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lunedì 10 luglio 2023

Duo Cordé: dal Museo Teatrale alla Scala per "Dischi e Tasti" al Primo premio assoluto al "Concorso Villa Oliva"

Ciao a tutti!

Questa estate si sta rivelando ricca di momenti di grande valore.

Il lavoro che da un anno e mezzo porto avanti con il mio amico e collega Giuliano Marco Mattioli sta portando dei frutti meravigliosi, che non fanno altro che caricare e motivare ancora di più i nostri propositi.

Recentemente abbiamo avuto il piacere di tornare al Castello Visconteo di Grazzano Visconti per un récital comprendente gran parte delle composizioni che registreremo nei prossimi mesi; pochi giorni dopo siamo stati ospiti della rassegna "Dischi e Tasti", ciclo di presentazioni-concerto organizzate da Luca Ciammarughi che si svolgono presso il Museo Teatrale alla Scala di Milano, dove abbiamo avuto lo spazio necessario a parlare di noi, del nostro lavoro come Duo Cordé, e di suonare, tra gli altri, anche una nostra trascrizione di Sposalizio, di Franz Liszt.

A questo link è possibile ascoltare lo streaming del pomeriggio al Museo Teatrale alla Scala.







Qualche giorno dopo abbiamo partecipato al "Concorso Villa Oliva", di Cassago Magnago (Varese). E' stata un'altra grandissima soddisfazione ottenere il Primo premio assoluto per la categoria di musica da camera. La giuria era presieduta dal grande pianista Daniel Rivera, il quale ha manifestato un grande entusiasmo noi nostri confronti, per il nostro modo di vivere e collaborare nella musica, e per le nostre esecuzioni.


Proprio ieri si è svolto il concerto di chiusura del concorso, che abbiamo chiuso proprio noi con l'esecuzione del Tema y variaciones Op.100 di Joaquin Turina.


Ho vari progetti per questo prossimo autunno, ai quali ho già cominciato a lavorare... vi racconterò!

Per ora... a prestissimo, e buona estate! 

Andrea

martedì 13 luglio 2021

Ingrid Carbone e il “Sentimento della Natura”

Rieccomi,

la fretta non mi permette di fermarmi particolarmente, ma condivido con piacere la mia intervista alla pianista Ingrid Carbone in occasione del suo disco dedicato a Liszt, "Le sentiment de la nature".

L'intervista si può leggere a questo link sul sito di Le Salon Musical, oppure qui di seguito:

"Ingrid Carbone e il “Sentimento della Natura” 

Di recente incisione è “Le Sentiment de la Nature”, secondo disco interamente lisztiano della pianista Ingrid Carbone, che presenta una selezione di brani estratti dalle Harmonies poétiques et religieuses, dalle Années de Pèlerinage e dalle due Légendes.
Per l’occasione ho intervistato Ingrid, che molto volentieri ha risposto alle mie domande. 

Il suo disco si chiama “il sentimento della natura”. Leggendo le note di Chiara Bertoglio, si possono riassumere tre “ricorrenze” fondamentali, sia del disco che della figura di Liszt: l’elemento della natura come fattore ispiratore sublimato; la letteratura, quale fonte descrittiva e di contemplazione; la componente religiosa, che per il compositore sfocia in una sentita attrazione per il trascendente.

Quanto tutto ciò ha influenzato le scelte di repertorio per il suo disco? 

