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martedì 29 giugno 2021

Il Bach a 432 di Matilda Colliard

Ciao a tutti!

Rieccomi presto qui, come anticipato. Le Salon Musical ha recentemente pubblicato l'intervista che ho avuto il piacere di fare a Matilda Colliard, in occasione del suo nuovo disco delle 6 Suites per violoncello solo di Bach, edito da Da Vinci Classics.

Trovate l'articolo a questo link. Oppure qui di seguito:

Il Bach a 432 di Matilda Colliard

“La mia vita è costellata di scelte prese ascoltando perlopiù l’istinto. Ho una voce interiore che spesso e volentieri mi parla con forza, e sinceramente mi fido di lei. Un caro amico, che mi conosce da quando ero ancora studente in conservatorio, mi ha suggerito di cimentarmi con l’impresa della registrazione delle Suites di Bach. Sul momento mi sembrava una follia. Qualche giorno dopo quella voce interiore si è fatta sentire forte e chiara, e mi ha detto: fallo!”

Così mi risponde Matilda Colliard quando le chiedo qualche curiosità su come sia nato il suo recente disco, inciso con Da Vinci Classics.

Le 6 Suites per violoncello solo, i primi sei dei dodici “astri” del firmamento violoncellistico bachiano ai quali riferiva anche Mario Brunello (unendo alle Suites anche le 3 Partite e le 3 Sonate), sono entrati a fare parte della vita di Matilda Colliard molto presto:

"Bach mi accompagna da sempre. Uno dei primi brani importanti che ho affrontato quando ero bambina fu proprio il Preludio della Prima Suite, che durante i concerti eseguivo anche insieme ai miei compagni di classe di violoncello del corso Suzuki. Ricordo che quando studiavo la sua musica spesso avevo la sensazione di vederlo seduto sulla poltrona di fronte a me, e ascoltandomi mi diceva: “bene così!”. Quando non lo “vedevo”, sapevo allora di aver bisogno di studiare ancora meglio affinché si “materializzasse” nuovamente. Durante gli anni del conservatorio ho avuto la fortuna di studiare tutte e 6 le Suites grazie al mio maestro A. Drufuca, che ci teneva particolarmente.”

La vera sfida (occasione?) per Matilda l’avrebbe però attesa solo verso la fine del 2019: durante una presentazione dell’integrale beethoveniano per violoncello e pianoforte, allora fresco di registrazione (in duo con il pianista Stefano Ligoratti), quella voce amica la istigò ad affrontare il celebre repertorio bachiano. Se di primo acchito sembrò un’affettuosa provocazione, da lì a poco si rivelò un’importante occasione – Matilda è infatti la prima donna italiana ad aver inciso l’integrale delle Suites.

Dopo il nulla osta ricevuto dalla casa discografica, che concordò per la registrazione su strumenti moderni anziché d’epoca, seguì un profondo momento meditazione, ricerca e analisi dei manoscritti disponibili (principalmente quelli di Anna Magdalena Bach, di Kellner, e le edizioni anonime del ‘700).


C
orrelatamente, il contesto pandemico a causa del Coronavirus, e il lockdown che ne seguì subito dopo, incisero molto sia sullo studio/preparazione che, di riflesso, sulle scelte interpretative. Inaspettatamente, questo status così destabilizzante ebbe per Matilda un risvolto profondo:

“Dall’oggi al domani mi sono ritrovata, come tutti, a fare i conti con la quarantena. Temevo che la solitudine e quella sorta di “assenza di vita” avrebbero inibito il mio lavoro; o il processo creativo, che doveva animare (e animarsi di) un progetto tanto importante. Il senso fisico e psicologico di prigionia temevo si riversasse negativamente sulle interpretazioni e sulle scelte musicali. E invece, inaspettatamente, mi sono accorta di quanto i momenti di costrizione e di isolamento forzato possano spesso darci la chance di connetterci con il nostro io più vero e profondo, scoprendo una libertà che va ben aldilà di quella fisica”.

Questo nuovo senso di libertà interiore ha avuto non pochi riflessi positivi sul lavoro di Matilda, in particolare per ciò che riguarda l’aspetto di improvvisazione e ornamentazione estemporanea della musica di Bach:

“Le forme chiuse e strofiche delle danze, con la loro fedeltà a un medesimo centro tonale e la riproposizione identica – galanterie a parte – ad ogni suite, creano questo senso architettonico saldo e costante; al contrario, il Preludio che le anticipa assume il carattere dell’evasione, dell’improvvisazione aperta, prima della nascita di una forma. Grazie anche allo studio sui manoscritti, gli abbellimenti e le ornamentazioni hanno preso, per me, il carattere dell’imprevedibilità, della spontaneità esecutiva, a tratti quasi popolare, dandomi agio di inserirne estemporaneamente nei ritornelli delle danze e dei preludi.”

Un’altra caratteristica interessante di questo disco è la scelta di una accordatura a 432 hz. Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare del possibile influsso dato da questo diapason (perlopiù utilizzato nel settecento), e gli studi effettuati in merito ne hanno confermato gli effetti positivi a livello psicofisico.

Per Matilda questa scelta è dettata da un personale interesse per l’argomento:

“Sono sempre stata affascinata da questo argomento e dalle ricerche che sono state realizzate a riguardo. Anche un ingegnere del suono mi ha confermato la validità di questi studi. Posso dire che, abbassando il diapason, già in fase di studio mi percepivo molto più in armonia con quello che stavo facendo, e anche esteriormente la mia concentrazione era totale, priva di tensioni.”

Fa da sfondo il desiderio di Matilda di voler portare, con questo suo lavoro, non solo un sogno a compimento, ma anche e soprattutto qualcosa di “bello” fuori da sé, e che, chissà, magari abbia la capacità di fare stare bene qualcuno.

Che, forse, è anche il senso più profondo della musica (?).


Sperando di tornare qui quanto prima per altre novità...
Andrew

domenica 6 ottobre 2019

Articolo di giornale riguardo il mio "Viaggio per l'Europa fra Barocco e Classicismo"

Ciao a tutti!

