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giovedì 13 ottobre 2022

L'Inserto Musicale, incontri di divulgazione sulla musica

Ciao a tutti!

Ieri sera è cominciato "L'Inserto Musicale", un mio progetto di incontri di divulgazione sulla musica. Il progetto è stato accolto calorosamente dall'associazione culturale Spazio Heart di Vimercate, e dalla sua presidente Simona Bartolena.

Sono veramente contento che questa mia idea abbia potuto trovare uno sbocco al di là dei soli contesti dedicati agli "addetti" alla musica (come ad esempio è stato per Vinyl Vintage Venue, in collaborazione con il Conservatorio Puccini di Gallarate). Perché arrivare anche a chi non ha - o non ha avuto l'occasione di avere - una formazione musicale, è qualcosa per me di molto importante.

Credo che la mia fotografia qui sotto parli senza bisogno di aggiungere altro 😊

Vi terrò aggiornati sugli sviluppi.

A presto!

Andrea

martedì 10 maggio 2022

"Vinyl Vintage Venue"

Ciao a tutti!

Gli ultimi mesi sono stati piuttosto intensi e ricchi di cose nuove.
La prima di cui vorrei parlarvi è quella del titolo di questo post: Vinyl Vintage Venue.

Si tratta di un ciclo di serate appartenenti alla stagione di eventi del Conservatorio "G: Puccini" di Gallarate, volte a valorizzare l'ottimo archivio di vinili presente in istituto, attraverso dei momenti di divulgazione e condivisione.

Il Direttore, Carlo Balzaretti, mi ha affidato alcune di queste serate, e non sarei potuto essere più contento, essendo io appassionato a questo genere di eventi.
A suo tempo ho avuto la possibilità di immergermi totalmente nell'archivio, farmi "assalire" da un sacco di idee e infine scegliere di cosa avrei parlato e su quali dischi avrei incentrato le mie serate.

La prima serata, un po' "a richiesta" per chi mi conosce, è stata una serata sulla maturità chopiniana.
La seconda un intreccio di musica e letteratura, attraversando da Beethoven fino agli anni venti del '900.
La terza una serata sull'infanzia in musica, osservata dagli occhi di due "colleghi" come Schumann e Brahms, con il loro personalissimo punto di vista.









Non nascondo l'emozione provata, e spero ci siano in futuro altre occasioni di realizzare altre serate come queste.

Anche alcuni giornali online hanno parlato di questa manifestazione abbastanza rara. Ecco qualche link da leggere:

Qui invece ecco un video di Radiomontediviso con una breve intervista fatta a me e a Carlo Balzaretti in occasione della serata su Chopin:



A presto con un altro post!
Andrew

mercoledì 24 luglio 2019

Piccole gemme e celebri capolavori a “Città Alta Chamber Music Week”

Ciao a tutti!

Dopo diverso tempo e alcune vicissitudini torno qui. Lo scorso mese di Giugno è stato denso e alquanto impegnativo (non che questo Luglio sia stato calma piatta!), ma mi ha regalato un bel momento di musica nel concerto della sera del 21, con un pubblico caloroso e attento.
Dedicherò al concerto un piccolo post, ma ora sono qui per condividere l'ultimo articolo scritto per Le Salon Musical dopo l'ascolto di uno dei concerti conclusivi della masterclass "Chamber Music Week" di Bergamo.
Ecco il testo integrale, che potete comunque leggere anche sul sito a questo link:

