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domenica 15 dicembre 2019

Il ritorno di Martha Argerich a Milano e la bacchetta danzante di Takacs-Nagy

Rieccomi!
Recentemente ho avuto parecchi impegni musicali (di alcuni magari vi parlerò più avanti), ma una cosa su tutte che mi ha emozionato molto è stato rivedere dal vivo la mitica Martha Argerich, dopo vari anni che non mi capitava. Inutile spendere parole che potrebbero suonare ovvie, nonostante corrispondano alla verità, sulla sua bravura incredibile o sul fatto che sia una delle più grandi pianiste esistenti al mondo. 

Il concerto, presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano, l'ha vista sia in duo pianistico con Eduardo Hubert, sia da solista con l'Orchestra da Camera Franz Liszt, diretta da un energico Takcs-Nagy nel primo Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, Op.15.

Non mi dilungo oltre, condivido come sempre l'articolo di recensione per intero, scritto per Le Salon Musical, che è possibile leggere sul relativo sito a questo link:

"Le Serate Musicali milanesi vedono un felicissimo ritorno della pianista argentina Martha Argerich. Al suo seguito c'è la Franz Liszt Chamber Orchestra, diretta da un brillantissimo Gabor Takacs-Nagy. Il programma tocca autori diversi, dal pieno classicismo alle modernità debussyiane; e, a rotazione, si eseguono musiche per organici differenti: dalla “semplice” sinfonica al duo pianistico e al pianoforte solista con orchestra.
In apertura troviamo la Sinfonia K.543 in Mi bemolle maggiore, nota come Schwanengesang (“canto del cigno”), di Wolfgang Amadeus Mozart. Si tratta della trentanovesima sinfonia, ovvero quella che precede – di pochissimo, viste le stesure completate nell'arco dell'estate del 1788 per una serie di concerti che, ahimé, non ebberò però luogo – le celeberrime ultime due sinfonie, note ai più come “la 40” e “Jupiter”.
La Schwanengesang, insieme alle sopracitate, costituisce il tentativo ennesimo e disperato dell'autore di uscire da una situazione economica non poco infelice causata dallo scarso successo – per non dire proprio fiasco, quanto meno per quanto riguarda la Vienna del tempo – di alcuni lavori operistici come il Don Giovanni. Ed è assai curioso (ma non certo raro per Mozart) il contrasto che si incontra tale questo momento buio di vita e i contenuti lieti di questa sinfonia, che non pochi accostano alla Terza di Beethoven, dandole l'ironico titolo di “l'Eroica di Mozart”.
L'introduzione in Adagio, dal ritmo puntato, suona solenne ma anche pomposa ed enfatica, qualità che il gesto – anche del piede, quasi un passo di danza ricorrente – di Takacs-Nagy non si risparmiano di sottolineare. L'elemento scalare citato dai violini costituisce un trait d'union con l'Allegro che segue, il quale illude di partire un po' dimesso per poi aprirsi nel brio tipico del sinfonismo viennese. L'Andante che segue è scandito anch'esso da un ritmo puntato, quasi di marcia. Ciononostante è dolce – quasi amoroso – la melodia ha un ripiego pieno di tenerezza che viene sconvolto dall'irruenza un po' tragica della sezione centrale, in modo minore, con tesi slanci dei violini verso l'acuto: forse qui il nostro compositore non riesce a nascondere la sua inquietudine, per quanto cerchi di arginarla fra due zone di pace, a tratti quasi fiabesche (specie nella chiusura). Il Minuetto prende le fattezze del Ländler, la sua dialettica molto diretta e quasi rustica, per poi cambiare volto nel Trio, in cui la dolcezza dei timbri di clarinetto e di flauto sono protagonisti. Chiude un Allegro molto spiccato, si direbbe monotematico, è una scarica di vivacità che non perde mai di tensione, alternando tratti a “moto perpetuo” con episodi basati su sincopi e sfasamenti d'accento.
Ineccepibile e brillante l'esecuzione dell'Orchestra Franz Liszt, e davvero piacevole l'energia vigorosa ed estroversa – per non dire contagiosa! – con cui il suo direttore affronta lo spartito.

Cambio di scena: vengono portati sul palco due pianoforti. Da lì a poco fa capolino sul palco della Sala Verdi la mitica Argerich, accompagnata da Eduardo Hubert. I primi brani affrontati sono i 6 Studi in forma canonica Op.56 di Schumann, nella famosa trascrizione di Debussy.
E' davvero sorprendente notare come le timbriche personali dei due interpreti sono praticamente sempre riconoscibili, anche se ahimé non sempre si sposano bene. Tralasciando l'inizio in tonalità minore del primo studio, che Martha Argerich interrompe dopo pochissime note lanciando uno sguardo di intesa al collega, la sensazione che ne ha è di poca comunicazione efficace fra i due, come se stessero costruendo le loro interpretazioni al momento: raramente i due pianisti si guardano anche solo per darsi il medesimo attacco, e non mancano piccoli episodi di “smarrimento”. Il suono di Hubert è a tratti forse troppo scandito (soprattutto nel registro acuto e con il pedale sinistro abbassato) e finisce per nascondere eccessivamente le risposte della Argerich: si tratta pur sempre di canoni, e gli scambi tematici necessitano laute o quanto meno eque evidenziazioni.
Decisamente diverso l'approccio al Prélude à l'après-midi d'un faune, sempre di debussyiana penna: sin dall'inizio il bilanciamento è efficace, la discorsività più fluida – come evitare di menzionare i meravigliosi arpeggi iniziali della Argerich eseguiti con un suono quasi liquido e un'uguaglianza invidiabili? – specie nelle sezioni più polifoniche o politematiche, evocando più volte i timbri della versione per orchestra.

