannazione degli animi. Ecco quindi che l'epoca moderna, con un dei suoi massimi baluardi, Claude Achille Debussy, cerca di ridimensionare il tutto cercando un sano distacco, il quale non deve negare o impedire di emozionare ed emozionarsi, ma tenta di non farsi completamente plagiare e soggiogare.
Lo stesso viandante cambia: sembra più non camminare con i propri piedi, ma affidarsi all'immaginazione. E l'arte non descrive, non ritrae, non testimonia direttamente: evoca. C'è sempre uno spazio fra il compositore e la fonte d'ispirazione. Un po' per ragioni puramente oggettive: l'Asia e la Cina, che tanto stimolano le idee dei compositori con le loro sonorità ed i loro strumenti tipici, non si trovano certo dietro l'angolo; un po', come già detto, per autodifesa, e per spirito anti-romantico. L'evocazione qui è ora enorme, ora più sottile, dalle Collines d'Anacapri alla Puerta del Vino, passando per la Scozia (Bruyères) e l'Inghilterra dei romanzi di Dickens con Hommage à S. Pickwick Esq. P.P.M.P.C., e Swann ancora una volta ci sorprende per la bellezza e la multiformità del suono pianistico, parametro al quale nemmeno sembra davvero badare, nonché per la vivacità timbrica e le scelte interpretative. Ancor di più Pagodes, il primo brano del celebre trittico Estampes, sembra nascere dalla visione eterea di pagode giavanesi che si rivelano inaspettatamente dietro un ramo scostato (bellissima la fase finale degli arpeggi, vaporosi e aerei ma assolutamente chiari). La soirée dans Grenade è stato uno dei picchi più alti dell'intero recital, con un'apertura del tema in La maggiore davvero di grande effetto e un'ottima capacità di dividere i vari mood ritmici e melodici senza che questi subissero un distacco fra loro. Infine Jardins sous la pluie, rielaborazione debussyana di un suo brano precedente (il terzo delle Images Oubliées) ispirato alle canzone popolare infantili “Dodo, l'enfant do” e “Nous n'irons plus au bois”, si è distinto per il suono scintillante delle ultime pagine e per il tono entusiastico, esaltato della conclusione.
Ma non è tutto qui: Swann in questo programma ha scelto di fare cenno anche ad un altro tipo di viandante, quello un po' più etnomusicologico. In questo caso, all'italiano Ferruccio Busoni.
Certamente Busoni non si può assimilare a baluardi dell'etnomusicologia quali ad esempio Bela Bartok, ma il suo interesse per gli indiani d'America è notevole (tanto da suggerirlo come argomento di tesi ad una sua allieva di Berlino), ed il suo ruolo in qualità di viandante è quello di andare alla ricerca di nuovi sistemi musicali, scalari, dei quali appropriarsi per scrivere propria musica – mentre Bartok approccia alla musica popolare da un punto di vista meno “artistico” e perlopiù storico-scientifico.
Swann sceglie infatti il Diario Indiano, raccolta di quattro pezzi molto differenti fra loro e molto caratterizzati nello spirito, i quali si distinguono infatti per le sonorità non convenzionali e per una tonalità ormai orientata verso un futuro lento ma netto disgregamento."









A presto!
Andrew