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giovedì 28 dicembre 2017

Quando il letto sfatto diventa quasi una "battaglia politica"

[Questa volta non scriverò un articolo di musica, non pubblicherò foto o recensioni di un concerto. Ho viglia di scrivere di qualcosa di molto meno importante ed "elevato", ma che ho notato crescere, se non di importanza, quanto meno di volte in cui l'argomento si propone, tanto che mi sono ritrovato a rifletterci su. Ovviamente, con una vena ironica di fondo. Ecco il panegirico che ne è uscito:]

Rifare il letto, o meglio dover rifare il letto, è qualcosa che mi ha sempre reso insofferente. Vengo da una famiglia in cui certe mansioni di casa sono viste quasi come imperative, irrinunciabili al limite del venire prima delle persone stesse, ed una di queste è proprio il fatto che il letto sembri debba risultare rifatto al massimo per l'ora di pranzo. Dopo, sarebbe come un sacrilegio, un'offesa, una cosa quasi indegna. Ho visto mio padre non avere requia senza aver prima terminato ogni cosa che debba essere fatta prima. Addirittura, li ho visti dormire male, agitarsi, vivere male una giornata. Ma si può?!
Che sia per il fatto che di mio sono -molto!- difficile a farmi comandare, che sia perché odio -peggio!- essere interrotto mentre sto facendo qualcosa che mi prende parecchio (suonare/studiare, scrivere o ascoltare musica, leggere, meditare; ma a volte anche assai meno importanti, come quelle rare, rarissime volte in cui accendo la tv o mi siedo sul divano -entrambi oggetti completamente monopolizzati dai miei genitori), o per qualunque altro motivo, ma non riesco ad essere d'accordo. Visceralmente, dico, mi viene da oppormi: sbuffo, alzo gli occhi al cielo, insomma faccio un po' di teatro, involontariamente. Dentro di me, la figura di un patetico attore da palcoscenico in una scena di disperazione e pianto, o peggio un operista in un'aria di follia.
Trovo inutile, se la guardo un po' da lontano, la mansione del rifare il letto. Ogni santo giorno. Quando, poi, dodici-quattordici ore dopo lo si disfa nuovamente, per dormirci. E anche un po' stupido. Mi sta benissimo aprire la finestra e cambiare aria, ci mancherebbe (un quarto d'ora, non due ore come fa mio padre, che in pieno inverno quando poi torni in camera è già buono se non ti prendi un accidente o una dissenteria fulminante!), ma perché essere condizionati in quel modo, o sentirsi in dovere di rifarlo per forza, tanto che se si esce per delle commissioni senza averlo fatto si resti inverso? Cioè...?!
A volte mi sorprende l'essere così lontano e diverso dalle idee della mia famiglia. Mi sento un figlio adottato, o allevato da qualcun altro. Boh?! So che sto scrivendo di un argomento abbastanza superficiale o comunque non importante, ma il numero di volte in cui in questa casa si presenta la polemica a riguardo mi lascia basito, e anche velatamente divertito (nonché un po' stressato, ma vabbé...). Penso alla reazione smodata di mio padre, quando mi capita di sedermi sul letto rifatto per legarmi le scarpe o cambiarmi i vestiti: l'equivalente della distruzione di una parete della casa. Così, dopo lo sbotto, vado oltre e rifletto... Il fatto è che trovo la camera da letto il luogo in cui una persona possa e abbia bisogno di sentirsi a più agio possibile, e nel quale non debba fare attenzione a tutto ciò che tocca, ciò che sposta o lascia in giro. Un angolo nel quale può lasciarsi andare e stare in tranquillità, non dove cercare di coesistere a un asettico ordine forzato.
Ecco perché, qualora riuscissi nel prossimo futuro a creare una mia casa, un mio luogo dove stare, la camera da letto sarà sacra. Ma non per l'ordine. Non per il letto sempre rifatto. Voglio un letto a due piazze dove non preoccuparmi di quanto mi muovo nel sonno, e che posso lasciare sfatto per dare energie ed attenzione a qualcosa a mio avviso più importante, più utile o coinvolgente. Non è una questione di igiene o di pulizia, ci mancherebbe, è più un voler eliminare faccende inutili che hanno assunto per consuetudine il carattere dell'obbligo.

C'è sempre tempo per dedicarsi a questioni veramente inutili. Il letto, per me, è una di queste. Al contrario, ce n'è sempre meno per le cose importanti, per le quali esso sembra correre al doppio della velocità, prendendoci quasi gusto. Ho già perso -non proprio per mia scelta, anzi- tanto tempo quando ero più giovane, sottostando sempre a certe imposizioni. Vorrei poter vivere a modo mio, anche sbagliando, anche scordandomi di qualcosa e rimettendoci se serve; ma con le mie priorità, le mie cose importanti, le mie scelte e i miei valori. Sicuramente terrei il letto sfatto quasi perennemente, specialmente qualora invitassi i miei genitori a vedere il mio appartamento!

A presto,
Andrew

lunedì 25 dicembre 2017

Auguri

Un caloroso augurio di serenità, calore e luce per questo giorno di Natale!


A presto!
Andrew

mercoledì 13 dicembre 2017

Sulla masterclass con Irene Veneziano (12 Novembre-10 Dicembre 2017)

Come avevo accennato nel breve articolo sul concerto di chiusura, ho partecipato -dopo qualche anno che, ahimé, non lo facevo più- ad una breve masterclass di pianoforte della cara amica e collega Irene Veneziano, ottima pianista che ho visto emergere sempre più dai tempi della Chopin Competition del 2010. 

[La nostra conoscenza è stata abbastanza casuale, dopo un suo concerto verso la fine dello stesso anno, a Monza, nel quale, insieme ad un altro bravo pianista, Ivan Donchev, eseguiva i due Concerti per pianoforte ed orchestra dello stesso Chopin nelle versioni con orchestra d'archi. Lì non ebbi occasione di parlarci, ero in treno e troppa era la gente presente per poter riuscire a raggiungerla e salutarla. Dovetti aspettare qualche settimana, a Morbegno, nel festival dell'amico Michele Montemurro, ed è stato da subito un incontro pieno di allegria.
L'anno successivo partecipai ad una sua masterclass (anche questa scoperta casualmente su Facebook) a Cutigliano, nelle colline pistoiesi; quindi, dal 2012 al 2014, alle sue master a Santa Margherita Ligure. In tutte queste esperienze ho avuto modo di comprendere tante cose su come studiare, questioni posturali, di utilizzo degli arti e del peso, e soprattutto del "gesto", come qualcosa di finalizzato al suono e tramite esecutivo di aspetti non solo tecnici ma anche musicali.]