La risposta è indubbiamente positiva: si tratta del mio terzo CD, e del secondo dedicato a Liszt. Già nel primo CD l’attrazione verso queste tre “ricorrenze” si era palesata: Sonata Dante, Six Consolations, Légende n.2: St. François de Paule marchant sur les flots e Liebestraum n.3 lo testimoniano. Tuttavia, non posso nascondere che con il passare del tempo queste tre “ricorrenze” stanno sempre più diventando le “mie ricorrenze”. Non è un caso, infatti, che il mio secondo CD sia stato dedicato a Schubert con i quattro Impromptus Op.90 e i Six Moments Musicaux Op.94. Ma aggiungo che la mia vita quotidiana, e quindi anche al di là delle scelte di repertorio, è continuamente accompagnata (direi anzi, segnata) da un crescente amore verso la natura e verso gli animali, da ripetute battaglie in difesa dei deboli (e non solo degli animali). E poi c’è il mio continuo pormi domande, cercare risposte, trovarle e non trovarle, tutto stimolato dall’altra mia fedele compagna – la lettura. Si tratta di un mix che naturalmente mi spinge verso un certo repertorio. In questo mio ultimo CD sono presenti la Légende n. 1: St. François d'Assise (La prédication aux oiseaux), e Les jeux d’eaux à la Villa d’Este con il suo significato altamente religioso estrinsecato dalla magia delle acque (quelle terrene e quelle della vita eterna): si tratta di due brani in cui natura e religiosità si fondono mirabilmente. D’altra parte, Invocation (con la sua citazione di Lamartine) e Funérailles sono entrambi tratti dalle Harmonies poétiques et religieuses. Per finire con la Vallée d’Obermann, così legata a Byron, a Senancourt, alla bellezza dei paesaggi svizzeri. Insomma, cinque brani accuratamente scelti proprio in rispetto delle tre “ricorrenze”. 

Quanto, e in che modo, le informazioni note riguardo questi pezzi hanno contribuito alle sue scelte interpretative? 

Se come informazioni note intende le interpretazioni presenti in discografia, devo dire che io non le prendo mai come riferimento: ascolto tanta musica, e non solo per pianoforte, ma quando inizio a studiare un brano cerco la mia interpretazione, e evito di ascoltare altre registrazioni, se pur autorevoli. Se, invece, si riferisce a tutto ciò che “accompagna” l’elaborazione di ogni brano, e che comprende dunque lo studio della vita del compositore e il suo percorso creativo, il contesto storico, le diverse fonti di ispirazione (come letteratura, pittura, natura, religione), le testimonianze epistolari, allora tutto ciò non solo contribuisce, ma determina le mie scelte interpretative. Lo spartito diventa il punto di partenza di un lungo percorso che si arricchisce sempre di nuovi elementi e che porta alla mia personale interpretazione che mi auguro sempre sia vicina a quello che il compositore aveva inteso. 

Il virtuosismo di queste composizioni ha un ruolo differente rispetto a quello di altri brani di bravura; come ha approcciato alla componente virtuosistica? Che significato musicale ha avuto per lei? 

In Conservatorio ho avuto la fortuna di essere seguita da maestri di grande spessore, che mi hanno fornito le basi necessarie per affrontare qualsiasi difficoltà, nonché disciplina e metodo di studio. Non ne ero certo pienamente consapevole a quel tempo, ma col passare degli anni me ne convinco sempre di più. Dunque, le difficoltà tecniche non mi spaventano mai quando studio un nuovo brano, mentre l’interpretazione mi richiede sempre tempo e lavoro certosino. Ma il virtuosismo di Liszt non è mai fine a sé stesso, e questo è un altro aspetto affascinante della sua musica.  In realtà, io intendo il virtuosismo come un mezzo, e non come un fine, e in Liszt questo mio approccio si rivela essenziale. Ho inciso la Sonata Dante nel mio CD d’esordio: è considerata uno dei brani più difficili del repertorio pianistico, dopo la Fantasia Wanderer di Schubert (anch’essa nel mio repertorio). Anche lì la tecnica e il virtuosismo mi sono serviti per consentirmi di esprimere tutte quelle emozioni, quelle “immagini” così chiaramente indicate ed evocate da Liszt. I cinque brani presenti nell’ultimo mio CD richiedono ciascuno delle abilità tecniche avanzate e differenti: non solo le famose terzine di ottave dei Funérailles, non solo i rapidi arpeggi di Les jeux d’eaux à la Villa d’Este, non solo le scale di ottave della Vallée d’Obermann, tanto per citare tre brani noti per il loro virtuosismo, ma anche Invocation e la Légende dedicata a Francesco d’Assisi (brani meno famosi) necessitano di abilità tecniche notevoli. Invocation ha richiesto una grande attenzione per le sonorità maestose richieste: f, ff, e fff devono essere resi senza durezza, senza spigolosità, ma sempre pensando che si tratta di un omaggio alla magnificenza del creato e del creatore. Credo però che, tra tutti, la leggenda dedicata a San Francesco d’Assisi sia quella che ha richiesto maggiore lavoro, ed è stato un lavoro lungo ma entusiasmante alla ricerca del tocco giusto (e della tecnica giusta) per far “cantare” vari tipi di uccelli. Dunque, un grande virtuosismo al totale servizio della musica. 

