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mercoledì 23 ottobre 2019

Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Rieccomi qui! Fortunatamente non è passato troppo tempo, come l'ultima volta.

Voglio condividere con voi una delle ultime recensioni che ho scritto per Le Salon Musical, sito-rivista di musica con cui collaboro ormai da più di due anni. Mi dispiaceva non poco aver sospeso i miei contributi durante l'estate, e sono contento di aver rimesso in marcia questo lato della mia vita.

Settimana scorsa, giovedì 17 Ottobre, in Sala Greppi a Bergamo c'è stato il concerto del famosissimo Trio di Parma. E' stato davvero un concerto memorabile!
Di seguito trascrivo l'intero articolo, che comunque potete leggere QUI sul relativo sito:

"Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Ieri sera, 17 Ottobre, per il terzo appuntamento del trentaseiesimo festival internazionale “Concerti d'Autunno”, promosso dall'Associazione Sala Greppi di Bergamo, il palco è stato affidato al Trio di Parma. La celebre formazione violino-violoncello-pianoforte, costituitasi nel 1990 al conservatorio dell'omonima città, ha eseguito un programma in prevalenza legato al repertorio di Antonìn Dvorak con una parentesi dedicata a Robert Schumann, il quale, insieme a un Brahms svelato soltanto nel – e dal – bis resteranno in sordina come due benevoli fantasmi ad echeggiare qua e là fra un inciso e l'altro, fra un'idea musicale e l'altra, fra un movimento e l'altro.

E, proprio di Schumann, curiosa è la scelta dei Sechs Studien in kanonischer Form (Sei studi in forma canonica) Op.56 nella trascrizione del compositore e pianista Theodor Kirchner: aldilà della rara esecuzione di questi pezzi, è altrettanto insolito proporre brani in versione “non originale” (in questo caso, scritti per organo o pedalklavier). Ma del resto, la versione per trio funziona assai bene, il materiale tematico è ottimamente distribuito e le peculiarità timbriche dell'organico non mancano di speziare, di rivestire di luci differenti i contenuti musicali. A cominciare dal primo, Nicht zu schnell, sorta di valido sostituto per il primo di una raccolta di preludi (e fuga?) in tutte le tonalità maggiori e minori, fino a raggiungere lo splendido Adagio finale, nel quale il Trio di Parma trasfigura impercettibilmente l'idea del canone rendendolo il pretesto con cui lasciare emergere una composizione dalla vibrante e toccante espressività. Lecita è l'ipotesi che un brano come questo possa aver stimolato la nascita di composizioni come l'Adagio del Trio Op.8 di Brahms (compositore assai legato alla figura schumanniana) guarda caso per identico organico e impianto tonale.

Quindi ecco arrivare Dvorak, con il suo primo Trio con pianoforte Op.21, in Si bemolle maggiore. Per essere il primo di una serie di 4 – comprendendo il Trio “Dumky” – e scritto da un Antonìn appena 24enne, presenta già non poca maturità: solidità e ampiezza formale, ottime orchestrazioni, continue elaborazioni tematiche e modulazioni inaspettate. La scrittura è massiccia, la polifonia tiene sempre viva la tensione, e il clima popolare tanto caro al compositore non manca mai di farsi sentire.
Ineccepibile l'esecuzione del Trio di Parma, curata in ogni minimo fraseggio e in ogni singola articolazione. A partire dall'Allegro molto iniziale, scintillanti le timbriche, mai dure le sonorità poderose, splendido il climax prima della ripresa; tremante e commosso il secondo tempo, Adagio molto e mesto, con quella cantabilità “tipicamente boema” dei movimenti lenti di Dvorak; meraviglioso il successivo Allegro scherzando, in cui la continua ripetizione di frammenti melodici molto affini tra loro non è mai parsa prevedibile, anche grazie a un'ottima gestione delle ondulazioni agogiche e l'enfatizzazione dei momenti più grandiosi. Infine l'Allegro vivace di chiusura, che in sé qualcosa di schumanniano ce l'ha davvero, come pseudo palese citazione o forse più per la sua immediatezza narrativa e l'imprevedibile mutevolezza armonica (come, ad esempio, nel secondo tema), portano a una chiusura luminosa la prima parte del concerto.