Davvero un sacco che non ripasso di qui!
Ci sarebbe tanto da raccontare sugli ultimi mesi estivi, sugli impegni avuti e anche su qualche bella soddisfazione musicale avuta in prima persona.
Purtroppo non ho avuto molte occasioni di ascoltare concerti di cui scrivere. Di contro, però, ultimamente stanno verificandosi notevoli cambiamenti, e stanno prendendo vita nuovi progetti musicali che mi riguardano in prima persona (ma non - da - solo!) e che non vedo l'ora di guardare crescere!

Oggi vi scrivo per condividere un articoletto di giornale apparso lo scorso mese di Marzo su una testata lecchese, in occasione del concerto "Un viaggio per l'Europa fra Barocco e Classicismo" che avevo tenuto presso il negozio di pianoforti di Roberto Cerabino, mio accordatore di fiducia nonché caro amico (potete rivedere QUI l'articolo che ho dedicato a suo tempo, se vi va).

Eccolo:


Spero di tornare presto qui, e di cominciare a parlare di quei progetti che mi allettano parecchio ultimamente!

Per intanto, un grosso saluto a tutti!
Andrew

domenica 13 gennaio 2019

Nuova pagina personale su Facebook

Ciao a tutti!

Scrivo per comunicare che da qualche giorno ho deciso di creare una mia pagina personale di Facebook, che finirà per sostituire il normale profilo.
Potete raggiungere la pagina cliccando QUI e, se vi va, potete cliccare su Like, in modo da ricevere le notifiche e seguire ciò che pubblicherò (articoli, recensioni, le mie attività musicali, ecc).


Spero possiate raggiungermi in tanti! Vi aspetto!

A presto, con alcune importanti novità!
Andrew

giovedì 20 dicembre 2018

L'Harmonia Cordis celebra i primi dieci anni nello stile fiammingo (Milano, 15 Dicembre 2018)

Ciao a tutti!

Torno a pubblicare qualcosa qui dopo un periodo di ferma. Mi dispiace sempre quando non riesco a tenere una certa continuità, ma non sempre è possibile.
Ad ogni modo, sabato scorso sono stato a Milano ad ascoltare un concerto vocale tutto fiammingo, repertorio che apprezzo particolarmente. Ne ho scritto un articolo per Le Salon Musical, che lo ha pubblicato velocemente, e che condivido qui per intero:


"L'Harmonia Cordis celebra i primi dieci anni nello stile fiammingo

Per festeggiare il decimo anno di attività l'ensemble vocale Harmonia Cordis ha scelto di offrire al pubblico un programma di stampo sacro che accomunasse il periodo dell'Avvento con alcuni dei massimi espositori delle sei generazioni di compositori fiamminghi.
Il concerto, avvenuto presso la splendida Chiesa di San Calimero in Milano lo scorso Sabato 15 Dicembre, orientava infatti su celebri nomi dell'epoca, alias Guillaume Dufay, Johannes Ockeghem, Josquin Desprez, Adrian Willaert e Orlando di Lasso, rievocando quei secoli – fra il XIV e il XVI – in cui il mecenatismo delle corti spronò inevitabilmente la nascita di un repertorio scritto ad hoc, nonché il mutamento del ruolo del compositore da mero ligio ai rigorosi dogmi ecclesiastici, i quali spingevano verso il contenimento del potere seduttivo della musica (potere riconosciuto quanto temuto) per prediligere una percepibilità sine qua non del testo declamato, ad autonomo creatore, virtuoso dimostratore degli artifici contrappuntistici e polifonici. E le corti correvano ad accaparrarsi i migliori compositori in circolazione, al fine di celebrare, attraverso quel repertorio musicale sontuoso e complesso, il fasto e la grandezza delle corti stesse.
Si comincia con Veni Redemptor gentium, inno ambrosiano dell'Avvento, intonato dall'abside, per passare ad un altro inno a 3, Ave maris stella del già citato Dufay, e seguire con Credite Salvatorem nostrum, intonato da una splendida voce femminile solista: l'ensemble Harmonia Cordis mette così in luce da subito le proprie qualità, distinguendosi per la pulizia delle voci, la morbidezza dell'emissione e l'equilibrio sonoro fra le parti.
Quindi si passa alla Missa D'ung aultre amer, messa a 4 di Josquin Desprez scritta sull'omonima celebre chanson di Johannes Ockeghem (il quale fu maestro dello stesso Desprez) che presenta uno stupendo Tu solus qui facis mirabilia in sostituzione del comune Benedictus. Ma il punto più alto dell'intero concerto è forse il brano successivo, O bone et dulcis Domine Jesu, sempre del medesimo autore, un mottetto a 4 con doppio cantus firmus; per l'occasione, l'ensemble si dispone diversamente, creando due “schiere battenti” ai lati (rispettivamente Altus e Bassus, ai quali sono affidati i due cantus firmus) circondando le 4 parti. In questo caso la politestualità, il tratto saliente dei mottetti, è più che evidente: mentre le 4 parti intonano il canto principale, gli Altus declamano un Pater Noster e i Bassus una versione breve dell'Ave Maria, creando un gioco fonetico dinamico e accattivante.
Il repertorio despreziano si completa con Ave Maria...Virgo serena, mottetto a 4 su testo mariano al quale il compositore antempone al testo una strofa che riferisce all'annunciazione e ne accoda un'altra nella quale chiede alla Vergine di intercedere per lui.
Chiudono il concerto due mottetti, di Adrian Willaert e Orlando di Lasso. Rispettivamente, O magnum mysterium, celebre mottetto a 4 in due parti in cui la teoria degli affetti si presenta inequivocabilmente, strizzando lontanamente l'occhio alla maniera madrigalistica; e Resonet in laudibus, mottetto a 5 voci che pone le basi su di un carol del '300. Curiosa è la presenza dell'esclamazione “eya!”, che non fa soltanto da puro pretesto contrappuntistico ma anche da vera e propria propulsione sonora.
Dopo uno scroscio di applausi e ringraziamenti, è ancora dalla pratica dei carol che si ispira il bis dell'ensemble, con l'intonazione di canti popolari natalizi in dialetti differenti, così come diverse sono le provenienze di questa formazione corale così eterogenea eppure sorprendentemente compatta."


Lascio le fotografie scattate e vi rimando alla prossima!









