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martedì 29 giugno 2021

Il Bach a 432 di Matilda Colliard

Ciao a tutti!

Rieccomi presto qui, come anticipato. Le Salon Musical ha recentemente pubblicato l'intervista che ho avuto il piacere di fare a Matilda Colliard, in occasione del suo nuovo disco delle 6 Suites per violoncello solo di Bach, edito da Da Vinci Classics.

Trovate l'articolo a questo link. Oppure qui di seguito:

Il Bach a 432 di Matilda Colliard

“La mia vita è costellata di scelte prese ascoltando perlopiù l’istinto. Ho una voce interiore che spesso e volentieri mi parla con forza, e sinceramente mi fido di lei. Un caro amico, che mi conosce da quando ero ancora studente in conservatorio, mi ha suggerito di cimentarmi con l’impresa della registrazione delle Suites di Bach. Sul momento mi sembrava una follia. Qualche giorno dopo quella voce interiore si è fatta sentire forte e chiara, e mi ha detto: fallo!”

Così mi risponde Matilda Colliard quando le chiedo qualche curiosità su come sia nato il suo recente disco, inciso con Da Vinci Classics.

Le 6 Suites per violoncello solo, i primi sei dei dodici “astri” del firmamento violoncellistico bachiano ai quali riferiva anche Mario Brunello (unendo alle Suites anche le 3 Partite e le 3 Sonate), sono entrati a fare parte della vita di Matilda Colliard molto presto:

"Bach mi accompagna da sempre. Uno dei primi brani importanti che ho affrontato quando ero bambina fu proprio il Preludio della Prima Suite, che durante i concerti eseguivo anche insieme ai miei compagni di classe di violoncello del corso Suzuki. Ricordo che quando studiavo la sua musica spesso avevo la sensazione di vederlo seduto sulla poltrona di fronte a me, e ascoltandomi mi diceva: “bene così!”. Quando non lo “vedevo”, sapevo allora di aver bisogno di studiare ancora meglio affinché si “materializzasse” nuovamente. Durante gli anni del conservatorio ho avuto la fortuna di studiare tutte e 6 le Suites grazie al mio maestro A. Drufuca, che ci teneva particolarmente.”

La vera sfida (occasione?) per Matilda l’avrebbe però attesa solo verso la fine del 2019: durante una presentazione dell’integrale beethoveniano per violoncello e pianoforte, allora fresco di registrazione (in duo con il pianista Stefano Ligoratti), quella voce amica la istigò ad affrontare il celebre repertorio bachiano. Se di primo acchito sembrò un’affettuosa provocazione, da lì a poco si rivelò un’importante occasione – Matilda è infatti la prima donna italiana ad aver inciso l’integrale delle Suites.

Dopo il nulla osta ricevuto dalla casa discografica, che concordò per la registrazione su strumenti moderni anziché d’epoca, seguì un profondo momento meditazione, ricerca e analisi dei manoscritti disponibili (principalmente quelli di Anna Magdalena Bach, di Kellner, e le edizioni anonime del ‘700).


C
orrelatamente, il contesto pandemico a causa del Coronavirus, e il lockdown che ne seguì subito dopo, incisero molto sia sullo studio/preparazione che, di riflesso, sulle scelte interpretative. Inaspettatamente, questo status così destabilizzante ebbe per Matilda un risvolto profondo:

“Dall’oggi al domani mi sono ritrovata, come tutti, a fare i conti con la quarantena. Temevo che la solitudine e quella sorta di “assenza di vita” avrebbero inibito il mio lavoro; o il processo creativo, che doveva animare (e animarsi di) un progetto tanto importante. Il senso fisico e psicologico di prigionia temevo si riversasse negativamente sulle interpretazioni e sulle scelte musicali. E invece, inaspettatamente, mi sono accorta di quanto i momenti di costrizione e di isolamento forzato possano spesso darci la chance di connetterci con il nostro io più vero e profondo, scoprendo una libertà che va ben aldilà di quella fisica”.

Questo nuovo senso di libertà interiore ha avuto non pochi riflessi positivi sul lavoro di Matilda, in particolare per ciò che riguarda l’aspetto di improvvisazione e ornamentazione estemporanea della musica di Bach:

“Le forme chiuse e strofiche delle danze, con la loro fedeltà a un medesimo centro tonale e la riproposizione identica – galanterie a parte – ad ogni suite, creano questo senso architettonico saldo e costante; al contrario, il Preludio che le anticipa assume il carattere dell’evasione, dell’improvvisazione aperta, prima della nascita di una forma. Grazie anche allo studio sui manoscritti, gli abbellimenti e le ornamentazioni hanno preso, per me, il carattere dell’imprevedibilità, della spontaneità esecutiva, a tratti quasi popolare, dandomi agio di inserirne estemporaneamente nei ritornelli delle danze e dei preludi.”

Un’altra caratteristica interessante di questo disco è la scelta di una accordatura a 432 hz. Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare del possibile influsso dato da questo diapason (perlopiù utilizzato nel settecento), e gli studi effettuati in merito ne hanno confermato gli effetti positivi a livello psicofisico.

Per Matilda questa scelta è dettata da un personale interesse per l’argomento:

“Sono sempre stata affascinata da questo argomento e dalle ricerche che sono state realizzate a riguardo. Anche un ingegnere del suono mi ha confermato la validità di questi studi. Posso dire che, abbassando il diapason, già in fase di studio mi percepivo molto più in armonia con quello che stavo facendo, e anche esteriormente la mia concentrazione era totale, priva di tensioni.”

Fa da sfondo il desiderio di Matilda di voler portare, con questo suo lavoro, non solo un sogno a compimento, ma anche e soprattutto qualcosa di “bello” fuori da sé, e che, chissà, magari abbia la capacità di fare stare bene qualcuno.

Che, forse, è anche il senso più profondo della musica (?).


Sperando di tornare qui quanto prima per altre novità...
Andrew

mercoledì 9 giugno 2021

Pletnev, mago (e) orchestratore, in un “totally-Chopin” per Serate Musicali

Ciao!

Che bello poter tornare ad ascoltare un concerto in presenza dopo così tanto tempo! In particolare, se un concerto di un pianista della caratura di Mikhail Pletnev, e totalmente dedicato a Fryderyk Chopin, compositore in assoluto tra i miei preferiti.

Lunedì 7 Giugno sera, il récital per Serate Musicali Milano è partito da una pagina ancora abbastanza "understimated" come l'Impromptu Op.51 per attraversare, inanellate come un'unica opus di miniature, 13 Mazurke; quindi la mirabile e matura Sonata op.58.