Segue il celebre Trio “Dumky” dello stesso Dvorak, Op.90, ovvero il quarto ed ultimo trio con pianoforte.
Già dal suo nome possiamo dedurre con una certa chiarezza le idee e le ispirazioni del compositore, così intensamente permeato di atmosfere ed espressioni popolari natie. La dumka è una forma-composizione-canto di derivazione ucraina dai tratti profondamente malinconici e contemplativi – non a caso il termine significa proprio “riflettere” – sovente scritta in tonalità minore e con tono elegiaco. Nel caso di Dvorak essa si avvicina molto alla czarda ungherese, nella quale tra i vari episodi mesti si intercalano momenti decisamente più frizzanti o leggeri, quasi sempre di ispirazione danzata.
Il Trio “Dumky” è formato quindi da 6 brani aventi bene o male tutti queste caratteristiche, variamente combinate od elaborate. Eppure, in ogni dumka il lato più triste tocca corde diverse, passando dal patetico al dolcemente abbandonato, dal teso al nostalgico – alcune pedalizzazioni al pianoforte da parte di Alberto Miodini hanno reso questi episodi davvero memorabili, evocando un vero e proprio senso di distanza, di lontananza sia in termini di spazio che di tempo.
Degna di nota è anche la scelta, da parte del Trio di Parma, di diversificare a livello interpretativo anche le sezioni rapide, ovvero quelle apparentemente più immediate dal punto di vista contenutistico ed espressivo. Ad esempio, nella prima dumka la sensazione che si riceve è quella di una tenera rievocazione, quasi il ricordo di un dolce passato spensierato; nella seconda, di notevole effetto è la scelta di cominciare il Vivace non troppo sostanzialmente dalla ripetizione della frase musicale, che lascia il desiderio di un brio che si fa attendere, e che giunge fragoroso solo quando anche l'accompagnamento pianistico si fa più serrato.

In tutto questo, innegabile è l'impressione che la figura di Brahms permei invisibilmente tutto il repertorio proposto: lo stile e la scrittura di Dvorak hanno una forte affinità con i Trii brahmsiani, e nei Sei studi canonici di Schumann evidente è la vicinanza con le ispirazioni melodiche del compositore amburghese, di cui, guarda caso, il Trio regala come bis l'appassionato secondo movimento del Trio Op.87."





Presto verranno altre recensioni, ma soprattutto altre bellissime occasioni di ascolto, come quella di Mario Brunello, proprio domani sera, 24 Ottobre, sempre in Sala Greppi.

Perciò, a presto! E questa volta per davvero.
Andrew

mercoledì 24 luglio 2019

Piccole gemme e celebri capolavori a “Città Alta Chamber Music Week”

Ciao a tutti!

Dopo diverso tempo e alcune vicissitudini torno qui. Lo scorso mese di Giugno è stato denso e alquanto impegnativo (non che questo Luglio sia stato calma piatta!), ma mi ha regalato un bel momento di musica nel concerto della sera del 21, con un pubblico caloroso e attento.
Dedicherò al concerto un piccolo post, ma ora sono qui per condividere l'ultimo articolo scritto per Le Salon Musical dopo l'ascolto di uno dei concerti conclusivi della masterclass "Chamber Music Week" di Bergamo.
Ecco il testo integrale, che potete comunque leggere anche sul sito a questo link:

"Giunge quest'anno alla terza edizione la “Città Alta Chamber Music Week”, una masterclass di musica cameristica della durata di una settimana, nata da una felice collaborazione tra il Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo e la concittadina Fondazione MIA che consente a studenti provenienti sia dall'Italia che dall'estero di approfondire il repertorio dedicato agli strumenti ad arco (con o senza la partecipazione del pianoforte o di altri strumenti) con una squadra di docenti dalla nota maturata esperienza cameristica: Claudio Mondini e Francesca Monego per il violino, Jörg Winkler per la viola e Thomas Ruge per il violoncello.
Sabato 20 Luglio scorso si è svolto uno dei concerti conclusivi di questa Chamber Music Week, e si è potuto assistere a un saggio del lavoro svolto da ragazzi giovani e giovanissimi.
Il repertorio proposto non è stato, si può dire, affatto prevedibile o consueto, ma anzi, toccava brani e autori spesso poco considerati.
Il via, infatti, è stato dato con il compositore Ignaz Pleyel: il duo di violini formato da Ambra Loriga e dal M° Claudio Mondini ha eseguito il Duetto Op.48 n.1 in Sol maggiore, pagina breve e leggera in tre movimenti, datata 1806, d'ispirazione pre-romantica.
Quindi è stato il turno dei Deux Interludes di Jacques Ibert, per flauto, violino e pianoforte. Unica composizione del concerto a uscire dall'organico per soli archi e prendere in causa strumenti altri. Qualche piccola incertezza di insieme negli attacchi non hanno privato di gustare lo stile mutevole e l'atmosfera un po' trasognata di questi pezzi, specialmente nel secondo, Allegro vivo, che ha visto una buona resa soprattutto nella parte violinistica.
Da un trio si passa a un altro, ma tornando alla formazione per soli archi: un Andantino, estratto dal Trio in Sol minore per due violini e violoncello di Borodin, brano struggente e di non semplice gestione, anche per la sua struttura – come, ad esempio, il breve episodio in pizzicato prima della ripresa del tema principale, sostenuto da un violoncello fisionomicamente quasi passeggiato, desta qualche sorpresa nell'ascoltatore.
Successivamente, la prima composizione per un organico di quartetto d'archi della serata, il Capriccio dai Quattro pezzi per quartetto d'archi Op.81 di Felix Mendelssohn. Dopo un'introduzione mesta (Andante con moto) simile a una delle Romanze senza parole, ecco una sferzata di energia data dalla seconda parte in forma di fuga, che procede senza sosta, dritta alla meta. Il giovane quartetto ha saputo rendere piuttosto bene sia l'aspetto più tecnico (da menzionare, in questo, la solidità del primo violino, Coco CaiYaxuan) che quello più musicale, mettendo ben in luce le varie entrate del soggetto dell'Allegro fugato.
Segue il primo movimento del Quartetto n.1 D.18 in Do minore di Franz Schubert, Andante-Presto vivace, eseguito con notevole attenzione ai dettagli espressivi, alle intonazioni, valorizzando le dinamiche imprevedibili e ricercando un'identità forte. Alla viola, il M° Winkler.
Si ritorna quindi all'organico dei tre strumenti ad arco, con il Trio per violino, viola e violoncello Op.9 n.3 del grande Beethoven. Davvero interessanti, qui, la coesione e le intenzioni musicali dei tre componenti, che hanno dato vita a un'esecuzione notevole, curata, e musicalmente non certo immatura. Doveroso un accenno al violoncellista Milan Drake, che, sia qui che nel precedente Capriccio mendelssohniano ha dato prova di avere sicurezza e una buona preparazione strumentale.
Chiudono il concerto il primo movimento, Allegro moderato, dal Quartetto in Fa di Maurice Ravel, capolavoro quartettistico universamente riconosciuto, e, tornando nuovamente a Mendelssohn, l'energico e frizzante Allegro vivace del Quintetto per archi in Si bemolle maggiore Op.87."

Scappo che sono di corsa!
A prestissimo (spero!)

Andrew

martedì 27 novembre 2018

Almenno San Bartolomeo: la Ensamble Barocco di Bergamo alla Rotonda di San Tomè

Rieccomi dopo qualche giorno in tutta fretta!, per condividere con voi un altro articolo scritto per Le Salon Musical.  Si tratta della recensione di un concerto di repertorio barocco tenuto nella zona di San Tomé, ad Almenno San Salvatore. La formazione era abbastanza insolita: oboe, fagotto, clavicembalo. Curioso è che due degli interpreti sono di mia vecchia conoscenza diciamo, in quanto docenti  di un Conservatorio nel quale ho studiato.