Tornando a monte, domenica scorsa, 10 dicembre, ha avuto luogo il concerto finale, dopo le ultime lezioni, nel quale, come già anticipato, ho eseguito la Sonata in Si minore Hob.XVI: 32, di Haydn. Nonostante la neve, c'era un buon numero di persone ad ascoltare. 
L'ambiente è molto carino: l'Accademia Marziali di Seveso ha un buon pianoforte lì. Il clima era piuttosto disteso e sereno, coeso. L'atmosfera piacevole ed Irene stesso, nel ruolo di "annunciatrice-presentatrice" è stata molto simpatica, professionale, togliendo dall'occasione una possibile aria troppo seriosa senza che essa apparisse banalizzata. 

E' stato emozionante per me, anche perché non eseguivo nulla in pubblico da Luglio (e, soprattutto, non eseguivo brani a memoria preparati in così poco tempo!). Ho una volta di più compreso quanto sia utile ed importante per noi musicisti esibirci spesso in pubblico, non solo come sfoggio di bravure, ma come occasione formativa su vari aspetti, che vanno dalla mera gestione dell'emotività al confronto delle proprie peculiarità, alla condivisione del proprio lavoro e anche come coronamento di una fase di studio, intensa o meno che essa sia.

Prima di lasciare qualche fotografia vorrei ringraziare Irene per la sua professionalità, amicizia e simpatia. Per la sua serenità e il suo non farti mai sentire "meno". Gli altri corsisti che, nonostante ci sia visti soltanto di sfroso e in due soli giorni, c'è stato un bel clima di simpatia senza vene competitive.
Inoltre, ringrazio sentitamente l'Accademia Marziali di Seveso, ottimo ambiente ben organizzato: in particolare, la Sig.ra Carla Pastormerlo, organizzatrice di tutto l'aspetto "tecnico" (orari di lezioni, raccolta iscrizioni, pagamenti, risposta a richieste di vario genere sempre con estrema cortesia), e Lisa Vergani, pianista e docente di pianoforte sempre presente, simpatica e disponibile, con ben 4 allievi presenti. E' stato un piacere conoscervi. E speriamo di avere future altre occasioni di organizzazione e collaborazione!

Ecco gli scatti che ho ricevuto da amici e dalla stessa Accademia:









A presto, spero!
Andrew

giovedì 30 novembre 2017

"Sulle condizioni della poesia, oggi"

Dopo la ri-edizione di "Mùrmure" su ilmiolibro.it, ho deciso di partecipare agli articoli che, su tale sito, possono essere redatti e pubblicati al fine di creare confronto e avvicinamento fra gli autori. Uno degli argomenti proposti riguardava i motivi per i quali la poesia oggi abbia così poca attenzione del pubblico e così poca risonanza fra i lettori e le proposte editoriali. Ho deciso di scrivere una mia idea -un po' astrusamente, ma del resto era passata l'una di notte da un bel po', non riuscivo a dormire, e quindi non ero proprio bello pimpante- e le mie impressioni, così, un po' "a caldo", che condivido anche QUI, affinché possa essere visibile anche fuori dal sito stesso. 

Qualora vi andasse di dirmi la vostra, o di segnalarmi la vostra presenza sul sito o altro, scrivetemi qui come commento, o in privato. Sarà bello incontrare altre persone interessate!

A presto!
Andrew

lunedì 8 maggio 2017

Il silenzio e la polvere

Tutti vediamo come ogni cosa rotoli, seppur lentamente, verso il nulla. Ogni cosa si autodistrugge inevitabilmente, e spesso dà l'impressione di trarre piacere nel farlo.
Si squarciano nonsense, simboli difficili anche per simbolisti allenati e allucinazioni che squietano anche i migliori romantici. Tutto ciò è accompagnato da due cose: il silenzio e la polvere.
Il silenzio rotola accanto, mentre la polvere avvolge. Entrambi inerti, quasi comodi e quasi anche compiaciuti. E quando l'occhio si posa si questa scena con la consapevolezza che accade davvero, non ha voglia di combattere. Non ha voglia di (re)agire, non ha voglia di intervenire ma lascia fluire restando a guardare, passivamente. Lascia impassire questo sgretolamento perpetuo, questa levigatura paziente e continua.
Il silenzio allude ad illudere che tutto ciò sia un frammento infinito ma un frammento, e quindi finito in se stesso, verosimilmente innocuo, immobile e incasellato: una sorta di porzione di filmato che si ripete roteando su se stesso, e nella cui inquadratura non c'è nulla che testimoni un cambiamento. Forse due fili d'erba a bordo strada che si muovono sospinti dall'aria di città, o qualche pezzo di carta o un mozzicone gettato come testimoni di un'evoluzione terminata e intrecciata nel corso degli eventi così com'è, destinata a non ricevere alcuna alterazione. La polvere è il simbolo del tempo che invece passa, che trascorre e porta con sé tutto ciò che trova: una inapparente, violenta piena di fiume. La polvere si (ri)posa sulle cose senza fare rumore, senza disturbare, ma lentamente ne nasconde le vere caratteristiche, ne opacizza i colori, le rende meno interessanti, meno degne di attenzione. Paradossalmente, l'immobilità di un oggetto è trasfigurata dal depositarsi della polvere, che non ne altera lo stato o la posizione, ma attesta -attraverso il suo spessore- che il corso degli eventi non è intervenuto in quel punto in particolare, ma ha trascinato quest'ultimo con sé così come lo ha raccolto.
Le istantanee non sempre sono felici espedienti con cui avere souvenir di ciò che è stato e -forse- non sarà più; non sempre sono ritratti di un tempo felice o triste che si sente il bisogno di perpetuare -materialmente, di volta in volta, momento dopo momento- nel presente: spesso sono contrappassi, sono esangui torture, riesumazioni che stridono come gesso sulla lavagna, che lanciano fitte al fianco. Costrette e costrittive, sadiche memorie.

