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martedì 19 febbraio 2019

Analogie e distanze: sguardi differenti negli occhi di un solo Mozart

Ciao!

Come promesso, questa volta sono qui su Metathymos dopo poco tempo: è un periodo molto impegnato, ma al tempo stesso cerco di ritagliare, per quanto possibile, qualche momento in cui assistere a qualche concerto.
Sono tornato ad ascoltare il bravissimo Domenico Nordio e i Solisti de laVerdi, che hanno nuovamente allietato il pubblico con un concerto cameristico dedicato a Mozart. Curiose sono le analogie fra i programmi - tutti mozartiani - proposti nelle ultime occasioni cui ho preso parte: sia Nordio con i Solisti (insieme a un ottimo Fausto Ghiazza al clarinetto - QUI l'articolo dedicato) che il Quartetto Bazzini Consort per MerateMusica (con Fulvio Capra al clarinetto - vedi articolo QUI) hanno incluso i Divertimenti per archi e il Quintetto "Stadler" nelle loro scalette. Ed è altrettanto curioso assistere, a distanza di poco tempo, a differenti interpretazioni, visioni, scelte, caratteri: l'entusiasmo e la freschezza giovanile e la sapienza, l'acuto sguardo di musicisti dalla più lunga esperienza.

Riporto in ogni caso il testo integrale dell'articolo scritto per Le Salon Musical (che potete vedere cliccando QUI):

"Si torna a parlare, dopo qualche tempo, di Domenico Nordio e i Solisti de LaVerdi, e delle matinées presso M.A.C., Musica Arte e Cultura di Milano. E si torna a parlare anche di Mozart: l'appuntamento precedente aveva visto l'esecuzione del primo Quartetto Prussiano K.575 e del Quintetto per clarinetto e archi “Stadler” K.581 (è possibile leggere QUI l'articolo dedicato). Anche questa volta, l'intero programma ruota intorno al repertorio cameristico del salisburghese, spostando però lo sguardo ad alcune composizioni per i soli archi, come i Divertimenti K.136 e K.138, la celeberrima Eine Kleine Nachtmusik e il più raramente eseguito Adagio e Fuga in Do minore K.546.
E proprio con quest'ultimo si apre il concerto di Domenica 17 Febbraio. L'Adagio e Fuga, composizione unica del suo genere nell'elenco delle opere del compositore, costituisce una successiva elaborazione (risalente al Giugno 1788) della più nota Fuga per due pianoforti K.426 (scritta a fine 1783). Mozart trascrive qui la “severa” fuga per quartetto d'archi, e le antepone un breve ma meraviglioso Adagio, espressivo e struggente – quasi romantico nella sua indole – e ricco di rimandi, imitazioni, continue modulazioni. Inutile sottolineare, in quest'opera, il palese interesse di Mozart per la figura bachiana, nonché lo studio del relativo stile contrappuntistico.

Anche dei Divertimenti per archi si era già fatto cenno in precedenza (QUI), con il concerto proposto dai giovani musicisti di Merate Musica. Nordio e i suoi colleghi scelgono, differentemente, di proporre il primo divertimento, K.136 in Re maggiore – forse il più celebre ed eseguito dei tre – ed il terzo, K.138 in Fa maggiore. All'ascolto, queste composizioni scritte da un Mozart appena sedicenne di ritorno proprio da Milano (commissionategli da personalità del panorama nobiliare per l'intrattenimento di occasioni più o meno importanti) risultano immediate, agili, e prive di grandi sviluppi. Eppure, non mancano affatto delle minime inflessioni, quasi piccole ombre improvvise, dal tono più mesto; sono ben salde nella forma e risentono non poco di una vaga cantabilità all'italiana. L'esecuzione dei Solisti è stata frizzante e molto curata, dando la giusta esaltazione ad ogni aspetto senza perdere la fluidità discorsiva. In particolare, a partire dal Divertimento K.138, il secondo violino, Nicolai Freiherr von Dellingshausen, sembra osare di più, migliorando decisamente l'equilibrio sonoro della stessa formazione.

Segue – e chiude – il concerto la Eine kleine Nachtmusik K.525, in Sol maggiore. La più celebre ed eseguita di tutte le serenate del compositore, giustamente amata per il suo carattere spiccato, la sua freschezza d'idee e di scrittura, la sua lieta graziosità.
A partire dall'Allegro di apertura fino al Rondò, l'esecuzione si è rivelata non solo impeccabile, ma soprattutto (e non è affatto poco) originale: evidente un atteggiamento di “ricerca del nuovo”, del non già detto, grazie a una forte differenziazione delle dinamiche, mai identiche ad ogni ritornello, e all'adozione – assai apprezzabile – di piccolissime varianti od abbellimenti, spesso presumibilmente improvvisati. Ecco che questa piccola Serenata si riscopre diversa (o forse si rinnova, si attualizza), scrollandosi di dosso certe rigidità dogmatiche nell'esecuzione e liberando la sua vibrante passionale dialettica. Di forte impatto l'Allegro conclusivo, eseguito ben più speditamente del consueto, rendendolo “elegantemente frivolo”, civettuolo e brillante."