Torna sul palco l'Orchestra Franz Liszt con ilsuo direttore per l'esecuzione del brano Angelus! Pière aux anges gardiens di Franz Liszt. Estratto dal terzo volune delle Années de pèlerinage, lo ritroviamo qui nella trascrizione per l'orchestra dello stesso compositore, e siamo indotti a chiederci se sia, questa, di molto più bella di quella pianistica: la coloratura cangiante, la delicatezza e la sensibilità con le quali il compositore ha distribuito attentamente le parti ai vari strumenti rendono questo pezzo un autentico gioiello, capace di farci scordare per qualche minuto della versione originale.
Anche qui la direzione “danzata” di Takacs-Nagi mette in luce ogni minimo aspetto della partitura, senza forzature ma in modo gradevole e perfettamente comprensibile. Non rari i suoi rivolgimenti a singoli esecutori – in particolare i fiati o il primo violino, che chiude il brano in una inflessione di poesia fragile e isolata, quasi l'Amen di un bambino.

Grande e felice conclusione con il primo Concerto per pianoforte e orchestra Op.15 di Beethoven, in Do maggiore.
Martha Argerich, che ha in repertorio il concerto da quando è bambina (sono facilmente rintracciabili le relative incisioni), rientra sul palco e l'orchestra attacca. Immancabile l'energia già menzionata del direttore che, associata all'estro e alla disinvoltura della – 78enne! – pianista, regalano un'esecuzione brillante e di forte impatto espressivo.
Sconvolgente come sempre è constatare quali libertà e varietà di suono siano in possesso della Argerich, la quale affronta le serrate scritture beethoveniane, gli episodi cadenzati, le rapide scale e gli arpeggi – difficile non fare cenno alla cadenza del rondò conclusivo – come se improvvisasse o scegliesse sul momento quali fattezze attribuire alla musica, e sempre con un'efficienza ed un dominio da lasciare senza parole – o esaltare completamente – chi la ascolta."
Condivido qui le fotografie scattate da Paolo Andreatta.








A presto con importanti novità!
Andrew

domenica 1 dicembre 2019

Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Ciao a tutti!

Sarò velocissimo perché ho pochissimo tempo: condivido come sempre la mia più recente recensione di un concerto. Sono tornato da Cerabino Pianoforti per l'esibizione del Trio AnciAntica. Un programma monografico o quasi su Bach, con una sterzata verso Platti.

Come sempre l'articolo è stato scritto per Le Salon Musical, e potete leggerlo QUI.
Il testo integrale qui di seguito:

"Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Cerabino Pianoforti a Lecco prosegue i suoi appuntamenti dedicati alla musica classica e jazz a seguito di un anno veramente fitto di occasioni interessanti. Roberto Cerabino, creatore di tali iniziative nonché proprietario del negozio, propone ciò in virtù del suo profondo amore per la musica, a prescindere dagli stili, dai periodi storici o dalle culture di provenienza. I concerti, con ingresso a libera offerta, si tengono solitamente a cadenza mensile – talvolta due al mese – e Sabato scorso, 23 Novembre, è stata la volta di un trio dalla formazione inusuale: clarinetto-violoncello-organo, denominato “AnciAntica”.
Tale formazione, composta rispettivamente da Francesco Chimienti, Maria Antonietta Puggioni – che aveva già fatto capolino in Marzo con il trio d'archi tutto al femminile “Artemisia” – e dal Maestro Mario Valsecchi (conosciuto anche in ruolo di Direttore della Cappella Musicale del Duomo di Bergamo) ha proposto un programma semi-monografico sulla figura di Johann Sebastian Bach con una piccola incursione nel repertorio violoncellistico di Giovanni Benedetto Platti.
Non è certo consuetudine ascoltare con un ensemble di questo tipo il repertorio bachiano dei Trii-Sonate, delle arie o di alcuni corali estratti dalle cantate. Sappiamo anche che il compositore tedesco non nutriva un grande amore per il timbro clarinettistico, ciononostante è cosa risaputa che nel periodo Barocco si era soliti eseguire musica piegando talune composizioni originali per gli strumenti disponibili all'occasione, adattandole di conseguenza.
Lo stesso Maestro Valsecchi ci racconta, a tal proposito, in una sorta di intervento all'interno del concerto: alcuni dei brani proposti dal Trio AnciAntica sono arrangiamenti di originali organistici; altri, come accennato precedentemente, parti corali proprie di alcune cantate – ne è esempio il mesto e celebre canto ornato in soprano Nun komm', der Heiden Heiland BWV659, primo dei quattro casi in programma – “rimaneggiate” per organo e quindi per trio, affidando magari la melodia principale al clarinetto che la cede poi all'organo o al violoncello in imitazione, nella sua interezza o in parte. L'intenzione, pertanto, non è certo quella di stravolgere le intenzioni di Bach, quanto di mettere in atto una prassi per nulla rara all'epoca, allo scopo di renderne comunque un prodotto musicalmente valido ed equilibrato.

Ad aprire questa serie di trascrizioni sono il Trio in Sol maggiore, di carattere spigliato, e l'Aria in Fa maggiore, dai toni più morbidi e dalle frequenti imitazioni. Dopo il canto ornato sopracitato, ecco quello in tenore, Wachet auf, ruft uns die Stimme BWV645, in cui è possibile notare un ruolo organistico di maggiore rilievo grazie a una scrittura che non si risparmia in quanto a ornamentazioni, senza però perdere l'atmosfera iniziale di dolce solennità.

Diversa, invece, è la Sonata per violoncello solo in Sol minore (con sostegno organistico) che si inserisce nel momento centrale del concerto: aldilà del fatto che si tratta di una composizione originale, essa funge anche e soprattutto da “punto di rottura”, portando gli ascoltatori a contatto con il linguaggio di un altro compositore – probabilmente meno noto ai più – per una manciata di minuti. La scrittura di Platti è meno fitta ed elaborata di quella di Bach. La Sonata, infatti, si apre con un Adagio di stampo lirico e patetico, in cui le imitazioni hanno più funzione retorica che strutturale; ad esso segue un Non presto, tempo di sonata in nuce dal piglio vivace, ricco di botte e risposte fra i due strumenti. Quindi un Largo in tonalità maggiore, nuovamente di impronta cantabile ed espressiva, ed un Allegro di chiusura in tempo ternario – quasi una gigue – che va dritta al punto, senza esitazioni.