Come sempre copio incollo il testo dell’articolo qui:

Per “Musica e territorio” – rassegna di concerti cameristici itineranti presso abbazie, chiese romaniche, torri e castelli promossa dall’Orchestra Sinfonica di Lecco – oggi pomeriggio, domenica 18 novembre, si è tenuto il concerto del Barocco Ensemble di Bergamo, formazione strumentale composta da Marco Ambrosini all’oboe, Deborah Vallino al fagotto e Fabio Piazzalunga nel ruolo di cembalista-continuista. I valenti musicisti – Ambrosini e Piazzalunga, solo per fare cenno, sono docenti in carica presso il Conservatorio “G. Donizetti” di Bergamo da diverso tempo – hanno allietato il pubblico presente con un concerto inusuale, toccando repertori variegati di compositori celebri e meno noti: da Bach a Haendel, passando da Telemann, fino Paradisi e Pasquini. Una caratteristica che vale la pena sottolineare è l’idea di proporre composizioni per organici diversi, nella fattispecie non unicamente per trio, ma anche per il solo clavicembalo o per i due strumenti a fiato separati: questi essais, assaggi appunto, di differenti modalità espressive ed associative hanno reso fruibile ed accattivante l’ascolto.
Si sono potute ascoltare tre delle ben note Inventio a due voci del grande Johann Sebastian Bach, in una trascrizione per oboe e fagotto: adattamento non certo di frequente ascolto ma che, però, si è rivelato utile a mettere in luce contenuti e fraseggi altri rispetto a quelli delle più note esecuzioni pianistiche o cembalistiche, nuances legate in modo indissolubile alla natura stessa dei due strumenti. Ecco che queste brevi pagine assumono un’espressione più colorita e cantabile, una dizione più spiccata e una scissione delle voci facilmente percepibile.
In riferimento ai brani per cembalo solista, aldilà della famosissima Toccata in La maggiore di Paradisi, è degna di nota l’esecuzione delle Partite diverse di Follia di Bernardo Pasquini. Dopo la consueta esposizione, il celebre mesto tema viene sviluppato un po’ a mo’ di Passacaglia in una serie di 14 Varianti senza soluzione di continuità: questo consente di dare risalto non poche delle qualità espressive e di questo splendido strumento oggi considerato “antiquo” e ingiustamente poco proposto come protagonista di scene concertistica. Pasquini pare voler richiamare le ben più conosciute Partite e Toccate di Girolamo Frescobaldi (in particolare le Cento partite sopra Passacagli o brani come l’Aria detta Frescobalda, contenuti nelle medesime raccolte), adottando da quest’ultimo alcune tipologie di scrittura contrappuntistica e l’atteggiamento spavaldo nei confronti delle dissonanze come elemento affettuoso ed evocativo. Notevole l’esecuzione di Piazzalunga, sia per la precisione nelle zone rapide e passeggiate che per il sapiente uso di abbellimenti ed effetti, senza mai rendere leziosa la continuità discorsiva.
Per quanto riguarda, invece, i brani per il trio al completo, interessanti sono state le esecuzioni del Kammer Trio n.24 di Haendel, per il quale – rispetto ad autori quali Bach, per cui è sovente il motore principale – l’artificio compositivo dell’imitazione si sottomette ad una predominanza melodica cantabile, quasi ariosa, rendendosi perlopiù pretesto per brevi sviluppi od episodi modulanti; e del Trio n.12 dagli “Essercizii Musicii” di Telemann, dal consueto carattere frizzante e scorrevole nei tempi rapidi ed una maggiore ricercatezza melodico-armonica in quelli più tranquilli. Interessante anche la Sonata per fagotto e basso continuo TWV 41 ES A1 del medesimo compositore, in cui le atmosfere tenere e morbide dei movimenti più tranquilli si sono contrapposte al brio del Vivace conclusivo, con la tipica scrittura fagottistica (eseguita dignitosamente dalla fagottista Vallino) in staccato.
A conclusione di questo concerto cameristico resta soltanto una piccola riflessione-constatazione su come non poche volte certi repertori – ed autori – restino ancor oggi un po’ nell’ombra o nella nebbia, nonostante l’evidente merito di essere inclusi nei programmi di sala in rassegne ed istituzioni concertistiche."




Sperando di tornare altrettanto presto....
Andrew

lunedì 3 settembre 2018

"Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione"

Ciao a tutti!