"Giunge quest'anno alla terza edizione la “Città Alta Chamber Music Week”, una masterclass di musica cameristica della durata di una settimana, nata da una felice collaborazione tra il Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo e la concittadina Fondazione MIA che consente a studenti provenienti sia dall'Italia che dall'estero di approfondire il repertorio dedicato agli strumenti ad arco (con o senza la partecipazione del pianoforte o di altri strumenti) con una squadra di docenti dalla nota maturata esperienza cameristica: Claudio Mondini e Francesca Monego per il violino, Jörg Winkler per la viola e Thomas Ruge per il violoncello.
Sabato 20 Luglio scorso si è svolto uno dei concerti conclusivi di questa Chamber Music Week, e si è potuto assistere a un saggio del lavoro svolto da ragazzi giovani e giovanissimi.
Il repertorio proposto non è stato, si può dire, affatto prevedibile o consueto, ma anzi, toccava brani e autori spesso poco considerati.
Il via, infatti, è stato dato con il compositore Ignaz Pleyel: il duo di violini formato da Ambra Loriga e dal M° Claudio Mondini ha eseguito il Duetto Op.48 n.1 in Sol maggiore, pagina breve e leggera in tre movimenti, datata 1806, d'ispirazione pre-romantica.
Quindi è stato il turno dei Deux Interludes di Jacques Ibert, per flauto, violino e pianoforte. Unica composizione del concerto a uscire dall'organico per soli archi e prendere in causa strumenti altri. Qualche piccola incertezza di insieme negli attacchi non hanno privato di gustare lo stile mutevole e l'atmosfera un po' trasognata di questi pezzi, specialmente nel secondo, Allegro vivo, che ha visto una buona resa soprattutto nella parte violinistica.
Da un trio si passa a un altro, ma tornando alla formazione per soli archi: un Andantino, estratto dal Trio in Sol minore per due violini e violoncello di Borodin, brano struggente e di non semplice gestione, anche per la sua struttura – come, ad esempio, il breve episodio in pizzicato prima della ripresa del tema principale, sostenuto da un violoncello fisionomicamente quasi passeggiato, desta qualche sorpresa nell'ascoltatore.
Successivamente, la prima composizione per un organico di quartetto d'archi della serata, il Capriccio dai Quattro pezzi per quartetto d'archi Op.81 di Felix Mendelssohn. Dopo un'introduzione mesta (Andante con moto) simile a una delle Romanze senza parole, ecco una sferzata di energia data dalla seconda parte in forma di fuga, che procede senza sosta, dritta alla meta. Il giovane quartetto ha saputo rendere piuttosto bene sia l'aspetto più tecnico (da menzionare, in questo, la solidità del primo violino, Coco CaiYaxuan) che quello più musicale, mettendo ben in luce le varie entrate del soggetto dell'Allegro fugato.
Segue il primo movimento del Quartetto n.1 D.18 in Do minore di Franz Schubert, Andante-Presto vivace, eseguito con notevole attenzione ai dettagli espressivi, alle intonazioni, valorizzando le dinamiche imprevedibili e ricercando un'identità forte. Alla viola, il M° Winkler.
Si ritorna quindi all'organico dei tre strumenti ad arco, con il Trio per violino, viola e violoncello Op.9 n.3 del grande Beethoven. Davvero interessanti, qui, la coesione e le intenzioni musicali dei tre componenti, che hanno dato vita a un'esecuzione notevole, curata, e musicalmente non certo immatura. Doveroso un accenno al violoncellista Milan Drake, che, sia qui che nel precedente Capriccio mendelssohniano ha dato prova di avere sicurezza e una buona preparazione strumentale.
Chiudono il concerto il primo movimento, Allegro moderato, dal Quartetto in Fa di Maurice Ravel, capolavoro quartettistico universamente riconosciuto, e, tornando nuovamente a Mendelssohn, l'energico e frizzante Allegro vivace del Quintetto per archi in Si bemolle maggiore Op.87."

Scappo che sono di corsa!
A prestissimo (spero!)

Andrew

giovedì 22 novembre 2018

Pletnev, rivelatore audace di coerenze altre (Serate Musicali, Milano, 8 Novembre 2018)

Rieccomi qui!,

questa volta per una occasione per me assai gradita, per quanto si tratti di un'altro dei miei articoli di recensione scritto per Le Salon Musical. Questa volta si parla di un pianista che mi sta piuttosto a cuore, e sul quale non è stato così facile scrivere senza inciampare in slanci "di parte": Mikhail Pletnev.

Riporto di seguito il testo completo, che potete leggere anche sul sito a questo link:


"Mikhail Pletnev può oggi essere considerato senza indugi uno dei più grandi pianisti viventi. Eppure, non è raro riscontrare – fra il pubblico quanto fra i musicisti – una notevole disparità di opinioni a suo riguardo: da una parte c'è chi “pende dalle sue dita”, vedendo in lui una sorta di interprete “totale”, profondo e indagatore; dall'altra, chi invece trova nel suo pianismo qualcosa di forzato, di troppo ricercato o, quanto meno, di poco spontaneo.
Quello che forse si può asserire con una certa sicurezza, è che in lui non vi è nulla di meramente istrionico, niente che miri a un presunto irrinunciabile anticonformismo (bisognoso di essere riconosciuto dal pubblico). Al contrario, curato sembra il suo atteggiamento nei confronti di tutte le sfaccettature di una esecuzione-interpretazione. Il suono, primo su tutti, sembra costituire una dimensione centrale – e centralizzata – un aspetto mai dato per scontato, tanto meno trascurato. Ogni nota ha il suo significato ed è portatrice di una parte del senso complessivo del quale quel tal pezzo o l'altro sono portatori, pertanto ogni segno, ogni figura si connota come parte essenziale, come elemento di continuità e di eloquenza. Il corpo, il respiro, o spesso la stessa durata di una nota nel tempo, si piegano di fronte ad esso, si plasmano rendendosi adattabili a quell'esigenza che non ammette mai deroghe. C'è chi recepisce questo come “licenza” o come una presa di libertà a volte eccessiva. E, a primo impatto, gli si potrebbe dare ragione: di fatto, capita sovente che alcune cellule tematiche, alcune anacrusi o alcune pause possano espandersi più del dovuto, o ritrarsi-contrarsi; che alcune sonorità indicate sulla parte vengano visibilmente sostituite, o che alcuni andamenti siano sensibilmente alterati. Inequivocabilità che rendono apparentemente inconfutabili tali affermazioni.
Ma c'è anche chi vede in lui un musicista carismatico, fiero, capace di dare volti ancora non svelati alla musica, ai fraseggi in particolare. Un pianista generatore di coerenze nuove, altre e possibili, anche quando i suoi bisogni espressivi possono far scalpitare sulla sedia i più aggrappati allo spartito o “alla tradizione”. C'è chi si porta ai concerti spartiti tascabili ed annota i “pro” e i “contro” delle esecuzioni (ma anche qualche trovata di Pletnev che giudica interessante). C'è chi rilegge il programma di sala e, dando un colpetto di gomito al vicino, gli sussurra con un velo d'irritazione: “ma non è un po' lenta questa Arietta?!”. C'è chi vede un'assolutezza disarmante, pacificante e sconvolgente al contempo, una attitudine ad osare dettata da una comprensione musicale propria ed extra-testuale, che va a toccare forse gli intenti. Un incanto reale, non artificioso.
Un aspetto certo non trascurabile è la sicurezza, il governo con il quale Pletnev porta avanti le sue – pianificate o “di pancia” che possano essere – scelte. Non c'è niente in lui e di lui che dia adito a sospetti, a credere che ci sia dell'ostentazione o della fragilità d'idee. Procede imperterrito e imperturbabile, quasi come suonasse da solo, dentro se stesso, in un teatro tutto suo (non ha mancato, di fatti, di dire in un'intervista «non suono per il pubblico, non avrebbe senso: suono per me stesso») come a dirci che, in tutto il suo lungo, profondo sguardo nell'abisso, non trova altre visioni, altre risposte più credibili, più vere di quella che ci propone.