Per Le Salon Musical ho scritto la recensione che trovate a questo link e riportata per esteso qui sotto:

"Andare ad ascoltare Mikhail Pletnev significa non solo uscirne estasiati o sconvolti, ma soprattutto tornare a casa, ogni volta, con la consapevolezza di aver scoperto qualcosa di nuovo da ciò che nuovo non è più. Pletnev è il maestro dell’orchestrazione al pianoforte e il mago capace di sollevare veli inimmaginati anche su quelle composizioni da cui non ci si aspetterebbe si possa scoprire ancora dell’altro.
Il portamento elegante e calmo con cui fa la sua entrata sul palco e raccoglie i saluti del pubblico contrasta nettamente con l’immediatezza e la sicurezza con le quali attacca il primo brano di questo récital interamente chopiniano, l’Impromptu Op.51, in Sol bemolle maggiore, il terzo scritto dal compositore polacco.
Il controllo sovrumano del tocco e del timbro è evidente sin dalle prime due misure, a mano destra sola, che aprono il pezzo e portano al primo tema: il suono denso e plastico delle prime terzine sembra quasi svanire, perdersi sulla superficie dei tasti, e invece si allaccia come un filo esile, ma visibile, alla melodia protagonista. La libertà agogica con cui Pletnev approccia all’Impromptu nella sua interezza – l’enfatizzazione dei silenzi che rompono i lunghi fraseggi, le sospensioni nei punti che dividono le varie sezioni o, al contrario, il fluire indisturbato fra un tema e l’altro – rendono piena giustizia al carattere (teoricamente) improvvisativo della composizione, dando a noi stessi spettatori quasi la sensazione che tutto questo non sia preparato.

Assaporata l’ebbrezza sonora dell’Op.51 si passa ad una libera selezione di ben tredici Mazurke – eseguite quasi senza interruzione – ognuna debitamente esaltata nei suoi elementi costituivi ed espressivi. La scelta attraversa l’intero proseguo cronologico (con qualche salto indietro ogni tanto), partendo dall’Op.6, che spicca per l’interesse e la freschezza talune scelte musicali: la n.1, in Fa diesis minore, ha un piglio deciso, e l’episodio in scherzando grazie ad una generosa pedalizzazione e alla sottolineatura dei gradi fondamentali si trasforma in qualcosa di fascinoso e sospeso; la n.4 riprende questo approccio, rendendola – per richiamare un celebre titolo debussyiano – una mazurka engloutie, in cui le melodie repentinamente emergono e si inabissano come immerse in una sorta di marea sonora.
Seguono la prima dell’Op.7, in Si bemolle maggiore, in cui la sezione centrale esala accenti inaspettati, e la celebre n.4 dell’Op.17, in La minore, mazurka che concede al nostro pianista di sciorinare non poche prestidigitazioni sonore. Scavalcando il ciclo dell’Op.24 – al quale si tornerà subito dopo con una altrettanto celebre mazurka, la n.2 in Do maggiore – si arriva alle n.3 e 4 dell’Op.30, rispettivamente in Re bemolle maggiore e Do diesis minore, tonalità predilette da Chopin (Notturni Op.27, primi due Valzer Op.64). È oltremodo curioso notare come Pletnev sembri riporre grande importanza alle conclusioni: le ultime battute, per non dire gli ultimi accordi, è come se facessero suonare in lui una specie di sveglia, cosicché, con una magia o l’altra, queste cadenze e queste chiuse non corrispondono a un semplice “rilascio di tensione”, ma a un ultimo raggio colorato proiettato nella sala.
Dopo la struggente mazurka Op.63 n.2 in Fa minore e la semplice Op.33 n.3 in Do maggiore, uscendo per un attimo dalle mazurke con numero d’opus, si incontra la mazurka in La minore B.134, perlopiù conosciuta come “Notre temps”, quindi, scavalcando le raccolte dall’Op.41 all’Op.59, una citazione dalle ultime tre: l’Op.63 n.3 in Do diesis minore, dal marcato piglio di mazùr; l’Op.67 n.4 in La minore; e l’Op.68 n.3 in Fa maggiore, che chiude la selezione in un intenso crescendo/allargando.

Senza soluzione di continuità si passa alla seconda parte del programma, l’imponente Sonata n.3, Op.58.
Se nell’impromptu e nelle mazurke Pletnev abbia potuto dare l’impressione di un pianismo “agevole” e simil-salottiero, nella Sonata è fin dalle prime battute pieno di acumi ed enfasi, con un suono poderoso e appassionato, quasi come se finora il pianista russo si fosse in qualche modo trattenuto e possa finalmente servire il piatto forte.
L’arte orchestrativa e il virtuosismo di Pletnev sono totalmente messi sotto i riflettori. Già dal primo ponte modulante (nonché nello sviluppo) dell’Allegro maestoso le polifonie sono chiare e differenziate, e originali – per non dire toccanti – le parti più cantabili e appassionate, con un suono pieno e sempre meraviglioso.
Lo Scherzo attacca senza esitazioni, richiamando, anche se con tocco diverso, l’ebbrezza dell’Impromptu Op.51. Il Trio non smolla la tensione, anzi tiene vivo il fervore delle parti esterne, e si distingue per la scelta di valorizzare la linea superiore anziché le terze della voce centrale.
Nel meraviglioso Largo il pianista lascia sconvolti per la varietà di soluzioni timbriche e di pedale, per la continuità che non cede a molli sedute, e per l’andamento della seconda sezione – futile, forse, è menzionare gli irraggiungibili pianissimo, al limite dell’udibile eppure sempre presi con estrema facilità e con un voicing impeccabile.
Chiude il Presto non tanto, in cui la perentorietà elegante del refrain e delle sue riprese si contrappone ai guizzi brillanti delle sezioni a contrasto, e al bollore febbricitante della coda.
Ben tre bis per un pubblico mai abbastanza sazio: il celebre Lark di Glinka-Balakirev, la fuga dal Preludio e fuga XXII dal secondo volume del Clavicembalo ben temperato bachiano, e la famosissima Sonata IX in Re minore di Domenico Scarlatti."



Potete trovare questo post condiviso anche sulla mia pagina twitter https://twitter.com/Andrea_pianist


In attesa di tornare presto con alcune novità, vi saluto!
Andrew

giovedì 3 dicembre 2020

"Virtuose e virtuosi in virtuale"

Ciao a tutti!

Torno a questa pagina, finalmente, dopo diverso tempo. L'occasione è molto interessante: il Conservatorio di Gallarate (presso il quale sto portando a termine la laurea di secondo livello in pianoforte) ha da poco più di un mese un nuovo direttore. Si tratta di Carlo Balzaretti, figura nota al panorama musicale, sia come pianista e musicista, sia per il suo ruolo di direttore presso i conservatori di Brescia e Como.