Tutti vediamo come ogni cosa rotoli, seppur lentamente, verso il nulla. Ogni cosa si autodistrugge inevitabilmente, e spesso dà l'impressione di trarre piacere nel farlo. 
Tutto ciò è a tempo presente, ma ogni momento che passa è già finito, morto e andato. Non c'è rete abbastanza fitta o abbastanza grande che permetta di ripescarne anche solo uno.
E, di fronte a tutto ciò, a tutto questo condursi al niente, forse, perdersi un po' -o per sempre- non è sbagliato: dà l'illusione (che, così tanto sovente, diventa necessaria e quasi vitale pur sapendola come tale) di abbandonare le braccia ed essere immobili; di adagiarsi e di aver "comprato" un po' del tempo che passa per tenerlo fermo; di non perdere la vita.
Ci si fa amici il silenzio e la polvere, una penna che scrive, un oggetto dell'infanzia o un goccio di assenzio per sopravvivere a quest'opprimente biglia rotolante verso l'ignoto, il cui sussurro discreto finisce per diventare un assordante grugnito. 
Viva la perdizione, il crogiuolo e l'oblio. Vivano essi, fonti pure di ossigeno per gli animi insofferenti.
Vivano sempre gli strumenti che consentono all'uomo di raggiungere questa pausa sul pentagramma senza fare male né a se stesso, né a nessun altro.
Perdersi non è peccato. E' aver sempre bisogno di trovarsi, che ci tiene in gabbia.

Andrew

lunedì 24 aprile 2017

Perché proprio "Metathymos"?

Da quando ho riaperto questo blog, è successo che più persone siano venute a chiedermi che cosa ci fosse dietro il titolo che porta, quali motivazioni e così via. 
Metathymos è ovviamente una sorta di neologismo. Premetto che non ho alcuna conoscenza di greco antico, pertanto non ho certo la certezza né la presunzione di aver inventato una parola che possa esistere davvero. Però posso dire che la sua origine non è casuale e, nonostante ami le belle sonorità anche nelle parole e trovi che Metathymos suoni bene, non ho cercato affatto una parola ad effetto o volutamente insolita.
Tutto nasce da un sogno che ho fatto ormai diversi anni fa. Un sogno, direi, ai limiti del fantasy di certi libri -che non ho mai letto- o di certi film molto noti che non cito (che ho avuto modo di vedere solamente l'anno scorso): in un clima atemporale -ma sicuramente non contemporaneo- di famiglia povera, molto povera, e a contatto con personalità magiche.
Mi trovavo in questa casa dall'atmosfera grigia, silenziosa, più che modesta. Una sorta di quelle case di campagna, di decenni e decenni fa, con le pareti irregolari, le sedie di legno e paglia, il tavolo fatto artigianalmente con delle assi inchiodate fra loro, un grande camino (spento) con a fianco una cucina avvolta un po' nell'ombra. Sembrava che abitassi in questa casa con una coppia molto anziana: lei piccola e gracile, vestita di nero e con i capelli grigi, raccogli in uno chignon con delle forcine; lui non molto più alto, dalle spalle più robuste ma un po' curvo come lei, pochissimi capelli bianchi, senza barba e anch'egli vestito di nero, ma con una camicia scozzese sotto. Entrambi, silenziosi, con un'espressione di mestizia ed umiltà disegnata in volto: gli occhi bassi, le labbra chiuse.
Da una grande finestra (o, forse, sarebbe meglio dire "apertura", perché io non ricordo di aver visto una vetrata, ma soltanto della luce esterna provenire come da un varco sulla parte alta di una parete) entrava un bagliore serale, post tramonto, quasi lunare. Si apparecchiava per la cena, senza dire una parola. Senza una luce, nemmeno di candela. Tre piatti con della minestra, un tozzo di pane al centro della tavola, tre piccoli bicchieri di vetro consunto ed una bottiglia di vino.
Ad un tratto, due donne -che io direi maghe o streghe, per come le ricordo- apparirono in casa entrando da quella strana finestra e ci attaccarono, lanciando come fasci di luce e forte vento che spostavano e rompevano tutto ciò che c'era in casa. Io e quella "mia" famiglia ribaltammo il tavolo, volgendo il piano in verticale e riparandoci dietro: non potevamo fare altro.
Preso dal timore che a quei poveri signori potesse accadere qualcosa, e continuando a non capire perché ci avessero presi di mira, urlai contro alle due donne: "Cosa volete da noi?! Non abbiamo fatto nulla di male!".
Mi risposero: "Vogliamo qualcosa che tu hai, che noi sappiamo essere tuo".
Io, ancora più ignorante, implorai di lasciare in pace la coppia di anziani e di smettere di accattarci. In cambio mi sarei alzato ed avrei cercato, con loro, di capire cosa volessero esattamente.
Si fermarono. Mi alzai un po' incerto, ed andai verso di loro. Una delle due disse che io avevo una sorta di "specchio" dentro di me, in grado di aprire le profondità delle anime umane, ma che nessuno avrebbe potuto togliermi senza il mio consenso, oppure morendo. Pregandole di non uccidermi, accettai di seguirle e di vedere cosa potessi fare con loro.
Una di loro mi disse sorridendo, quasi imbonita: "Ma noi non vogliamo ucciderti, ci basta il tuo supporto!". Mi voltai verso quei miei due "genitori", li salutai in modo malinconico mentre si stringevano in un abbraccio come d'addio, e mi voltai.
Di colpo la scena cambiò, e mi trovai in una stanza (o una grotta, non ricordo benissimo) piena di luce gialla, come se fosse circondata di fuoco. Ma stavo bene e mi sentivo al sicuro. Mi portarono davanti ad un enorme volume. Sulla copertina c'erano due parole: "META" e "THUMOS". Le lessi a bassa voce, e le maghe mi dissero che solo una persona avrebbe visto quei simboli come parole (io vedevo comunque normalissime lettere) ed era colui a cui era stato affidato tale "specchio".
Le guardai in volto, accorgendomi che non avevano un aspetto così minaccioso.
Una mi mise una mano sulla nuca, e sorridendomi mi disse: "Adesso puoi andare, il tuo specchio sarà sempre in contatto con noi. Grazie di esserti fatto coraggio".
E mi svegliai.