Crede che la “musica a programma” – in questo caso, per pianoforte – possa in qualche modo “viziare” l’ascolto e la percezione di un brano? Oppure ritiene che resterebbe invariata a prescindere dalla consapevolezza o meno di tali informazioni? 

Più che “viziare” direi “indirizzare”. Premesso che l’ascolto della musica è sempre soggettivo, in quanto condizionato da molteplici fattori, resta il fatto che già solo il titolo (possibilmente autografo) indirizza l’ascoltatore verso la giusta sfera emozionale. E ciò può essere solo positivo. Ovviamente, una corretta interpretazione della “musica a programma” già dovrebbe (sperabilmente) trasmettere all’ascoltatore emozioni, sensazioni, evocazioni adeguate. Liszt, attraverso la sua musica, narra una storia, dipinge un quadro, recita una poesia: spiegare i brani ancor prima di eseguirli, accompagnando così l’ascoltatore dall’inizio alla fine dei ciascun brano, fornendo esempi, chiavi di lettura, elementi tecnici o melodici che individuano  univocamente quel brano e solo quello, non solo non limita e non “vizia” l’ascolto, ma lo arricchisce, aumentando la consapevolezza e, perché no, gratificando l’ascoltatore nel momento in cui riconosce i vari passaggi significativi descritti nella presentazione. È esattamente quello che cerco di fare attraverso le mie conversazioni-concerto: il riscontro del pubblico mi spinge ad andare sempre di più in questa direzione. 

Cos’è per lei il trascendente? Dove, a suo dire, lo si può riscontrare nei brani scelti? 

A una domanda così complessa rispondo con estrema sintesi: il trascendente è per me la mia musica. Sempre. E’ la mia maniera di entrare in un’altra dimensione, di essere me stessa, di sentirmi in sintonia e in armonia con il mondo, e allo stesso tempo essere di volta in volta ciò che eseguo: gli uccelli che cinguettano, San Francesco d’Assisi che predica e benedice, gli zampilli e le cascate dei Jeux d’eaux à la Villa d’Este, le campane che suonano a morto nei Funérailles, lo stupore di fronte alle bellezze della natura e alla straordinarietà del creato nella Vallée d’Obermann, la spiritualità e la religiosità di Invocation.

In conclusione, con la mia musica anelo e contemplo l’infinito."


A prestissimo!
Andrew

giovedì 8 novembre 2018

“Grida, rap, folia” trittici colti e popolari da Francesco Libetta

Ciao a tutti, 

torno dopo qualche giorno di silenzio per condividere l'ultimo articolo, fresco di pubblicazione, che ho scritto per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione del concerto del pianista Francesco Libetta, che ha sorpreso il pubblico di SpazioTeatro89 con un programma interessante, inusuale e dedicato al repertorio ispirato da scene popolari.

Condivido qui il testo per intero:

"Parlare di Francesco Libetta riferendo soltanto alla sua bravura, al suo virtuosismo, all'eleganza del suo atteggiamento pianistico o sul palco sarebbe mera ripetizione di aspetti già sottolineati più volte, dei quali bene o male si è già a conoscenza da tempo. Il Libetta di cui oggi vale la pena parlare è colui che svela e propone repertori inusuali o semi-sconosciuti, autori considerati minori ma che possono ancora stupire; il Libetta che sceglie programmi da concerto pochi giorni prima della performance, che trova fili rossi molto sottili, che può passare con nonchalance da protagonista assoluto a condivisore del palco con altre formazioni.