E senza esitazioni si torna di nuovo a Bach, con la Trio Sonata in Do maggiore BWV529. Il felice Allegro di apertura ha quella scrittura schiettamente bachiana per la quale un elemento ritmico-melodico – in questo caso un breve episodio passeggiato, introdotto dall'organo – funge da colonna tematica portante di un intero movimento. Nel Largo successivo in tonalità relativa minore l'espressione si fa più intima e introversa, quasi elegiaca tramite l'affidamento del doloroso tema principale al clarinetto. Chiude un Allegro in stile fugato che vede “rimbalzare” il soggetto da uno strumento all'altro, per poi frammentarsi e ricomparire quasi “intermittente” tra divertimenti e stretti di libera invenzione.
Dopo il trio sopra Herr Jesu Christ, dich zu uns wend' BWV655, e il corale in trio Allein Gott in der Hoh' sei Ehr BWV664, chiude il concerto il Trio in Do minore BWV585, dai toni più misteriosi e dimessi del precedente trio, mantenendo sempre quella scrittura a libera imitazione/canone, sia per la prima parte, un mesto Adagio, che per il successivo Allegro."

Lascio sempre qualche foto di rito, e un saluto!




A presto!
Andrew

venerdì 22 novembre 2019

Crema: voci umane e di dulciane nel sacro e profano dei tempi di Leonardo

Rieccomi!

Torno dopo qualche giorno (e un "re-styling" della pagina). Purtroppo non ho molto tempo, ma volevo condividere l'ultima recensione scritta per Le Salon Musical.
Sono stato a Crema, per la precisione nella Sala Pietro da Cemmo, all'interno del Museo Civico, posto bellissimo fatto di sale affrescate e cortili quadrati che si sono rivelati molto adatti all'occasione. Il concerto ha rievocato le musiche che si sarebbero potute ascoltare ai tempi di Leonardo, con una successione di canti e musiche, intonate dall'ottimo Coro Monteverdi di Crema e da un ensemble di dulciane chiamato Quoniam.

Non mi dilungo oltre. Potete leggere l'articolo direttamente dal sito proprio QUI, ma comunque io copioincollo qui di seguito:

"Crema: voci umane e di dulciane nel sacro e profano dei tempi di Leonardo

Occasione assai particolare quella di Sabato 16 Novembre presso la Sala Pietro da Cemmo del Museo Civico di Crema. Le voci del Coro Monteverdi di Crema e i dolci timbri di dulciane del consort italiano Quoniam hanno rievocato gli anni rinascimentali leonardeschi attraverso una selezione di composizioni sacre e profane lasciate da alcuni dei più celebri musicisti del tempo, come Josqui Des Prèz, Clément Janequin, Philippe Verdelot, Loyset Compère o i frottolisti italiani Marchetto Cara e Bartolomeo Tromboncino.

Il concerto è stato suddiviso sostanzialmente in tre parti, intercalate da diversi interventi di nota storica o aneddotica (per non dire anche filosofica).
Nella prima, protagonista unico e assoluto è stato il Coro Monteverdi, affontando pagine del grande Des Prèz, come In te Domine speravi, delicata e curiosa preghiera in lingua italiana del tempo, o Tu solus qui facis mirabilia, celebre testo in latino curioso per i ricorrenti rallentamenti alla fine di ogni terzina di versi, all'incontro con parole quali “Jesu Christe”, “Rex benigne”; o il più semplice “aeternum” di chiusura, per cui tale rallentamento funge quasi da vero e proprio madrigalismo, alludendo, appunto, all'infinità dell'eterno.
Dopo Des Prèz è stato il momento di Franchino Gaffurio, del quale è doveroso ricordare l'esecuzione di Adoramus te, Christe – indubbiamente uno dei momenti di maggiore impatto dell'intero concerto – dove il Coro si esprime in tutta la sua bravura tanto negli episodi solistici-melismatici che in quelli polifonici.

Nella seconda parte il palco è interamente affidato al consort di dulciane diverse Quoniam, composto da Paolo Tognon, Lucio Testi, Claudio Sartorato, Stefano Somalvico, sostenuti dagli interventi cembalistici e organistici di Marco Vincenzi.
Il repertorio questa volta è interamente profano, alternando ispirazioni italiane e francesi, come Signora un che v'adora di Marchetto Cara, o Chanter ne puis di Loyset Compère: una sequela di andamenti e scritture diversi che catapultano l'ascoltatore in un altro tempo, fra le corti e i costumi che oggi rivediamo fotografati soprattutto dall'arte pittorica dell'epoca. Una frase della commentatrice, non certo a caso, ripete più volte che “la pittura è una poesia che si vede ma non si ascolta”: il perfetto complementare del madrigale, che, per quanto non sia prettamente di questi decenni, va sviluppandosi attraverso essi per poi sbocciare definitivamente nel secolo seguente, divenendo una delle forme musicali più importanti.
Infatti, ogni composizione eseguita dai Quoniam porta un titolo tratto da testi coevi, ma la relativa immagine non è distesa su di una tela ma è fatta di suoni.

Chiude il concerto una terza parte in cui il Coro Monteverdi e i Quoniam uniscono le forze, sotto la direzione del Maestro Bruno Gini, nell'esecuzione di un'altra scelta di composizioni profane italiane e francesi: dal famoso Trionfo di Bacco al brioso Ce mois de mai di Janequin, passando poi per un'ultima volta dal grande Des Prèz, prima con il breve ma toccante Mille regrets, quindi con il popolarissimo El grillo, che conclude gioiosamente questa splendida occasione di ascolto.
Due bis contraccambiano i lunghi applausi del pubblico: Tourdion, testo profano, ironico e inusuale musicato da Pierre Attaignant, e una riesecuzione del Trionfo di Bacco."








Lascio come sempre qualche foto e un caloroso saluto a chiunque passi da qui!
A prestissimo,
Andrew

venerdì 1 novembre 2019

Mario Brunello in Sala Greppi: Bach, due violoncelli e “quattro soli”

Ciao a tutti!