Ecco alcune foto di Nordio e i Solisti de laVerdi durante il concerto:





A presto!
Andrew

venerdì 14 settembre 2018

“Un viaggio dal Mediterraneo all'Europa del Nord, ma a passo di danza”, il Quartetto Guadagnini a SpazioTeatro89 (MiTo Settembre Musica 2018)

Ciao a tutti!

Un nuovo mio articolo per Le Salon Musical, dopo uno splendido concerto del Quartetto Guadagnini per la stagione MiTo, a SpazioTeatro 89.
Eccone il testo:

Un viaggio dal Mediterraneo all'Europa del Nord, ma a passo di danza”,
il Quartetto Guadagnini a SpazioTeatro89 (MiTo Settembre Musica 2018)


Un programma molto interessante e dai molteplici fils rouges quello proposto ieri sera, 13 Settembre, a Milano dal Quartetto Guadagnini. Dal Kaiserquartett haydniano al focoso Quartetto Op.27 di Grieg e passando per Hugo Wolf, questa giovane formazione – nata nel 2012 e arrivata presto a tenere recitals in prestigiose sale e teatri, oltre che registrare le composizioni di autori contemporanei come l'italiana Silvia Colasanti – ha saputo rivelare tutti gli aspetti che animano le musiche messe in programma.
Sin dal primo attacco si è potuta notare la ricercatezza del fraseggio e delle belle sonorità, quel grazioso ben noto del grande Haydn; la spigliatezza ritmica, la cantabilità – distesa, espressiva, piena, ma senza sentimentalismo – del Poco adagio, cantabile, tema (con variazioni) noto ai più per aver preso il posto dell'inno nazionale tedesco. Vigoroso anche il Presto, che sembra sterzare improvvisamente la lietezza generale degli altri movimenti della composizione e illudere una chiusura d'opera dall'umore teso e combattuto, ma che, come una strizzata d'occhio, si risolve in un luminoso e riappacificante Do maggiore.
Quindi ecco la ben nota – e suonata – Italianische Serenade, primo tempo di un'ipotesi di suite del compositore. Wolf stesso infatti, nelle lettere, accenna ad un secondo movimento già completato, ma del quale non si conoscono che 45 misure, abbozzate. Si conosce, inoltre, anche qualche pagina di una Tarantella, che avrebbe dovuto occupare il movimento conclusivo, ma che Wolf non portò mai a termine. La Serenata Italiana ci trasporta in un universo danzato, vibrante ed eccitato, che non cede mai la tensione. Il Quartetto Guadagnini ha pienamente reso quest'emozione, con mille giochi di suoni, fraseggi imprevisti ed esaltazioni delle cangianti armonie, tanto da rendere questa composizione qualcosa che “sapesse di nuovo”.
Dopo una breve pausa, la seconda parte del concerto è dedicata al Secondo Quartetto per archi Op.27, in Sol minore, di Edvard Grieg. Quest'ampia pagina di musica – totalmente, ininterrottamente pervasa di passione e di slancio – ci sposta di colpo dai profumi mediterranei ai paesaggi norvegesi, eppure restando aggrappata al tacco dell'Europa grazie alla scelta di un frenetico e febbricitante Presto al Saltarello a chiudere l'opera. Il primo tempo, Un poco Andante – Allegro molto ed agitato, mostra senza remore né attese il suo carattere focoso – a tratti veemente, rude: la scrittura è quasi sempre densa, e la sonorità piena; l'insistenza delle appoggiature rende il discorso “affannato”, quasi ansimante, tormentato. La Romanze che si innesta fra il primo tempo e l'Intermezzo – il quale non manca affatto di input popolari, pur avendo un'impronta massiccia come il primo movimento – è inizialmente dolce e sinuosa, ma, al suo centro, serba un'ulteriore inquietudine, qualcosa che ci desta dalla pace iniziale (prima di ritornarci nuovamente, come ogni Romanza che si rispetti).
Non si può non fare accenno alla bravura del Quartetto nel rendere tutto questo aufschwung musicale, questa multiformità di sentimenti e di scritture musicali. In particolare il primo violino, Fabrizio Zoffoli, che ha dato prova di una padronanza strumentale tecnica ed espressiva veramente notevole.
Dopo tre scrosci di applausi il Guadagnini regala come bis un'imprevedibile e metamorfica Polka di Šostakovič (tratta da The Golden Age), dando una volta di più saggio dell'abilità esecutiva, della cura dell'insieme e della comunione di intenti, caratteristiche necessarie a fare ottime sintesi anche di brevi composizioni così “bizzarre” e piccanti.”