Da questo sogno nasce il nome del mio blog. Scoprii più tardi, cercando qui e là, che la parola "thumos" si legge così ma in verità si scrive "thymos", ed è una delle sfumature in cui l'anima viene suddivisa dai greci antichi. "Thymos" è l'anima emozionale, ha una associazione con il respiro o il sangue e spesso è usata anche con il significato di impulso interno, agitazione, tormento. Inoltre, si usa anche si per esprimere il desiderio di essere riconosciuti che per indicare una possessione permanente di una persona, la quale governava il suo pensiero ed il suo sentimento.
Platone suddivide l'anima in 3 parti: nous l'intelletto, thumos la passione, ed epithumia l'appetito. Thumos, fra loro, è la parte collegata alle emozioni ed all'emotività e, insieme a nous, governa epithumia.
Ecco perché il sottotitolo è "la metamorfosi dell'anima": "meta" è il prefisso che riguarda il cambiamento, che io vedo come crescita, maturazione, evoluzione e dissolvimento. Se aggiunto a "thymos" può essere interpretato così.
Ho sempre trovato bizzarro e stupefacente come un sogno possa diventare rivelatore, usando un codice che nemmeno fa parte delle conoscenze del sognatore. Ma, in ogni caso, sento Metathymos come un nome molto motivato e profondo, e mi piace ciò che porta con sé.

Andrew

lunedì 31 marzo 2014

Tregua, Pace e Perdono.

"Si ferisce l'amor proprio; non lo si uccide"
Henri de Montherlant
 
[Quanto tempo è necessario talvolta perché si possano capire, e ancor di più apprezzare certe cose.
Soprattutto se si tratta di parti di noi.
E' sorprendente come la vita, gli incontri della vita possano mettere in conflitto con alcune sfaccettature, facendole passare ai propri occhi come ai loro: difetti, problemi, sconvenienze.
Passano gli anni e ci si dimentica come ci si sentiva affini ai personaggi di un libro o di un film. E, quando si ritorna su quelle pagine o su quelle immagini, ci si sente diversamente affini, cospargendosi addosso un fango benefico, un fango che è la vivida ri-sensazione di quella somiglianza ormai lontana, che viviamo con un sorriso tenero come quello che si porge ad una persona innocentemente inesperta, quando in essa rivediamo quegli errori, quelle buffe goffaggini, quei tentativi appassionati che sono appartenuti anche a noi.]

"Chiamatemi Batiuska!", ricordi quei giorni? L'odore di quelle pagine è inconfondibile, non è fuggito mentre passavano gli anni ed il piccolo volume restava prigioniero verticale insieme agli altri, nella libreria.
Torna fra le tue mani quando meno te l'aspetti, e quando più ne hai bisogno. In quattro tratte in treno lo divori di nuovo come mai letto, ed ecco quella sensazione di fervore e di calore. Sorridi. "Quanto pensavo di somigliare a lui" pensi. Quante dormite inoltrate in là nelle ore -e quanto sonno accumulato su giovini spalle- per finire una notte, un paragrafo, un capitolo! Ogni scusa era buona. "Arrivare al primo punto e a capo!". Ma poi il primo punto e a capo lasciava troppo in sospeso, e cercavi quello successivo, o decidevi di fermarti ad un numero di pagina a te particolarmente piacevole.
Alla fine, era solo l'incombere irresistibile del sonno a farti smettere, a spegnere il lume della candela.
"Quante notti bianche, meravigliose notti bianche" erano quelle che conoscevi solo tu, che vivevi solo tu, con la tua intensità, con tutto a tua discrezione, privatamente.

Poi il sensibile sognatore divenne un problema, un peso o, peggio di tutte, un imbarazzo.
Subentrò il viscerale eros, ma, finita l'attrazione e il giro in giostra, rimanevi solo lo stesso. Il gioco è bello se dura poco. Peccato che non era un gioco.
La poesia, carta troppo delicata perché qualcuno si prendesse la briga di prenderla fra le mani più qualche secondo. La musica, troppo intima perché ci si disponesse in modo accogliente: era meglio tenerla fuori campo.

Tanto tempo per amare tutto questo. Tanto tempo e diversi anni per farne qualcosa di tuo. Tanto tempo per non rigettarlo come un contrappasso in agguato, e per farne propria risorsa dell'anima, soprattutto per se stessi. Tanto tempo speso ad accettare di non dover per forza aspergerlo come un esubero ingestibile. Tanto tempo occupato a sentirsi diversi, soli... maladatti.

Poi un giorno riapri il libro, risuoni quella musica, rileggi quella poesia, rievochi quel ricordo. E tutto è tuo. Inderubabile, irrovinabile. Dopo tanti passi. Fra mille cosa utili, necessarie e di scorta, nel tuo zaino.
Sì, sei stato probabilmente un po' illuso, ingenuo ed inconsapevole. Ma eri sincero.
Puoi amare quella creatura. Puoi amarla anche se oggi ha un poco di barba rossa in più.


Andrew

domenica 23 febbraio 2014

I due lupi

Tutto il male che mi puoi e mi potrai fare non farà che aumentare il mio legame già per natura profondo con te.
L'unica cosa che non riesco a tenere nella mente più di qualche secondo, è il pensiero di perderti. Io vengo da te direttamente, sono il tuo ultimo grande sforzo, in fondo. E cosa mi rimarrebbe di essere, senza te? Il mio cuore nasce dal tuo, così come il suo battito.
Più cerco di non somigliarti, più capisco che sono nato da te. Ciononostante restano alcune cose della tua personalità che non vorrei fare mie, pur mantenendo rispetto per ciò che sei, perché so che è il massimo che tu abbia potuto di te per sentirti una persona degna.
Sono così fiero di te, anche quando mi graffi in profondità e non te ne rendi conto. Spero tu lo sia di me, anche se forse non rispecchio propriamente il modello di uomo che avresti desiderato vedere uscire da me.
Perché la cosa più paradossale, assurda, ma anche dolce, è vedere come, una volta scontrati e feriti per l'ennesima volta, ci riavviciniamo per farci calore, come due animali zoppicanti, lenti e compassionevoli, che si abbracciano per leccarsi le reciproche ferite, quasi ignari che sono stati loro stessi a causarsele. Quasi dimenticando quante altre se ne fossero già fatte.