Nel concerto di Domenica 4 Novembre scorsa, presso SpazioTeatro89 a Milano, questi sono gli aspetti che più hanno lasciato il segno e hanno sorpreso il pubblico presente. “Grida, rap, folia (ovvero il viandante virtuoso, dall'Arabia al Quai d'Orsay)”: un trittico che riduce la multiforme scaletta di questo recital – anch'esso composto da alcuni trittici – e che Libetta stesso spiega nelle sue interessanti disquisizioni. La musica descrive il mondo senza discriminazioni, soffermandosi sia su immagini più nobili sia su altre più semplici, popolari, e traendo ispirazione dalle più disparate situazioni. Torna sotto gli occhi la figura del viandante, ma diverso da quello evocato da Jeffrey Swann un paio di settimane prima: il viandante, questa volta, come l'uomo che vive nel volgo, al quale si mischia e nel quale si confonde, del quale memorizza scene, canti e volti portandoli con sé, annotati nei suoi album e nei suoi diari.


Per la partenza c'è Scott Joplin, e quel genere musicale che il nostro pianista definisce simil-ironicamente “musica suonata distrattamente per gente distratta”: brani come The Entertainer o Maple leaf rag non sono nati per le sale da concerto, per avere tutti gli occhi e le orecchie addosso, ma pagine di sottofondo ad eventi e situazioni altre. E, in questo, dunque, l'esecutore non è il protagonista della scena, ma anzi, una componente forse al limite dell'ignorabile. Ciononostante l'esecuzione è elegante, disimpegnata, trasporta negli anni in cui questa musica è stata scritta. Poi si fa un balzo più avanti nel tempo, con un rap vero e proprio, il Rap del Quai d'Orsay, pagina inaspettata del pianista e compositore Andrea Padova (presente in sala, e che sale sul palco qualche secondo per salutare e ringraziare Libetta per la scelta). Qui la musica sembra volgersi alla sillabazione serrata tipica di questo genere musicale, si priva di un vero spirito melodico per concentrare sempre più intensità nell'aspetto ritmico e in quello della massa sonora, che in alcuni frangenti si fa davvero fragorosa e mordace.


Da Padova si torna a Libetta, come esecutore di propri lavori: tre pezzi estratti da Prosthesis (La coppia di anziani, Danza cubana e Duo) e una Parafrasi immaginaria sulla Saracena di Wagner. Su quest'ultima vale la pena soffermarsi. Non esiste alcuna musica scritta da Wagner, ne esiste soltanto il libretto. Libetta, rimasto colpito dallo scenario dell'opera, ovvero Lucera, località a pochi passi da Foggia (e noi sappiamo che egli è originario della Puglia), traccia una visione ipotetica di temi ed elaborazioni dai tratti sinfonici, per poi adottare una breve citazione wagneriana per conclusione.


Ed ecco un altro trittico, quello famosissimo italiano di Franz Liszt, noto come Venezia e Napoli, celeberrime composizioni nelle quali ritroviamo quel Libetta cavalcatore di tastiere e dominatore indiscusso – e indiscutibile – di repertori virtuosistici. Gli arabeschi della Gondoliera si spandono gentilmente nella sala, bellissima è la coda di questa barcarola, con quel fa diesis reso così importante, così fondamentale. L'inquieta Canzone, sorretta da perpetui tremoli, che segue è sempre di un gondoliere, ed è estratta dall'Otello rossiniano, e sfocia senza soluzione di continuità nella Tarantella conclusiva, gran pezzo da concerto che Libetta esegue da sempre con grande energia ed eleganza, chiudendo con una coda davvero poderosa.


Tornando ad autori detti minori, il concerto segue con Pixis, pianista e compositore a suo tempo piuttosto noto (tant'è che darà il suo contributo nel Héxameron dello stesso Liszt, e al quale Chopin dedicherà la sua Fantasia su arie polacche Op.13). Ancora nel popolare, ma questa volta nel Lazio, con Scena popolare di Roma, un altro trittico che rievoca pifferai e saltarelli, avvolti nella dolcezza di una Canzone alla Madonna, motivo che sembra rendere compatta la composizione.