A presto!
Andrew

lunedì 3 settembre 2018

"Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione"

Ciao a tutti!

Dopo un periodo abbastanza lungo di pausa dal mio amato blog - ahimé non per vacanza! - finalmente torno qui per condividere un secondo articolo, fresco-fresco!, scritto sempre per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione di un concerto davvero stupendo a cui sono stato Sabato scorso, 1 Settembre, ovvero quello del Quartetto Epos con il bravissimo Simone Gramaglia a sostituzione della viola.
QUI potete direttamente leggerlo dal sito de Le Salon, altrimenti questo di seguito è il testo:


Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione

Se dovessi riassumere in poche parole indicative il concerto del Quartetto Epos di ieri sera, 1 Settembre, nella bella cornice della Chiesa di San Pancrazio in Bergamo Alta, direi: cura, espressione e coesione.

Questo quartetto d’archi nasce nel 2015 dall’unione di quattro giovani musicisti provenienti dal Conservatorio della Svizzera Italiana. Nel corso della loro formazione quartettistica – che tuttora continua, frequentando il “corso di alto perfezionamento per quartetto d’archi” del prestigioso Quartetto di Cremona – si sono avvalsi della guida di valenti musicisti come ad esempio Danilo Rossi, Kladi Sahatçi e Aldo Campagnari (alias il secondo violino del Quartetto Prometeo).

Il programma del concerto prevedeva musiche di Haydn, Beethoven e Bloch, ma, fino all’arrivo in loco, non ero a conoscenza dei brani effettivamente eseguiti.
All’entrata del quartetto, scopro che c’è qualcosa di diverso: la violista, Georgiana Bordeianu, è sostituita da Simone Gramaglia, il violista del Quartetto di Cremona citato poco sopra. E’ veramente una fortunata coincidenza, per me: ricordo, qualche anno fa, un suo concerto in duo con il bravissimo chitarrista Luigi Attademo, un concerto del quale serbo ancora meravigliosi ricordi, sia per la bellezza musicale direi totale, che per la bravura dello stesso Gramaglia, che mi aveva lasciato del tutto senza parole: un suono bellissimo, un atteggiamento di intenso calore e confidenza con il suo strumento, l’impressione che esso “parlasse” al posto delle sue labbra.

L’attacco è con il Quartetto in Si minore Op.33 n.1 di Haydn. A dire la verità non conoscevo bene questa composizione, ma sin dalle prime note mi sono reso conto dello studio profondo che si cela dietro l’esecuzione: i quattro musicisti sembrano disquisire fra di loro, a tratti divisi a paia, a tratti facendo saltellare fra loro frammenti contrappuntistici. Hanno tutti un’ottima preparazione musicale, il loro suono è sempre pulito ed intonato, chiaro ed espressivo. Da ciò si nota la cura nei confronti della partitura haydniana, l’esaltazione del valore di ogni singolo inciso, il fatto che si percepisca l’intera composizione come un’immagine dai contorni ben delineati, senza che questi siano didascalici o eccessivamente sottolineati. Nel Menuetto: Allegro di molto echeggiano ribattuti che saranno tanto cari a certi scherzi brahmsiani, come quello del Trio Op.8; mentre l’Allegro di apertura è disteso e intriso di chiaroscuri, di indeterminatezze fra tonalità maggiore e minore (tanto che, dalle primissime note, il Quartetto sembra essere in Re maggiore), di afflati, attese, e sospensioni su accordi che lasciano titubanze o qualche punto di domanda. Dopo un Andante espressivo e cantabile, il fragore del Presto conclusivo, nel tipico stile di tanti finali del compositore – presenti anche in varie sonate e divertimenti  per pianoforte – lascia senza fiato, chiudendo il quartetto senza fronzoli, quasi inaspettatamente.