Dopo un periodo abbastanza lungo di pausa dal mio amato blog - ahimé non per vacanza! - finalmente torno qui per condividere un secondo articolo, fresco-fresco!, scritto sempre per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione di un concerto davvero stupendo a cui sono stato Sabato scorso, 1 Settembre, ovvero quello del Quartetto Epos con il bravissimo Simone Gramaglia a sostituzione della viola.
QUI potete direttamente leggerlo dal sito de Le Salon, altrimenti questo di seguito è il testo:


Bergamo: il Quartetto Epos, da Haydn a Bloch con espressività e coesione

Se dovessi riassumere in poche parole indicative il concerto del Quartetto Epos di ieri sera, 1 Settembre, nella bella cornice della Chiesa di San Pancrazio in Bergamo Alta, direi: cura, espressione e coesione.

Questo quartetto d’archi nasce nel 2015 dall’unione di quattro giovani musicisti provenienti dal Conservatorio della Svizzera Italiana. Nel corso della loro formazione quartettistica – che tuttora continua, frequentando il “corso di alto perfezionamento per quartetto d’archi” del prestigioso Quartetto di Cremona – si sono avvalsi della guida di valenti musicisti come ad esempio Danilo Rossi, Kladi Sahatçi e Aldo Campagnari (alias il secondo violino del Quartetto Prometeo).

Il programma del concerto prevedeva musiche di Haydn, Beethoven e Bloch, ma, fino all’arrivo in loco, non ero a conoscenza dei brani effettivamente eseguiti.
All’entrata del quartetto, scopro che c’è qualcosa di diverso: la violista, Georgiana Bordeianu, è sostituita da Simone Gramaglia, il violista del Quartetto di Cremona citato poco sopra. E’ veramente una fortunata coincidenza, per me: ricordo, qualche anno fa, un suo concerto in duo con il bravissimo chitarrista Luigi Attademo, un concerto del quale serbo ancora meravigliosi ricordi, sia per la bellezza musicale direi totale, che per la bravura dello stesso Gramaglia, che mi aveva lasciato del tutto senza parole: un suono bellissimo, un atteggiamento di intenso calore e confidenza con il suo strumento, l’impressione che esso “parlasse” al posto delle sue labbra.

L’attacco è con il Quartetto in Si minore Op.33 n.1 di Haydn. A dire la verità non conoscevo bene questa composizione, ma sin dalle prime note mi sono reso conto dello studio profondo che si cela dietro l’esecuzione: i quattro musicisti sembrano disquisire fra di loro, a tratti divisi a paia, a tratti facendo saltellare fra loro frammenti contrappuntistici. Hanno tutti un’ottima preparazione musicale, il loro suono è sempre pulito ed intonato, chiaro ed espressivo. Da ciò si nota la cura nei confronti della partitura haydniana, l’esaltazione del valore di ogni singolo inciso, il fatto che si percepisca l’intera composizione come un’immagine dai contorni ben delineati, senza che questi siano didascalici o eccessivamente sottolineati. Nel Menuetto: Allegro di molto echeggiano ribattuti che saranno tanto cari a certi scherzi brahmsiani, come quello del Trio Op.8; mentre l’Allegro di apertura è disteso e intriso di chiaroscuri, di indeterminatezze fra tonalità maggiore e minore (tanto che, dalle primissime note, il Quartetto sembra essere in Re maggiore), di afflati, attese, e sospensioni su accordi che lasciano titubanze o qualche punto di domanda. Dopo un Andante espressivo e cantabile, il fragore del Presto conclusivo, nel tipico stile di tanti finali del compositore – presenti anche in varie sonate e divertimenti  per pianoforte – lascia senza fiato, chiudendo il quartetto senza fronzoli, quasi inaspettatamente.