Andrew

martedì 27 novembre 2018

Almenno San Bartolomeo: la Ensamble Barocco di Bergamo alla Rotonda di San Tomè

Rieccomi dopo qualche giorno in tutta fretta!, per condividere con voi un altro articolo scritto per Le Salon Musical.  Si tratta della recensione di un concerto di repertorio barocco tenuto nella zona di San Tomé, ad Almenno San Salvatore. La formazione era abbastanza insolita: oboe, fagotto, clavicembalo. Curioso è che due degli interpreti sono di mia vecchia conoscenza diciamo, in quanto docenti  di un Conservatorio nel quale ho studiato.

Come sempre copio incollo il testo dell’articolo qui:

Per “Musica e territorio” – rassegna di concerti cameristici itineranti presso abbazie, chiese romaniche, torri e castelli promossa dall’Orchestra Sinfonica di Lecco – oggi pomeriggio, domenica 18 novembre, si è tenuto il concerto del Barocco Ensemble di Bergamo, formazione strumentale composta da Marco Ambrosini all’oboe, Deborah Vallino al fagotto e Fabio Piazzalunga nel ruolo di cembalista-continuista. I valenti musicisti – Ambrosini e Piazzalunga, solo per fare cenno, sono docenti in carica presso il Conservatorio “G. Donizetti” di Bergamo da diverso tempo – hanno allietato il pubblico presente con un concerto inusuale, toccando repertori variegati di compositori celebri e meno noti: da Bach a Haendel, passando da Telemann, fino Paradisi e Pasquini. Una caratteristica che vale la pena sottolineare è l’idea di proporre composizioni per organici diversi, nella fattispecie non unicamente per trio, ma anche per il solo clavicembalo o per i due strumenti a fiato separati: questi essais, assaggi appunto, di differenti modalità espressive ed associative hanno reso fruibile ed accattivante l’ascolto.
Si sono potute ascoltare tre delle ben note Inventio a due voci del grande Johann Sebastian Bach, in una trascrizione per oboe e fagotto: adattamento non certo di frequente ascolto ma che, però, si è rivelato utile a mettere in luce contenuti e fraseggi altri rispetto a quelli delle più note esecuzioni pianistiche o cembalistiche, nuances legate in modo indissolubile alla natura stessa dei due strumenti. Ecco che queste brevi pagine assumono un’espressione più colorita e cantabile, una dizione più spiccata e una scissione delle voci facilmente percepibile.
In riferimento ai brani per cembalo solista, aldilà della famosissima Toccata in La maggiore di Paradisi, è degna di nota l’esecuzione delle Partite diverse di Follia di Bernardo Pasquini. Dopo la consueta esposizione, il celebre mesto tema viene sviluppato un po’ a mo’ di Passacaglia in una serie di 14 Varianti senza soluzione di continuità: questo consente di dare risalto non poche delle qualità espressive e di questo splendido strumento oggi considerato “antiquo” e ingiustamente poco proposto come protagonista di scene concertistica. Pasquini pare voler richiamare le ben più conosciute Partite e Toccate di Girolamo Frescobaldi (in particolare le Cento partite sopra Passacagli o brani come l’Aria detta Frescobalda, contenuti nelle medesime raccolte), adottando da quest’ultimo alcune tipologie di scrittura contrappuntistica e l’atteggiamento spavaldo nei confronti delle dissonanze come elemento affettuoso ed evocativo. Notevole l’esecuzione di Piazzalunga, sia per la precisione nelle zone rapide e passeggiate che per il sapiente uso di abbellimenti ed effetti, senza mai rendere leziosa la continuità discorsiva.
Per quanto riguarda, invece, i brani per il trio al completo, interessanti sono state le esecuzioni del Kammer Trio n.24 di Haendel, per il quale – rispetto ad autori quali Bach, per cui è sovente il motore principale – l’artificio compositivo dell’imitazione si sottomette ad una predominanza melodica cantabile, quasi ariosa, rendendosi perlopiù pretesto per brevi sviluppi od episodi modulanti; e del Trio n.12 dagli “Essercizii Musicii” di Telemann, dal consueto carattere frizzante e scorrevole nei tempi rapidi ed una maggiore ricercatezza melodico-armonica in quelli più tranquilli. Interessante anche la Sonata per fagotto e basso continuo TWV 41 ES A1 del medesimo compositore, in cui le atmosfere tenere e morbide dei movimenti più tranquilli si sono contrapposte al brio del Vivace conclusivo, con la tipica scrittura fagottistica (eseguita dignitosamente dalla fagottista Vallino) in staccato.
A conclusione di questo concerto cameristico resta soltanto una piccola riflessione-constatazione su come non poche volte certi repertori – ed autori – restino ancor oggi un po’ nell’ombra o nella nebbia, nonostante l’evidente merito di essere inclusi nei programmi di sala in rassegne ed istituzioni concertistiche."




Sperando di tornare altrettanto presto....
Andrew

giovedì 8 novembre 2018

“Grida, rap, folia” trittici colti e popolari da Francesco Libetta

Ciao a tutti, 

torno dopo qualche giorno di silenzio per condividere l'ultimo articolo, fresco di pubblicazione, che ho scritto per Le Salon Musical. Questa volta si tratta della recensione del concerto del pianista Francesco Libetta, che ha sorpreso il pubblico di SpazioTeatro89 con un programma interessante, inusuale e dedicato al repertorio ispirato da scene popolari.

Condivido qui il testo per intero:

"Parlare di Francesco Libetta riferendo soltanto alla sua bravura, al suo virtuosismo, all'eleganza del suo atteggiamento pianistico o sul palco sarebbe mera ripetizione di aspetti già sottolineati più volte, dei quali bene o male si è già a conoscenza da tempo. Il Libetta di cui oggi vale la pena parlare è colui che svela e propone repertori inusuali o semi-sconosciuti, autori considerati minori ma che possono ancora stupire; il Libetta che sceglie programmi da concerto pochi giorni prima della performance, che trova fili rossi molto sottili, che può passare con nonchalance da protagonista assoluto a condivisore del palco con altre formazioni.