Quindi è il turno del Quartetto in Fa maggiore Op.59 n.1 “Razumovsky” di Beethoven. Quartetto fra i suoi più noti ed eseguiti, scritto nel 1805, si contraddistingue per la lunghezza dell’Allegro iniziale che, illudendo con una partenza quasi “pastorale” (non mancano infatti possibili somiglianze con l’omonima sinfonia) affidata alla voce calda e profonda del violoncello prima, e più acuta del primo violino poi, conduce in differenti zone dell’immaginazione e dell’elaborazione tematica. Notevole è anche l’ampiezza dello sviluppo, che richiama sovente il primo tema – interamente o in parte –  “piegandolo” in svariati modi, o frammenti melodici dei ponti modulanti portandoli in progressione o in stile fugato.
Ma il più enigmatico movimento resta il secondo, un Allegretto vivace e sempre scherzando che, nonostante la dicitura scherzosa, ha quasi più il carattere di un “intermezzo” (un po’ come, per tornare al già citato Brahms, troveremo nel suo Quartetto con pianoforte Op.25): la propulsione e la varietà ritmica sono le fondamenta ed il motore ruggente di questo brano che, partendo ancora una volta dal violoncello solista con un ribattuto e, subito dopo, dal secondo violino come ad alludere un ironico assolo di tromba, è continuamente inatteso e imprevedibile, giocando a fare il semiserio, poi il simil-popolare, e poi ancora più lirico. Anche qui l’elaborazione tematica induce a credere che non sia uno scherzo come si è soliti concepirlo, ovvero con un trio a frattura di due aree espressive similari, ma ad un’altra forma sonata, con sviluppo e ripresa annessi.
L’Adagio molto e mesto, intriso di struggimento ed introspezione, curato meravigliosamente nelle sonorità e nei significati dal Quartetto Epos, si lega indissolubilmente al “tema russo” dell’Allegro finale tramite un trillo sospeso sulla dominante a conclusione di una lunga cadenza solistica del primo violino (eseguita molto bene da Livia Roccasalva). Ed una volta di più è il violoncello a irrompere sulla scena, con un tema dallo stesso carattere pastorale del primo tempo, ma qui il clima è indubbiamente meno disteso, rigoglia di maggiore brio ed esaltazione, quasi invitando ad una danza. Beethoven conia indissolubilmente la pagina con le sue iniziali riuscendo a sviluppare in stile imitativo anche i tasselli così “sintetici” di questo finale, e, dopo un breve attimo di pace apparente, esplode in una concisissima coda in Prestissimo, chiudendo il quartetto nel pieno enthousiasmos.
Emozionante è stato vedere come Simone Gramaglia, violista “sostituto” del quartetto – nonché loro docente, come detto poco sopra – osservasse costantemente gli altri tre musicisti e partecipasse all’esecuzione con una coesione e una comunione di intenti davvero notevole: non è stato raro vederlo eseguire la propria parte seguendo anche le restanti, partecipando negli attacchi, negli episodi omoritmici, nelle conduzioni dei discorsi musicali. Questo a riprova della validità di questo musicista, e indubbiamente anche dello stesso Quartetto di Cremona, di cui egli è componente.

L’ultima, stupenda parte del concerto è rivolta a un repertorio decisamente moderno, con Ernest Bloch e i suoi Paysages, tre piccoli pezzi per quartetto d’archi, tre piccole gemme musicali dai caratteri estremamente diversi. Frequenti armonici, utilizzo della sordina e della zona del ponticello: effetti e colori assai distanti dai quartetti di Haydn e Beethoven. Il primo, intitolato North, richiama alla mia memoria le atmosfere rarefatte, quasi nebbiose di Prelude à la nuit della Rhapsodie Espagnole di Ravel, con quei tetracordi discendenti ripetuti più volte in emiolia e quello stile “a macchie” nella distribuzione del materiale sonoro, quasi sempre costituito da pochissime note (talvolta cromatismi) o minimi frammenti melodici. Quindi il secondo, Alpestre, il cui titolo rende pienamente giustizia al carattere del pezzo, ben più “materiale” ed esplicito del primo, contraddistinto da un motivo espresso più volte dalla viola sola, quasi iconico, un versetto dolce e vibrante. E infine il terzo, Tongataboo, il più rude e focoso dei tre, contraddistinto da un ritmo incessante, quasi “rumoroso”, di ribattuti, pizzicati, quinte vuote e trilli nervosi, ai quali cerca di allinearsi una idea melodica di carattere patetico e melanconico, a metà fra il carattere di un tango un po’ bizzarro e un canto popolare di quelli tanto cari a Béla Bartòk.

Il quartetto riceve calorosi ripetuti applausi ed una standing ovation che istiga a regalare ben due bis: il secondo movimento del Quartetto Op.76 n.1 di Haydn e una ripetizione ancora più infuocata del finale dell’Op.33 n.1 eseguito inizialmente."


Spero di tornare presto e di non avere più "pause forzate" così lunghe!
Un saluto fresco di fine estate!

Andrew