Quindi è il turno del Quartetto in Fa maggiore Op.59 n.1 “Razumovsky” di Beethoven. Quartetto fra i suoi più noti ed eseguiti, scritto nel 1805, si contraddistingue per la lunghezza dell’Allegro iniziale che, illudendo con una partenza quasi “pastorale” (non mancano infatti possibili somiglianze con l’omonima sinfonia) affidata alla voce calda e profonda del violoncello prima, e più acuta del primo violino poi, conduce in differenti zone dell’immaginazione e dell’elaborazione tematica. Notevole è anche l’ampiezza dello sviluppo, che richiama sovente il primo tema – interamente o in parte –  “piegandolo” in svariati modi, o frammenti melodici dei ponti modulanti portandoli in progressione o in stile fugato.
Ma il più enigmatico movimento resta il secondo, un Allegretto vivace e sempre scherzando che, nonostante la dicitura scherzosa, ha quasi più il carattere di un “intermezzo” (un po’ come, per tornare al già citato Brahms, troveremo nel suo Quartetto con pianoforte Op.25): la propulsione e la varietà ritmica sono le fondamenta ed il motore ruggente di questo brano che, partendo ancora una volta dal violoncello solista con un ribattuto e, subito dopo, dal secondo violino come ad alludere un ironico assolo di tromba, è continuamente inatteso e imprevedibile, giocando a fare il semiserio, poi il simil-popolare, e poi ancora più lirico. Anche qui l’elaborazione tematica induce a credere che non sia uno scherzo come si è soliti concepirlo, ovvero con un trio a frattura di due aree espressive similari, ma ad un’altra forma sonata, con sviluppo e ripresa annessi.
L’Adagio molto e mesto, intriso di struggimento ed introspezione, curato meravigliosamente nelle sonorità e nei significati dal Quartetto Epos, si lega indissolubilmente al “tema russo” dell’Allegro finale tramite un trillo sospeso sulla dominante a conclusione di una lunga cadenza solistica del primo violino (eseguita molto bene da Livia Roccasalva). Ed una volta di più è il violoncello a irrompere sulla scena, con un tema dallo stesso carattere pastorale del primo tempo, ma qui il clima è indubbiamente meno disteso, rigoglia di maggiore brio ed esaltazione, quasi invitando ad una danza. Beethoven conia indissolubilmente la pagina con le sue iniziali riuscendo a sviluppare in stile imitativo anche i tasselli così “sintetici” di questo finale, e, dopo un breve attimo di pace apparente, esplode in una concisissima coda in Prestissimo, chiudendo il quartetto nel pieno enthousiasmos.
Emozionante è stato vedere come Simone Gramaglia, violista “sostituto” del quartetto – nonché loro docente, come detto poco sopra – osservasse costantemente gli altri tre musicisti e partecipasse all’esecuzione con una coesione e una comunione di intenti davvero notevole: non è stato raro vederlo eseguire la propria parte seguendo anche le restanti, partecipando negli attacchi, negli episodi omoritmici, nelle conduzioni dei discorsi musicali. Questo a riprova della validità di questo musicista, e indubbiamente anche dello stesso Quartetto di Cremona, di cui egli è componente.

L’ultima, stupenda parte del concerto è rivolta a un repertorio decisamente moderno, con Ernest Bloch e i suoi Paysages, tre piccoli pezzi per quartetto d’archi, tre piccole gemme musicali dai caratteri estremamente diversi. Frequenti armonici, utilizzo della sordina e della zona del ponticello: effetti e colori assai distanti dai quartetti di Haydn e Beethoven. Il primo, intitolato North, richiama alla mia memoria le atmosfere rarefatte, quasi nebbiose di Prelude à la nuit della Rhapsodie Espagnole di Ravel, con quei tetracordi discendenti ripetuti più volte in emiolia e quello stile “a macchie” nella distribuzione del materiale sonoro, quasi sempre costituito da pochissime note (talvolta cromatismi) o minimi frammenti melodici. Quindi il secondo, Alpestre, il cui titolo rende pienamente giustizia al carattere del pezzo, ben più “materiale” ed esplicito del primo, contraddistinto da un motivo espresso più volte dalla viola sola, quasi iconico, un versetto dolce e vibrante. E infine il terzo, Tongataboo, il più rude e focoso dei tre, contraddistinto da un ritmo incessante, quasi “rumoroso”, di ribattuti, pizzicati, quinte vuote e trilli nervosi, ai quali cerca di allinearsi una idea melodica di carattere patetico e melanconico, a metà fra il carattere di un tango un po’ bizzarro e un canto popolare di quelli tanto cari a Béla Bartòk.

Il quartetto riceve calorosi ripetuti applausi ed una standing ovation che istiga a regalare ben due bis: il secondo movimento del Quartetto Op.76 n.1 di Haydn e una ripetizione ancora più infuocata del finale dell’Op.33 n.1 eseguito inizialmente."


Spero di tornare presto e di non avere più "pause forzate" così lunghe!
Un saluto fresco di fine estate!

Andrew