Scrivo un po' di fretta oggi, purtroppo. Ma non voglio mancare di condividere con voi la mia recensione del concerto che il grandissimo Mario Brunello ha tenuto a Bergamo lo scorso 24 Ottobre. Un concerto davvero pazzesco, interamente dedicato a Bach.
L'articolo è possibile leggerlo QUI sul sito ufficiale de Le Salon Musical, ma lo condivido per intero come sempre di seguito:


"Mario Brunello in Sala Greppi: Bach, due violoncelli e “quattro soli”

Programma monografico quello eseguito dal violoncellista Mario Brunello lo scorso 24 Ottobre presso la Sala Greppi di Bergamo. La figura paterna del grande Johann Sebastian Bach è protagonista assoluta tramite la selezione di quattro composizioni fra le Suites, le Sonate e le Partite per violoncello solo.

Si tratta di “quattro soli su dodici”, dice lo stesso Brunello nella sua piacevole introduzione al concerto. Ma non di soli perché trattasi di opere scritte per lo stesso unico strumento: le dodici composizioni per violoncello del genio di Eisenach costituiscono una sorta di splendido e compiuto universo, una micro-macro galassia di una dozzina di pianeti unici, una costellazione equilibrata nella quale l'assoluta equità di valore e importanza fra un astro e l'altro ne fanno colonna indiscussa del repertorio violoncellistico e del lascito della storia della musica. I loro nomi non distinguono che le caratteristiche formali: le Suites o le Partite quali successioni di danze antecedute da un brano introduttivo di natura differente, sovente in stile più toccatistico o improvvisativo; le Sonate, diversamente, volgono lo guardo alla omonima forma musicale che stava gradualmente imponendosi nel mondo musicale dell'epoca, e che sarebbe divenuta protagonista assoluta del successivo classicismo.

Una luce parca e mielata avvolge Mario Brunello sul palco. Tutto è essenziale, quasi povero, o senza contorni definiti, eppure non si percepiscono mancanze.
L'intero concerto è un susseguirsi di luci ed ombre, di luminosità “positive”, brillanti, come per la Suite n.3 BWV1009 in Do maggiore, in cui la semplice scala della tonalità di impianto da enfatico gesto d'apertura si fa fondamentale cardine costruttivo; a luci più distanti, calori più scuri, contatti con regioni ripiegate, eccitazioni e tensioni più taglienti – oltre che a una scordatura dello strumento – come nella Suite n.5 BWV1011 in Do minore, detta peraltro discordable.
Caso vuole che quest'ultima si aggrappi, invece, per lo più ad un elemento scalare ascendente, dando agio all'immagine di un sorta di “punto zero” tra le due suites, un ideale piano cartesiano in cui entrambe si riflettono, si toccano, si esaltano e si compensano: la gioiosità più aperta con l'inquietudine più meditabonda, la tenerezza con la serietà, l'eloquenza con il mistero.
La libertà espressiva di Brunello è in sintonia perfetta con le partiture, si intreccia armoniosamente, non le disturba. Emerge davvero molto dell'umanità di questo straordinario esecutore, senza trasfigurare nulla, aggiungendo anzi una vibrazione toccante alla musica.

Per la seconda parte è il violoncello piccolo a fare da portavoce. In programma ci sono la Sonata n.2 BWV1003 in La minore e la Partita n.3 BWV1006 in Mi maggiore, descritte nei loro tratti salienti ancora una volta dalla voce calma e pacificante del nostro interprete, prima dell'esecuzione.
La Sonata BWV1003 costituisce un sole abbastanza distante, per concezione, dalle precedenti suites, e non manca di elementi davvero curiosi. Il Grave che apre la composizione, in stile tipicamente francese, riccamente ornamentato, è seguito da una lunga e massiccia Fuga, dal tema quasi danzato e con ricchi sviluppi cromatici. L'esecuzione di Mario Brunello qui non lascia spazio ad attese, tenendo vive l'attenzione e la febbrile tensione emotiva fino alla chiusa. Quindi ecco l'Andante, pagina dolcissima di grande interesse per la tecnica strumentale, che consente di realizzare un cantabile e una sorta di auto-accompagnamento contemporaneamente. Tale sezione è racchiusa come il cuore di un fiore – o forse sarebbe meglio dire il centro di un “sotto-sole, di un satellite – fra due altre assai simili (ABA) interamente da suonarsi in pizzicato, alludendo probabilmente alle fragili sonorità liutistiche.
Chiude la composizione un Allegro serrato di non semplice esecuzione, ma che Brunello supera senza alcun ostacolo e con un'intensità notevole.
La Partita BWV1006 differisce molto dalla precedente Sonata (anche se potrebbe essere ad essa assimilata, in quanto la sua tonalità di impianto costituisce la dominante di quest'ultima), aprendosi con un lungo Prélude in stile toccatistico, brillante e bravuristico a cui succede un altro elemento insolito, una Loure, una danza di origini francesi ispirata dal suono di un omonimo strumento musicale (simile a una musette de cour) dolce e in tempo ternario, in stile imitativo e di andamento quasi lento – nonostante la sua impopolarità, se ne può trovare un'altra dello stesso autore nella Suite Francese in Sol maggiore BWV816 per strumento a tastiera. Quindi una Gavotte en Rondeau, curiosa e sagace coniugazione di due forme musicali; due minuetti dai caratteri contrastanti, una Bourrée dalle marcate contrapposizioni dinamiche e la tipica Gigue, che chiude il concerto con la stessa lieta luminosità che lo aveva fatto cominciare.

Lunghi e sentiti gli applausi che richiamano Brunello più volte sul palco insieme ai suoi due “pargoli”, salutando il pubblico con una ripetizione dell'Andante della Sonata in La minore, ancora più calda e vibrante della prima volta."