Nel concerto di Domenica 4 Novembre scorsa, presso SpazioTeatro89 a Milano, questi sono gli aspetti che più hanno lasciato il segno e hanno sorpreso il pubblico presente. “Grida, rap, folia (ovvero il viandante virtuoso, dall'Arabia al Quai d'Orsay)”: un trittico che riduce la multiforme scaletta di questo recital – anch'esso composto da alcuni trittici – e che Libetta stesso spiega nelle sue interessanti disquisizioni. La musica descrive il mondo senza discriminazioni, soffermandosi sia su immagini più nobili sia su altre più semplici, popolari, e traendo ispirazione dalle più disparate situazioni. Torna sotto gli occhi la figura del viandante, ma diverso da quello evocato da Jeffrey Swann un paio di settimane prima: il viandante, questa volta, come l'uomo che vive nel volgo, al quale si mischia e nel quale si confonde, del quale memorizza scene, canti e volti portandoli con sé, annotati nei suoi album e nei suoi diari.


Per la partenza c'è Scott Joplin, e quel genere musicale che il nostro pianista definisce simil-ironicamente “musica suonata distrattamente per gente distratta”: brani come The Entertainer o Maple leaf rag non sono nati per le sale da concerto, per avere tutti gli occhi e le orecchie addosso, ma pagine di sottofondo ad eventi e situazioni altre. E, in questo, dunque, l'esecutore non è il protagonista della scena, ma anzi, una componente forse al limite dell'ignorabile. Ciononostante l'esecuzione è elegante, disimpegnata, trasporta negli anni in cui questa musica è stata scritta. Poi si fa un balzo più avanti nel tempo, con un rap vero e proprio, il Rap del Quai d'Orsay, pagina inaspettata del pianista e compositore Andrea Padova (presente in sala, e che sale sul palco qualche secondo per salutare e ringraziare Libetta per la scelta). Qui la musica sembra volgersi alla sillabazione serrata tipica di questo genere musicale, si priva di un vero spirito melodico per concentrare sempre più intensità nell'aspetto ritmico e in quello della massa sonora, che in alcuni frangenti si fa davvero fragorosa e mordace.


Da Padova si torna a Libetta, come esecutore di propri lavori: tre pezzi estratti da Prosthesis (La coppia di anziani, Danza cubana e Duo) e una Parafrasi immaginaria sulla Saracena di Wagner. Su quest'ultima vale la pena soffermarsi. Non esiste alcuna musica scritta da Wagner, ne esiste soltanto il libretto. Libetta, rimasto colpito dallo scenario dell'opera, ovvero Lucera, località a pochi passi da Foggia (e noi sappiamo che egli è originario della Puglia), traccia una visione ipotetica di temi ed elaborazioni dai tratti sinfonici, per poi adottare una breve citazione wagneriana per conclusione.


Ed ecco un altro trittico, quello famosissimo italiano di Franz Liszt, noto come Venezia e Napoli, celeberrime composizioni nelle quali ritroviamo quel Libetta cavalcatore di tastiere e dominatore indiscusso – e indiscutibile – di repertori virtuosistici. Gli arabeschi della Gondoliera si spandono gentilmente nella sala, bellissima è la coda di questa barcarola, con quel fa diesis reso così importante, così fondamentale. L'inquieta Canzone, sorretta da perpetui tremoli, che segue è sempre di un gondoliere, ed è estratta dall'Otello rossiniano, e sfocia senza soluzione di continuità nella Tarantella conclusiva, gran pezzo da concerto che Libetta esegue da sempre con grande energia ed eleganza, chiudendo con una coda davvero poderosa.


Tornando ad autori detti minori, il concerto segue con Pixis, pianista e compositore a suo tempo piuttosto noto (tant'è che darà il suo contributo nel Héxameron dello stesso Liszt, e al quale Chopin dedicherà la sua Fantasia su arie polacche Op.13). Ancora nel popolare, ma questa volta nel Lazio, con Scena popolare di Roma, un altro trittico che rievoca pifferai e saltarelli, avvolti nella dolcezza di una Canzone alla Madonna, motivo che sembra rendere compatta la composizione.


Dall'Italia finiamo in Oriente, con due brevi momenti di pianoforte a 4 mani: allo sgabello di Libetta se ne aggiunge uno per Giulio Galimberti, ed insieme eseguono un quieto e melanconico Canto arabo di Godowsky e Laideronnette, imperatrice delle pagode, uno dei brani che compongono Ma Mère l'Oye di Ravel.


Chiude il concerto la scelta forse più azzardata, ma anche forse più aderente all'idea del programma. Si torna in Italia, per ascoltare le Grida dei venditori di Napoli di Federico Ricci: dieci brevi pezzi per voci e pianoforte nei quali si alternano pescivendoli e fruttaroli, panettieri e macellai, trasportando il pubblico in un vero quadro napoletano popolare dell'800 (molto divertente la figura del venditore di carne di maiale, interpretata da un misterioso personaggio in costumi molto evocativi...).


Grandi applausi per un musicista così eclettico e per un programma così diversificato, efficamente bizzarro: Libetta torna sul palco e in uno slancio affettuoso regala una bella esecuzione della sua parafrasi sulla canzone La cura di Franco Battiato, brano che mette in luce sia le sue doti di grande pianista, che tratti estremamente sensibili della sua immaginazione.


Sperando di tornare a scrivere qui al più presto, lascio qualche fotografia scattata e mando un saluto!
Andrew








martedì 23 ottobre 2018

Slanci e memorie dal taccuino di un poeta giramondo: Jeffrey Swann (SpazioTeatro89, 21 Ottobre 2018)

Ciao a tutti!

Ho recentemente instaurato una nuova collaborazione. Si tratta di un'altra rivista online di musica: L'Ape Musicale. Pertanto, mi ritroverò a pubblicare rispettivamente per ben due testate, quella appena citata, e quella per la quale ho già scritto diverse volte, Le Salon Musical.
Dopo alcune peripezie, ecco il primo articolo, sul bellissimo concerto che domenica scorsa, 21 Ottobre, il M° Jeffrey Swann ha dato a SpazioTeatro89. Il link al sito lo potete trovare qui.