Dall'Italia finiamo in Oriente, con due brevi momenti di pianoforte a 4 mani: allo sgabello di Libetta se ne aggiunge uno per Giulio Galimberti, ed insieme eseguono un quieto e melanconico Canto arabo di Godowsky e Laideronnette, imperatrice delle pagode, uno dei brani che compongono Ma Mère l'Oye di Ravel.


Chiude il concerto la scelta forse più azzardata, ma anche forse più aderente all'idea del programma. Si torna in Italia, per ascoltare le Grida dei venditori di Napoli di Federico Ricci: dieci brevi pezzi per voci e pianoforte nei quali si alternano pescivendoli e fruttaroli, panettieri e macellai, trasportando il pubblico in un vero quadro napoletano popolare dell'800 (molto divertente la figura del venditore di carne di maiale, interpretata da un misterioso personaggio in costumi molto evocativi...).


Grandi applausi per un musicista così eclettico e per un programma così diversificato, efficamente bizzarro: Libetta torna sul palco e in uno slancio affettuoso regala una bella esecuzione della sua parafrasi sulla canzone La cura di Franco Battiato, brano che mette in luce sia le sue doti di grande pianista, che tratti estremamente sensibili della sua immaginazione.


Sperando di tornare a scrivere qui al più presto, lascio qualche fotografia scattata e mando un saluto!
Andrew








martedì 23 ottobre 2018

Slanci e memorie dal taccuino di un poeta giramondo: Jeffrey Swann (SpazioTeatro89, 21 Ottobre 2018)

Ciao a tutti!

Ho recentemente instaurato una nuova collaborazione. Si tratta di un'altra rivista online di musica: L'Ape Musicale. Pertanto, mi ritroverò a pubblicare rispettivamente per ben due testate, quella appena citata, e quella per la quale ho già scritto diverse volte, Le Salon Musical.
Dopo alcune peripezie, ecco il primo articolo, sul bellissimo concerto che domenica scorsa, 21 Ottobre, il M° Jeffrey Swann ha dato a SpazioTeatro89. Il link al sito lo potete trovare qui.

Condivido come solito l'intero testo pubblicato:


"Slanci e memorie dal taccuino di un poeta giramondo: Jeffrey Swann
(SpazioTeatro89, 21 Ottobre 2018)