A presto, spero con importanti novità!
Andrew

giovedì 24 ottobre 2019

Milano: il Preclassicismo raccontato dall’Ensemble Hornpipe

Eccomi di nuovo qui!
Ancora per Le Salon Musical, condivido con voi un'altra recensione scritta di recente. Protagonista è l'Ensemble Hornpipe, gruppo strumentale che ha aperto la stagione "Simultanea" nella Chiesa di San Calimero a Milano lo scorso sabato.
Protagoniste le figure di Sammartini, Rameau e il grande Haydn, con testimonianze musicali del decennio 1750-1760, il preclassicismo.
L'articolo è leggibile QUI sul sito, ma lo condivido sempre per iscirtto:

"Milano: il Preclassicismo raccontato dall'Ensemble Honpipe

Il decennio che porta dal 1750 al 1760 è un periodo abbastanza cruciale per quel riguarda lo stile classico. La produzione musicale comincia ad assumere i tratti caratteristici, uscendo sempre più dai canoni barocchi. Non solo: questo decennio in particolare (anche se si potrebbe giungere finanche al 1775) è curioso per il fatto di essere una fetta di storia musicale di serrata sperimentazione, a tratti di pura speculazione, che tocca momenti di forte bizzarrìa creativa; che finisce per pulirsi di quelle rigorose forme contrappuntistiche “pure” per aggrapparsi a due elementi, si direbbe, universali: il primato della tonalità come ambito espressivo, di bilanciamento, e la definizione sempre più netta dei contorni della cosidetta forma sonata.

La stagione proposta quest'anno in Basilica di San Calimero a Milano sceglie di riferirsi proprio a questo arco di tempo, affontando un decennio dopo l'altro il repertorio più significativo, simbolico delle frontiere raggiunte dai compositori e dalla musica stessa. Per il primo appuntamento, Sabato 19 Ottobre scorso, è stato l'Ensemble Hornpipe a rendersi tramite e protagonista, con un repertorio dedicato alle figure di Rameau, Sammartini e Haydn.
Di Rameau, l'Ouverture dall'opera Hippolyte et Aricie (1757) apre, appunto, il concerto, incuriosendo subito per la sua spiccata concezione barocca di composizione bipartita con un'introduzione dai tipici ritmi puntati alla francese ed una fuga a 4 parti con risposta in moto contrario. Ciononostante, alcune inflessioni cantabili ed una ripresa alternativa alla ripetizione dell'introduzione la spingono già più avanti nel tempo. Un'altra Ouverture segue piu avanti, anche se anteriore per composizione (1753) e con l'aggiunta degli strumenti a fiato, ovvero quella tratta dalla pastorale eroica Daphnis e Eglé. Qui ci troviamo di fronte a una composizione tripartita, la cui concezione è assai più spiccatamente barocca di quella di Hippolyte et Aricie, soprattutto per come viene gestito il materiale tematico e per i recitativi presenti nel Lent centrale.
Di Giovanni Battista Sammartini, compositore milanese, l'Ensemble Hornpipe esegue il Quartetto per archi in La maggiore JenS 61, il quale sparge più luce su alcuni aspetti salienti dello stile classico, in particolare su ciò che riguarda la simmetricità della forma, i climax centrali e la riargomentazione conclusiva con relativa affermazione tonale. In tre tempi anch'esso, Presto-Andante-Allegro, il Quartetto in La maggiore verte spesso su strutture bipartite – che preludono la forma sonata – nelle quali sovente la seconda parte riprende, variato, il materiale esposto nella prima spostandolo in tonalità d'impianto.
Per quanto riguarda Haydn, il programma prevede il Divertimento a 5, Hob.II per archi, datato 1755. Diviso in 6 movimenti, ricorda la struttura delle future Serenate; le ispirazioni classiche qui si ritrovano essenzialmente nei profili melodici, nella frequente alternanza tra la tonalità di impianto e la sua omologa (Sol maggiore/Sol minore) come elemento di stabilizzazione dialettica, e nel distacco parziale dalle elaborazioni tematiche in chiave imitativa. Da sottolineare è l'Adagio, scritto e concepito a mo' di aria per violino solo, il cui lirismo è sostenuto da accompagnamenti pizzicati degli altri archi, che lo rende forse l'elemento centrale della composizione.
Quindi il Divertimento Hob.II G2 (o Cassazione, una composizione destinata ad esecuzioni all'aria aperta) del 1760, in cui Haydn agli archi aggiunge due oboi, due corni, fagotto e basso. Forse per le sonorità, forse per l'organico, ma pare già preludere alcuni grandi opere della mano mozartiana: lo spirito di caccia è sempre presente nell'ispirazione melodica e ritmica; o nei due minuetti, dove la scrittura per famiglie di strumenti alternate – per non parlare dei soli di corni – lancia netto lo sguardo verso il repertorio delle serenate, della celebre Gran Partita. Il Presto conclusivo anticipa dichiaratamente l'incipit del finale del Divertimento in Re maggiore anch'esso del salisburghese, con quella grazia popolaresca a metà tra il goffo e il giocoso che rientrerà di pieno diritto fra le direzioni espressive più frequenti del pieno Classicismo."







Aspettando di condividere le prossime recensioni e dei prossimi eventi (ma anche di qualche importante novità che mi riservo per il momento più adatto!) vi rimando a presto!

Andrew

mercoledì 23 ottobre 2019

Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Rieccomi qui! Fortunatamente non è passato troppo tempo, come l'ultima volta.

Voglio condividere con voi una delle ultime recensioni che ho scritto per Le Salon Musical, sito-rivista di musica con cui collaboro ormai da più di due anni. Mi dispiaceva non poco aver sospeso i miei contributi durante l'estate, e sono contento di aver rimesso in marcia questo lato della mia vita.

Settimana scorsa, giovedì 17 Ottobre, in Sala Greppi a Bergamo c'è stato il concerto del famosissimo Trio di Parma. E' stato davvero un concerto memorabile!
Di seguito trascrivo l'intero articolo, che comunque potete leggere QUI sul relativo sito:

"Il Trio di Parma in Sala Greppi, tra Dvorak e i fantasmi di Schumann e Brahms

Ieri sera, 17 Ottobre, per il terzo appuntamento del trentaseiesimo festival internazionale “Concerti d'Autunno”, promosso dall'Associazione Sala Greppi di Bergamo, il palco è stato affidato al Trio di Parma. La celebre formazione violino-violoncello-pianoforte, costituitasi nel 1990 al conservatorio dell'omonima città, ha eseguito un programma in prevalenza legato al repertorio di Antonìn Dvorak con una parentesi dedicata a Robert Schumann, il quale, insieme a un Brahms svelato soltanto nel – e dal – bis resteranno in sordina come due benevoli fantasmi ad echeggiare qua e là fra un inciso e l'altro, fra un'idea musicale e l'altra, fra un movimento e l'altro.