Inutile dire che Pletnev è sorretto da una tecnica formidabile, un'ottima precisione e chiarezza nell'articolazione, un intimo rapporto con i pedali – memoriabile e sorprendente l'esclusione totale di quello destro, di risonanza, nella fuga della Sonata Op.110 di Beethoven, eseguita nella prima parte del concerto, mantenendo un appoggio, un legato ed un suono davvero stupefacenti – e una capacità di stabilire “orchestrazioni” della scrittura pianistica da lasciare increduli. Tutto ciò è per lui garanzia, consentendogli di creare vere e proprie magie.
Giovedì 8 Novembre scorso, all'Auditorium del Conservatorio di Milano, il programma era di stampo sostanzialmente classico e pre-romantico. Nella prima parte, la scelta della Sonata K.282 in Mi bemolle maggiore di Mozart può fare riflettere non poco su come l'apparente semplicità di un brano possa lasciare quasi interdetti di fronte ad un'interpretazione di alto livello. Sin dai primi accordi dell'Adagio, quella stratificazione/strumentazione dei contenuti accennata prima e quella tendenza a gerarchizzare le voci – senza che nessuna di esse resti discriminata – prende il sopravvento, ed ecco che anche un arpeggio o un ribattuto prendono vita e si dotano di fascino, rivelando il loro essere necessari e indispensabili, in quel esatto modo e in quel preciso momento; la scrittura rievoca le atmosfere di certe Serenate dello stesso compositore, grazie a un suono morbido, plastico, mai percosso, nemmeno quando Pletnev si serve di attacchi al tasto più brillanti. Bellissimi anche certi passaggi del terzo tempo, Allegro, in particolare la sezione centrale di elaborazione tematica, in cui lo spirito cromatico diventa fulcro di espressione e discorsività.
Da Mozart si passa a Beethoven, con la già citata Sonata Op.110. Si entra in contatto immediatamente con l'audacia del nostro pianista: le prime battute, solitamente eseguite con una sonorità pacata, dolcemente introversa, si ribaltano e tradiscono una emozione più pervasiva e appassionata, meno cullante, in grado di accendere l'animo del compositore. Dopo la sezione in arpeggi, quel Do scandito, preso a mignolo quasi verticale, sospeso ben più a lungo del dovuto, non è tale per tentare di influire banalmente sull'attesa desiderante del pubblico (che tiene un silenzio surreale per tutto il concerto) ma per lasciare che la sonorità si plachi da sé, si riposi, e possa condurre altrove. La sezione di sviluppo, incentrata prettamente sul primo tema, si fa invece sorda e indecisa, con un mormorare della sinistra perfettamente legato e con una pedalizzazione sapiente. Il secondo movimento ha un piglio decisamente più seduto del solito, concentrandosi più sui contrasti umorali, ritmici e sonori che su un impeto generale agitato, quasi fosse la trascrizione di un brano per ensemble di fiati e alternasse soli e tutti. Bellissimo il suono liquido della chiusa in maggiore.
Picco più alto dell'esecuzione, l'Arioso dolente, che si dispiega completamente afflitto, il suono è profondo ma come sospeso, dando l'impressione volersi perdere – o meglio, confondere – fra i ribattuti dell'accompagnamento, rifuggendo l'ammissione di un cruccio tanto grande agli occhi esterni.
Dopo la consueta pausa, Pletnev torna sul palco per una seconda parte ancora tutta mozartiana e beethoveniana. Si comincia con la celebre “Parigina”, alias la Sonata K.330 in Do maggiore, pagina eseguita da moltissimi grandi pianisti (uno su tutti Vladimir Horowitz). Il primo tempo scivola sulla tastiera leggero e frizzante, con una naturalezza d'articolazione sconvolgente. Come per la Sonata precedente, ogni singola nota, anche quelle che ornano in piccoli arpeggi o in rapidi arabeschi i temi fondanti sono perfettamente chiare, senza alcuna futile sottolineatura aggiuntiva: le dita sono libellule in piena sintonia con il pianoforte, prestidigitano ogni cosa senza la minima fatica. L'Andante ha una bella sonorità, generosa e calda nelle sezioni in Fa maggiore, ma la parte di vero effetto è quella in minore: il Fa ribattuto si fa sordo e sempre più ossessivo, incupendo il tutto e regalando uno choc inatteso, un colpo di malinconia che tenta di nascondersi ma senza il successo sperato. Il Rondò finale somiglia al primo tempo per chiarezza e brio, ma è di umore più giocoso, quasi uno Scherzo, e non manca di farsi poderoso negli episodi in cui la sinistra ha un disegno di ottave spezzate.
Conclude il programma quella pietra miliare del repertorio pianistico che è l'ultima Sonata di Beethoven, ovvero l'Op.111, in Do minore. Qui Pletnev si avvicina, se si può dire, alla perfezione dell'esecuzione: il fascino delle idee, la bellezza del suono e della distribuzione delle voci, la sincronia dei passaggi a mani pari del primo movimento (bellissimi certi “sussurri” nel registro grave del pianoforte) e della conduzione del discorso musicale colpiscono in pieno. Forse meno “personalizzata” della Sonata Op.110, ciò che lascia senza fiato è la famosa Arietta: lasciando perdere le inutili obiezioni di alcuni presenti, che sottovoce la etichettano subito “troppo lenta” (qualcuno possa impietosirsi e dare ristoro al loro bisogno di difetti), una morbidezza ed un clima di profonda elevazione mista ad abbandono permeano l'Auditorium, il silenzio attorno al pianoforte si fa quasi spettrale e il livello di introspezione cui assurge Pletnev inghiotte tutti, arrivando all'ultimo accordo lasciando nel cuore dei presenti una di germoglio di inquietudine, cresciuto invisibilmente nel corso di un'apparente beatitudine.
Infiniti applausi richiamano il pianista più volte sul palco, che, dopo una piccola titubanza come di chi non ha preparato null'altro – perché null'altro serve: cosa, ancora, dopo cotanta Musica? – sterza ancora una volta e regala una bellissima interpretazione della Sonata K.9 di Scarlatti. Questa volta è lui il più aderente al testo: l'Allegro indicato sulla parte non viene affatto tradito come dai più, ma trova piena collocazione sotto le sue dita, fra i tasti del suo amato strumento, nella famigerata chiarezza dei passaggi a mani pari e dei trilli che compaiono qui e là, quasi piccole luci tremolanti.