Condivido come solito l'intero testo pubblicato:


"Slanci e memorie dal taccuino di un poeta giramondo: Jeffrey Swann
(SpazioTeatro89, 21 Ottobre 2018)

Il viandante è una figura delle più tipiche e iconiche del periodo romantico: l'inquietudine dell'artista, del musicista, si butta in grandi traversate del mondo e del proprio animo – che spesso sono la medesima cosa. Egli cerca in sé autentico e al contempo scopre terre sconosciute, si tuffa nei pozzi adombri del proprio tormento interiore e poi lancia il cuore in avanti, verso nuovi orizzonti, nuovi panorami e alla ricerca di nuove ispirazioni.
Da Schubert – ma, se vogliamo, anche già dallo stesso Beethoven, basti pensare alla Pastorale – fino al pellegrino Liszt o al nordico fiabesco dell'opera wagneriana, l'urgenza di conoscere, di assaporare il nuovo (con la vista, il tatto, con le emozioni; insomma, con tutto il proprio essere) e ritrovare da dove si viene sprona il compositore a viaggiare, a spostarsi, ad appagare il proprio spirito stancandolo, quasi snervandolo, e creando mete sia come punti di arrivo che come luoghi dai quali tornare, arricchito e cambiato.
L'eroico e fiero camminatore schubertiano è, invero, carico di inquietudine, ma il viaggiatore lisztiano è tenace e vuole meravigliarsi, quasi misticizzarsi, innalzare il sé umano e la sua scintilla divina assopita dai “peccati” di seduzione, di desiderio di conoscenza.
Jeffrey Swann non manca affatto di incarnare, nelle esecuzioni del suo concerto “Album, stampe, diari (e diavoli)”, questi tratti vitali del musicista romantico: ascolta e rielabora magicamente i suoni dell'acqua di Au bord d'une source o di Jeux d'eau à la Villa d'Este attraverso un uso piuttosto parco del pedale, esaltando così ogni microrganismo sonoro; si lamenta e si infuria nella Vallée d'Obermann, fra linee melodiche che si insinuano, ora dubbiose, ora fragili e pure, ora più dannate e temporalesche, dominando tutto con sorprendente agio; danza insieme al Faust goethiano, a Mefistofele e all'intero villaggio in un primo, magico Mephisto Waltz come raramente si è sentito eseguirne.
Ma l'errare umano, nell'accezione dello spostarsi senza sosta e senza meta, sembra portare la società romantica verso un sentimentalismo blasonato, rimaneggiato e corrotto, macchiato. L'esaltazione delle emozioni diviene manipolazione, trasfigurazione, dannazione degli animi. Ecco quindi che l'epoca moderna, con un dei suoi massimi baluardi, Claude Achille Debussy, cerca di ridimensionare il tutto cercando un sano distacco, il quale non deve negare o impedire di emozionare ed emozionarsi, ma tenta di non farsi completamente plagiare e soggiogare.
Lo stesso viandante cambia: sembra più non camminare con i propri piedi, ma affidarsi all'immaginazione. E l'arte non descrive, non ritrae, non testimonia direttamente: evoca. C'è sempre uno spazio fra il compositore e la fonte d'ispirazione. Un po' per ragioni puramente oggettive: l'Asia e la Cina, che tanto stimolano le idee dei compositori con le loro sonorità ed i loro strumenti tipici, non si trovano certo dietro l'angolo; un po', come già detto, per autodifesa, e per spirito anti-romantico. L'evocazione qui è ora enorme, ora più sottile, dalle Collines d'Anacapri alla Puerta del Vino, passando per la Scozia (Bruyères) e l'Inghilterra dei romanzi di Dickens con Hommage à S. Pickwick Esq. P.P.M.P.C., e Swann ancora una volta ci sorprende per la bellezza e la multiformità del suono pianistico, parametro al quale nemmeno sembra davvero badare, nonché per la vivacità timbrica e le scelte interpretative. Ancor di più Pagodes, il primo brano del celebre trittico Estampes, sembra nascere dalla visione eterea di pagode giavanesi che si rivelano inaspettatamente dietro un ramo scostato (bellissima la fase finale degli arpeggi, vaporosi e aerei ma assolutamente chiari). La soirée dans Grenade è stato uno dei picchi più alti dell'intero recital, con un'apertura del tema in La maggiore davvero di grande effetto e un'ottima capacità di dividere i vari mood ritmici e melodici senza che questi subissero un distacco fra loro. Infine Jardins sous la pluie, rielaborazione debussyana di un suo brano precedente (il terzo delle Images Oubliées) ispirato alle canzone popolare infantili “Dodo, l'enfant do” e “Nous n'irons plus au bois”, si è distinto per il suono scintillante delle ultime pagine e per il tono entusiastico, esaltato della conclusione.
Ma non è tutto qui: Swann in questo programma ha scelto di fare cenno anche ad un altro tipo di viandante, quello un po' più etnomusicologico. In questo caso, all'italiano Ferruccio Busoni.
Certamente Busoni non si può assimilare a baluardi dell'etnomusicologia quali ad esempio Bela Bartok, ma il suo interesse per gli indiani d'America è notevole (tanto da suggerirlo come argomento di tesi ad una sua allieva di Berlino), ed il suo ruolo in qualità di viandante è quello di andare alla ricerca di nuovi sistemi musicali, scalari, dei quali appropriarsi per scrivere propria musica – mentre Bartok approccia alla musica popolare da un punto di vista meno “artistico” e perlopiù storico-scientifico.
Swann sceglie infatti il Diario Indiano, raccolta di quattro pezzi molto differenti fra loro e molto caratterizzati nello spirito, i quali si distinguono infatti per le sonorità non convenzionali e per una tonalità ormai orientata verso un futuro lento ma netto disgregamento."