Sin dal suo arrivo, Balzaretti ha deciso di dare una sferzata di novità all'istituto Puccini, puntando molto alle possibilità di performance e di collaborazione diretta fra studenti e conservatorio. La prima iniziativa è proprio questo cartellone di concerti, "virtuose e virtuosi in virtuale", che ha una programmazione per il mese corrente di dicembre dedicata al pianoforte, ma che si propone di proseguire lungo l'anno accademico.

Le Salon Musical ha accettato di condividere questa novità sul suo sito, e a questo link è possibile leggere l'articolo che ho scritto a riguardo.

Lo riporto anche qui per esteso: 

“VIRTUOSE E VIRTUOSI IN VIRTUALE”: BALZARETTI E IL SUO ENTUSIASMO PER IL CONSERVATORIO DI GALLARATE

Da qualche settimana il Conservatorio pareggiato “G. Puccini” di Gallarate ha visto l'arrivo di un nuovo direttore: si tratta del M° Carlo Balzaretti, musicista di lunga esperienza, il quale ha già ricoperto il medesimo ruolo presso i conservatori di Brescia e Como.

Sin da subito Balzaretti si è prefissato di dare maggiore voce e visibilità al Puccini (oltre che di portarlo finalmente alla statizzazione, probabilmente entro la fine del 2021) approcciando con una prospettiva poliedrica e di tipo imprenditoriale. L'obbiettivo è quello di renderlo polo di attrazione e di riferimento per il varesotto e circondario, ampliando l'offerta formativa – già sono state attivate tre classi AFAM in più – e instaurando scambi, collaborazioni con l'esterno. Aprire le porte dell'istituto creando connessioni ed opportunità diversificate (come, ad esempio, masterclass estive svolte in sede).Quindi, non soltanto porre gli studenti al primo posto, con una continua e variegata possibilità performativa, ma collaborare con loro, coinvolgendoli il più possibile nel supporto gestionale, di produzione musicale, e amministrativo – collaborando attivamente con la segreteria, e assumendosi la gestione della parte social – al fine di garantir loro una formazione ad ampio spettro, adeguata ad affrontare il futuro lavorativo con preparazione.Ed è proprio con “Virtuose e virtuosi in virtuale” che si comincia: una serie di concerti che, in questo momento di oggettive limitazioni sul fronte live, sfrutteranno intelligentemente e al massimo le nuove risorse tecnologiche e virtuali messe a disposizione dal conservatorio. E' stata rinnovata la pagina Facebook (https://www.facebook.com/issmpuccinigallarate), e creati il profilo Instragram (https://www.instagram.com/conservatorio_puccini/) e il canale YouTube dell'istituto (https://www.youtube.com/channel/UCixVTEtGgYZuQjVfOzcxCMw/featured), attraverso i quali i concerti verranno pubblicizzati e trasmessi.Il cartellone, ad ora, prevede 4 appuntamenti dedicati al pianoforte, distribuiti sui Lunedì del mese in corso, più uno Giovedì 24; ma l'idea è quella di proseguire per tutta la durata dell'anno accademico, coinvolgendo mano a mano tutte le classi di strumento, comprese quelle di musica da camera e di musica di insieme, compatibilmente con le limitazioni vigenti.I concerti saranno tutti alle ore 20.30, e cominceranno il prossimo 7 Dicembre con l'esibizione della pianista Aurora Avveduto, recentemente laureata al triennio accademico con la guida del M° Giorgio Spriano. Il suo programma, intitolato “Chants d'Automne”, curioso perché tematico e di ricerca, affronta la stagione dell'autunno sotto varie luci e compositori di epoche differenti, fino ai giorni nostri, con Federico Maria Sardelli, compositore italiano contemporaneo, e il suo brano Pioggia d'autunno.Il 14 e il 21 Dicembre sarà il turno di tre giovanissimi pupilli del M° Irene Veneziano: Beatrice Distefano e Viktoria Esposito (rispettivamente di 14 e 13 anni, entrambe nella sera di Lunedì 14) e Gabriele Rizzo (11 anni – concerto di Lunedì 21). I loro programmi spazieranno dal barocco di Bach e Scarlatti fino ad opere di stampo decisamente più moderno, come le Danzas Argentinas di Ginastera, passando per Mozart, Chopin e Schubert.Il concerto di Giovedì 24 vedrà protagonista il duo a 4 mani Omonóos, composto da Silvia Gatti e Gabriele Salemi, entrambi storici allievi del M° Maria Clementi. Proporranno due opere di rilievo: la celebre Fantasia in Fa minore D.940 di Schubert e Ma Mêre l'Oye di Ravel, portando gli ascoltatori dalla densità meditativa – quasi sofferta – della prima all'atmosfera trasognata e fiabesca della seconda.

Il link per seguire i concerti è il seguente:

https://www.youtube.com/channel/UCixVTEtGgYZuQjVfOzcxCMw/featured

Questa l'immagine simbolo della iniziativa, creata dalla stessa Aurora Avveduto

A presto!

Andrew


venerdì 15 maggio 2020

Pletnev a Milano: fra Schubert, Čajkovskij e rivelazioni poetiche

Ciao a tutti!
ritorno qui dopo diversi mesi di assenza. Doveva essere un normale inframezzo tra un articolo e l'altro (uno dei quali ho pure mancato di condividerlo: lo farò ora) ma gli eventi mi hanno allontanato dal mio amato Metathymos per più tempo di quello che avrei voluto.
La situazione attuale, il Covid, ha colpito direttamente la mia famiglia a inizio Marzo, portandosi via mio padre. Ha portato via tantissime persone, prostrandoci tutti e mettendoci in condizioni ristrette e sollevando tantissime polemiche e punti interrogativi.

All'epoca - metà febbraio - avevo steso un articolo per Le Salon Musical in cui recensivo il concerto di Mihail Pletnev presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Un concerto che fece parlare molto, avendo lasciato tutti sconvolti per la bellezza e l'impatto forte sui presenti.
Eccolo:

"Pletnev a Milano: fra Schubert, Čajkovskij e rivelazioni poetiche

Un ritorno che ha scosso gli animi di molti, quello di Mikhail Pletnev alla Sala Verdi, lo scorso17 Febbraio per le Serate Musicali milanesi.
Pletnev da sempre lascia il segno come pianista capace di interdire – ne bene e nel male – l'orecchio e il cuore di molti ascoltatori; solleva tanto polemiche quanto esaltazioni, pareri discordanti, seduzioni e disturbi. Trascina dietro di sé le masse che ne apprezzano le scelte interpretative, il controllo sovrumano del suono e le personalissime visioni sulla musica, così come quelle che in esse, differentemente, ci vedono artificiosità, maniera.
Già un anno fa si era parlato di lui, in riferimento a un'altra sua apparizione in Sala Verdi, quale musicista assoluto, assorto e distaccato allo stesso tempo, capace di aprire finestre su mondi che altri non sembrano scovare; un esasperato curatore del suono, che insegue un'idea che pare quasi presistente, disegnata sul silenzio come un'afferrabile chimera, tanto forte da riuscire a spingere le oscillazioni di velocità e le articolazioni di fraseggio al limite senza perdere un'impressione, condivisibile o meno che sia, di forte e lucida coerenza interna.
Ma il concerto dello scorso Lunedì ha avuto veramente qualcosa di sentito e compreso da tutti, qualcosa di estremamente convincente e penetrante. Tralasciando per un attimo tutto ciò che riguarda il “puro” pianismo di Pletnev, le sue scelte di suono, di tempo, di agogica e quant'altro, pare che il pianista russo abbia offerto al pubblico milanese un concerto tanto destabilizzante quanto unanimizzante, inclusi i frequenti “però” che in altre occasioni avrebbero potuto ottenere parimenti eco, o le oscillazioni di atteggiamento dello stesso pianista, capaci di influenzare anche di molto la percezione che se ne riceve.

Il programma prevedeva due Sonate di Franz Schubert, l'Op.164 D.537 in La minore e la più nota Op.120 D.664 in La maggiore, e l'intera raccolta delle Stagioni Op.37a di Čajkovskij.
L'attacco del primo movimento, Allegro ma non troppo, della schubertiana Op.164 pare non del tutto convinto, l'attacco è pieno ma al contempo avviene mollemente, come se Pletnev non riesca ancora mettersi del tutto a proprio agio sul palco. Per carità, il suono è sempre meraviglioso, non mancano guizzi davvero interessanti, trattamenti semi-sinfonici del pianoforte (che mettono in risalto le doti di direttore dello stesso musicista) ma si torna a quel senso di “estraneità” non solo dalla Sonata, ma dal luogo e dal tempo in cui il pianista si trova. Un distacco che è difficile definire quanto voluto oppure inevitabile e schiacciante. Soltanto quando sopraggiunge il tema in la bemolle maggiore nello sviluppo si ha la sensazione di essere “con lui”: noi ascoltatori, ma soprattutto la Musica in rapporto con il pianista.
Anche l'inzio del tempo successivo, Allegretto quasi andantino, ha un'apparente poca partecipazione istintiva – innegabile, comunque, un bellissimo balancing fra il legato della mano destra sopra lo staccato della sinistra, ottenuto quasi integralmente senza l'uso del pedale di risonanza – per poi sterzare verso una maggiore empatia con il pianoforte.
Quasi opposto è l'approccio al conclusivo Allegro vivace, movimento in cui Pletnev pare cominciare davvero a divertirsi, lasciarsi andare; lo stesso vale, in modo ancora più evidente, per il terzo tempo della Sonata D.664, Allegro, eseguito con un piglio alquanto rapido e leggero, mettendo in luce tutte le sue risorse sopraffine: scale rapidissime in pianissimo sciorinate con nonchalance, temi cantabili sensibili, accompagnamenti ben caratterizzati; fraseggi interessanti e imprevedibili che, qui, lasciano l'uditorio quasi esaltato, richiamando il pianista più volte sul palco a conclusione della prima parte del concerto.
E' davvero sorprendente vedere come le personalissime scelte interpretative di Pletnev siano sorrette da una enorme convinzione. Ma non quella convinzione, quasi superba, di un pianista in possesso di doti inumane che ne fa sfoggio: Pletnev è un vero cercatore, uno scultore. La sensazione che si riceve è quella di un musicista il cui sguardo sulla musica, sui brani che esegue di volta in volta, non sia frutto di un mero occhio analitico sulle parti o sulla tradizione esecutiva, ma su una rivelazione interiore che sgorga da sola, e che la perfetta connessione mente-corpo-spirito del pianista riesce a portare all'esterno come una rivelazione quasi profetica.
Perché, per quanto sia possibile criticare le interpretazioni di Pletnev, la sensazione di coerenza interiore e di chiarezza di visione è schietta, e innegabile: può sembrare un po' troppo personale per alcuni, ma Pletnev porta avanti tutto ciò con la fede sincera di un devoto alla Musica che non è certo scevro da domande e riflessioni profonde.
Tornando a Schubert, e alla Sonata Op.120, non si può non fare menzione ai primi due tempi, e in particolare al secondo, Andante, probabilmente il picco più alto di tutta la serata, ha commosso l'intera Sala Verdi. Non sono mancate, infatti, nei giorni successivi, numerose condivisioni sui social, sottolineando la bellezza “orchestrale” e di concezione di questo meraviglioso adagio, parso come un nuovo pezzo per quanto rimanendo comunque quello che tutti conoscono. Il suono pastoso eppure come lontano, appartenente a un orizzonte più ampio e distante, melodie tracciate con enorme dolcezza, una dolcezza consapevole, come un sapore ben conosciuto.


La seconda parte ha visto una esecuzione di pari valore. Le Stagioni Op.37a di Čajkovskij sono state cesellate una ad una, con pazienza e uno sguardo acuto sulla scrittura, portando la raccolta a “racconto”. A libro di brevi fiabe, ad album di fotografie.
Partendo da Gennaio, Au coin du feu, l'impronta narrativa è eloquentissima – il suono quasi da quartetto d'archi o di fiati – e ciascun ritorno del tema principale ha qualcosa di nuovo. Bellissima la sezione centrale, con degli arpeggi liquidi e delicatissimi.
Altri momenti meritevoli di considerazione sono stati sicuramente Aprile, Maggio e Giugno. Un trittico che si sarebbe quasi potuto isolare quale micro-raccolta a sé stante. Il primo, Perce-neige, con un accompagnamento perfettamente incasellato senza mai cedere (altro segno di come Pletnev abbia, parimenti a visioni molto personali, attenzioni molto oggettive sugli aspetti tecnici e di partitura) ed una melodia tenera, fragile ma mai debole. Quindi Les nuits de mai, meno “sentimentale” rispetto ad altre esecuzioni, eppure schiettamente parlante: a tratti è parso quasi di udire un brano di Robert Schumann, con la figura del suo poeta che parla. E poi Giugno, Barcarolle, eseguito più mosso che in passato – che risulta nonostante ciò ancora più suadente e di impatto – tiene viva la tensione e l'attenzione fino agli ultimi palpiti delicatissimi.
Ancora da menzionare, prima della chiusa con Noël di Dicembre, è Novembre, Troika, che al pari dei terzi movimenti delle sonate schubertiane offre a Pletnev tutte le occasioni di stupire il pubblico ancora una volta: davvero sconvolgenti certi rapidi mormorii in pianissimo, anche nel registro medio-grave, di una cristallinità veramente preziosa.
I continui applausi richiamano il pianista per ben tre bis: il celebre Impromptu in Sol bemolle maggiore Op.90 n.3 di Schubert, eseguito meravigliosamente con un controllo del suono al limite del possibile; la Mazurka in la minore Op.67 n.4 di Chopin (notevole la sezione centrale) e il Rondò in Re maggiore K.485 di Mozart."