Il viandante è una figura delle più tipiche e iconiche del periodo romantico: l'inquietudine dell'artista, del musicista, si butta in grandi traversate del mondo e del proprio animo – che spesso sono la medesima cosa. Egli cerca in sé autentico e al contempo scopre terre sconosciute, si tuffa nei pozzi adombri del proprio tormento interiore e poi lancia il cuore in avanti, verso nuovi orizzonti, nuovi panorami e alla ricerca di nuove ispirazioni.
Da Schubert – ma, se vogliamo, anche già dallo stesso Beethoven, basti pensare alla Pastorale – fino al pellegrino Liszt o al nordico fiabesco dell'opera wagneriana, l'urgenza di conoscere, di assaporare il nuovo (con la vista, il tatto, con le emozioni; insomma, con tutto il proprio essere) e ritrovare da dove si viene sprona il compositore a viaggiare, a spostarsi, ad appagare il proprio spirito stancandolo, quasi snervandolo, e creando mete sia come punti di arrivo che come luoghi dai quali tornare, arricchito e cambiato.
L'eroico e fiero camminatore schubertiano è, invero, carico di inquietudine, ma il viaggiatore lisztiano è tenace e vuole meravigliarsi, quasi misticizzarsi, innalzare il sé umano e la sua scintilla divina assopita dai “peccati” di seduzione, di desiderio di conoscenza.
Jeffrey Swann non manca affatto di incarnare, nelle esecuzioni del suo concerto “Album, stampe, diari (e diavoli)”, questi tratti vitali del musicista romantico: ascolta e rielabora magicamente i suoni dell'acqua di Au bord d'une source o di Jeux d'eau à la Villa d'Este attraverso un uso piuttosto parco del pedale, esaltando così ogni microrganismo sonoro; si lamenta e si infuria nella Vallée d'Obermann, fra linee melodiche che si insinuano, ora dubbiose, ora fragili e pure, ora più dannate e temporalesche, dominando tutto con sorprendente agio; danza insieme al Faust goethiano, a Mefistofele e all'intero villaggio in un primo, magico Mephisto Waltz come raramente si è sentito eseguirne.
Ma l'errare umano, nell'accezione dello spostarsi senza sosta e senza meta, sembra portare la società romantica verso un sentimentalismo blasonato, rimaneggiato e corrotto, macchiato. L'esaltazione delle emozioni diviene manipolazione, trasfigurazione, dannazione degli animi. Ecco quindi che l'epoca moderna, con un dei suoi massimi baluardi, Claude Achille Debussy, cerca di ridimensionare il tutto cercando un sano distacco, il quale non deve negare o impedire di emozionare ed emozionarsi, ma tenta di non farsi completamente plagiare e soggiogare.
Lo stesso viandante cambia: sembra più non camminare con i propri piedi, ma affidarsi all'immaginazione. E l'arte non descrive, non ritrae, non testimonia direttamente: evoca. C'è sempre uno spazio fra il compositore e la fonte d'ispirazione. Un po' per ragioni puramente oggettive: l'Asia e la Cina, che tanto stimolano le idee dei compositori con le loro sonorità ed i loro strumenti tipici, non si trovano certo dietro l'angolo; un po', come già detto, per autodifesa, e per spirito anti-romantico. L'evocazione qui è ora enorme, ora più sottile, dalle Collines d'Anacapri alla Puerta del Vino, passando per la Scozia (Bruyères) e l'Inghilterra dei romanzi di Dickens con Hommage à S. Pickwick Esq. P.P.M.P.C., e Swann ancora una volta ci sorprende per la bellezza e la multiformità del suono pianistico, parametro al quale nemmeno sembra davvero badare, nonché per la vivacità timbrica e le scelte interpretative. Ancor di più Pagodes, il primo brano del celebre trittico Estampes, sembra nascere dalla visione eterea di pagode giavanesi che si rivelano inaspettatamente dietro un ramo scostato (bellissima la fase finale degli arpeggi, vaporosi e aerei ma assolutamente chiari). La soirée dans Grenade è stato uno dei picchi più alti dell'intero recital, con un'apertura del tema in La maggiore davvero di grande effetto e un'ottima capacità di dividere i vari mood ritmici e melodici senza che questi subissero un distacco fra loro. Infine Jardins sous la pluie, rielaborazione debussyana di un suo brano precedente (il terzo delle Images Oubliées) ispirato alle canzone popolare infantili “Dodo, l'enfant do” e “Nous n'irons plus au bois”, si è distinto per il suono scintillante delle ultime pagine e per il tono entusiastico, esaltato della conclusione.
Ma non è tutto qui: Swann in questo programma ha scelto di fare cenno anche ad un altro tipo di viandante, quello un po' più etnomusicologico. In questo caso, all'italiano Ferruccio Busoni.
Certamente Busoni non si può assimilare a baluardi dell'etnomusicologia quali ad esempio Bela Bartok, ma il suo interesse per gli indiani d'America è notevole (tanto da suggerirlo come argomento di tesi ad una sua allieva di Berlino), ed il suo ruolo in qualità di viandante è quello di andare alla ricerca di nuovi sistemi musicali, scalari, dei quali appropriarsi per scrivere propria musica – mentre Bartok approccia alla musica popolare da un punto di vista meno “artistico” e perlopiù storico-scientifico.
Swann sceglie infatti il Diario Indiano, raccolta di quattro pezzi molto differenti fra loro e molto caratterizzati nello spirito, i quali si distinguono infatti per le sonorità non convenzionali e per una tonalità ormai orientata verso un futuro lento ma netto disgregamento."