Accompagno con qualche fotografia e vi rimando a presto!
Andrew










lunedì 3 settembre 2018

"Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione"

Ciao a tutti!

Dopo un periodo abbastanza lungo di pausa dal mio amato blog - ahimé non per vacanza! - finalmente torno qui per condividere un secondo articolo, fresco-fresco!, scritto sempre per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione di un concerto davvero stupendo a cui sono stato Sabato scorso, 1 Settembre, ovvero quello del Quartetto Epos con il bravissimo Simone Gramaglia a sostituzione della viola.
QUI potete direttamente leggerlo dal sito de Le Salon, altrimenti questo di seguito è il testo:


Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione

Se dovessi riassumere in poche parole indicative il concerto del Quartetto Epos di ieri sera, 1 Settembre, nella bella cornice della Chiesa di San Pancrazio in Bergamo Alta, direi: cura, espressione e coesione.

Questo quartetto d’archi nasce nel 2015 dall’unione di quattro giovani musicisti provenienti dal Conservatorio della Svizzera Italiana. Nel corso della loro formazione quartettistica – che tuttora continua, frequentando il “corso di alto perfezionamento per quartetto d’archi” del prestigioso Quartetto di Cremona – si sono avvalsi della guida di valenti musicisti come ad esempio Danilo Rossi, Kladi Sahatçi e Aldo Campagnari (alias il secondo violino del Quartetto Prometeo).

Il programma del concerto prevedeva musiche di Haydn, Beethoven e Bloch, ma, fino all’arrivo in loco, non ero a conoscenza dei brani effettivamente eseguiti.
All’entrata del quartetto, scopro che c’è qualcosa di diverso: la violista, Georgiana Bordeianu, è sostituita da Simone Gramaglia, il violista del Quartetto di Cremona citato poco sopra. E’ veramente una fortunata coincidenza, per me: ricordo, qualche anno fa, un suo concerto in duo con il bravissimo chitarrista Luigi Attademo, un concerto del quale serbo ancora meravigliosi ricordi, sia per la bellezza musicale direi totale, che per la bravura dello stesso Gramaglia, che mi aveva lasciato del tutto senza parole: un suono bellissimo, un atteggiamento di intenso calore e confidenza con il suo strumento, l’impressione che esso “parlasse” al posto delle sue labbra.

L’attacco è con il Quartetto in Si minore Op.33 n.1 di Haydn. A dire la verità non conoscevo bene questa composizione, ma sin dalle prime note mi sono reso conto dello studio profondo che si cela dietro l’esecuzione: i quattro musicisti sembrano disquisire fra di loro, a tratti divisi a paia, a tratti facendo saltellare fra loro frammenti contrappuntistici. Hanno tutti un’ottima preparazione musicale, il loro suono è sempre pulito ed intonato, chiaro ed espressivo. Da ciò si nota la cura nei confronti della partitura haydniana, l’esaltazione del valore di ogni singolo inciso, il fatto che si percepisca l’intera composizione come un’immagine dai contorni ben delineati, senza che questi siano didascalici o eccessivamente sottolineati. Nel Menuetto: Allegro di molto echeggiano ribattuti che saranno tanto cari a certi scherzi brahmsiani, come quello del Trio Op.8; mentre l’Allegro di apertura è disteso e intriso di chiaroscuri, di indeterminatezze fra tonalità maggiore e minore (tanto che, dalle primissime note, il Quartetto sembra essere in Re maggiore), di afflati, attese, e sospensioni su accordi che lasciano titubanze o qualche punto di domanda. Dopo un Andante espressivo e cantabile, il fragore del Presto conclusivo, nel tipico stile di tanti finali del compositore – presenti anche in varie sonate e divertimenti  per pianoforte – lascia senza fiato, chiudendo il quartetto senza fronzoli, quasi inaspettatamente.