L'articolo è possibile leggerlo anche sul sito de Le Salon Musical a questo link.

Sperando sia questa la ripresa dell'attività di questa pagina a cui tengo tanto.

Un saluto a tutti!
A.

domenica 1 dicembre 2019

Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Ciao a tutti!

Sarò velocissimo perché ho pochissimo tempo: condivido come sempre la mia più recente recensione di un concerto. Sono tornato da Cerabino Pianoforti per l'esibizione del Trio AnciAntica. Un programma monografico o quasi su Bach, con una sterzata verso Platti.

Come sempre l'articolo è stato scritto per Le Salon Musical, e potete leggerlo QUI.
Il testo integrale qui di seguito:

"Lecco: il Trio AnciAntica con Bach e Platti, fra trascrizioni e composizioni originali

Cerabino Pianoforti a Lecco prosegue i suoi appuntamenti dedicati alla musica classica e jazz a seguito di un anno veramente fitto di occasioni interessanti. Roberto Cerabino, creatore di tali iniziative nonché proprietario del negozio, propone ciò in virtù del suo profondo amore per la musica, a prescindere dagli stili, dai periodi storici o dalle culture di provenienza. I concerti, con ingresso a libera offerta, si tengono solitamente a cadenza mensile – talvolta due al mese – e Sabato scorso, 23 Novembre, è stata la volta di un trio dalla formazione inusuale: clarinetto-violoncello-organo, denominato “AnciAntica”.
Tale formazione, composta rispettivamente da Francesco Chimienti, Maria Antonietta Puggioni – che aveva già fatto capolino in Marzo con il trio d'archi tutto al femminile “Artemisia” – e dal Maestro Mario Valsecchi (conosciuto anche in ruolo di Direttore della Cappella Musicale del Duomo di Bergamo) ha proposto un programma semi-monografico sulla figura di Johann Sebastian Bach con una piccola incursione nel repertorio violoncellistico di Giovanni Benedetto Platti.
Non è certo consuetudine ascoltare con un ensemble di questo tipo il repertorio bachiano dei Trii-Sonate, delle arie o di alcuni corali estratti dalle cantate. Sappiamo anche che il compositore tedesco non nutriva un grande amore per il timbro clarinettistico, ciononostante è cosa risaputa che nel periodo Barocco si era soliti eseguire musica piegando talune composizioni originali per gli strumenti disponibili all'occasione, adattandole di conseguenza.
Lo stesso Maestro Valsecchi ci racconta, a tal proposito, in una sorta di intervento all'interno del concerto: alcuni dei brani proposti dal Trio AnciAntica sono arrangiamenti di originali organistici; altri, come accennato precedentemente, parti corali proprie di alcune cantate – ne è esempio il mesto e celebre canto ornato in soprano Nun komm', der Heiden Heiland BWV659, primo dei quattro casi in programma – “rimaneggiate” per organo e quindi per trio, affidando magari la melodia principale al clarinetto che la cede poi all'organo o al violoncello in imitazione, nella sua interezza o in parte. L'intenzione, pertanto, non è certo quella di stravolgere le intenzioni di Bach, quanto di mettere in atto una prassi per nulla rara all'epoca, allo scopo di renderne comunque un prodotto musicalmente valido ed equilibrato.

Ad aprire questa serie di trascrizioni sono il Trio in Sol maggiore, di carattere spigliato, e l'Aria in Fa maggiore, dai toni più morbidi e dalle frequenti imitazioni. Dopo il canto ornato sopracitato, ecco quello in tenore, Wachet auf, ruft uns die Stimme BWV645, in cui è possibile notare un ruolo organistico di maggiore rilievo grazie a una scrittura che non si risparmia in quanto a ornamentazioni, senza però perdere l'atmosfera iniziale di dolce solennità.

Diversa, invece, è la Sonata per violoncello solo in Sol minore (con sostegno organistico) che si inserisce nel momento centrale del concerto: aldilà del fatto che si tratta di una composizione originale, essa funge anche e soprattutto da “punto di rottura”, portando gli ascoltatori a contatto con il linguaggio di un altro compositore – probabilmente meno noto ai più – per una manciata di minuti. La scrittura di Platti è meno fitta ed elaborata di quella di Bach. La Sonata, infatti, si apre con un Adagio di stampo lirico e patetico, in cui le imitazioni hanno più funzione retorica che strutturale; ad esso segue un Non presto, tempo di sonata in nuce dal piglio vivace, ricco di botte e risposte fra i due strumenti. Quindi un Largo in tonalità maggiore, nuovamente di impronta cantabile ed espressiva, ed un Allegro di chiusura in tempo ternario – quasi una gigue – che va dritta al punto, senza esitazioni.

E senza esitazioni si torna di nuovo a Bach, con la Trio Sonata in Do maggiore BWV529. Il felice Allegro di apertura ha quella scrittura schiettamente bachiana per la quale un elemento ritmico-melodico – in questo caso un breve episodio passeggiato, introdotto dall'organo – funge da colonna tematica portante di un intero movimento. Nel Largo successivo in tonalità relativa minore l'espressione si fa più intima e introversa, quasi elegiaca tramite l'affidamento del doloroso tema principale al clarinetto. Chiude un Allegro in stile fugato che vede “rimbalzare” il soggetto da uno strumento all'altro, per poi frammentarsi e ricomparire quasi “intermittente” tra divertimenti e stretti di libera invenzione.
Dopo il trio sopra Herr Jesu Christ, dich zu uns wend' BWV655, e il corale in trio Allein Gott in der Hoh' sei Ehr BWV664, chiude il concerto il Trio in Do minore BWV585, dai toni più misteriosi e dimessi del precedente trio, mantenendo sempre quella scrittura a libera imitazione/canone, sia per la prima parte, un mesto Adagio, che per il successivo Allegro."

Lascio sempre qualche foto di rito, e un saluto!




A presto!
Andrew

venerdì 22 novembre 2019

Crema: voci umane e di dulciane nel sacro e profano dei tempi di Leonardo

Rieccomi!