A presto!
Andrew

mercoledì 26 settembre 2018

"La lucida spontaneità di Irene Veneziano" (Missaglia, 22 Settembre)

Ciao a tutti!


Il mio più recente articolo per Le Salon Musical (che potete vedere sul sito QUI) riguarda una pianista che conosco da ormai un po' tempo e che apprezzo molto: Irene Veneziano.
Ho presenziato a un suo recente concerto al Monastero della Misericordia di Missaglia, nel quale ha suonato musiche di Chopin e Liszt.


Ripropongo il testo dell'articolo:

"La lucida spontaneità di Irene Veneziano

E' con non poco piacere che questa volta parlo di Irene Veneziano. Conosco quest'ottima pianista ormai da qualche anno – per essere precisi, dalla sua partecipazione alla Chopin Competition del 2010, quando si classificò tra i semifinalisti. In questi 8 anni circa ho avuto occasione di ascoltarla, seguirla, osservarla da tanti punti di vista, e in vesti differenti fra loro. Ho visto il suo stesso pianismo cambiare, consolidarsi e raffinarsi. Sono stato suo allievo in diverse masterclass, ed ho potuto sperimentare il suo approccio all'insegnamento, il suo desiderio di comunicare, mettendo a disposizione le sue conoscenze a tanti pianisti come me.
Il suo stesso amato Chopin ha cambiato un po' il volto, nel tempo. E questo è interessante, quasi divertente, se ci faccio caso. Non credo di aver mai udito esecuzioni “prestampate” dalle mani di Irene, interpretazioni che non subiscano – felicemente, direi! – l'influsso del tempo che passa e della maturità musicale che cresce. Questo mi è stato possibile notarlo, negli anni, ascoltandola eseguire più volte brani che porta in repertorio dacché la conosco.
Il concerto di Sabato 22 Settembre, presso quella bellissima cornice dal fascino quasi decadente che è il Monastero della Misericordia di Missaglia, più di altro ha riacceso questa consapevolezza: il programma bipartito fra Chopin e Liszt, ripercorrendo alcune fra le pagine più note dei compositori, è stata per me una chance di riascoltare Irene in un recital solistico, cosa che non mi accadeva da un po' di tempo.
Il primo brano, il celeberrimo Notturno Op.9 n.2 in Mi bemolle maggiore, ha risuonato delicatamente fra le alte arcate del Monastero. L'interpretazione era morbida, scorrevole ma molto cantabile, e non ha mancato di sottolineare eloquentemente i vari arabeschi e le minuscole varianti della melodia principale, per poi sperdersi in un quel brusìo di cristallo che è la coda. A seguire, altro brano tanto amato, la Ballata Op.23 in Sol minore. Da qui ho cominciato a percepire quella maturazione musicale di cui ho detto poco sopra. E' interessante notare come Irene abbia più volte eseguito certi brani senza mai “stancarli”, trovandoci sempre un pretesto per ricercare sfaccettature nuove, che fossero piccoli cambi di pedale, esaltazioni di polifonie interne o raddolcimenti di sonorità in precedenza sentite più epiche, come il bellissimo secondo tema, nella riproposizione centrale in accordi, in La maggiore.
Tanto tragica e perentoria si conclude la Ballata, tanto “sinistramente” si apre lo Scherzo Op.20 in Si minore, brano che non avevo mai ascoltato eseguire da lei (così come il precedente Notturno). Dopo i due accordi in fortissimo che suonano come caustiche annunciazioni, si apre lo scenario agitato e irrequieto dello Scherzo, fatto di rapidi slanci verso l'acuto ed indecisioni che portano la linea discorsiva ad infrangersi su accenti che ne invertono la rotta. Improvvise soste su ottave basse e cupi frammenti melodici continuamente – quasi ossessivamente – riproposti, il secondo tema che sembra nascere da un apparente rasserenato Re maggiore, ma che poi ripiomba nel primo tema, sempre più in fibrillazione, dopo una cadenza