E, proprio di Schumann, curiosa è la scelta dei Sechs Studien in kanonischer Form (Sei studi in forma canonica) Op.56 nella trascrizione del compositore e pianista Theodor Kirchner: aldilà della rara esecuzione di questi pezzi, è altrettanto insolito proporre brani in versione “non originale” (in questo caso, scritti per organo o pedalklavier). Ma del resto, la versione per trio funziona assai bene, il materiale tematico è ottimamente distribuito e le peculiarità timbriche dell'organico non mancano di speziare, di rivestire di luci differenti i contenuti musicali. A cominciare dal primo, Nicht zu schnell, sorta di valido sostituto per il primo di una raccolta di preludi (e fuga?) in tutte le tonalità maggiori e minori, fino a raggiungere lo splendido Adagio finale, nel quale il Trio di Parma trasfigura impercettibilmente l'idea del canone rendendolo il pretesto con cui lasciare emergere una composizione dalla vibrante e toccante espressività. Lecita è l'ipotesi che un brano come questo possa aver stimolato la nascita di composizioni come l'Adagio del Trio Op.8 di Brahms (compositore assai legato alla figura schumanniana) guarda caso per identico organico e impianto tonale.

Quindi ecco arrivare Dvorak, con il suo primo Trio con pianoforte Op.21, in Si bemolle maggiore. Per essere il primo di una serie di 4 – comprendendo il Trio “Dumky” – e scritto da un Antonìn appena 24enne, presenta già non poca maturità: solidità e ampiezza formale, ottime orchestrazioni, continue elaborazioni tematiche e modulazioni inaspettate. La scrittura è massiccia, la polifonia tiene sempre viva la tensione, e il clima popolare tanto caro al compositore non manca mai di farsi sentire.
Ineccepibile l'esecuzione del Trio di Parma, curata in ogni minimo fraseggio e in ogni singola articolazione. A partire dall'Allegro molto iniziale, scintillanti le timbriche, mai dure le sonorità poderose, splendido il climax prima della ripresa; tremante e commosso il secondo tempo, Adagio molto e mesto, con quella cantabilità “tipicamente boema” dei movimenti lenti di Dvorak; meraviglioso il successivo Allegro scherzando, in cui la continua ripetizione di frammenti melodici molto affini tra loro non è mai parsa prevedibile, anche grazie a un'ottima gestione delle ondulazioni agogiche e l'enfatizzazione dei momenti più grandiosi. Infine l'Allegro vivace di chiusura, che in sé qualcosa di schumanniano ce l'ha davvero, come pseudo palese citazione o forse più per la sua immediatezza narrativa e l'imprevedibile mutevolezza armonica (come, ad esempio, nel secondo tema), portano a una chiusura luminosa la prima parte del concerto.

Segue il celebre Trio “Dumky” dello stesso Dvorak, Op.90, ovvero il quarto ed ultimo trio con pianoforte.
Già dal suo nome possiamo dedurre con una certa chiarezza le idee e le ispirazioni del compositore, così intensamente permeato di atmosfere ed espressioni popolari natie. La dumka è una forma-composizione-canto di derivazione ucraina dai tratti profondamente malinconici e contemplativi – non a caso il termine significa proprio “riflettere” – sovente scritta in tonalità minore e con tono elegiaco. Nel caso di Dvorak essa si avvicina molto alla czarda ungherese, nella quale tra i vari episodi mesti si intercalano momenti decisamente più frizzanti o leggeri, quasi sempre di ispirazione danzata.
Il Trio “Dumky” è formato quindi da 6 brani aventi bene o male tutti queste caratteristiche, variamente combinate od elaborate. Eppure, in ogni dumka il lato più triste tocca corde diverse, passando dal patetico al dolcemente abbandonato, dal teso al nostalgico – alcune pedalizzazioni al pianoforte da parte di Alberto Miodini hanno reso questi episodi davvero memorabili, evocando un vero e proprio senso di distanza, di lontananza sia in termini di spazio che di tempo.
Degna di nota è anche la scelta, da parte del Trio di Parma, di diversificare a livello interpretativo anche le sezioni rapide, ovvero quelle apparentemente più immediate dal punto di vista contenutistico ed espressivo. Ad esempio, nella prima dumka la sensazione che si riceve è quella di una tenera rievocazione, quasi il ricordo di un dolce passato spensierato; nella seconda, di notevole effetto è la scelta di cominciare il Vivace non troppo sostanzialmente dalla ripetizione della frase musicale, che lascia il desiderio di un brio che si fa attendere, e che giunge fragoroso solo quando anche l'accompagnamento pianistico si fa più serrato.

In tutto questo, innegabile è l'impressione che la figura di Brahms permei invisibilmente tutto il repertorio proposto: lo stile e la scrittura di Dvorak hanno una forte affinità con i Trii brahmsiani, e nei Sei studi canonici di Schumann evidente è la vicinanza con le ispirazioni melodiche del compositore amburghese, di cui, guarda caso, il Trio regala come bis l'appassionato secondo movimento del Trio Op.87."





Presto verranno altre recensioni, ma soprattutto altre bellissime occasioni di ascolto, come quella di Mario Brunello, proprio domani sera, 24 Ottobre, sempre in Sala Greppi.

Perciò, a presto! E questa volta per davvero.
Andrew

mercoledì 24 luglio 2019

Piccole gemme e celebri capolavori a “Città Alta Chamber Music Week”

Ciao a tutti!