Andrew

Riflessioni su di un aforisma Baudelairiano

"Foutre, c'est aspirer à entrer dans un autre, et l'artiste ne sort jamais de lui-même."
["Fottere, è aspirare di entrare in un altro, e l'artista non esce mai da se stesso."]
Charles Baudelaire, “Journaux intimes”

La frase di Baudelaire non è intenta a descrivere il rapporto sessual-emotivo fra due persone, ma dall'ambito sessuale delinea il modo in cui l'artista approccia alla vita, al mondo e alla realtà. Il sesso richiede, di per sé, molta "fusione" con l'altro: ma per l'artista è sempre un avvicinarsi, non un fondersi, perchè -come dice Baudelaire stesso, peraltro- egli "non esce mai da se stesso", non si tradisce mai, non si lascia contaminare né rubare il suo "sangue" dall'altro, ma soltanto -eventualmente- dall'Arte. 
L'artista è un essere egocentrico ed esigente per antonomasia, desidera sapere tutto ma non dare né dire nulla di sé, avere tutto ma non concedere nulla di suo se non la sua arte (perché essa venga ammirata, celebrata, diffusa); sapere di possedere ma non voler essere posseduto completamente. E comunque, Baudelaire usa non a caso il termine "fottere", come simbolo del puro e semplice, mero atto del sesso: la penetrazione. Come invasione dell'altro, sconvolgimento del relativo io e della persona senza, però, tradire il proprio io di artista, senza compromessi di nessun genere. 
Avere, non condividere. L'artista ha bisogno di emozioni forti che alimentino i contrasti emotivi intrinsechi ed intimamente intrecciati con la sua vita, i picchi di "up" e di "down" che lo fanno sentire mobile e precario, fragile e verace, vulnerabile, ricettivo, passionale e quindi vivo. Il tormento domina la sua esistenza, non l'amore, non la condivisione dei piaceri o delle emozioni. Ovviamente, questo, non gli impedisce di provare sentimenti anche viscerali e fortissimi per qualcuno, di renderlo sua musa ispiratrice e suo dedicatario dell'arte, suo sostegno e suo orgoglio, persona alla quale aprire le porte del suo regno e del suo castello da egli stesso interamente creato ed arredato.
E' crudele, ma è così: amare un artista significa amare anche ciò che egli fa, mentre quest’ultimo potrà anche amarti molto o possederti, e di ciò che fai -nel caso in cui non fosse arte- invece infischiarsene, in quanto ciò non lo tange direttamente, non lo [s]muove... non gli serve.

A.

lunedì 7 ottobre 2013

Automne à la Gare.

Arrivo in anticipo alla stazione. Oggi non è Martedì, non è giorno di mercato, e c'è meno traffico.
Guardo il tabellone: non ci sono ritardi. Quindi attraverso la sala d'aspetto per raggiungere l'obliteratrice, timbro il biglietto e vado al binario numero 3, sul quale, poco prima che arrivi il mio treno, passerà quello per Milano. C'è un silenzio così spesso e "grave" che si potrebbe affettarlo. Non c'è nulla di diverso da una solita mattina in cui vado a Bergamo a studiare o a seguire le lezioni in Conservatorio, ma oggi mi accorgo di quanto distacco esprima questo silenzio. Saremo in trenta persone almeno, e nessuna parla con l'altra. Nessuno si conosce, nessuno si guarda, nessuno si saluta. Trenta anime irrequiete - ventinove senza di me - in attesa di un treno, in piedi come ombre verticali, come spaventapasseri - fra cui alcuni vestiti anche similmente - rubati da qualche campo di grano.
Eppure non credo di esprimere distacco. E al tempo stesso non me ne importa granché. Alcune facce, peraltro, sono le solite, con la stessa espressione svogliata o assonnata. E il mio pensiero, nel frattempo, si dirige verso il treno che sta per giungere: chissà se sarà quello "nuovo", nel quale i posti a sedere sono civili, abbastanza puliti; quello "nuovo" sul quale non devi spararti la musica a palla negli auricolari perché i cigolii e i rumori sono così forti da penetrare anche il timpano. Ho fatto caso, recentemente, che è il treno delle 9.22 quello che solitamente è il più nuovo. Ma non posso darlo per scontato, ho ripreso da pochi giorni la frequenza in Conservatorio, e poteva essere un caso, visto che ho pure preso treni a orari differenti fra loro.
Mi chiedo se ho con me La Recherche di Proust, e La Palude del Diavolo di George Sand. Non ne sono certo, ma mi pare di averli infilati nello zaino, insieme ai libri di Storia della Musica, gli spartiti di clavicembalo e al Volume Primo del Clavicembalo Ben Temperato di Bach - che, però, suonerò e studierò al pianoforte. Sì, sì, ne sono sicuro: adesso ricordo il momento in cui li ho messi, ovvero esattamente prima di aggiungere anche la bottiglietta d'acqua e i fiori di Bach. Molto bene, avrò il mio bel da fare anche nel mio breve lungo viaggio.
Mentre traggo queste conclusioni nel mio universo parallelo e solitario, sbuca il treno mollemente: non è quello più nuovo, peccato. Mi toccherà tenere il volume alto, e possibilmente scegliere tracce non troppo "soft", altrimenti non ascolterò praticamente nulla.
Il treno si ferma, e casualmente una delle porte è quasi davanti a me. Lascio salire cortesemente una signora prima di me. E' semideserto, così mi scelgo un posto il più possibile - o meglio, per quanto possibile - pulito, poso lo zaino sul sedile davanti al mio, ed il cappello di Parigi, la sciarpetta ed il giubbetto al di sopra. Guardo fuori e penso che siamo in Autunno ormai, anche se questa stazione non trasmette certo la poetica malinconia di Verlaine, non ispira certo l'intimità clarinettistica dell'ultimo Brahms. 
Guardo il cielo, grigio a macchie e mi viene in mente che potrei ascoltarmi un po' di Chopin: quindi attacco l'auricolare al mio cellulare e comincia la splendida Barcarola op.60, col suo colpo di apertura in pedale di dominante. Estraggo La Recherche, ma sono incuriosito dal magro libro della Sand, che ho iniziato giusto un paio di sere prima, come preambolo al sonno, ed opto per quello.
Una piccola spinta stridente, rumorosa e affaticata come un colpetto di tosse soffocato fa partire il treno. La sola cosa di cui mi accorgo prima che le pagine di carta riciclata della Palude del Diavolo, e le sequele di terze e di seste della Barcarola mi rapiscano in tutta mia accondiscendenza. 
E mentre chino la testa sul libro, prima di chiudermi nel mio ivisibile impalpabile uovo di aria, mi accorgo di quanto sia buono il profumo ai legni che indosso: un solo, ultimo palpito di fuggevole disattenzione.