dagli afflati taglienti. Dopo la riproposta dell'intero episodio, ecco il cambio di scenario: una tenerissima melodia in Si maggiore, a quanto pare l'elaborazione di un dolce e nostalgico canto di Natale polacco. Sembra quasi un dondolo, una culla, questo morbido saltellare fra un'ottava e l'altra: la musica si crogiuola in se stessa, trova un po' di calore e fa sbocciare un tema dal tracciato più lineare e declamato, richiama il canto di natale... E' bene ricordare che Chopin stesso ci ha lasciato testimonianze sulla genesi di quest'opera nelle sue lettere. In una di esse, scritta a 20 anni nel Natale del 1830, egli racconta: «Dal momento che era la Vigilia di Natale [...] tutto solo, a passo lento, verso mezzanotte me ne sono andato alla Cattedrale di Santo Stefano. [...] Il silenzio era assoluto; talvolta solo il passo del sagrestano che accendeva le candele in fondo al tempio lo interrompeva. Dietro di me una tomba, sotto di me una tomba... mancava solo un sepolcro sopra di me. Dentro mi scaturì allora una musica tetra... e sentivo più che mai il mio assoluto abbandono». “Tetro”: quale termine migliore di questo per connotare lo Scherzo Op.20? Quale modo migliore per portare alla vista quel lato oscuro, tormentato del compositore, che asseriva di “fare il composto” nei salotti per poi “scagliare fulmini sul pianoforte” una volta rientrato a casa?
Se il primo dei quattro scherzi si presenta così inquietante e spettrale, non è da meno l'interrogativo inizio del secondo, celebre Scherzo Op.31, che chiude la prima parte del programma. Le sommesse ma mordenti terzine si alternano a incisi più appassionati, in registri opposti del pianoforte. Ho sentito tante volte eseguire questo pezzo da Irene, e anche qui trovo qualcosa di diverso, di ricercato ma anche di più libero. In particolare la sezione centrale, negli episodi più sonori, c'è una maggiore impronta poetica nonostante il ritmo sembri dire diversamente.
Dopo una breve pausa, Irene torna alla tastiera, aprendo la seconda parte con Sposalizio, poeticissimo brano lisztiano tratto dagli Années de Pelerinage. Il tocco morbido ed il legato non cedono di fronte alla scelta di un andamento decisamente più spedito di come lo abbia sentito in esecuzioni di altri pianisti. Ciononostante, è bello; specialmente la prima parte, delicatissima e dal suono quasi liquido, con una pedalizzazione tutt'altro che scontata.
Segue una delle parafrasi a mio avviso più riuscite fra tutte quelle scritte da Liszt, ovvero quella sul quartetto “Bella figlia dell'amore”, dall'opera Rigoletto di Giuseppe Verdi. I virtuosismi qui contenuti sono risolti in modo brillante, le ottave ribattute in modo rapido non sono affatto nervose, gli arabeschi che ornano il tema principale creano ondate che vanno e vengono sulla tastiera e scintillano discretamente come piccole perle toccate dalla luce delle vetrate.
Se si pensa che questo genere di composizioni, all'epoca, nascevano praticamente in pubblico, dalle richieste che quest'ultimo muoveva ai pianisti, si resta stupefatti delle abilità improvvisative – quasi da prestigiatore – di Liszt. E tutto ciò restando comunque molto musicale e ispirato: non c'è alcuna forzatura nei passaggi di bravura, non c'è traccia esibizionista.
Chiude il programma la focosa e brillante Rapsodia Spagnola. Irene non manca un colpo nemmeno qui, e conduce verso la meta in modo impeccabile. Bellissimi gli effetti della Jota Aragonesa, fra impeto di danza e rievocazioni nostalgiche, con mille e più varianti ritmiche e timbriche, prima di esplodere nelle energiche scariche di ottave alternate e in una coda pomposa che rievoca il primo, famoso, tema del brano, Folies d'Espagne."








A presto!
Andrew