A presto!
Andrew

mercoledì 17 ottobre 2018

Alcuni volti della Russia del '900: il duo pianistico Costa – Casanova (Sala del Trono c/o Palazzo Visconti di Brignano Gera d'Adda, “Il Castello Armonico”, 14 Ottobre)


Ciao a tutti!
Eccomi qui dopo qualche tempo con un nuovo articolo scritto per Le Salon Musical. Questa volta il concerto era dalle mani di due pianisti che conosco ormai da qualche anno, Sara Costa e Fabiano Casanova, che hanno regalato un'ora abbondante di musica davvero interessante e ben eseguita.
Qui potete trovare l'articolo editato dal sito. Condivido il testo anche qui, come sempre:

"Alcuni volti della Russia del '900: il duo pianistico Costa – Casanova

Un concerto dal programma corposo e ricercato, ma soprattutto interamente composto da musica russa quello del duo pianistico di Sara Costa e Fabiano Casanova: dalla Gogol Suite di Schnittke, passando per il Concertino di Šostakovič fino alla Seconda Suite di Sergej Rachmaninov. Nella splendida Sala del Trono del palazzo visconteo di Brignano Gera d'Adda, abbracciata da un coro di raffinati affreschi, la scorsa domenica il duo ha emozionato il pubblico con un'ottima preparazione e un'intesa musicale notevole.
La poetica di Alfred Shnittke spinge – costringe, si direbbe quasi – atteggiamenti compositivi diversi a incontrarsi, a coesistere, concorrendo a creare atmosfere e sonorità nuove (si pensi, ad esempio, ai suoi Concerti Grossi, nei quali il nome, richiamando probabilmente quelli del grande Corelli, titola opere musicali dagli aspetti estremamente variegati, quasi dei collages di stili completamente differenti fra loro). Tali atmosfere e sonorità possono lasciare non poco “spaesati”, tanto per la tonalissima semplicità di certi materiali tematici quanto per l'effetto che si ottiene accostandoli a linguaggi meno consonanti. Non mancano, peraltro, nella Gogol Suite, palesi citazioni di autori antecedenti: spicca qui, su tutte, l'incipit della Quinta Sinfonia di Beethoven, con cui l'autore chiude in sospensione (non solamente armonica) l'Ouverture. A questa si succedono ben 6 altri brani dai titoli enigmatici e, se vogliamo, anche un po' bizzarri: “Il ritratto”, “Il cappotto”, “I burocrati”, “Il ballo” e “Il testamento”. Gli ultimi due, senza togliere alcunché ai precedenti – specialmente a Il ritratto, lungo brano che mette in luce tutta la dimestichezza di Schnittke con la musica da film – hanno colpito per le atmosfere cangianti e la forte identità espressiva dell'esecuzione. Il ballo, con un tempo di valse, poi à la mazùr, e poi ancora quasi di polka, trasporta l'ascoltatore fra salotti un po' enigmatici e misteriosi, danze popolari che, però, subendo quelle “sporcature” tipiche dell'autore, trasfigurano l'immaginario rendendolo più attuale, più vicino, meno sontuoso eppure tanto curioso. Bellissima la sezione in Allegro, eseguita con il giusto piglio. Ancor di più, Il testamento, con quella lenta conclusione su una melodia presa quasi in ostinato, che pare non riuscire a riposarsi, disturbata da isolati – e un po' desolati – accordi dissonanti.
Dopo Schnittke è Šostakovič a prendersi il palco, con un brano piuttosto noto alle formazioni di duo pianistico: il Concertino Op.94, in La minore. Il titolo rende piena giustizia al tipo di scrittura pianistica, chiaramente evocativa di un'immaginaria orchestra (forse da camera?). In taluni frangenti l'opera non manca di preludere il successivo meraviglioso Concerto per pianoforte n.2, per i tipici lunghi passaggi a due ottave di distanza, la propulsione motivica quasi marziale e l'energia vigorosa contrapposti a momenti più quieti e cantabili. Il senso dell'insieme è stato reso perfettamente da Sara e Fabiano, con il giusto balancing coloristico e una sincronia ritmica chiara e praticamente ineccepibile.
Infine, la bellissima – nonché celebre – Seconda Suite Op.17 di Rachmaninov. Scritta nel 1901, differisce dalla prima (l'Op.5, del 1893) per l'assenza di palesi richiami poetici, e per il fatto che i nomi dei quattro tempi in cui si articola sono molto più tradizionali e legati alle forme musicali che alle ispirazioni personali.
L'Introduzione, in tempo di marcia, mette in luce tutta la pienezza e il calore della scrittura pianistica del compositore russo, alternando passaggi omoritmici ad altri più contrappuntistici. Degno di nota è il poderoso corale in fff dell'ultima parte, eseguito con un vero senso di maestosa grandezza. Il Waltz, dal tiro spigliato e leggero, è stato uno dei momenti più alti dell'intero concerto: da ricordare, in particolare, le sezioni meno mosse, nelle quali Rachmaninov sembra intessere le stupende melodie spiegate che riverserà nel famosissimo Concerto per pianoforte Op.18: qui il duo, unendo a un bel suono disteso, sereno ma vibrante la scelta di un tempo sensibilmente più tranquillo, ha fatto trasparire tutta la ricchezza espressiva del brano. Quindi la Romance, dai toni eterei e morbidi, e dalla cantabilità più intensa e profonda, quasi “da brughiera” – l'atmosfera è infatti molto simile a quella del lied Lilacs, dallo stesso Sergej rielaborato per pianoforte solo. Il fraseggio nobile ed eloquente è stato gestito ottimamente. A chiusa, una focosa, grintosa e affilata Tarantella, tanto ardua d'esecuzione – ottima la scelta di una sonorità meno “secca” del consueto, e l'esaltazione di voci interne sovente un po' lasciate sottotono – quanto ricca di temi in insinuazione l'uno nell'altro (o l'uno sopra l'altro), tiene per l'ultima manciata di minuti il pubblico sul filo del rasoio per poi esplodere in un fortissimo conclusivo.
Tanti gli applausi regalati ai due pianisti, che, in cambio, concedono ben due bis: un caldo e sinuoso Tango di Samuel Barber, e uno stravagante By Strauss di George Gershwin."







A presto!
Andrew

domenica 30 settembre 2018

La mano infuocata di Passerini per il concerto d'anteprima delle Serate Musicali (Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 24 Settembre)

Rieccomi qui dopo qualche giorno, per condividere un altro articolo scritto per Le Salon Musical!