A.

giovedì 12 settembre 2013

La fuga a voce sola

Il controsoggetto che ho scritto al posto tuo non lo vedrai, non lo leggerai, non lo intonerai né lo sentirai.
La nostra Fuga mi pareva inconcepibile senza la tua voce. Poi ho capito che la tua io posso immaginarla, e quindi l'ho scritta dentro di me, nella mia mente e davanti ai miei occhi, nell'aria, visto che tu non sembri preoccupartene.
Esistono fughe a una voce sola. O, almeno, questo è ciò che tutti probabilmente crederanno. Io ascolterò risposte, riesposizioni, divertimenti, stretti e pedali. 
Il pentagramma è vuoto per chi tale lo vuole vedere.

A.

mercoledì 4 settembre 2013

La Curva

Credevo di fare qualcosa di buono, venendo davanti ai tuoi occhi di celestina a dirti che non era così.
Mentre il cd volteggiava orizzontale, mentre i fumi fragranti della musica disegnavano attorno a noi ghirigori astratti e linee di calore, il mio fiato fu di troppo. Ma non lo sapevo. Io non lo sapevo.
Guardavo i tuoi occhi rivolti in avanti, come sempre. [E' raro che tu possa parlarmi guardandomi nei miei, e non ho tuttora capito se ciò dipende da una soggezione ispirata da me, o da un tuo raccoglimento personale, riverenziale, da una tua tenera vergogna.] Li guardavo ed ho sentito sussultare, poi ho abbassato gli occhi, sulle tue mani di cotone e di pèsca.
Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere quanto il mio istinto ti stesse carezzando, disegnando nello spazio, sfiorando come un petalo di stella alpina.
Parlai, a poca voce, parlai solo per te, ma sin da subito compresi che non sarebbe stato quello, che avrebbe resa utile la rottura di quel silenzio. 
[Quel silenzio non era imbarazzante o pesante, era solamente, semplicemente bellissimo. Più bello di quello in cui si resta a guardare qualcuno che dorme, più magico di quello che si infiltra alla fine di una esecuzione al pianoforte, quando il piede si alza ed il pedale si rialza, e consente al suono di andarsene altrove ma non più lì dove lo tiene.]
Delicatamente come cristallo bagnato, l'inutilità del mio errore risuonò breve, e si richiuse come un fiore notturno colpito dall'alba. Uno sbadiglio, le dita sugli occhi, una carezza sui tuoi capelli di spiga morbida, e tre baci inanellati da vicino, i nasi a capolino. Il tuo respiro parco sul mio volto e i tuoi occhi addolciti ancora di più dal chiarore giallo dei lampioni.
Stavo per lasciarti andare a casa a dormire quando, come due accordi all'arpa, le tue braccia mi giunsero attorno e tu mi abbracciasti senza dire nulla. Rimasi così, sorpreso. Rimasi così, adagiato come in una culla, sulla curva fra il tuo collo e la tua spalla, disteso dal tuo profumo fresco, finché non fosti tu ad allentare la tua dolce morsa.

Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere, e non avresti saputo. Questa volta non avrei interrotto il silenzio. Questa volta ti avrei soltanto sorriso senza guardarti, perché stavo tanto bene in quella curva, che altro non avrebbe potuto descriverlo meglio.

A.

mercoledì 17 luglio 2013

In Lontananza

L'anno scorso al 1 Gennaio mi chiesero: "Che anno sarà il 2012?". Io risposi, così, senza pensarci: "L'anno dei ritorni". E così fu, per diverse persone che conosco, più o meno vicine a me.
Quest'anno, alla medesima domanda, e col medesimo spirito dissi "L'anno della Bellezza, ma con la B".

Forse la Bellezza inizio a vederla anch'io. E non è stato soltanto il film "La Grande Bellezza", non è stato unicamente il contorno a quel film, o il suo significato nascosto.
Forse, pur in un momento di profondo "dolore globale", inizio a vedere la Bellezza nel suo senso più ampio - e forse anche più nobile - come un qualcosa di distante ma che si distingue.

Si è in costante cambiamento nella vita, ma non sempre questi cambiamenti trascinano violentemente con loro come mi sta accadendo: questo perché, spesso, il cambiamento lo si teme - o almeno io lo temo, perché sono di base un po' diffidente seppure accogliente - e non si può prevedere cosa si aspetta; perché a volte cambiare fa male, e altre significa prendere veramente in mano le proprie responsabilità, la propria persona. Guardarsi in faccia senza chiudere gli occhi, ma con la paura di scoprirsi diversi da ciò che si credeva, con il rischio di piacerci meno di quanto vorremmo, o addirittura di desiderare di non essere chi siamo.

Il più grande coraggio si ha verso se stessi, non verso il mondo. Accettando di non essere qualcosa "a parte", ma una sua parte stessa. Non si è tagliati fuori, si decide di escludersi. Non si è colpevoli, ma ci si dà la colpa, perché nessuno è colpevole finché non gli si attribuiscono colpe o responsabilità. Inclusi se stessi.
Dura è accettare l'abbandono, l'essere tutto e nulla nel lasso di tempo necessario appena per sciogliere i nodi della difesa e lasciarsi pervadere. Nodi poi difficilissimi da rifare. Dura è dosare l'essere ciò che si è, accettare di stare in silenzio ma stare accanto, non esprimere la propria per forza ma ascoltare; dura è ammettere a se stessi desideri, pensieri, paure, esigenze, sogni, debolezze e forze, negati per poter essere "perfetti", per essere pronti a tutto e a tutti, per tenere tutto sotto controllo. Per potersi "lamentare". Distrarsi in milioni di cose diverse e spesso vacue, per non fermarsi, per non pensare e ricordare. 