Torno dopo qualche giorno (e un "re-styling" della pagina). Purtroppo non ho molto tempo, ma volevo condividere l'ultima recensione scritta per Le Salon Musical.
Sono stato a Crema, per la precisione nella Sala Pietro da Cemmo, all'interno del Museo Civico, posto bellissimo fatto di sale affrescate e cortili quadrati che si sono rivelati molto adatti all'occasione. Il concerto ha rievocato le musiche che si sarebbero potute ascoltare ai tempi di Leonardo, con una successione di canti e musiche, intonate dall'ottimo Coro Monteverdi di Crema e da un ensemble di dulciane chiamato Quoniam.

Non mi dilungo oltre. Potete leggere l'articolo direttamente dal sito proprio QUI, ma comunque io copioincollo qui di seguito:

"Crema: voci umane e di dulciane nel sacro e profano dei tempi di Leonardo

Occasione assai particolare quella di Sabato 16 Novembre presso la Sala Pietro da Cemmo del Museo Civico di Crema. Le voci del Coro Monteverdi di Crema e i dolci timbri di dulciane del consort italiano Quoniam hanno rievocato gli anni rinascimentali leonardeschi attraverso una selezione di composizioni sacre e profane lasciate da alcuni dei più celebri musicisti del tempo, come Josqui Des Prèz, Clément Janequin, Philippe Verdelot, Loyset Compère o i frottolisti italiani Marchetto Cara e Bartolomeo Tromboncino.

Il concerto è stato suddiviso sostanzialmente in tre parti, intercalate da diversi interventi di nota storica o aneddotica (per non dire anche filosofica).
Nella prima, protagonista unico e assoluto è stato il Coro Monteverdi, affontando pagine del grande Des Prèz, come In te Domine speravi, delicata e curiosa preghiera in lingua italiana del tempo, o Tu solus qui facis mirabilia, celebre testo in latino curioso per i ricorrenti rallentamenti alla fine di ogni terzina di versi, all'incontro con parole quali “Jesu Christe”, “Rex benigne”; o il più semplice “aeternum” di chiusura, per cui tale rallentamento funge quasi da vero e proprio madrigalismo, alludendo, appunto, all'infinità dell'eterno.
Dopo Des Prèz è stato il momento di Franchino Gaffurio, del quale è doveroso ricordare l'esecuzione di Adoramus te, Christe – indubbiamente uno dei momenti di maggiore impatto dell'intero concerto – dove il Coro si esprime in tutta la sua bravura tanto negli episodi solistici-melismatici che in quelli polifonici.

Nella seconda parte il palco è interamente affidato al consort di dulciane diverse Quoniam, composto da Paolo Tognon, Lucio Testi, Claudio Sartorato, Stefano Somalvico, sostenuti dagli interventi cembalistici e organistici di Marco Vincenzi.
Il repertorio questa volta è interamente profano, alternando ispirazioni italiane e francesi, come Signora un che v'adora di Marchetto Cara, o Chanter ne puis di Loyset Compère: una sequela di andamenti e scritture diversi che catapultano l'ascoltatore in un altro tempo, fra le corti e i costumi che oggi rivediamo fotografati soprattutto dall'arte pittorica dell'epoca. Una frase della commentatrice, non certo a caso, ripete più volte che “la pittura è una poesia che si vede ma non si ascolta”: il perfetto complementare del madrigale, che, per quanto non sia prettamente di questi decenni, va sviluppandosi attraverso essi per poi sbocciare definitivamente nel secolo seguente, divenendo una delle forme musicali più importanti.
Infatti, ogni composizione eseguita dai Quoniam porta un titolo tratto da testi coevi, ma la relativa immagine non è distesa su di una tela ma è fatta di suoni.

Chiude il concerto una terza parte in cui il Coro Monteverdi e i Quoniam uniscono le forze, sotto la direzione del Maestro Bruno Gini, nell'esecuzione di un'altra scelta di composizioni profane italiane e francesi: dal famoso Trionfo di Bacco al brioso Ce mois de mai di Janequin, passando poi per un'ultima volta dal grande Des Prèz, prima con il breve ma toccante Mille regrets, quindi con il popolarissimo El grillo, che conclude gioiosamente questa splendida occasione di ascolto.
Due bis contraccambiano i lunghi applausi del pubblico: Tourdion, testo profano, ironico e inusuale musicato da Pierre Attaignant, e una riesecuzione del Trionfo di Bacco."








Lascio come sempre qualche foto e un caloroso saluto a chiunque passi da qui!
A prestissimo,
Andrew

giovedì 24 ottobre 2019

Milano: il Preclassicismo raccontato dall’Ensemble Hornpipe

Eccomi di nuovo qui!
Ancora per Le Salon Musical, condivido con voi un'altra recensione scritta di recente. Protagonista è l'Ensemble Hornpipe, gruppo strumentale che ha aperto la stagione "Simultanea" nella Chiesa di San Calimero a Milano lo scorso sabato.
Protagoniste le figure di Sammartini, Rameau e il grande Haydn, con testimonianze musicali del decennio 1750-1760, il preclassicismo.
L'articolo è leggibile QUI sul sito, ma lo condivido sempre per iscirtto:

"Milano: il Preclassicismo raccontato dall'Ensemble Honpipe

Il decennio che porta dal 1750 al 1760 è un periodo abbastanza cruciale per quel riguarda lo stile classico. La produzione musicale comincia ad assumere i tratti caratteristici, uscendo sempre più dai canoni barocchi. Non solo: questo decennio in particolare (anche se si potrebbe giungere finanche al 1775) è curioso per il fatto di essere una fetta di storia musicale di serrata sperimentazione, a tratti di pura speculazione, che tocca momenti di forte bizzarrìa creativa; che finisce per pulirsi di quelle rigorose forme contrappuntistiche “pure” per aggrapparsi a due elementi, si direbbe, universali: il primato della tonalità come ambito espressivo, di bilanciamento, e la definizione sempre più netta dei contorni della cosidetta forma sonata.