Questa volta i protagonisti sono diversi, ma tutti in un solo concerto: l'Orchestra Antonio Vivaldi, il Coro del Teatro Municipale di Piacenza e i Cori di voci bianche della Civica Scuola di Musica di Sondrio e della Scuola Goitre di Colico. In programma il Boléro di Ravel e Carmina Burana di Carl Orff, sotto la bacchetta del M° Lorenzo Passerini.

Di seguito il testo completo del articolo:

"La mano infuocata di Passerini per il concerto d'anteprima delle Serate Musicali 
(Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 24 Settembre)

Lunedì sera, 24 Settembre, presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano, ha avuto luogo il concerto-anteprima delle Serate Musicali di Milano, stagione di concerti che costelleranno i prossimi mesi fino a metà Giugno 2019.
Il programma dell'anteprima era molto interessante e massiccio: il famosissimo Boléro di Maurice Ravel e le altrettanto celebri cantiones profanae di Carmina Burana di Carl Orff.
Vorrei, anzitutto, sottolineare l'ottima preparazione dell'Orchestra Antonio Vivaldi e del Coro del Teatro Municipale di Piacenza; e, in particolare, dei due cori di voci bianche della Civica Scuola di Musica della provincia di Sondrio e della Scuola Goitre di Colico: è stato veramente emozionante constatare quale preparazione, quale professionalità avessero questi giovani ragazzi.
Vorrei fare, inoltre, un cenno all'energia trascinante e al gesto appassionato del direttore, il M° Lorenzo Passerini, il quale ha dato all'intero programma un'impronta raffinata ma straripante di vigore: certi fortissimo dell'intero organico riempivano la Sala e tenevano gli ascoltatori con gli occhi letteralmente sbarrati.
Il Boléro si è aperto cautamente, aprendosi lentamente come un fiore notturno. Passerini ha ben lasciato desiderare il culmine conclusivo, ed ha reso percepibile ogni ispessimento della scrittura orchestrale. Ricordiamo che quest'opera del compositore basco, scritta istigato dalla celebre ballerina russa Ida Rubinstein e da lui espressamente destinata al balletto, è nata un po' svogliatamente, appunto con l'idea di non proporla come musica fine a se stessa, credendola incapace di coinvolgere il pubblico senza i danzatori. Come si sbagliava! Tutti, oggi, possiamo renderci conto di quale eco essa abbia avuto e di quanto essa si associ quasi indissolubilmente al nome del compositore stesso.
Apparentemente quasi un mini-compendio di alta orchestrazione, Ravel sceglie un solo ed unico motivo, diviso in due parti – una dal carattere più dolce, l'altra più calda e sensuale – che, come venendo da lontano e con pochi strumenti, via via si avvicina fino a travolgere e divorare chi la ascolta. Come dicevo, in questo Passerini ha reso appieno la sensazione, giungendo alla fine con una vera e propria esplosione di colori, dimostrando il raffinatissimo gusto e genio orchestrale di Ravel.
Dopo una breve pausa, ecco cominciare la celeberrima e quasi brutale “O fortuna”, prima delle canzoni profane dei Carmina Burana di Orff. Nonostante la lunghezza di quest'opera imponente, il pubblico non cede e mantiene l'attenzione, si lascia assorbire dall'inquietudine di Fortuna Imperatrix Mundi, dalle visioni iraconde e d'osterie di In taberna e dalle dolci, a volte struggenti, immagini di Cour d'amours. Qualche piccolo cedimento del coro femminile non inficia la piena riuscita dell'esecuzione, mentre quello maschile non manca un colpo, interpretando magistralmente il sillabato serrato di In taberna quando sumus. I tre solisti declamano impeccabilmente: Anna Delfino (soprano) stupisce con i sovracuti di “Dulcissime! Ah! / Totam tibi subdo me!”, il controtenore Antonio Giovannini con un'ottima presenza scenica e la massima cura nell'articolazione verbale; Enrico Maria Marabelli ci regala una bella voce piena di baritono, una splendida “Dies, nox et omnia”, ed un breve sketch giocoso con il direttore d'orchestra.
Ecco ritornare sulla scena l'iconica “O fortuna”, che con l'esecuzione iniziale pare erigere due enormi colonne entro le quali si svolge l'intero possente racconto musicale di Orff. Il fragore orchestrale-corale raggiunge il vertice ed ecco che la musica si chiude, imperativamente.
La forte emozione che dilaga nel pubblico non lascia nemmeno un secondo di silenzio, e straripa in lunghissimi applausi che richiamano più volte sul palco il direttore d'orchestra, i tre solisti ed i maestri di coro.
Un'anteprima di stagione che è un vero trionfo."











A prestissimo!
Andrew

mercoledì 26 settembre 2018

"La lucida spontaneità di Irene Veneziano" (Missaglia, 22 Settembre)

Ciao a tutti!


Il mio più recente articolo per Le Salon Musical (che potete vedere sul sito QUI) riguarda una pianista che conosco da ormai un po' tempo e che apprezzo molto: Irene Veneziano.
Ho presenziato a un suo recente concerto al Monastero della Misericordia di Missaglia, nel quale ha suonato musiche di Chopin e Liszt.


Ripropongo il testo dell'articolo:

"La lucida spontaneità di Irene Veneziano

E' con non poco piacere che questa volta parlo di Irene Veneziano. Conosco quest'ottima pianista ormai da qualche anno – per essere precisi, dalla sua partecipazione alla Chopin Competition del 2010, quando si classificò tra i semifinalisti. In questi 8 anni circa ho avuto occasione di ascoltarla, seguirla, osservarla da tanti punti di vista, e in vesti differenti fra loro. Ho visto il suo stesso pianismo cambiare, consolidarsi e raffinarsi. Sono stato suo allievo in diverse masterclass, ed ho potuto sperimentare il suo approccio all'insegnamento, il suo desiderio di comunicare, mettendo a disposizione le sue conoscenze a tanti pianisti come me.
Il suo stesso amato Chopin ha cambiato un po' il volto, nel tempo. E questo è interessante, quasi divertente, se ci faccio caso. Non credo di aver mai udito esecuzioni “prestampate” dalle mani di Irene, interpretazioni che non subiscano – felicemente, direi! – l'influsso del tempo che passa e della maturità musicale che cresce. Questo mi è stato possibile notarlo, negli anni, ascoltandola eseguire più volte brani che porta in repertorio dacché la conosco.
Il concerto di Sabato 22 Settembre, presso quella bellissima cornice dal fascino quasi decadente che è il Monastero della Misericordia di Missaglia, più di altro ha riacceso questa consapevolezza: il programma bipartito fra Chopin e Liszt, ripercorrendo alcune fra le pagine più note dei compositori, è stata per me una chance di riascoltare Irene in un recital solistico, cosa che non mi accadeva da un po' di tempo.
Il primo brano, il celeberrimo Notturno Op.9 n.2 in Mi bemolle maggiore, ha risuonato delicatamente fra le alte arcate del Monastero. L'interpretazione era morbida, scorrevole ma molto cantabile, e non ha mancato di sottolineare eloquentemente i vari arabeschi e le minuscole varianti della melodia principale, per poi sperdersi in un quel brusìo di cristallo che è la coda. A seguire, altro brano tanto amato, la Ballata Op.23 in Sol minore. Da qui ho cominciato a percepire quella maturazione musicale di cui ho detto poco sopra. E' interessante notare come Irene abbia più volte eseguito certi brani senza mai “stancarli”, trovandoci sempre un pretesto per ricercare sfaccettature nuove, che fossero piccoli cambi di pedale, esaltazioni di polifonie interne o raddolcimenti di sonorità in precedenza sentite più epiche, come il bellissimo secondo tema, nella riproposizione centrale in accordi, in La maggiore.
Tanto tragica e perentoria si conclude la Ballata, tanto “sinistramente” si apre lo Scherzo Op.20 in Si minore, brano che non avevo mai ascoltato eseguire da lei (così come il precedente Notturno). Dopo i due accordi in fortissimo che suonano come caustiche annunciazioni, si apre lo scenario agitato e irrequieto dello Scherzo, fatto di rapidi slanci verso l'acuto ed indecisioni che portano la linea discorsiva ad infrangersi su accenti che ne invertono la rotta. Improvvise soste su ottave basse e cupi frammenti melodici continuamente – quasi ossessivamente – riproposti, il secondo tema che sembra nascere da un apparente rasserenato Re maggiore, ma che poi ripiomba nel primo tema, sempre più in fibrillazione, dopo una cadenza dagli afflati taglienti. Dopo la riproposta dell'intero episodio, ecco il cambio di scenario: una tenerissima melodia in Si maggiore, a quanto pare l'elaborazione di un dolce e nostalgico canto di Natale polacco. Sembra quasi un dondolo, una culla, questo morbido saltellare fra un'ottava e l'altra: la musica si crogiuola in se stessa, trova un po' di calore e fa sbocciare un tema dal tracciato più lineare e declamato, richiama il canto di natale... E' bene ricordare che Chopin stesso ci ha lasciato testimonianze sulla genesi di quest'opera nelle sue lettere. In una di esse, scritta a 20 anni nel Natale del 1830, egli racconta: «Dal momento che era la Vigilia di Natale [...] tutto solo, a passo lento, verso mezzanotte me ne sono andato alla Cattedrale di Santo Stefano. [...] Il silenzio era assoluto; talvolta solo il passo del sagrestano che accendeva le candele in fondo al tempio lo interrompeva. Dietro di me una tomba, sotto di me una tomba... mancava solo un sepolcro sopra di me. Dentro mi scaturì allora una musica tetra... e sentivo più che mai il mio assoluto abbandono». “Tetro”: quale termine migliore di questo per connotare lo Scherzo Op.20? Quale modo migliore per portare alla vista quel lato oscuro, tormentato del compositore, che asseriva di “fare il composto” nei salotti per poi “scagliare fulmini sul pianoforte” una volta rientrato a casa?
Se il primo dei quattro scherzi si presenta così inquietante e spettrale, non è da meno l'interrogativo inizio del secondo, celebre Scherzo Op.31, che chiude la prima parte del programma. Le sommesse ma mordenti terzine si alternano a incisi più appassionati, in registri opposti del pianoforte. Ho sentito tante volte eseguire questo pezzo da Irene, e anche qui trovo qualcosa di diverso, di ricercato ma anche di più libero. In particolare la sezione centrale, negli episodi più sonori, c'è una maggiore impronta poetica nonostante il ritmo sembri dire diversamente.
Dopo una breve pausa, Irene torna alla tastiera, aprendo la seconda parte con Sposalizio, poeticissimo brano lisztiano tratto dagli Années de Pelerinage. Il tocco morbido ed il legato non cedono di fronte alla scelta di un andamento decisamente più spedito di come lo abbia sentito in esecuzioni di altri pianisti. Ciononostante, è bello; specialmente la prima parte, delicatissima e dal suono quasi liquido, con una pedalizzazione tutt'altro che scontata.
Segue una delle parafrasi a mio avviso più riuscite fra tutte quelle scritte da Liszt, ovvero quella sul quartetto “Bella figlia dell'amore”, dall'opera Rigoletto di Giuseppe Verdi. I virtuosismi qui contenuti sono risolti in modo brillante, le ottave ribattute in modo rapido non sono affatto nervose, gli arabeschi che ornano il tema principale creano ondate che vanno e vengono sulla tastiera e scintillano discretamente come piccole perle toccate dalla luce delle vetrate.
Se si pensa che questo genere di composizioni, all'epoca, nascevano praticamente in pubblico, dalle richieste che quest'ultimo muoveva ai pianisti, si resta stupefatti delle abilità improvvisative – quasi da prestigiatore – di Liszt. E tutto ciò restando comunque molto musicale e ispirato: non c'è alcuna forzatura nei passaggi di bravura, non c'è traccia esibizionista.
Chiude il programma la focosa e brillante Rapsodia Spagnola. Irene non manca un colpo nemmeno qui, e conduce verso la meta in modo impeccabile. Bellissimi gli effetti della Jota Aragonesa, fra impeto di danza e rievocazioni nostalgiche, con mille e più varianti ritmiche e timbriche, prima di esplodere nelle energiche scariche di ottave alternate e in una coda pomposa che rievoca il primo, famoso, tema del brano, Folies d'Espagne."








A presto!
Andrew