Ma il controllo non può esserci. E' un'illusione, e quando ce ne si capacita, si perde l'appiglio, e da quella rupe dove quasi si scorgeva la cima, ci si sente come precipitare a vuoto: zero imbracature, zero corde di salvezza. E manca l'aria. E non si ha il tempo di svegliarsi che una mano al collo e l'altra allo sterno premono togliendoti il fiato e facendoti quasi scoppiare il cuore. E non c'è una mano da stringere per farsi forza, una presenza per rassicurarsi. Si fa i conti con il proprio io, che tanto abbiamo lasciato in un angolo, e con tutte le cose che non si possono "gestire".

Il soffocamento non è assenza di aria, ma bisogno e voglia di respirare. Solo che respirare equivale ad accettare che nuova aria entri dentro, aria che non si sa se sia buona o cattiva, sana o meno.

Il più grande coraggio è verso se stessi. Ammettere, vivere. Prendere a mani piene ciò che si desidera, senza la codardia della paura che istiga a non farlo ancora, sussurrando dietro il collo "No, non è ancora tempo...", per poi generare aborti di rimpianti, pentimenti, e autoinquisizioni che suonano paradossali e per di più non portano a nulla.

Il coraggio è lontano ancora, ma forse c'è. La Bellezza è lontana ancora, ma forse c'è.


A.

lunedì 13 maggio 2013

Scheggia

Ho rivisto ciò che ero, per un attimo. Abbastanza per imprimere non solo quell'immagine, ma anche tutto ciò che la contornava - emozioni, spirito, pensieri, carattere, nella mia testa e dentro di me.
Ho provato tantissima nostalgia. Mi sono sentito come in colpa.
Mi ero dimenticato, senza rendermene conto. 
Mi sono ritrovato, e lo stupore di rivedermi ancora lì dov'ero, com'ero, mi ha praticamente sovrastato, come un'onda oceanica multicolore, schiumata, fragorosa, viva. Ecco, ho riprovato la vita, e in un secondo più di dieci anni mi sono passati davanti veloci come schegge di luce: manoscritti in bella copia quasi come fosse stampa, quaderni stracolmi di note, fogli volanti vissuti, turbamenti, passioni, abissi sondati impavidamente.
Ho visto tutto ciò ed anche ben di più, e mi sono sentito mutilato, ammutolito, paralizzato.
Poi ho mosso le dita, gli occhi, e ho iniziato a piangere. E' come se avessi riaperto un piccolissimo uscio del quale non trovavo più la chiave. Ho riaperto un chackra, un canale non tanto di espressione, quanto di consapevolezza di vivere, di desiderare, di bisognare.
Ho sentito il mio sangue molto caldo, il mio cuore accendersi, il mio corpo emanare calore e muoversi armoniosamente.
Ho visto quanto ho dato, e quanto il mio riserbo e la mia riverenza non mi hanno mai portato a chiedere. Ho visto quel che sono (stato), e se allora me ne vergognavo tanto, e se il tempo progressivamente mi aveva imprigionato, trasfigurato... ora le bende si erano sciolte, e potevo riguardarmi davvero nello specchio. 
La meraviglia di quei giorni che sono e sembrano tanto lontani, e di quel qualcuno che spero di poter ancora essere.
Credevo di essermi costruito un'anima nuova, e invece, per il fatto che costa caro portarla, l'avevo soltanto negata.
Ho provato tantissima nostalgia, tanto da essere insopportabile. Allora ho iniziato a muovere dei passi, per tornare verso quel che ero, abbracciarlo, chiedergli perdono e rimetterlo al posto che è sempre stato suo.


A.

martedì 7 maggio 2013

La Sfera di Acqua e di Neve

Spesso le parole sono fionde che lanciano la pietra dei ragionamenti in direzioni inaspettate. Ci si ritrova catapultati in sperdutezze selvagge senza alcuna risorsa né orientamento e, se si trova il coraggio per cominciare a muoversi, si va per tentativi. Ogni scricchiolio inquieta ed ogni rumore vicino o distante ruba la nostra attenzione e dedizione alla riflessione su cosa e come ci stiamo muovendo. Mai camminare ci è parsa un'azione così nuova, così difficile. Anche se fra le fronde qualche raggio di sole buca e ci raggiunge, non ci dà fiducia: lo sappiamo distante; e, anche se possiamo riconoscere più o meno che posizione ha il sole, ciò non c'è d'aiuto: perché quel che cerchiamo non è l'ora del giorno, né quanto manca prima che scenda la notte ed una falce di luna venga a ferirla con una malizia tale da non farla nemmeno sanguinare. 
Noi vogliamo sapere dove siamo, e quanto siamo finiti lontani da dove eravamo prima. Per certi versi, ricorda il viaggio che conducono (o, almeno, così spesso viene detto) le persone per uscire dal coma: è come un destino tracciato, una serie di strade, immagini, bivi, incroci, silenzi e rumori che si devono incontrare perché si compia l'intera formula dell'incantesimo che è necessario per riaprire gli occhi e tornare alla vita di sempre.
Questo, almeno, fino alla successiva distrazione: qualcuno che ha bisogno di noi, un'urgenza o un impegno preso che ci tiene con un piede incollato a terra... Ecco che solleviamo gli occhi, incerti, quasi storditi, e l'unica cosa che possiamo fare è posare questo viaggio sulla mensola, come una di quelle sfere di vetro piene di acqua e "neve", rimandando l'avventura in quel piccolo paesaggio ad un momento di cui, guarda caso, ancora non sappiamo se, come e quando arriverà.