Dopo diverso tempo e alcune vicissitudini torno qui. Lo scorso mese di Giugno è stato denso e alquanto impegnativo (non che questo Luglio sia stato calma piatta!), ma mi ha regalato un bel momento di musica nel concerto della sera del 21, con un pubblico caloroso e attento.
Dedicherò al concerto un piccolo post, ma ora sono qui per condividere l'ultimo articolo scritto per Le Salon Musical dopo l'ascolto di uno dei concerti conclusivi della masterclass "Chamber Music Week" di Bergamo.
Ecco il testo integrale, che potete comunque leggere anche sul sito a questo link:

"Giunge quest'anno alla terza edizione la “Città Alta Chamber Music Week”, una masterclass di musica cameristica della durata di una settimana, nata da una felice collaborazione tra il Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo e la concittadina Fondazione MIA che consente a studenti provenienti sia dall'Italia che dall'estero di approfondire il repertorio dedicato agli strumenti ad arco (con o senza la partecipazione del pianoforte o di altri strumenti) con una squadra di docenti dalla nota maturata esperienza cameristica: Claudio Mondini e Francesca Monego per il violino, Jörg Winkler per la viola e Thomas Ruge per il violoncello.
Sabato 20 Luglio scorso si è svolto uno dei concerti conclusivi di questa Chamber Music Week, e si è potuto assistere a un saggio del lavoro svolto da ragazzi giovani e giovanissimi.
Il repertorio proposto non è stato, si può dire, affatto prevedibile o consueto, ma anzi, toccava brani e autori spesso poco considerati.
Il via, infatti, è stato dato con il compositore Ignaz Pleyel: il duo di violini formato da Ambra Loriga e dal M° Claudio Mondini ha eseguito il Duetto Op.48 n.1 in Sol maggiore, pagina breve e leggera in tre movimenti, datata 1806, d'ispirazione pre-romantica.
Quindi è stato il turno dei Deux Interludes di Jacques Ibert, per flauto, violino e pianoforte. Unica composizione del concerto a uscire dall'organico per soli archi e prendere in causa strumenti altri. Qualche piccola incertezza di insieme negli attacchi non hanno privato di gustare lo stile mutevole e l'atmosfera un po' trasognata di questi pezzi, specialmente nel secondo, Allegro vivo, che ha visto una buona resa soprattutto nella parte violinistica.
Da un trio si passa a un altro, ma tornando alla formazione per soli archi: un Andantino, estratto dal Trio in Sol minore per due violini e violoncello di Borodin, brano struggente e di non semplice gestione, anche per la sua struttura – come, ad esempio, il breve episodio in pizzicato prima della ripresa del tema principale, sostenuto da un violoncello fisionomicamente quasi passeggiato, desta qualche sorpresa nell'ascoltatore.
Successivamente, la prima composizione per un organico di quartetto d'archi della serata, il Capriccio dai Quattro pezzi per quartetto d'archi Op.81 di Felix Mendelssohn. Dopo un'introduzione mesta (Andante con moto) simile a una delle Romanze senza parole, ecco una sferzata di energia data dalla seconda parte in forma di fuga, che procede senza sosta, dritta alla meta. Il giovane quartetto ha saputo rendere piuttosto bene sia l'aspetto più tecnico (da menzionare, in questo, la solidità del primo violino, Coco CaiYaxuan) che quello più musicale, mettendo ben in luce le varie entrate del soggetto dell'Allegro fugato.
Segue il primo movimento del Quartetto n.1 D.18 in Do minore di Franz Schubert, Andante-Presto vivace, eseguito con notevole attenzione ai dettagli espressivi, alle intonazioni, valorizzando le dinamiche imprevedibili e ricercando un'identità forte. Alla viola, il M° Winkler.
Si ritorna quindi all'organico dei tre strumenti ad arco, con il Trio per violino, viola e violoncello Op.9 n.3 del grande Beethoven. Davvero interessanti, qui, la coesione e le intenzioni musicali dei tre componenti, che hanno dato vita a un'esecuzione notevole, curata, e musicalmente non certo immatura. Doveroso un accenno al violoncellista Milan Drake, che, sia qui che nel precedente Capriccio mendelssohniano ha dato prova di avere sicurezza e una buona preparazione strumentale.
Chiudono il concerto il primo movimento, Allegro moderato, dal Quartetto in Fa di Maurice Ravel, capolavoro quartettistico universamente riconosciuto, e, tornando nuovamente a Mendelssohn, l'energico e frizzante Allegro vivace del Quintetto per archi in Si bemolle maggiore Op.87."

Scappo che sono di corsa!
A prestissimo (spero!)

Andrew

giovedì 30 maggio 2019

Sui miei concerti più recenti e prossimi appuntamenti

Ciao a tutti!

Finalmente ho un attimo (brevissimo!) per tornare a scrivere qui dopo tanto - per me anche troppo! - tempo. Gli impegni recenti non mi hanno concesso di avere molte occasioni di ascolto, però ho avuto il piacere di essere io stesso a tenere i concerti.
In genere non pensavo di parlare di me, qui su Metathymos, però ho pensato possa essere bello condividere con chi mi legge (leggerebbe, leggerà? Speriamo!) le mie personali esperienze ed emozioni non soltanto in qualità di uditore.

Partiamo dal mese di Marzo, che mi ha visto tenere due concerti ravvicinati, il 21 per la E' Musica Nuova a Trezzo sull'Adda (scuola di musica nella quale insegno pianoforte da due anni) ed il 23 per Cerabino Pianoforti a Lecco, negozio-sede del mio caro amico accordatore Roberto Cerabino, per il suo ciclo di eventi. 
Il programma era davvero inusuale: ho deciso di inserire musica prettamente cembalistica in buona parte del programma. Mi riferisco in particolare alla figura di Couperin, del quale ho eseguito il Vingtsixième Ordre (La Convalescente, Gavotte, La Sophie, Rondeau, La Pantomime). Musica davvero raramente eseguita al pianoforte, ma che non manca di bellezza e di fascino!






Parlando invece di Maggio, l'evento più importante (per me la prima volta, peraltro) è stata la partecipazione a Piano City Milano 2019. Quest'anno l'evento ha esteso il suo raggio arrivando fino in provincia di Varese, più precisamente al Teatro Sociale di Busto Arsizio
Domenica 19 Maggio ho eseguito un programma con composizioni di Scarlatti, Mozart, Chopin e Liszt. E' stato davvero entusiasmante e divertente, con un pubblico variegato e caloroso!