Quindi è il turno del Quartetto in Fa maggiore Op.59 n.1 “Razumovsky” di Beethoven. Quartetto fra i suoi più noti ed eseguiti, scritto nel 1805, si contraddistingue per la lunghezza dell’Allegro iniziale che, illudendo con una partenza quasi “pastorale” (non mancano infatti possibili somiglianze con l’omonima sinfonia) affidata alla voce calda e profonda del violoncello prima, e più acuta del primo violino poi, conduce in differenti zone dell’immaginazione e dell’elaborazione tematica. Notevole è anche l’ampiezza dello sviluppo, che richiama sovente il primo tema – interamente o in parte –  “piegandolo” in svariati modi, o frammenti melodici dei ponti modulanti portandoli in progressione o in stile fugato.
Ma il più enigmatico movimento resta il secondo, un Allegretto vivace e sempre scherzando che, nonostante la dicitura scherzosa, ha quasi più il carattere di un “intermezzo” (un po’ come, per tornare al già citato Brahms, troveremo nel suo Quartetto con pianoforte Op.25): la propulsione e la varietà ritmica sono le fondamenta ed il motore ruggente di questo brano che, partendo ancora una volta dal violoncello solista con un ribattuto e, subito dopo, dal secondo violino come ad alludere un ironico assolo di tromba, è continuamente inatteso e imprevedibile, giocando a fare il semiserio, poi il simil-popolare, e poi ancora più lirico. Anche qui l’elaborazione tematica induce a credere che non sia uno scherzo come si è soliti concepirlo, ovvero con un trio a frattura di due aree espressive similari, ma ad un’altra forma sonata, con sviluppo e ripresa annessi.
L’Adagio molto e mesto, intriso di struggimento ed introspezione, curato meravigliosamente nelle sonorità e nei significati dal Quartetto Epos, si lega indissolubilmente al “tema russo” dell’Allegro finale tramite un trillo sospeso sulla dominante a conclusione di una lunga cadenza solistica del primo violino (eseguita molto bene da Livia Roccasalva). Ed una volta di più è il violoncello a irrompere sulla scena, con un tema dallo stesso carattere pastorale del primo tempo, ma qui il clima è indubbiamente meno disteso, rigoglia di maggiore brio ed esaltazione, quasi invitando ad una danza. Beethoven conia indissolubilmente la pagina con le sue iniziali riuscendo a sviluppare in stile imitativo anche i tasselli così “sintetici” di questo finale, e, dopo un breve attimo di pace apparente, esplode in una concisissima coda in Prestissimo, chiudendo il quartetto nel pieno enthousiasmos.
Emozionante è stato vedere come Simone Gramaglia, violista “sostituto” del quartetto – nonché loro docente, come detto poco sopra – osservasse costantemente gli altri tre musicisti e partecipasse all’esecuzione con una coesione e una comunione di intenti davvero notevole: non è stato raro vederlo eseguire la propria parte seguendo anche le restanti, partecipando negli attacchi, negli episodi omoritmici, nelle conduzioni dei discorsi musicali. Questo a riprova della validità di questo musicista, e indubbiamente anche dello stesso Quartetto di Cremona, di cui egli è componente.

L’ultima, stupenda parte del concerto è rivolta a un repertorio decisamente moderno, con Ernest Bloch e i suoi Paysages, tre piccoli pezzi per quartetto d’archi, tre piccole gemme musicali dai caratteri estremamente diversi. Frequenti armonici, utilizzo della sordina e della zona del ponticello: effetti e colori assai distanti dai quartetti di Haydn e Beethoven. Il primo, intitolato North, richiama alla mia memoria le atmosfere rarefatte, quasi nebbiose di Prelude à la nuit della Rhapsodie Espagnole di Ravel, con quei tetracordi discendenti ripetuti più volte in emiolia e quello stile “a macchie” nella distribuzione del materiale sonoro, quasi sempre costituito da pochissime note (talvolta cromatismi) o minimi frammenti melodici. Quindi il secondo, Alpestre, il cui titolo rende pienamente giustizia al carattere del pezzo, ben più “materiale” ed esplicito del primo, contraddistinto da un motivo espresso più volte dalla viola sola, quasi iconico, un versetto dolce e vibrante. E infine il terzo, Tongataboo, il più rude e focoso dei tre, contraddistinto da un ritmo incessante, quasi “rumoroso”, di ribattuti, pizzicati, quinte vuote e trilli nervosi, ai quali cerca di allinearsi una idea melodica di carattere patetico e melanconico, a metà fra il carattere di un tango un po’ bizzarro e un canto popolare di quelli tanto cari a Béla Bartòk.

Il quartetto riceve calorosi ripetuti applausi ed una standing ovation che istiga a regalare ben due bis: il secondo movimento del Quartetto Op.76 n.1 di Haydn e una ripetizione ancora più infuocata del finale dell’Op.33 n.1 eseguito inizialmente."


Spero di tornare presto e di non avere più "pause forzate" così lunghe!
Un saluto fresco di fine estate!

Andrew