A.

giovedì 2 maggio 2013

Alla Ricerca del Tempo Perduto

Fa uno strano effetto constatare di ricordare assai vividamente momenti della propria infanzia - o della prima giovinezza - i quali, differentemente, sembrano essersene andati via dai ricordi delle persone più care. Quelle persone che erano già adulte nel periodo in cui tu eri un bambino o un ragazzino in pubertà, e pertanto, tendenzialmente, forse più portati ad imprimere nella loro memoria quegli attimi, quei periodi.
L'altro giorno, parlando con mio padre, ho capito che lui non ricorda più né quando né come, o dove, o perché io iniziai il corso introduttivo di pianoforte in prima media. Sorpreso ed incredulo, mi sono ritirato in un mio adombrato angolo di domande. Diamine, eppure fu lui a pagarmelo, ad iscrivermi, a portarmi a lezione in quei pomeriggi a scuola. Ci fu anche il saggio finale, nell'Aula Magna dell'istituto che, qualche anno dopo, sarebbe diventata la mia scuola superiore. Ma più ho tentato di risvegliare la sua memoria, più cresceva la mia consapevolezza del suo non ricordare nulla.
Non ricordava neppure dei 4 anni di totale autodidattica che, in seguito, feci, per l'opposizione sua e di mia madre a farmi proseguire. Ed io, invece, tuttora ricordo (e quasi rivivo) intensamente la bramosia, la mia già germogliata convinzione nel destinare la mia vita alla musica: la delusione per la negazione di un proseguimento. Ho capito che, a suo tempo, differente com'ero di carattere rispetto a qualche anno dopo (nonché ad ora), non passò il messaggio: la mia frustrazione. Forse non fui in grado di renderla chiara, di disegnarmela in modo evidente sul volto. Forse non ne parlai sufficientemente tanto, o con la dovuta convinzione. Forse non era una ribellione abbastanza forte.
Lui nemmeno ricordava di avermi negato per anni ciò che più desideravo, mentre io di quella negazione porto ancora intimamente non un risentimento (ci mancherebbe), ma sicuramente un segno, una traccia invisibile ma fortemente percepibile.
Com'è facile arrecare danno a qualcuno senza accorgercene. Com'è facile dimenticarcene.
Stimiamo il valore delle cose secondo i notri canoni, anche quando non ci riguardano. E ciò è un errore. Presumiamo di riassumere il peso di una delusione, di una mancanza, di una dimenticanza attraverso la nostra sensazione del peso, e così facendo non consideriamo che tale peso non grava affatto su di noi, ma anzi, lo stiamo per "scaricare" sulle spalle di qualcun altro.
E noi, noi che quel peso lo riceviamo, quel sacco di farina o di cemento, quella mole di responsabilità non nostre... siamo forse così attoniti e scombussolati che non riusciamo a esporre il nostro pensiero, ad interpretare adeguatamente la nostra delusione, a cercare di indurre un'inversione di rotta.
Spesso penso a quanto tempo ho perso... e mi rendo conto che molto di esso è andato perdendosi a causa delle scelte di qualcun altro che, forse, non ha preso in considerazione la mia voce, che non ha notato i miei occhi bassi, il mio silenzio, le mie mani incrociate o i miei sospiri desolati. E in tutto ciò, mi sono spesso chiesto se ho diritto di provare del risentimento, della rabbia, del rigetto o che altro sia. Non ho mai azzardato l'ipotesi di un errore volontario, di una negazione di diritto fatta per pura fine a se stessa. So solo che le motivazioni che accompagnavano quel "no" erano deboli, banali, o peggio assenti.
Spesso penso a quanto tempo ho perso, e a quante volte, forse, avrei dovuto rivendicarlo o farlo notare, anche perché assieme a quel tempo ho perso anche, un granello alla volta, buona parte di serenità e di entusiasmo. Di naturalezza.
Ho perso il tempo che non riavrò mai, e che resterà in quel luogo stagnante dove stanno le cose inutilizzate o non sfruttate, puramente lasciare passare (o passire). L'ho perso per volontà delle persone più care. E loro non solo non se ne curano, ma lo hanno pure scordato.
E' proprio vero che le cose perse sono quelle di cui si può sentire di più la carenza. E ciononostante, anche se provassi avversione, ira, rancore o altro, non me ne tornerebbe un solo minuto, un solo secondo.


A.

domenica 14 aprile 2013

Lo scrigno

Pensavo che il vento mi facesse danzare, e le foglie secche inzuppate di temporale cantare.
Pensavo che il sole mi vestisse del suo crisma tiepido, e che le ombre mi tatuassero docilmente come un pennello cinese intinto in inchiostro annacquato di Vodka.
Pensavo di profumare ancora di Autunno, e che il mio cappello mi proteggesse dagli spilli vacui della pioggia o dagli sguardi insistenti delle nuvole.
Aspettavo il tramonto per gustare l’imbarazzo senza che nessuno mi notasse, ed il primo mattino per asciugare le lacrime della notte dagli occhi, improvvisandole brina o rugiada.
Sognavo dolci incubi, crogiuoli caldi e soffici come cuscini, immagini paradossali ma possibili.
Credevo che non indossando un orologio il tempo mi aspettasse.
Ma quando ho sollevato il coperchio del mio scrigno, ho capito che ciò che c’era dentro non sarebbe stato per sempre. Quindi, l’ho richiuso.
Sto cercando di sincronizzare il mio respiro, il mio cuore e la mia incoscienza con il ritmo della musica. Quando ce l’avrò fatta, il mio scrigno diverrà un carillon.
Non dovrò più richiuderci nulla, anzi, potrò finalmente lasciarlo risuonare.

(Andrew, 10 Aprile 2013)

lunedì 28 gennaio 2013

Dove regna la personalità?

Dove regna la personalità? Qual è il suo trono?

Specchiati in me se vuoi, ma poi corri via. Corri via, prima che sia io a specchiarmi in te: prima che sia tu il semplice riflesso. 
Non scambiamoci i vestiti, anche se potremmo, anche se li porteremmo identicamente, anche se i nostri corpi profumano similmente. Tieni fede al tuo originale, al tuo linguaggio, al tuo codice di movimento. Non darmi la tua anima, non ricalcare la mia. Potrei danneggiarti, potresti sfigurarla.

Perché passi tanto tempo da solo, affilando enormi e pesanti spade, proclamando di possedere le lame più perfette, se poi preferisci tenerle al caldo del fodero quando il fato ti invita ad usarle? A che ti serve un corpo possente, se, quando la tua forza si rende utile o necessaria, lo copri con armature modellate sui corpi degli altri?

Distinguere gemme vere da fondi di bottiglia è certo difficile, ma un metodo per stabilire tali differenze c'è. L'imitazione costa meno, certo, ma per l'occhio attento ed esigente, non ha molto più valore di un sasso colto sulla strada. 
Chi sa distinguere una gemma da un coccio di vetro intagliato, quel sasso si concede anche di calciarlo avanti.


Andrew