La stagione proposta quest'anno in Basilica di San Calimero a Milano sceglie di riferirsi proprio a questo arco di tempo, affontando un decennio dopo l'altro il repertorio più significativo, simbolico delle frontiere raggiunte dai compositori e dalla musica stessa. Per il primo appuntamento, Sabato 19 Ottobre scorso, è stato l'Ensemble Hornpipe a rendersi tramite e protagonista, con un repertorio dedicato alle figure di Rameau, Sammartini e Haydn.
Di Rameau, l'Ouverture dall'opera Hippolyte et Aricie (1757) apre, appunto, il concerto, incuriosendo subito per la sua spiccata concezione barocca di composizione bipartita con un'introduzione dai tipici ritmi puntati alla francese ed una fuga a 4 parti con risposta in moto contrario. Ciononostante, alcune inflessioni cantabili ed una ripresa alternativa alla ripetizione dell'introduzione la spingono già più avanti nel tempo. Un'altra Ouverture segue piu avanti, anche se anteriore per composizione (1753) e con l'aggiunta degli strumenti a fiato, ovvero quella tratta dalla pastorale eroica Daphnis e Eglé. Qui ci troviamo di fronte a una composizione tripartita, la cui concezione è assai più spiccatamente barocca di quella di Hippolyte et Aricie, soprattutto per come viene gestito il materiale tematico e per i recitativi presenti nel Lent centrale.
Di Giovanni Battista Sammartini, compositore milanese, l'Ensemble Hornpipe esegue il Quartetto per archi in La maggiore JenS 61, il quale sparge più luce su alcuni aspetti salienti dello stile classico, in particolare su ciò che riguarda la simmetricità della forma, i climax centrali e la riargomentazione conclusiva con relativa affermazione tonale. In tre tempi anch'esso, Presto-Andante-Allegro, il Quartetto in La maggiore verte spesso su strutture bipartite – che preludono la forma sonata – nelle quali sovente la seconda parte riprende, variato, il materiale esposto nella prima spostandolo in tonalità d'impianto.
Per quanto riguarda Haydn, il programma prevede il Divertimento a 5, Hob.II per archi, datato 1755. Diviso in 6 movimenti, ricorda la struttura delle future Serenate; le ispirazioni classiche qui si ritrovano essenzialmente nei profili melodici, nella frequente alternanza tra la tonalità di impianto e la sua omologa (Sol maggiore/Sol minore) come elemento di stabilizzazione dialettica, e nel distacco parziale dalle elaborazioni tematiche in chiave imitativa. Da sottolineare è l'Adagio, scritto e concepito a mo' di aria per violino solo, il cui lirismo è sostenuto da accompagnamenti pizzicati degli altri archi, che lo rende forse l'elemento centrale della composizione.
Quindi il Divertimento Hob.II G2 (o Cassazione, una composizione destinata ad esecuzioni all'aria aperta) del 1760, in cui Haydn agli archi aggiunge due oboi, due corni, fagotto e basso. Forse per le sonorità, forse per l'organico, ma pare già preludere alcuni grandi opere della mano mozartiana: lo spirito di caccia è sempre presente nell'ispirazione melodica e ritmica; o nei due minuetti, dove la scrittura per famiglie di strumenti alternate – per non parlare dei soli di corni – lancia netto lo sguardo verso il repertorio delle serenate, della celebre Gran Partita. Il Presto conclusivo anticipa dichiaratamente l'incipit del finale del Divertimento in Re maggiore anch'esso del salisburghese, con quella grazia popolaresca a metà tra il goffo e il giocoso che rientrerà di pieno diritto fra le direzioni espressive più frequenti del pieno Classicismo."







Aspettando di condividere le prossime recensioni e dei prossimi eventi (ma anche di qualche importante novità che mi riservo per il momento più adatto!) vi rimando a presto!

Andrew

martedì 19 febbraio 2019

Analogie e distanze: sguardi differenti negli occhi di un solo Mozart

Ciao!

Come promesso, questa volta sono qui su Metathymos dopo poco tempo: è un periodo molto impegnato, ma al tempo stesso cerco di ritagliare, per quanto possibile, qualche momento in cui assistere a qualche concerto.
Sono tornato ad ascoltare il bravissimo Domenico Nordio e i Solisti de laVerdi, che hanno nuovamente allietato il pubblico con un concerto cameristico dedicato a Mozart. Curiose sono le analogie fra i programmi - tutti mozartiani - proposti nelle ultime occasioni cui ho preso parte: sia Nordio con i Solisti (insieme a un ottimo Fausto Ghiazza al clarinetto - QUI l'articolo dedicato) che il Quartetto Bazzini Consort per MerateMusica (con Fulvio Capra al clarinetto - vedi articolo QUI) hanno incluso i Divertimenti per archi e il Quintetto "Stadler" nelle loro scalette. Ed è altrettanto curioso assistere, a distanza di poco tempo, a differenti interpretazioni, visioni, scelte, caratteri: l'entusiasmo e la freschezza giovanile e la sapienza, l'acuto sguardo di musicisti dalla più lunga esperienza.

Riporto in ogni caso il testo integrale dell'articolo scritto per Le Salon Musical (che potete vedere cliccando QUI):

"Si torna a parlare, dopo qualche tempo, di Domenico Nordio e i Solisti de LaVerdi, e delle matinées presso M.A.C., Musica Arte e Cultura di Milano. E si torna a parlare anche di Mozart: l'appuntamento precedente aveva visto l'esecuzione del primo Quartetto Prussiano K.575 e del Quintetto per clarinetto e archi “Stadler” K.581 (è possibile leggere QUI l'articolo dedicato). Anche questa volta, l'intero programma ruota intorno al repertorio cameristico del salisburghese, spostando però lo sguardo ad alcune composizioni per i soli archi, come i Divertimenti K.136 e K.138, la celeberrima Eine Kleine Nachtmusik e il più raramente eseguito Adagio e Fuga in Do minore K.546.
E proprio con quest'ultimo si apre il concerto di Domenica 17 Febbraio. L'Adagio e Fuga, composizione unica del suo genere nell'elenco delle opere del compositore, costituisce una successiva elaborazione (risalente al Giugno 1788) della più nota Fuga per due pianoforti K.426 (scritta a fine 1783). Mozart trascrive qui la “severa” fuga per quartetto d'archi, e le antepone un breve ma meraviglioso Adagio, espressivo e struggente – quasi romantico nella sua indole – e ricco di rimandi, imitazioni, continue modulazioni. Inutile sottolineare, in quest'opera, il palese interesse di Mozart per la figura bachiana, nonché lo studio del relativo stile contrappuntistico.

Anche dei Divertimenti per archi si era già fatto cenno in precedenza (QUI), con il concerto proposto dai giovani musicisti di Merate Musica. Nordio e i suoi colleghi scelgono, differentemente, di proporre il primo divertimento, K.136 in Re maggiore – forse il più celebre ed eseguito dei tre – ed il terzo, K.138 in Fa maggiore. All'ascolto, queste composizioni scritte da un Mozart appena sedicenne di ritorno proprio da Milano (commissionategli da personalità del panorama nobiliare per l'intrattenimento di occasioni più o meno importanti) risultano immediate, agili, e prive di grandi sviluppi. Eppure, non mancano affatto delle minime inflessioni, quasi piccole ombre improvvise, dal tono più mesto; sono ben salde nella forma e risentono non poco di una vaga cantabilità all'italiana. L'esecuzione dei Solisti è stata frizzante e molto curata, dando la giusta esaltazione ad ogni aspetto senza perdere la fluidità discorsiva. In particolare, a partire dal Divertimento K.138, il secondo violino, Nicolai Freiherr von Dellingshausen, sembra osare di più, migliorando decisamente l'equilibrio sonoro della stessa formazione.