Ma passiamo ai prossimi eventi:

- Giovedì 6 Giugno prenderò parte alla rassegna "Giovani Talenti" di Cassano Magnago (VA)

Venerdì 21 Giugno alle 21 terrò un altro concerto a Trezzo sull'Adda, sempre nella Sala delle Colonne di E' Musica Nuova.


Avrò un paio di appuntamenti anche in Settembre, ma per maggiori dettagli rinvio ad un prossimo post!

Un abbraccio a tutti!
Andrew

martedì 19 marzo 2019

Divertimenti e atmosfere con il Trio Artemisia da Cerabino Pianoforti

Eccomi di nuovo qui!,

sono di corsa, perciò mi limito soltanto a condividere l'articolo che ho scritto per Le Salon Musical in recensione di un concerto presso il mio amico - nonché accordatore - Robi Cerabino.
Il Trio Artemisia ha regalato un programma non eccessivamente lungo e dedicato a musica non frequentemente eseguita, dedicando buona parte delle intenzioni alle possibilità di insieme e di espressione di questo organico.

Non mi dilungo. Ecco il testo integrale:

"Da ormai alcuni mesi la nuova sede di Cerabino Pianoforti – è possibile leggere qualcosa a riguardo a questo link – propone a cadenza settimanale o bi-settimanale degli appuntamenti musicali che spaziano dalla classica al jazz, dal contesto pianistico a quello cameristico con l’aggiunta di archi, di fiati, o anche per voce e pianoforte. Roberto Cerabino, proprietario e fervente amatore della Musica, ha scelto di concedere il suo spazio ad alcuni artisti affinché si potessero offrire al pubblico dei momenti di buona musica privi di biglietto di ingresso: l’offerta è discrezionale e libera, e per partecipare è sufficiente comunicarlo via mail.

Lo scorso Sabato, 16 Marzo, il palco è stato occupato dal trio d’archi “Artemisia”, che ha sostituito Antonio Costa Barbé, assente per indisposizione.
Il Trio è formato dalle violiniste Aude Bernage Valentini e Barbara Testori, alle quali si aggiunge la voce violoncellistica di Maria Antonietta Puggioni, moglie dello stesso Roberto. Una bella armonia e coesione è trasparsa sin da subito da queste musiciste, che sovente collaborano in diverse situazioni musicali.
Il programma proposto è stato interessante ed inusuale, valorizzando i cambi di atmosfera, le differenti possibilità di scrittura per trio d’archi, e proponendo anche un paio di compositori minori quali Franz Anton Hoffmeister e Paul de Wailly (allievo del grande César Franck).

Si comincia con il primo dei 5 Divertimenti K.229 del caro e amato Mozart, originalmente composto per tre corni di bassetto, ma non di rado eseguito con gli strumenti ad arco. Curioso, oltre il fatto di avere tutti i brani nel medesimo impianto tonale di Do maggiore – a mo’ di certe suites di precedente derivazione – la presenza di due Minuetti a contorno di un breve Adagio, portando il totale dei tempi a 5, e donando al Divertimento la struttura di una Serenata.
Atmosfere liete, scrittura leggera ma non banale, ottimo utilizzo del materiale tematico: un esempio è il ribattuto caratteristico dell’Allegro iniziale che, da motore di apertura in diminuzione, diventa per aumentazione la testa del secondo tema, conferendo una certa omogeneità al movimento. Ottima qui l’esecuzione dello sviluppo, con quegli interventi tremolanti scambiati fra gli strumenti (derivati dalla coda dell’esposizione) come in un gioco spiritoso.

Segue un altro Divertimento, quello del già citato Franz Anton Hoffmeister, oggi considerato, in un certo senso, compositore “minore”, eppure a suo tempo fu caro amico di Mozart (di due anni più giovane) e di Beethoven, che addirittura lo chiamava “suo caro fratello”. Con Beethoven ebbe in comune anche un importante aspetto, quello formativo; entrambi, infatti, furono allievi di Albrechtsberger, celebre docente di composizione.
Il Divertimento Op.22 n.1, originale per archi, si differenzia da quello mozartiano soprattutto per il tipo di scrittura, decisamente più impegnativa e volta a dare il giusto spazio alla voce di ogni strumento. E’ formato da due soli movimenti, Allegro e Allegretto, i quali hanno simili atmosfere espressive dolci e frizzanti, a tratti popolareggianti.
Affine a Mozart certamente per il ricco utilizzo di terze e seste, ma forse più accostabile a Haydn per le ispirazioni melodiche.

Concludono il programma i 6 Pezzi per due violini e violoncello di Paul de Wailly. Come accennato poco sopra, fu allievo di Franck, e con lui condivide le atmosfere, la densità di scrittura e il tono appassionato.
Questi sei brani sono da considerarsi piccole gemme ben caratterizzate – oltre che ben scritte – nelle loro minute dimensioni. Si comincia con una tenera e lieta Romance, per poi passare ai ritmi incalzanti di uno Scherzino, la poesia trasognata di un Idylle che ha curiosamente delle attinenze ritmiche evidenti con il successivo Alla Polacca. Segue uno struggente Regrets, pieno di malinconiche dissonanze ed echi di frammenti tematici fra i tre strumenti, proprio quasi a rendere palpabile l’afflizione del titolo. Eseguito magnificamente, e con l’uso della sordina. Chiude il ciclo un Ronde, brano dall’impronta fortemente popolareggiante, quasi zingaresca, destando il pubblico dall’atmosfera elegiaca con un senso di calore e frizzantezza generali.

Gli applausi richiamano il Trio Artemisia sulla scena, che regala una bella trascrizione per mano della stessa violinista Barbara Testori del celebre Oblivion di Astor Piazzolla, brano non di poco distante dal programma proposto, ma di ottimo effetto e interessante per mettere in luce ulteriori possibilità strumentali e aspetti non certo irrilevanti del Trio.





A prestissimo!
Andrew