Segue – e chiude – il concerto la Eine kleine Nachtmusik K.525, in Sol maggiore. La più celebre ed eseguita di tutte le serenate del compositore, giustamente amata per il suo carattere spiccato, la sua freschezza d'idee e di scrittura, la sua lieta graziosità.
A partire dall'Allegro di apertura fino al Rondò, l'esecuzione si è rivelata non solo impeccabile, ma soprattutto (e non è affatto poco) originale: evidente un atteggiamento di “ricerca del nuovo”, del non già detto, grazie a una forte differenziazione delle dinamiche, mai identiche ad ogni ritornello, e all'adozione – assai apprezzabile – di piccolissime varianti od abbellimenti, spesso presumibilmente improvvisati. Ecco che questa piccola Serenata si riscopre diversa (o forse si rinnova, si attualizza), scrollandosi di dosso certe rigidità dogmatiche nell'esecuzione e liberando la sua vibrante passionale dialettica. Di forte impatto l'Allegro conclusivo, eseguito ben più speditamente del consueto, rendendolo “elegantemente frivolo”, civettuolo e brillante."

Ecco alcune foto di Nordio e i Solisti de laVerdi durante il concerto:





A presto!
Andrew

mercoledì 13 febbraio 2019

Divertimenti con Mozart e “Stadler” a Villa Confalonieri


Ciao a tutti!

Dopo non poco tempo torno qui per condividere l'ultimo articolo scritto per Le Salon Musical, testata online di musica con la quale collaboro ormai da qualche tempo. Questa volta il concerto era dedicato ai Divertimenti per archi di Mozart, oltre che al famoso Quintetto "Stadler", celeberrima composizione cameristica che vede protagonista quel bellissimo e multiforme strumento che è il clarinetto., proposti dal cartellone dedicato ai giovani musicisti di Merate Musica, stagione che seguo per quanto mi è possibile da qualche anno, e che ha offerto diversi appuntamenti interessanti e di ottimo livello (negli articoli precedenti, ad esempio, avevo recensito il concerto del Sestetto Stradivari, che eseguì magistralmente i due meravigliosi Sestetti per archi di Brahms).

Condivido come sempre il testo integrale, che, comunque, potete leggere anche sul sito originale direttamente QUI:

"La Stagione di Merate Musica giunge alla sua ventiduesima edizione e propone, in parallelo ai consueti concerti in Auditorium municipale, un gruppo di incontri dedicati ai giovani promettenti musicisti del panorama attuale. Sabato 10 Febbraio è toccato al Quartetto Bazzini Consort e al clarinettista Fulvio Capra, i quali hanno colmato di ottima musica mozartiana la bellissima sala di Villa Confalonieri.
Questi giovani ragazzi hanno dimostrato ottime capacità esecutive e notevole attitudine alla musica da camera: a partire dai Divertimenti per archi K.137 e K.138, il Bazzini Consort ha spiccato per precisione ritmica e cura nei confronti della parte, esaltando gli episodi più spiegati e cantabili tanto quanto quelli più elaborati e contrappuntistici. Notevole, in particolare, l'esecuzione del primo tempo del Divertimento n.2 K.137 in Si bemolle maggiore, Andante, che, per quanto anch'esso in forma sonata (seppur in ridotte dimensioni), sorprende, oltre che per il fatto di essere un movimento lento e non un tipico Allegro, per un incipit alquanto struggente, per la continua mutevolezza umorale e la ricerca di un'espressione più densa attraverso frequenti modulazioni e interruzioni del discorso musicale.
Ben diverso, e assai più riconoscibilmente mozartiano, il breve Allegro di molto che segue, dal piglio deciso e frizzante, con uno sviluppo quasi assente, una scrittura leggera e dall'insistenza su accompagnamenti ribattuti. Chiude il Divertimento un Allegro assai in tempo ternario – a tratti danzante e anch'esso in forma sonata – ribaltando, se così si può dire, l'atmosfera iniziale della composizione.
Segue, per il medesimo organico, il Divertimento n.3 K.138 in Fa maggiore, il quale presenta non poche analogie con il precedente dal punto di vista delle strutture formali e dell'utilizzo degli spunti tematici, ma ne differisce alquanto dal punto di vista espressivo: il K.138 infatti è più leggero, quasi disimpegnato, forse più “tradizionale”; non esordisce a sorpresa con un tempo lento dall'atmosfera importante, ma con un Allegro diretto e ben delineato a cui segue un Andante in Do maggiore dalla fisionomia polifonicamente raffinata, di nuovo in forma sonata ma con una ripresa priva del primo tema. Chiude, invece, un Presto in forma di Rondò, dai tratti quasi popolari, con la tipica costruzione per frasi ritornellate ma con la presenza di momenti in cui la scrittura si fa leggera, addirittura a due sole voci, generando un sottile gioco di stati d'animo e di sonorità, prima di chiudere felicemente con l'ultima ripresa del refrain.
Dopo la consueta pausa al Quartetto si aggiunge il giovane sopracitato clarinettista, regalando una seconda parte interessante dedicata al celebre Quintetto per clarinetto e archi K.581 in La maggiore, detto “Stadler”. Interessante la scelta, qui, di andamenti decisamente più sostenuti dei più consueti ascolti, per ciò che riguarda l'Allegro iniziale – che ha visto un ottima voce di violoncello, nelle sue parti “solistiche”, da parte di Federico Bianchetti – ma soprattutto per il finale, un Allegretto con variazioni che resta probabilmente fra le pagine più celebri dello stesso Mozart: troviamo dunque una ricerca di brio e freschezza che rischiano qua e là di penalizzare parzialmente quel che concerne le sonorità d'attacco e gli equilibri fra le parti; ciononostante, la tenuta praticamente perfetta e le agilità clarinettistiche di Capra, unite alla scelta di accentazioni che possano variegarsi ad ogni riproposta – questo visibilmente nel Minuetto e Trio, rendono l'esecuzione non poco interessante e di grande effetto. Degno di nota il bellissimo Larghetto, brano riproposto anche come bis eseguito con grande dolcezza e morbidezza di suono, probabilmente la pagina nella quale l'ensemble ha dato la sua miglior prova di coesione e di unione."


Spero tanto di poter tornare presto, anzi, ne sono quasi certo. Anche perché ho diverse novità importanti ed altri appuntamenti in programma, che sicuramente condividerò qui.
Vi lascio qualche fotografia dei giovani musicisti del Quartetto Bazzini Consort e del clarinettista Fulvio Capra.

A prestissimo, dunque!

Andrew